Una grazia insperata

Il Banco solidale del “don Vecchi”, gestito dall’associazione di volontariato “Carpinetum solidale”, ha emesso finora circa 900 tessere a livello di famiglia e conta di assistere, con l’erogazione di generi alimentari, circa 3000 persone alla settimana. Le richieste di aiuto sarebbero ben superiori, ma la disponibilità di generi alimentari non è tale da poter soddisfare tutte le richieste.

I generi alimentari sono erogati a persone che abbiano meno di 700 euro di entrate mensili, e tutto questo deve essere documentato con dati ufficiali. Attualmente è sospesa – però almeno fino a settembre – la concessione di nuove tessere, facendo eccezione solamente per chi dimostra di avere bambini piccoli a carico, appunto per la limitata quantità di alimentari che l’associazione riesce a reperire da fonti varie, quali il Banco alimentare di Verona, gestito dalla “Compagnia delle opere” di Comunione e Liberazione, dal discount Dico di Noale e da tante altre realtà di minor consistenza ma che, tutte assieme, fanno giungere una quantità abbastanza rilevante di prodotti.

Da quindici e più anni mi sono battuto strenuamente perché il Comune di Venezia, come tanti altri Comuni della Romagna, del Veneto e del Milanese, stabilisse dei protocolli di intesa con gli ipermercati, detassando i rifiuti ed ottenendo in cambio i generi alimentari non più commerciabili per i poveri.

Con l’assessore Giuseppe Bortoluzzi ero arrivato finalmente ad impostare questo discorso, senonché con l’arrivo dell’assessore Sandro Simionato il discorso si inceppò senza che sia riuscito a farlo procedere. E’ non un peccato, ma un sacrilegio, che ogni giorno vada buttata nella spazzatura una quantità tale di alimenti che sarebbe più che sufficiente a soddisfare tutte le richieste di vecchi, disoccupati ed extracomunitari che attualmente versano in estrema difficoltà.

Il discorso era in stallo da troppo tempo perché potessi sperare in una qualche soluzione positiva, ma per fortuna l’assessore Maggioni, che si occupa di tutt’altre cose ma che, da vecchio scout s’è sentito in dovere di fare “la sua buona azione” come gli ha insegnato Baden Powel, mi ha messo in comunicazione con i responsabili del nuovo ipermercato che la catena Despar ha aperto nella zona commerciale vicina all’Ospedale dell’Angelo. L’incontro di questa mattina è stato estremamente positivo essendosi i responsabili dichiarati disposti non solamente a fornirci gli alimenti non più commerciabili del nuovo ipermercato, ma anche quelli dei loro ipermercati che noi riusciamo a raggiungere con i nostri furgoni.

Scrivo ancora una volta queste cose perché ritengo giusto segnalare alla città sia l’assessore Maggioni che i responsabili della Despar, ma anche perché ognuno prenda coscienza che se ogni cittadino si rendesse disponibile a fare quello che può, molti problemi troverebbero soluzione.

20.07.2013

Perfino Panella!

Ho scoperto ormai da parecchi anni “le beatitudini” de l’anziano.

In questo cantico si dichiara beato, ossia si invoca dal Signore il dono della beatitudine per chi fra l’altro non fa osservare all’anziano che certe cose le aveva già dette altre volte perciò egli è noiosamente ripetitivo.

Spero che questa beatitudine il Signore le conceda benevolmente anche ai lettori del mio diario perché sono purtroppo cosciente di ripetermi. Vengo quindi alla giustificare questa premessa: molte volte infatti ho scritto di essere ascoltatore di radio radicale perché detesto i programmi di musica moderna che mi fanno saltare i nervi e quelli di intrattenimento che considero quasi sempre fatui e banali.

Con questo però non è detto che mi sieda in poltrona per ascoltare di quell’insuperabile logorroico che è Marco Pannella il quale ripete sempre gli stessi discorsi e non la finisce mai!

Ascolto questa emittente durante la decina di minuti che ci metto nel trasferirmi in macchina dal don Vecchi al cimitero o viceversa, o quando faccio un lavoro manuale che non impegna la mente.

Ebbene qualche giorno fa ho sentito Panella, che parlando dell’inciviltà delle carceri e della “criminalità” del nostro Stato che non rispetta i fondamentali diritti dell’uomo, ha affermato, con l’enfasi che gli è propria, che solamente Papa Francesco, l’ultimo “monarca assoluto” rimasto a questo mondo, nei primi giorni del suo “regno” ha abolito nello Stato Pontificio la pena di morte, la tortura e il carcere a vita! Penso però che forse gli altri Pontefici neppure sapessero dell’esistenza di queste vecchie leggi dimenticate e che neppure quei due trecento abitanti dello Stato Pontificio corressero il pericolo di incorrere in queste pene.

Comunque era perfin troppo evidente che quell’anticlericale incallito che è da sempre Pannella, sta subendo il fascino di Papa Francesco che non passa giorno che non compia atti e non dica parole che non vadano a riportare la Chiesa alla semplicità delle prime comunità cristiane della Palestina e Roma.

Questo Papa si dimostra ogni giorno di più un dono di Dio e l’uomo che ha il coraggio e la volontà di riportare la Chiesa allo stile evangelico, liberandola da orpelli rituali e di pensieri quanto mai barocchi e che sempre offuscano e soffocano la freschezza rivoluzionaria del vangelo.

Papa Francesco sta predicando finalmente una chiesa che fa presa non soltanto nel cuore dei giovani e dei “preti Gallo” ma perfino anche nei più incalliti anticlericali rappresentati dai radicali di Marco Panella!

21.07.2013

Matteo

Ieri sera sono stato attaccato al televisore fino a mezzanotte. Per caso mi sono imbattuto in un programma de “La7”, diretto da Mentana, in cui Matteo Renzi rispondeva alle domande pressanti di due politologi di sinistra dei quali non ricordo il nome ma che più volte ho incontrato nella rubrica “Anno zero”.

Il fuoco di fila di domande, ma soprattutto di insinuazioni fu tale e così intenso e prolungato, che per fortuna del sindaco di Firenze, solamente la “pubblicità” gli permise ogni tanto di tirare un respiro di sollievo.

A mezzanotte ho deciso di spegnere il televisore perché alle cinque di oggi la mia sveglietta avrebbe suonato imperturbabile per nulla preoccupata di sapere se ho dormito e quanto ho dormito.

Ho visto Renzi stanco, ma vigile, lucido, determinato a rintuzzare con la consueta arguzia della sua parlata toscana le battute sempre faziose, ma talora anche sarcastiche, dei suoi interlocutori. Io ho tifato per Renzi; se non fossi stato nel chiuso della mia cameretta, mi sarei spellato le mani per le affermazioni convinte di questo giovane politico, che spero ambisca al potere non per superbia o tornaconto, ma per il bene del nostro Paese, così come avrei diretto tutte le parolacce che conosco ai suoi interlocutori che, ripeto, ho sentito talmente faziosi che credo nessuno al mondo riuscirebbe non solo a far loro cambiare idea, ma a ridurli al silenzio di fronte all’evidenza.

Ho ammirato Renzi perché più volte ha affermato che anteponeva gli interessi dell’Italia a qualsiasi altro interesse di partito o fazione. Ho ammirato Renzi perché, senza complessi, ha detto che è stato scout e che è cattolico ed io, che di queste cose penso di intendermene, ho avvertito quanto fosse coerente all’educazione che lo scoutismo e la Chiesa tentano di passare ai nostri ragazzi. Ho ammirato Renzi perché s’è dimostrato libero, pur essendo evidente che gli piacerebbe essere Capo del Governo per far andar meglio i destini del nostro Paese. Anche mia madre di fronte a papà che difendeva sempre e comunque la Democrazia Cristiana anche quando non era difendibile, sbottava: “Vorrei andare io al Governo per far andar dritte le cose!”

Comunque mi pare che Renzi sia sufficientemente libero da rinunciare a questa prospettiva pur di rimanere fedele alle sue convinzioni. M’è spiaciuto di chiudere la TV prima della fine dell’intervista, non solo per il sonno, ma pure perché ero talmente schifato dalla faziosità e dalla meschinità intellettuale dei suoi interlocutori, che sono stato “costretto” a farlo.

18.07.2013

finalmente un galantuomo

Uno che molti, specialmente tra i burocrati, ritengono un difetto – io lo reputo un pregio – è la fretta, o almeno la sollecitudine nell’affrontare e possibilmente risolvere al più presto possibile i problemi che incontriamo sul nostro cammino.

Ritorno ancora una volta su una cosa che i lettori de “L’Incontro” conoscono, ma lo faccio perché spero di dare un’ulteriore picconata ad un sistema ed una mentalità che io reputo essere almeno una delle cause della crisi finanziaria in cui si dibatte il nostro Paese.

Al Centro don Vecchi di Campalto, dopo due anni di carte e controcarte presentate all’assessore alla viabilità, avv. Ugo Bergamo, e al responsabile dell’Anas, pagando tutto noi della Fondazione Carpinetum, siamo riusciti a mettere in relativa sicurezza la possibilità di salire e scendere dall’autobus di via Orlanda per recarsi in qualsiasi luogo. Rimane però l’inghippo che i nostri 80 anziani residenti al Centro, se vogliono fare quattro passi per sgranchirsi le gambe, non hanno che la possibilità di fare il giro della casa, perché chi imbocca via Orlanda è come se avesse deciso, non di fare una morte dolce, ma metter fine ai propri giorni stritolato sotto un camion. Quindi la pista ciclopedonale per andare a Campalto non è uno sfizio o un capriccetto da amanti del podismo o della bicicletta, ma una assoluta necessità per sopravvivere.

Fortuna volle che un consigliere della Fondazione conoscesse l’assessore Maggioni, un giovane professionista al quale, da bambino, gli scout hanno passato la mentalità che vivere vuol dire “servire”. Un mese fa abbiamo avuto un colloquio con l’assessore Maggioni per esporgli il problema. Dopo quindici giorni è venuto un suo funzionario per prenderne visione, dopo un mese è stato predisposto il progetto di fattibilità dal quale ho capito che per fare la pista ci vogliono tanti permessi quanti per costruire la torre Cardin in Piazza San Marco.

Questa mattina c’è stato presentato il progetto, fra quindici giorni l’assessore ha ordinato che i suoi funzionari prendano contatto con l’Anas. Quindi comincerà l’iter per la costruzione. Si spera che nella prossima primavera si dia l’avvio a questa pista indispensabile, anzi improrogabile.

L’incontro mi ha fatto quanto mai contento sia perché sembra che finalmente si sia imboccata la strada giusta, sia soprattutto perché spero d’aver finalmente incontrato un amministratore intelligente, concreto e determinato. Di questi tempi questo non è sicuramente poco!

18.07.2013

il bello e il ridicolo

Ho raccontato ancora che la sagra nella mia vecchia parrocchia aveva fatto il miracolo che né la mia attività pastorale né le mie preghiere erano mai riuscite a fare in tanti anni.

A Carpenedo c’erano quelli della parrocchia e quelli del partito comunista, quelli che venivano in chiesa e quelli che se ne stavano seduti presso il “Bar Centrale” della piazza. Pur essendo stati battezzati, cresimati e sposati, gli uni e gli altri, in chiesa, sembrava che tra loro passasse la grande muraglia cinese a tenerli ben separati.

Fortuna volle che, partendo dalle sagre organizzate dal partito comunista, mi chiesi perché non se ne potesse organizzare una anche in parrocchia. Per raggiungere più facilmente l’obiettivo di riavvicinare i “due popoli”, tentai così di mettere in piedi una “sagra laica” fatta in parrocchia, però mantenendola soltanto “sagra”, quindi: la balera, le crosticine, il tiro a segno e quant’altro, ma niente funzioni religiose o “esche” di ordine ecclesiastico. Fu un successo! Ed un successo che dura da vent’anni!

Non è che vi siano state vistose conversioni, però si arrivò a quell’incontro e a quel dialogo fra le due componenti del vecchio paese che io avevo auspicato fin dal mio primo arrivo in parrocchia.

Lasciando la parrocchia, ho lasciato pure questa iniziativa, ben poco religiosa secondo la prassi ecclesiastica, ma quanto mai vantaggiosa per altri motivi. Non è che nel passato non abbia avuto qualche tribolazione, perché i vicini erano insofferenti per la musica, perché c’era un ingorgo di biciclette e per mille altri motivi che affiorano quando una parrocchia fa qualcosa. In genere dalla parrocchia si pretende tutto, ma purtroppo spesso non si è disposti a concedere nulla.

Quest’anno mi è capitato di incontrare il responsabile della sagra, che ai miei tempi era un ragazzino, e il motivo dell’incontro verteva proprio sulla sagra: perché è arrivata una multa salata avendo i volontari spostato provvisoriamente i cassonetti della raccolta degli indumenti su via Manzoni, che è poi per due terzi di proprietà della parrocchia.

Non ricordo e non credo che ci sia mai stato tanto zelo da parte dei vigili i quali quando servono sono quasi sempre rintanati negli uffici. Ma il colmo dei colmi lo raggiunsero per aver spiccato una multa perché i volontari della sagra avevano fissato uno striscione su uno squallido muraglione che nasconde le belle linee della Villa veneta dei patrizi Michiel.

La motivazione della multa era poi proprio da farsa: il reato consisteva nell’aver appeso lo striscione senza aver richiesto preventivamente il permesso alla Sovrintendenza alle Belle Arti, in quanto il muro è “monumentale”. Quando, semmai, non si capisce come la Sovrintendenza non abbia ancora fatto abbattere quella bruttura!

Le varie burocrazie sembrano proprio insuperabili nella loro stupidità!

19.07.2013

Gli ibiscus

Molti anni fa mi capitava di entrare, con una qualche frequenza, in un vivaio che sta a Riese Pio X, sulla strada che porta ad Asolo, Il proprietario era uno di quei bravi operai, intelligenti e lavoratori indefessi che s’era fatto da sé, arrivando ad avere una bella azienda; la moglie, una cara donna generosa e devota, che mandava avanti la casa trovando però il tempo di dare una mano al marito ed offrendo un tocco di grazia tipicamente femminile al vivaio delle piante da fiore.

Ogni volta che entravo in quell’azienda, che era “casa-bottega”, rimanevo incantato per la stupenda tavolozza di colori e di forme delle piante da fiore. Mi fermavo presso questa piccola azienda a carattere familiare per acquistare gli alberi per i viali e i fiori per Villa Flangini, la splendida villa veneta collocata su uno dei tanti colli asolani.

Villa Flangini era una dimora che mi faceva sognare e della quale ero orgoglioso, tanto che quando vi andavo mi sembrava di essere quasi un patrizio della Serenissima. In realtà essa era ben di più, ospitando gli anziani della mia amata comunità.

Ebbene, un giorno di luglio di tanti anni fa, scoprii nel vivaio dei fiori splendidi di vari colori, grandi quasi una spanna. La padrona mi disse che erano una qualità di ibiscus gigante. Ne acquistai tre piante per il Centro don Vecchi e aspettai con trepidazione l’anno successivo per vederne la fioritura.

A fine giugno, l’anno dopo, sbocciarono questi fiori giganti. Una pianta li faceva bianchi, la seconda rosetta e la terza rossi: uno spettacolo che incantò gli abitanti del Centro.

L’Olinda, una residente che ha il pollice verde, raccolse i semi, a primavera li seminò e ancora oggi, all’inizio di luglio sbocciano a chiazze questi fiori che si rifanno alla Belle Epoque.

La mia sorpresa però non si fermò alla grandezza e alla bellezza del fiore, ma anche alla sua durata. Gli ibiscus giganti si aprono al mattino e col tramonto del sole si chiudono, stanchi, come si fossero affaticati per la loro sfilata di bellezza: un fiore meraviglioso che dona il meglio di sé, ma che però conclude il suo dono in semplici otto ore.

Al mattino, quando passo e vedo le corolle ormai chiuse in se stesse e avvizzite, esse mi fanno pensare che pure noi uomini dovremmo dare ogni giorno il meglio di noi stessi, perché, come dice il poeta: “si fa subito sera” e la Bibbia suggerisce che “c’è un tempo per tutto”: guai a noi non fiorire nel tempo fissato dalla Divina Sapienza.

18.07.2013

Ora basta!

Non ho mai seguito con molta convinzione le vicende della banca del Vaticano, un po’ perché non mi intendo di finanza a quei livelli così complicati e un po’ perché ho sempre provato disagio e vergogna scoprendo che nella propria “casa” c’è qualche cosa di “irregolare”. Ora però, con lo scandalo di mons. Scarano, che noleggia perfino un aeroplano per portare a spasso tra la Svizzera e il Vaticano decine e decine di milioni, mi pare si sia arrivati veramente a quel colmo che già vent’anni fa pensavamo di aver raggiunto.

Ricordo gli imbrogli col Banco Ambrosiano, con quei tristi figuri di Sindona, di Calvi e di Marcinkus, ma purtroppo da allora le cose sono andate di male in peggio ed a scadenze ravvicinate sono scoppiati scandali su scandali.

Oggi apprendo dalla stampa che l’amministratore Gotti Tedeschi, che Papa Ratzinger aveva chiamato per ripulire la banca e che altri hanno cacciato con motivazioni davvero infamanti – motivi che mi avevano sorpreso per la loro crudezza – ora è completamente assolto, anzi pare che sia stato mandato via perché avrebbe voluto mettere ordine nei conti ingarbugliati e, pare, truffaldini dello IOR.

Oggi mi pare che si debba dire con decisione “BASTA!” con questa gente che sporca le vesti della “Sposa bella”!

Qualche giorno fa ho visto alla televisione delle carrellate sull’incontro avuto da Papa Francesco con i seminaristi, i chierici che si preparano al sacerdozio e le novizie che si preparano a fare i voti di povertà, castità ed obbedienza per diventare suore a servizio del popolo di Dio. Erano volti bellissimi, puliti, sani, profumati di giovinezza e di ideali e poi mi venne d’istinto di confrontarli con quelli dell’ammucchiata di monsignori che stanziano perennemente a San Pietro come una macchia di papaveri rossi in un campo di grano. Provo veramente rabbia e ribellione!

Quando penso alle tante mamme che educano i figli alla fede, a quei meravigliosi missionari che lasciano tutto per diffondere il messaggio di Gesù, agli innumerevoli martiri che ancora oggi versano il sangue per rimanere fedeli a Cristo, ai vecchi parroci che, nonostante l’età e mille altri disagi, vivono per le loro comunità, e poi vengo a sapere che laici ed ecclesiastici sporcano il volto della Chiesa con intrallazzi di carattere finanziario, provo rabbia e ribellione, perché è intollerabile che ci sia in Santa Madre Chiesa della gente che continua ad offendere il sacrificio di milioni e milioni di cristiani onesti e coerenti.

16.07.2013

L’ebbrezza del prete

La mia fortuna, o meglio la grande Grazia che il buon Dio mi ha fatto, è stata quella di aver sempre avuto nel cuore la certezza che il messaggio cristiano è quello che di più valido sia mai esistito nella storia del mondo ed è quello che dà le migliori risposte delle quali l’uomo ha bisogno per vivere.

Spesso tento di far capire, e talvolta lo dico apertamente, che senza quel messaggio la nostra vita sarebbe un assurdo o, peggio, una beffa.

Il mio ministero da vecchio prete a tanti potrà sembrare marginale o di poco conto, anche perché esso si riduce al sermone domenicale, alla breve riflessione durante l’Eucarestia feriale o alla predica ai funerali, eppure ho la sensazione di trovarmi in una situazione privilegiata e di poter offrire le soluzioni cardine sul senso della vita in assoluto.

Oggi ho celebrato il funerale di una persona a me sconosciuta, un uomo che ha avuto una vita intensa, talora brillante e talora drammatica, che ha vissuto momenti di gloria e di ricchezza e momenti di disperazione, stroncato da un infarto che, come una fucilata, l’ha colpito al cuore. La chiesa era gremita di gente del bel mondo, gente abbronzata, elegante, ma sgomenta ed attonita perché la morte aveva colpito uno di loro, uno che aveva tenuto allegra la loro compagnia, che era stato amato e forse invidiato per il suo charme.

Confesso che ho provato un’ebbrezza sconfinata nel poter offrire un varco di luce tra tanto buio. L’avere la possibilità di assicurare che Dio è padre, che Dio perdona anche chi ha sbattuto “la porta di casa” per vivere in libertà l’avventura della vita, che Dio aspetta a braccia aperte chi comunque ritorna a Lui, è un qualcosa di grande e mi ha fatto sentire quanto è stato gradito questo discorso. Le parole del Vangelo, quando sono pronunciate con convinzione, toccano i cuori e li aprono alla speranza.

Un signore di mezza età che, per il suo modo di fare ho capito che apparteneva a quel mondo brillante e fatuo, è venuto in sagrestia a dirmi: «Padre, usciamo di chiesa più fratelli e migliori» Ed una ragazza giovane, bella ed elegante, sulla soglia della chiesa mi ha stretto la mano per dirmi «Grazie!».

Sono stato felice perché quel “grazie” non andava a me, ma alla parola di speranza offertaci da Gesù.

15,07.2013

Alla ricerca delle cause

Ho appena letto sul settimanale della diocesi un ottimo servizio del dottor Paolo Fusco, il brillante giornalista di questo periodico. Il servizio di Fusco è quanto mai documentato e mette il dito su una piaga aperta e sanguinante. Già il titolo fa rabbrividire chi ha a cuore la Chiesa di Venezia: “Il battesimo non è più scontato” e segue l’occhiello ancora più amaro: “Nella nostra diocesi per due bambini su dieci niente fonte battesimale”. Ciò significa che già un quinto dei nostri bimbi, da un punto di vista rituale e sacramentale, non è più cristiano!

Per il matrimonio siamo sotto il cinquanta per cento, ora la frattura fra Chiesa e cittadinanza locale comincia ben prima e questo divario è una prospettiva molto più grave, perché mentre i novelli sposi in qualche modo hanno ricevuto una catechesi, con il mancato battesimo si arrischia che venga meno anche questa cultura di fondo.

Sono profondamente grato al giornale della diocesi che ha fatto suonare questo campanello d’allarme. Quello di “Gente Veneta” è una scelta di onestà ed è un servizio che il giornale fa alla Chiesa veneziana per svegliarla dal torpore tipico dell’acqua cheta della laguna. Spero, ma con un certo margine di dubbio, che finalmente questa denuncia la scuota da quell’atteggiamento di rassegnazione abbastanza diffuso e dall’accontentarsi dei grandi paroloni, ubriacandosi con toni altisonanti quali: “Anno della Fede”, “Nuova evangelizzazione”, ecc, quando poi tutto resta fermo come prima.

Il periodico riporta poi i rimedi suggeriti dagli esperti e dagli attuali primi responsabili. Ho letto con attenzione le analisi, le soluzioni dettate dal vicario generale don Pagan, dal provicario don Barlese, dal responsabile dell’evangelizzazione don Perini, da don Berton, vicario per Marghera ed infine da monsignor Bonini, che un tempo era responsabile per Mestre ed ora non so più cosa sia, ma che comunque è una voce autorevole. Ognuno dice delle cose valide, anche se da vecchio parroco avrei qualche dissenso su alcune di esse. Pur non interrogato, mi permetto di aggiungere qualche parere concreto che potrebbe, spero, marginare il fenomeno.

  1. Manca in moltissime parrocchie il presidio, seppur minimo, del territorio. Ricordo a questo proposito un signore che mi ha chiesto di andare a benedire la sua casa perché non era riuscito a convincere il suo parroco a farlo: “Vede don Armando, mi disse, abito da 25 anni in questa strada; qui sono nati bambini, dei giovani si sono sposati, alcuni sono morti, ma in questa strada nessun prete, in 25 anni, ha mai messo piede”.
  2. Molte parrocchie hanno totalmente trascurato l’associazionismo. Mi scuso ancora una volta per il mio peccato di autoreferenzialità, ma nella mia vecchia parrocchia avevo 100 chierichetti, 200 scout, 60 cantori, 400 volontari e, se non avessi avuto l’opposizione di qualche cappellano, avrei avuto anche il coro dei ragazzi e con l’ACR poi ogni anno portavamo almeno 250 ragazzi e 400 anziani in vacanza. Almeno 150, 200 sposi facevano parte dei gruppi di spiritualità familiare, 50 giovani più gli adulti della San Vincenzo.
  3. Quasi tute le parrocchie mancano di strumenti di comunicazione o di informazione, eccetto qualche eccezione i “foglietti” parrocchiali fanno pietà per numero di copie e soprattutto per contenuti.

In parrocchia avevo una rivista mensile con l’obiettivo di una proposta cristiana, rivista che mandavo per posta ad ogni famiglia, ed un settimanale che stampavamo in 3500 copie. Avevamo inoltre un altro mensile, “L’Anziano”, diretto alle persone che avevano superato i sessant’anni e che veniva spedito anch’esso a domicilio. Per vent’anni, con duecento volontari, abbiamo gestito “Radiocarpini” con contenuti esclusivamente pastorali, che poi ho passato alla diocesi perché ero convinto che dovesse avere un bacino di utenza più vasto e perché costava troppo per la parrocchia.

Non ho per nulla la pretesa di insegnare agli altri, ma avevamo in parrocchia il 42 per cento di presenze al precetto festivo e i non battezzati li contavo sulle dita di una mano.

14.07.2013

Zelo scomposto

La crisi delle vocazioni religiose è generalizzata, non investe solamente il mondo dei sacerdoti, ma anche quello dei frati e delle suore. Molte congregazioni di suore sono ridotte al lumicino ed altre che contavano migliaia di religiose hanno subito una seria contrazione, tanto che ad ogni fine d’anno, fino a qualche tempo fa, esse si ritiravano dagli ospedali, dagli asili parrocchiali e da altre strutture per concentrarsi in opere di loro proprietà e nell’assistenza delle loro anziane.

Questo fenomeno ha determinato uno smarrimento generale e una seria preoccupazione per la loro sopravvivenza. Inizialmente anch’io sono stato fortemente preoccupato per questo fenomeno, dopo però ho capito che nulla è eterno e che soprattutto il buon Dio ha una fantasia infinita e già prima che si spenga una soluzione che proclamava il suo Regno, aveva già preparato soluzioni alternative più adeguate ai tempi nuovi e più in linea con la nuova società. Basta solamente aver fiducia nei tempi nuovi.

Però non tutte le superiore la pensano così. Molti ordini religiosi hanno emigrato nel terzo e nel quarto mondo ove pensavano che ci fosse un terreno più fertile; alcune, ma poche, hanno tentato di sviluppare il loro carisma inculturandosi in ambienti tanto diversi dai nostri, tentando di tradurre ciò che c’era di essenziale nelle loro scelte con la cultura di quei luoghi, però recependo mentalità, ritmi di vita e sensibilità tanto diverse. Mentre alcune altre, assurdamente, stanno tentando di ripetere esattamente, in mondi diversi, le soluzioni della vecchia Europa.

Altre congregazioni poi, peggio ancora, hanno adottato la “tratta” che, in tempi più lontani, gente senza scrupoli e senza princìpi, ha fatto presso le popolazioni indigene dell’Africa nera. Credo che sia doveroso denunciare questo fenomeno per nulla cristiano. Talvolta m’è capitato di sentire di ragazze nate nelle capanne di tribù africane, abituate a vivere una vita libera nella foresta o nella savana, pregare danzando e cantando al suono del tamburo durante le splendide Eucarestie guidate da missionari intelligenti ed aperti, portate in Europa, chiuse in conventi, o peggio clausure, vestite con tonaconi strani e di tempi andati, costrette ad una vita impossibile ed assurda per la civiltà della nigritudine. La crisi delle vocazioni non può giustificare comportamenti del genere, perché rappresentano quanto di più opposto allo spirito autenticamente religioso.

Il cardinal Martini ha saggiamente affermato che per alcuni aspetti la Chiesa è in ritardo di un paio di secoli, ma comportamenti del genere rappresentano ritardi di millenni.

14.07.2013

Bibbia e cultura attuale

Ho terminato proprio in questi giorni “gli esercizi spirituali” predicati dal cardinal Ravasi per Papa Benedetto e i cardinali, vescovi e monsignori della curia romana. Neanche a farlo apposta “ho ascoltato” l’ultima meditazione il giorno che la Chiesa festeggia sant’Ignazio di Loyola, il santo gesuita che ha “inventato” questa pratica di pietà.

Il cardinal Ravasi ha fatto le sue 17 “prediche” dal 17 al 24 febbraio di quest’anno. Tanto sono durati “gli esercizi” del Papa, mentre io ci ho messo ben tre mesi, faticando non poco per seguire i passaggi veramente impegnativi di questo cardinale “ministro della cultura” della nostra Chiesa.

Mi ha colpito l’intelligenza, ma soprattutto la preparazione ascetica, teologica e biblica di quest’uomo di Chiesa, ma quello che soprattutto mi ha convinto è stata la capacità di innestare il messaggio e il cantico di lode che emerge dai Salmi nel pensiero dei filosofi e poeti del nostro tempo che Ravasi dimostra di conoscere perfettamente coniugando i loro scritti con la parola di Dio espressa dalla Bibbia.

Tutto questo mi fa pensare che la ricerca del cristiano debba assolutamente muoversi e procedere su due rotaie: la Bibbia e il pensiero contemporaneo. Se la parola di Dio non si innesta e non “si incarna” nella cultura attuale, essa rimane appesa alle nubi e non diventerà mai parte integrante della sensibilità e della religiosità del cristiano contemporaneo.

Molti anni fa, il responsabile del volontariato cattolico, in una conferenza a cui ho partecipato, ha affermato che “il cristiano di oggi dovrebbe avere in una mano la Sacra Scrittura e nell’altra il “quotidiano” per poter coniugare l’una con l’altro.

Dopo aver fatto questi esercizi spirituali assieme al Papa emerito e ai suoi cardinali, mi vien da ribadire invece quello che già pensavo da tempo, ossia assieme al quotidiano il cristiano d’oggi faccia lo sforzo che, a parer mio, è assolutamente necessario, di tenere nella mano sinistra anche ciò che i poeti, i narratori, i cantautori e i filosofi del nostro tempo vanno scrivendo o cantando nelle loro opere e che gli uomini assimilano anche senza avvedersene. Il pensiero e l’amore di Dio è qualcosa di etereo ed influente se non si veste dei panni d’oggi, se non usa il linguaggio e il pensiero dei ricercatori della verità del nostro tempo.

Sento di essere quasi banale e ripetitivo, però avverto l’assoluto dovere di affermare che perché un cristiano stia decentemente in piedi e possa farsi accettare, deve innestare il messaggio evangelico nella “carne viva” dell’uomo di oggi e non nelle mummie del passato, ma tutto questo è impossibile se non si frequenta e non si conosce il pensiero contemporaneo.

03.08.2013

“Fa questo e vivrai”

Questa sera dovrò commentare il famoso brano del Vangelo che inizia con la domanda di un dottore della legge”, ossia di un laureato in diritto canonico: «Maestro, che cosa devo fare per guadagnare la vita eterna?». Gesù gli risponde con un’altra domanda: «Che cosa dice la Bibbia in proposito?», una domanda semplice. E questo risponde pronto: «Ama Dio ed ama il prossimo!» E aggiunge: «Ma chi è il mio prossimo?» Troppo complicato impegnarsi, darsi da fare per tutti, anche per gli extracomunitari, per chi s’è mangiato tutto, per chi gioca alle macchinette, per i barbanera, gli accattoni, per chi va a donne, per chi è vissuto come una cicala, ecc. ecc.

Per gli ebrei d’allora, ma anche per quelli di oggi, non appartenevano certo al “prossimo” i palestinesi, i “gentili” e – diciamolo pure – tutti quelli che sarebbe stato faticoso e impegnativo aiutare; allora come oggi ci si può dar da fare anche con qualche sacrificio, per un figlio, una persona cara e amica, ma non certamente per “chi non merita” e, per moltissimi, non merita niente e mai nessuno!

Gesù allora raccontò la parabola dell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico e s’imbatté in uno sconosciuto mezzo morto per strada… (Credo che i miei vecchi, ma non solo, ci hanno fatto l’orecchio a questo racconto e molti l’abbiano messo nella raccolta delle favole insieme a Pinocchio e Cappuccetto Rosso). Perciò ho reso attuale il racconto con personaggi veri e con episodi reali che tutti possono conoscere, basta che vadano al “don Vecchi” di Campalto; a volte poi forse questa è la storia di ognuno dei residenti ai Centri don Vecchi.

L’anno scorso una signora dei Frari, che ho incontrato nuovamente due giorni fa ai magazzini “San Martino”, venne da me e mi disse: «don Armando, due persone di una certa età da otto mesi dormono sotto il cavalcavia di Mestre; lui è in cassa integrazione, hanno perso la casa e si sono ridotti in questa situazione. Cosa possiamo fare per loro?». Prima lei e poi io avremmo voluto dire: “Che cosa c’entro io?”, come nella parabola hanno detto il sacerdote e il levita. Così di certo se lo sono detto decine e decine di persone che di certo sono venuti a conoscere questo fatto.

Questa signora sicuramente non sarebbe stata capace di fare da sola “il miracolo” perché solo un miracolo poteva risolvere una situazione del genere. Io rimasi turbato, non sapendo che pesci pigliare e lei allora aggiunse: «Sono andata a vederli, dormono per terra, con una coperta sotto e due sopra». Andai da Candiani, il direttore del Centro; la signora telefonò al frate parroco dei Frari, il quale stanziò duecento euro al mese; i volontari del magazzino dei mobili arredarono l’alloggio; quelli dei vestiti procurarono il resto. Così, in pieno inverno, questi due malcapitati trovarono caldo e ristoro. Ora il marito ha ripreso a lavorare e quindi vivono serenamente in maniera più che dignitosa. Nessuno della filiera di chi si è interessato avrebbe potuto risolvere da solo il problema, ma facendo ognuno quello che poteva fare, abbiamo ridato vita a queste due creature.

Concluderò la predica dicendo: «Nessuno di noi tenti mai di giustificare il suo egoismo dicendo `che cosa ci posso fare?’, se non altro perché, se tanti altri concittadini si fossero comportati così, neppure noi abiteremmo in questo Centro».

14.07.2013

“Sanazione”

Qualche giorno fa due coniugi sono venuti al “don Vecchi” dicendomi che, essendo morto il padre della signora, avrebbero avuto piacere di donarci, per la nuova struttura che sta sorgendo agli Arzeroni, la mobilia, i tappeti, i due lampadari di Murano ed alcuni quadri di un certo pregio.

Conversando con questi signori risultò che la signora è architetto e si occupa di arredamento, mentre lui è impegnato nella realizzazione di un brevetto. La conversazione divenne ben presto familiare – evidentemente questo vecchio prete invitava alla confidenza – tanto che buttai loro, quasi per caso, la domanda: «Avete dei figli?». Mi risposero di no, ma aggiunsero che convivevano da 25 anni e lui soggiunse: «Potremmo anche sposarci!», guardando affettuosamente la compagna.

Si avvertiva dal loro comportamento che erano alquanto affiatati e che, tutto sommato, il loro patrimonio ideale di fondo era quello che si rifà al pensiero cristiano. Io allora aggiunsi una battuta leggera con cui li incoraggiavo a fare quel passo.

Neanche una settimana dopo riincontrai ad un funerale un signore, che fu l’editore del mio primo volume “Diario di un parroco di periferia” (a quel tempo non ero ancora giunto ad essere “un vecchio prete!”). Stessa situazione e stessa conversazione.

Questi due episodi mi riportarono a due vecchie esperienze che riguardavano questo argomento. La prima: un fidanzato abbastanza agnostico ed insofferente al percorso di preparazione al matrimonio; da studioso di storia mi disse che fino al Concilio di Trento non c’era tutto quell’armamentario rituale per le nozze, bastava solamente una benedizione a due cristiani che intendevano vivere assieme. La seconda: una ragazza del ’68 s’era sposata solamente con rito civile ed ora, facendo la catechista, avrebbe desiderato anche il rito religioso, ma il “marito” non accettava di sottoporsi a tutto il rituale preteso dal “Sacramento nuziale”.

In questa seconda occasione mi ricordai che nei miei lontanissimi studi di diritto canonico era previsto, per queste situazioni, una soluzione denominata “sanazione in radice”, soluzione che dava la possibilità di recuperare la sostanziale volontà di vivere in comunione secondo il pensiero della Chiesa dando la qualifica di sposi cristiani, senza fare il rito all’altare.

Volli sperimentare questa norma: ci riuscii, però facendo un “percorso di guerra” abbastanza complesso e burocratico, un tortuoso itinerario che nessun convivente, per quanto desideroso di essere totalmente in pace con la propria coscienza, una volta abituato a vivere assieme al partner, ha voglia di fare.

Scrissi al Patriarca Scola dicendogli che, semplificando enormemente la cosa, con questa “sanazione” potremmo mettere a posto tanti coniugi che non si sono sposati in chiesa, ma che ora sarebbero propensi a farlo. Neppure mi rispose. Probabilmente la mia idea gli parve veramente peregrina, mentre io rimango dell’avviso che è opportuno cercare di umanizzare desacralizzando notevolmente la nostra ritualità sacramentale.

13.07.2013

Appaltare anche il sindaco e il governo

Mio padre era un artigiano che gestiva una bottega da falegname e noi, suoi figli, siamo nati a cavallo della seconda guerra mondiale – chi un po’ prima, chi durante e chi un po’ dopo. Tempi difficili! Si può facilmente immaginare quale sia stata l’economia familiare: sobrietà, risparmio, riutilizzo di ogni cosa.

Mia madre era una “amministratrice” molto saggia ed inflessibile. Solamente con un regime del genere è stato possibile vivere e prendere, ognuno di noi, la propria strada.

Quando mi viene sott’occhio il modo di amministrare del Comune, della Regione e dello Stato, sono portato a confrontare tale amministrazione con il criterio e il sistema economico a cui si rifaceva soprattutto mia madre, che in famiglia fungeva da “ministro delle finanze e dell’economia”.

Qualche giorno fa mi è capitato, mentre impaginavo “L’Incontro”, di seguire il dibattito in Parlamento, che aveva come ordine del giorno l’acquisto di un certo numero di velivoli da combattimento del costo di quindici miliardi di euro. I parlamentari più decisamente contrari sono stati i grillini e l’estrema sinistra.

Sono rimasto allibito! Sdegnato! Che la maggioranza, nonostante la crisi sempre più grave che attanaglia il nostro Paese, e lo “Stato” che non ha neppure i soldi per pagare i debiti contratti con le aziende, si permetta di scialare tanto denaro per macchine così costose, inutili e soprattutto destinate solamente a far del male!

Non sono riuscito nemmeno a immaginare quanto consumano simili aggeggi, quanto ci costano i piloti e gli stati maggiori; il tutto solamente perché questi apparecchi vadano a spasso inutilmente per il cielo! Non riesco a capire che i nostri governanti, Napolitano compreso, che già ci costano terribilmente cari, spendacchino tanto denaro per qualcosa di così inutile, improduttivo e pericoloso!

Grillo non mi è simpatico e neppure i suoi “soldatini di piombo”, però in questa questione sono completamente con loro e mi meraviglio enormemente che si sottragga alla decisione del Parlamento una questione del genere, per delegarla ad un gruppo di ufficiali superpagati ed inutili per il bene del Paese.

Il nostro Comune però non è da meno. In questi giorni, non so da quale balordo sia partita l’idea di fare una nuova strada in mezzo al parco antistante il “don Vecchi”, rovinando il verde, senza il quale in passato parve che i cittadini di viale Don Sturzo non potessero vivere. Il Comune, che non sa come tappare i buchi del suo bilancio, sta sperperando soldi per una strada inutile ed assurda. Sempre più spesso mi viene da chiedermi se non sia opportuno dare in appalto ad una azienda seria ed efficiente: il Comune, il Parlamento e lo stesso Presidente della Repubblica.

09.07.2013

L’utopia

Qualche tempo fa mi ha telefonato una signora che, almeno dalla voce, sembrava molto giovane, la quale mi diceva che da tempo stava cullando un progetto a favore dei ragazzi e degli adolescenti in genere e che desiderava confrontarsi con me. Le risposi subito che, per l’età che ho e per il “mestiere” che faccio, io conosco meglio il problema dei vecchi che non quello dei giovani.

Non riuscii però a dirle di no e quindi ci incontrammo il giorno dopo qui al Centro. In realtà mi parve che fosse davvero “una ragazzina”, anche perché vestiva un abito vezzoso alla zingara che le arrivava fino alle caviglie.

Si presentò dicendomi che era sposata, con due figli, che era impegnata nella sua parrocchia e che da vent’anni insegnava religione nella scuola pubblica. Capii subito che era una donna intelligente, spigliata e cristiana convinta ed appassionata del mondo giovanile.

Questa “catechista” aveva constatato che nel pomeriggio i ragazzi delle elementari e gli adolescenti delle superiori rimanevano tanto tempo soli in casa perché i genitori lavoravano, passando così molte ore davanti al televisore, ma soprattutto davanti al computer che, a parer suo, è ancora più pericoloso. A questi ragazzi manca il dialogo, non hanno manualità non facendo la minima esperienza a livello di “apprendistato professionale”.

Partendo da questa premessa, sognava che qualche parrocchia o la curia potesse mettere a disposizione delle sale ove questi ragazzi, guidati da anziani, artigiani o esperti in qualcosa, potessero fare i compiti ed apprendere quelle nozioni pratiche e quelle esperienze di aggiustaggio e manutenzione di cui ogni persona ha bisogno, soprattutto per avere un rapporto non istituzionale con gli adulti. Ella aggiunse che nella sua parrocchia, quella di Santa Maria Goretti, la cosa non è possibile per carenza di spazi.

Io, pur sembrandomi un bel progetto, le dissi che le attuali parrocchie sono troppo piccole ed assolutamente incapaci di realizzare progetti del genere. Bisognerebbe che “il Governo” – e mi riferivo alla curia o agli organi ecclesiali preposti alla gioventù – si impegnassero per promuovere dei centri interparrocchiali o cittadini.

A questo proposito ci dovrebbero essere i vicariati ad affrontare problematiche del genere, ma essi temo che appartengano a quegli “enti inutili” che sopravvivono stentatamente, ma che sono assolutamente improduttivi. Il mio pensiero è andato quindi all’esperienza del “Comune dei giovani” di Bassano, che a livello cittadino dà risposte alle più svariate attese del mondo giovanile. Ma da noi questa è un’utopia che l’esasperato individualismo veneziano relega nel mondo dei futuribili!

Dissi alla signora che sarebbe stato giusto rivolgersi al responsabile della pastorale giovanile, però mi è parso che fosse piuttosto scettica sull’efficienza di simile organismo, ed io più di lei, per le mie esperienze del passato da parroco.

08.07.2013