La coerenza evangelica paga ancora

Sono convinto che ogni persona abbia già nel suo DNA degli orientamenti di fondo, dei principi ideali che porta dentro alla sua identità e che poi sviluppa o mortifica durante la sua crescita umana.

Faccio questa premessa perché mi accorgo che, per un verso o per l’altro, ritorno assai di frequente sulle stesse tematiche. Ritengo però giusto farlo perché alla fin fine è questo il contributo sostanziale che una persona può offrire agli altri; infatti questo apporto in positivo o, perfino, in negativo, può aiutare il prossimo a maturare le sue scelte e a crescere a tutti i livelli.

Il fatto che mi spinge a ribadire un concetto che mi è caro e di cui sono convinto è stata la Giornata Mondiale della Gioventù. Domenica scorsa mi sono preso la libertà di seguire per due ore intere alla televisione l’evento storico per la nostra Chiesa, ossia la messa di Papa Francesco celebrata sulla nota spiaggia della metropoli brasiliana di Rio de Janeiro. E’ stato un evento che mi ha spiritualmente “saziato” e che ha rinvigorito la mia speranza per il domani della Chiesa e del Cristianesimo.

Ero convinto che la Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a Torvergata con la partecipazione di due milioni di giovani, fosse il punto massimo, un record insuperabile sia per tensione spirituale che per consistenza numerica. Invece, fortunatamente, le cose non stanno così. Papa Francesco di certo ha raddoppiato la consistenza numerica, ma penso pure il respiro spirituale.

Io non sono un sociologo e, meno ancora, un esperto di fenomeni sociali e religiosi, comunque sono assolutamente convinto che il ritornare alla sorgente, “saltando” le sovrastrutture della tradizione ecclesiastica così complesse, macchinose e stereeotipate sia il motivo sostanziale di questo “miracolo” a cielo aperto. Gli elementi che più facilmente si colgono nello stile  evangelico di Papa Francesco, nel suo ritorno alle origini, potranno sembrare perfino futili e marginali, ma per me sono piccoli segni della sua scelta di fondo – ad esempio la borsa nera che s’è portato dietro a mano, l’aver viaggiato in aereo assieme a tutti gli altri, non essersi portato dietro un codazzo di curiali, aver usato un’utilitaria e non blindata per i trasferimenti, essere andato in una bidonville, aver fatto un discorso corto e comprensibile.

In una parola mi pare di dover concludere che, nonostante la crisi sociale e soprattutto religiosa, la coerenza evangelica paga ancora. Tante volte, in passato, mi sono chiesto come ha fatto Gesù ad incantare “cinquemila persone, senza contare donne e bambini” che l’han seguito senza mangiare. Quando vedo poi che il suo successore, Papa Francesco, ha intrattenuto quasi quattro milioni di giovani che per due giorni l’hanno seguito ed ascoltato, dormendo per terra a cielo aperto, vedo che l’imitatore di Cristo sa veramente ancora oggi attirare le folle. La Chiesa, se vuole giustamente incantare le folle e far loro accettare la “buona notizia”, non ha che da ritornare al Vangelo e allo stile di Gesù.

02.08.2013

Niente di nuovo sotto il sole – “parroci” a sovranità limitata

Ho letto recentemente su “Gente Veneta”, il settimanale della nostra diocesi, un articolo in cui si dice che si tenterà di risolvere il problema della carenza di clero, in particolare si parla della difficoltà delle parrocchie attuali di farsi carico della complessità delle problematiche pastorali odierne. In pratica si dice che moltissime parrocchie sono troppo fragili per affrontare da sole alcune problematiche, quali, ad esempio la preparazione al battesimo, al matrimonio, l’educazione degli adolescenti, la gestione dell’informazione e della proposta cristiana attraverso i mass media, ecc. ecc.

Il problema è assolutamente reale oggi, e domani sarà ancora più grave: le microparrocchie alle quali si è puntato mezzo secolo fa sono ormai improponibili. Ora pare che dovremo puntare a grosse parrocchie assistite da una comunità sacerdotale guidata da un sacerdote con carisma. Questa è, per me, la soluzione più valida, mentre pare che la soluzione su cui si va riflettendo sia una aggregazione solidale di più parrocchie in cui ognuna metta a servizio delle altre le sue risorse più qualificate ed efficienti.

Mi auguro di tutto cuore che si trovino soluzioni tecniche che permettano queste osmosi di risorse qualificate. Il problema è reale, ed altrettanto reale è l’urgenza; temo però, da quanto ho capito, che la soluzione sia piuttosto velleitaria.

Già cinquant’anni fa a San Lorenzo, con monsignor Vecchi avevamo capito l’urgenza di una nuova impostazione pastorale per affrontare seriamente le esigenze di una parrocchia vasta ed eterogenea qual’era quella del Duomo. S’era quindi progettato di suddividere la parrocchia in quattro comparti religiosi che facessero riferimento: 1 – al Duomo, 2 – ai Cappuccini, 3 – a San Girolamo, 4 – alla Salute. Si pensava a quattro sacerdoti che curassero ognuno la propria zona, mettendosi pure a disposizione per problemi o per esigenze particolari; parroci non totalmente autonomi, guidati da un sacerdote capofila.

Monsignore ha promosso questa soluzione, però non è riuscito assolutamente a convincere i sacerdoti ad accettare questo servizio con autonomia limitata e con disponibilità ad una solidarietà verso le altre zone pastorali che componevano la parrocchia. Il progetto dunque fallì mezzo secolo fa.

Ora sono mutati i tempi, però credo che se non ci sarà un “governo forte” con idee molto chiare, con un progetto realistico e con grande determinazione ad “imporlo”, ben difficilmente si otterranno migliori risultati, nell’illusione che tale progetto si realizzi solamente per scelte solidali spontanee.

Per me oggi vale la macroparrocchia suddivisa in zone pastorali facenti capo ogniuna ad un sacerdote per la pastorale ordinaria di presidio, però con a capo un parroco leader responsabile dell’intera comunità, parroco che utilizzi al meglio i sacerdoti componenti la comunità sacerdotale e sostenuto in maniera decisa dal “governo diocesano”.

Ci vorranno forse anni per costruire questa nuova cultura pastorale che deve valere sia per i sacerdoti che per i frati e i laici impegnati, però non vedo altra soluzione praticabile.

02.08.2013

No, questa società non l’accetto!

Questa mattina il commentatore di Radio Radicale ha detto che Letta non è riuscito a far approvare dal Parlamento, prima delle vacanze estive, alcuni provvedimenti che il Governo aveva preparato e perciò sarebbero slittati a settembre.

Non mi ricordo più quali siano tutti questi provvedimenti, ma uno m’è rimasto conficcato come una spina acuta e profonda come quella della corona che gli ebrei posero in testa a Gesù. Oggi il Parlamento va in ferie per tutto agosto. Con i tempi che tirano in casa Berlusconi e in casa del PD, chi sa se Letta riuscirà a sopravvivere per così “tanto” tempo!

I problemi in ballo sono infiniti, però ve ne sono alcuni veramente odiosi, soprattutto perché “gridano vendetta al cospetto di Dio” e perché non si capisce perché non si possano risolvere subito senza tante cerimonie e tante perplessità.

Il fatto che mi ha fatto arrabbiare, di cui il cronista ci ha informati, è che il Governo non è riuscito a tagliare gli stipendi e le pensioni da nababbi o da emiri del golfo di certi dirigenti di enti statali e parastatali i quali, pur gestendo enti in rosso e spesso in condizioni fallimentari, fruiscono di remunerazioni, e quindi di pensioni, d’oro.

Il cronista faceva il nome di uno di questi pensionati che attualmente percepisce tremila euro al giorno e che, dati i contrasti in Parlamento, continuerà a percepire di certo per tutto agosto e per non so quanto altro tempo ancora.

Ho fatto un po’ di conti, concludendo che 3000 euro per i 365 giorni che compongono un anno, significa che questo signore percepisce di pensione un milione e novantacinquemila euro all’anno, e magari sarà un menarrosto che non ha fatto altro che girar carte per le mani.

Al “don Vecchi” c’è una signora, che da ragazzina, all’età di 8 anni, fu messa a servizio dai genitori presso una famiglia di signori a Venezia, che “gode” oggi di una pensione di 500 euro al mese, quindi 17 euro al giorno. E come lei ci sono al “don Vecchi” altri quaranta anziani in queste condizioni.

Se il Signore non decide di buttar giù dal Cielo pece incandescente come a Sodoma e Gomorra, non c’è che da invocare il ritorno di san Michele Arcangelo con la sua spada di fuoco soprattutto sui parlamentari che permettono il proseguire di queste macroscopiche ingiustizie.

Vi sono problemi difficili e complessi quali la repressione delle frodi fiscali e, peggio ancora, quelli della disoccupazione in genere ed in particolare dei giovani, degli sprechi della sanità, della riforma della giustizia, della disparità tra nord e sud, ed è quindi comprensibile che ci voglia tempo e denaro, ma penso che non sia proprio impossibile che Letta dica alla sua segretaria: «Scrivi alla direzione dell’INPS che da oggi in poi l’ammontare della pensione non deve essere inferiore a mille euro e superiore a tremila». Punto e basta!

Io faccio così, mi trovo bene e così risolvo i miei piccoli problemi.

09.08.2013

Compagni di avventura

Questa mattina sono stato al “Nazaret” per far visita alla “signorina” Rita. L’ho trovata ancora a letto perché – mi disse l’infermiera di questa casa di riposo – la alzano solamente alle dieci e mezza, altrimenti si stanca troppo a stare seduta in poltrona.

La Rita mi è apparsa come un pulcino bagnato e smarrito appena uscito dal guscio. Gli anni, la malattia e la stanchezza hanno progressivamente logorato la forte fibra e il carattere più che deciso di colei che in parrocchia a Carpenedo controllava tutto, interveniva a proposito e a sproposito su tutto, ma alla quale era riconosciuta un’autorità assoluta, essendo la “governante” del parroco, una figura ed un ruolo che Alessandro Manzoni ha immortalato nei suoi “Promessi sposi”. Vedendola così inerme e smarrita ho provato un senso di tenerezza, di riconoscenza e pure di rimorso per aver preteso da lei il possibile e l’impossibile, come sempre mi è capitato di fare.

La visita a questa donna più che novantenne nella cameretta a due letti, pur nella casa di riposo più ambita della nostra città per l’ordine e la funzionalità che la contraddistingue, ha messo in moto nella mia memoria le sequenze di un film a me ben noto, che però non rivedevo da molti anni. Il “proiettore” ha cominciato subito a trasmettere immagini su immagini che si accavallavano rapidamente.

A 42 anni fui “promosso parroco” a Carpenedo perché altri preti avevano rifiutato a causa dei debiti e della contestazione anche in parrocchia. Non avevo allora un piatto, una forchetta, una sedia. Dissi a Rita, già presidente dell’Azione Cattolica e sarta di professione: «Vuole dividere la mia `avventura pastorale?’». Disse di si. Caricammo le sue povere masserizie su un furgone dei poveri e mettemmo su casa nella canonica di Carpenedo. Ora la canonica è un palazzotto del settecento austero ma di nobile aspetto, ma allora il tetto della cucina era coperto da un telone di nylon verde, perché le tegole non riparavano dalla pioggia e i balconi erano così sgangherati che don Roberto e don Gino, avendo pietà di me, impiegarono un quintale di stucco per poterli ridipingere.

Rita, pur avendo sognato l’intimità di una casa ordinata, pian piano accettò, seppure con fatica, l’andirivieni a tutte le ore del giorno e della notte, tanto che una volta sbottò dicendo: «Questa non è una casa, ma un municipio!»

Cominciammo col patronato, poi con l’asilo e quindi con il “Ritrovo degli anziani”, con Villa Flangini, con la Malga dei Faggi, solamente per parlare delle strutture. E lei era sempre presente con la qualifica di manovale, di sovrintendente, di tesoriera, di segretaria, di telefonista e mille altre cose ancora. Ci un tempo in cui perfino le affidai il compito di inserire i programmi della regia di “Radiocarpini”! E non che io fossi tollerante, ho sempre richiesto tutto e di più!

Vedendola ora così smarrita e fragilissima nel suo lettuccio bianco, ho sentito tanta tenerezza e tanta riconoscenza, perché quando le cose van bene è sempre merito del capo e sempre ci si dimentica del suo esercito. Son certo che lei si è sempre aspettata la ricompensa dal Padre nostro che è nei Cieli, altrimenti non avrebbe mai potuto fare la vita che “l’ho costretta a fare”.

08.08.2013

Don Tonini

Da un paio d’anni il cardinal Tonini, arcivescovo di Ravenna, era pressoché scomparso dalla scena. Già prima, la morte del prestigioso giornalista Enzo Biagi, suo ammiratore e amico carissimo, aveva messo un po’ in penombra la figura del vecchio cardinal Tonini, “grillo parlante” della Chiesa e della società italiana. Poi l’età – era infatti quasi centenario – aveva definitivamente spento la voce accalorata e puntuale di questo santo prete.

Alla notizia della sua morte avvenuta qualche settimana fa, nonostante avessi già parlato di lui ne “L’Incontro”, avevo scelto di dedicargli un editoriale non appena fosse apparso in qualche periodico del nostro Paese una testimonianza adeguata alla nobile figura di questo santo apostolo. Non avendo ancora scoperto un articolo per me adeguato a questo uomo di Dio, sento il bisogno di dedicargli, almeno per ora, una pagina del mio diario, perché ritengo che monsignor Tonini sia stato in Italia una delle belle e grandi figure di vescovo del nostro secolo.

Ho ammirato il vescovo di Ravenna perché, una volta in pensione, ha continuato come prima il suo compito di annunciatore e soprattutto di testimone del Vangelo. Già nella sede vescovile, prima di Ravenna, aveva scelto un’umile dimora per lasciare il suo palazzo vescovile ad un’opera di apostolato, e a Ravenna poi, ha scelto, come dimora della sua vecchiaia, l’Opera Santa Teresa, struttura che accoglie disabili di tutti i generi e che i ravennati, pur repubblicani ed anticlericali, amano e sostengono con immensa generosità.

Monsignor Tonini, minuto di statura, sempre in clergyman come l’ultimo cappellano, con discorsi assai semplici ma profondamente convinti, ha parlato fino all’ultimo respiro di Gesù e del suo Vangelo che, soli, possono salvare anche gli uomini del nostro tempo dall’insignificanza di una vita senza orizzonti e senza senso.

La testimonianza del cardinal Tonini mi è stata sempre punto di riferimento, per quanto riguarda “l’alto clero”, a motivo del suo rigore morale, del suo appassionato amore per le anime e per la scelta di vivere poveramente e di condividere la condizione degli ultimi sia negli anni della sua efficienza fisica e intellettuale che in quelli del tramonto.

Il cardinal Tonini ha testimoniato con la sua vita che non sono la porpora, la sontuosità dei riti, né l’elogio da colti che conquistano le anime, ma l’amore spoglio di ogni orpello e la coerenza rigorosa al messaggio di Gesù.

08.08.2013

Tra nostalgia e delusione

In quest’ultimo mese la stampa nazionale ha sprecato qualche titolo e qualche colonna per criticare “Radiomaria” per una sua iniziativa: la promozione di una campagna tesa a convincere gli ascoltatori a far testamento a suo favore per autofinanziarsi. “Radiomaria” è nata al tempo delle “radio private”, poco tempo prima che io, a Carpenedo, dessi vita a “Radiocarpini”. Però, mentre io, povero direttore autodidatta, con pochissimi mezzi, non essendo riuscito a coinvolgere le parrocchie e la curia in questa impresa pastorale, finii per donarla, dopo un ventennio alla diocesi, pensando che apprezzasse questo strumento moderno e avesse autorità per fare quello che io non ero riuscito a fare, “Radiomaria”, avendo scelto un pubblico e un orientamento diverso, ha fatto fortuna ed oggi è diffusa in tutto il mondo, ha un bilancio annuale di milioni di euro e credo abbia un’audience notevole, composto però da ascoltatori più che devoti.

Con questo non è che io abbia consegnato alla diocesi un rudere di radio: a quel tempo avevamo dei trasmettitori che coprivano tutto il Veneto arrivando fino a Ravenna, delle postazioni in ogni zona pastorale della diocesi, una strumentazione per quei tempi all’avanguardia, un bilancio in pareggio e soprattutto duecento volontari senza una preparazione specifica, ma pieni di entusiasmo e di buona volontà.

Nonostante io abbia messo nella lista dei miei fallimenti questa vicenda, sono ancora convinto della validità di questo strumento a livello pastorale, sono pure convinto della giustezza dell’indirizzo che avevo scelto, cioè di non pescare nello stagno del devozionismo bigotto, di non farne una radio di intrattenimento da canzonette e banalità, ma di aver dato a “Radiocarpini” un indirizzo religioso-pastorale a tutti i livelli, dalla cultura all’informazione, dal canto alle problematiche pastorali.

Ho tanto sperato che il passaggio da una parrocchia di periferia ad una diocesi di tradizioni illustri avrebbe potenziato e migliorato questo strumento innovativo, mentre tutto s’è spento lentamente nel nulla, in maniera inesorabile.

Oggi non sono più assolutamente aggiornato su questo settore specifico, però credo che con il “senno di poi” avrei fatto bene a non chiudere, anche per il semplice fatto che non ho visto affacciarsi all’orizzonte della pastorale qualcosa di nuovo. Mi pare che la Chiesa veneziana, al di fuori del suo giornale, che ritengo fra le poche cose valide, si sia rassegnata a passare il messaggio al quindici, venti per cento di battezzati che vanno ancora a messa, mediante la solita vecchia predica del prete.

07.08.2013

“Dio e la canna di bambù”

E’ del Magnificat l’affermazione che Dio si serve di umili strumenti per fare cose grandi. La teologia poi, da san Paolo ai nostri giorni, non ha fatto altro che ribadire questo concetto, arrivando alla conclusione che “tutto è Grazia”, come afferma Mauriac.

L’uomo si illude di essere il protagonista dei fatti della vita, mentre è solamente un umile strumento nelle mani di Dio. E’ Dio che opera, l’uomo diventa già importante quando si mette fiduciosamente a Sua disposizione. Ricordo una bella immagine di Tagore, il grande poeta e mistico indiano, il quale immagina Dio che, soffiando su una umilissima canna di bambù, riempie la valle di dolcissime melodie.

Domenica scorsa ho avuto, netta e limpida, questa sensazione, constatando come il “mio coro” sia riuscito pian piano a far cantare l’intera assemblea, tanto che ogni canto è capace di esprimere una lode corale ed intensa di spiritualità, cosa che non mi era mai capitato precedentemente nei miei sessant’anni di sacerdozio, se non per brevi periodi alla messa dei funerali a Carpenedo.

Io sono assolutamente stonato, motivo per cui non ho mai potuto essere di aiuto per quanto riguarda il canto nelle liturgie della parrocchia, però il canto l’ho sempre voluto e favorito, tanto che a Carpenedo abbiamo avuto per qualche periodo una corale di ben sessanta elementi, guidata dal maestro Mario Carraro, quanto mai esperto nella scelta appropriata dei canto e nella loro esecuzione. Però mai, per quanto facesse, è riuscito a coinvolgere interamente l’assemblea così da farla partecipare ai ritornelli in maniera intensa e corale.

Ora mi capita invece che la “Corale santa Cecilia” del “don Vecchi”, composta da poco più di una ventina di ultraottantenni, diretta da una maestra elementare che nel lontano passato ha fatto cantare i bambini in classe; con, alla pianola, una pari età e, al violino solista, un novantacinquenne. Non solo nella mia chiesa prefabbricata si canta con convinzione e intensità spirituale, ma si coinvolge l’intera assemblea come mai m’era capitato di sentire.

Il “mio coro” veramente aiuta a pregare col canto i fedeli che ogni domenica gremiscono la “cattedrale fra i cipressi”, ma anche conforta ed allieta il cuore di questo vecchio prete nell’ultima stagione della sua vita.

07.08.2013

Illuso o incapace

Una decina di anni fa si diceva che il volontariato era il fiore all’occhiello della Chiesa e della società del Triveneto. Oggi pare che questo fiore sia un po’ appassito e comunque non sia più così fresco e profumato qual’era un tempo.

Sono infinite le specie di fiori: ci sono le rose ma pure ci sono i cardi e i fiori di zucca. Ho qualche perplessità nel definire la specie di volontariato di cui mi avvalgo: talvolta ho creduto che i numerosi volontari che girano attorno al “don Vecchi” e costituiscono la forza del “Polo Solidale”, fossero quanto di meglio si possa trovare in un prato fiorito a primavera, ma qualche volta – specie quando ho la sensazione che alcuni volontari lo siano per interesse, altri per passare il tempo, altri ancora per una forma di autoaffermazione o quando si lasciano andare a beghe infinite – mi vien da pensare non solo ai fiori di cardo, ma pure a quelli di ortica, a quelli dei rovi o perfino a quelli velenosi.

Per indole e per costume sono però portato ad imputare la cattiva riuscita al giardiniere, piuttosto che alle piante, memore del detto della gente di mare che dice che “il pesce puzza dalla testa”. Mi capita assai spesso, in queste occasioni, di chiedermi: “Sono un illuso o un sognatore o, peggio ancora, un fallito?”

Proprio in questi giorni mi è capitata fra le mani un’affermazione di san Francesco di Sales: “Il bene è bene se è fatto bene”, affermazione a cui non posso non essere consenziente. Perciò, una volta ancora, mi pongo la domanda se vale la pena spendermi se non sono riuscito che a racimolare un esercito di Brancaleone, numeroso si, ma disordinato, irrequieto e in mal arnese.

Da sempre sono convinto non solo che è giusto, ma doveroso che i cristiani siano seriamente impegnati sul campo della solidarietà, virtù che, sola, esprime e rende credibile la fede, ma quando sono costretto a registrare divisioni, comportamenti arroganti, scontri ed insinuazioni maliziose, allora si affaccia alla mia coscienza, sempre forte ed amaro, il dubbio di essere un povero illuso nel credere ad un efficientismo poco fraterno e poco motivato e, peggio ancora, mi vien da pensare di non essere riuscito a passare uno stile nobile, dignitoso e motivato da valori alti.

In passato ho avuto modo di incontrare volontari della Comunità di sant’Egidio, riscontrando in loro una forte passione fraterna ed una grande spiritualità. Per ora credo che non mi resti altro che testimoniare i miei convincimenti, nonostante tutto e pregare perché il buon Dio perfezioni e completi la mia “incompiuta”.

07.08.2013

“Tardi ti ho conosciuto!”

Ognuno, credo, ha le sue simpatie e le sue sofferenze. Io credo, anche in questo, di sentirmi uguale agli altri.

Per quanto riguarda i “profeti e testimoni” del nostro tempo, molte volte ho detto che i miei punti di riferimento sono don Mazzolari, don Milani, don Antonino Bello, il defunto vescovo di Molfetta, La Pira, don Gnocchi, Madre Teresa di Calcutta ed altri ancora che considero “profeti minori”. Non credo però di aver mai confidato agli amici quali sono i “profeti” dei tempi lontani, quelli della prima generazione cristiana e quelli della Chiesa ormai affermata che mi sono più cari.

Amo particolarmente l’apostolo san Giacomo per la sua concretezza e perché, per primo, ha capito che oggi il volto di Cristo lo si trova nel volto del povero e che una fede senza un impegno solidale verso i più fragili è effimera, inconsistente e pressoché nulla. Da san Giacomo ho imparato che Dio lo si ama solamente aiutando i poveri.

Amo appassionatamente san Paolo, il convertito, non tanto per il suo pensiero profondo, quanto per la sua generosità e il suo impegno senza misura. Ogni volta che leggo quanto Paolo ha sofferto per Cristo, arrossisco perché l’apostolo delle genti mi ha fatto capire che chi fa la scelta cristiana non può assolutamente pensare di ridurre il suo impegno ad una adesione formale o a qualche rito religioso, ma deve spendersi tutto e senza riserve. Di san Paolo ammiro ancora la libertà interiore e la franchezza. Quanto mi ha fatto bene quella sua affermazione nei riguardi di Pietro, suo capo: “Gli resistetti in faccia perché aveva torto!”.

Mi è caro Francesco d’Assisi per il suo amore candido per “Madonna povertà” e per il suo scorgere e dialogare con Dio attraverso il Creato. Il Cantico delle Creature è per me la preghiera più sublime di questo innamorato di Dio e dell’uomo.

Ammiro anche in maniera forte san Benedetto per la sua saggezza e l’equilibrio spirituale con cui gestisce quel dono prezioso che è il tempo. Però il mio primo amore è per sant’Agostino, per la sua umanità calda e appassionata, per aver amato Dio nonostante le sue passioni e i suoi errori. Come sento vicino il santo delle “Confessioni”, quanto mi turba oggi in maniera positiva quel suo appassionato: “Tardi, Signore, ti ho conosciuto, tardi ti ho amato!”. Sono tanto riconoscente al vescovo di Ippona per avermi donato questa stupenda preghiera per la mia vecchiaia, che mi fa sperare di aver conosciuto, anche se tardi, ciò che solamente mi può salvare da una vita vuota e insignificante.

06.08.2013

Presenze sacerdotali significative

Mi ha sempre colpito quella frase con cui Gesù rimproverava la sua gente perché trascurava ed eliminava “i profeti” per costruire loro, dopo la morte, inutili monumenti.

E’ saggio, anzi necessario, scoprire ed ascoltare le voci profetiche, o perlomeno quelle personalità significative che escono dal gregge per dire, con la loro voce, o meglio con la loro testimonianza, qualcosa di valido che possa essere utile a tutti.

Mi domando: «Nella mia città e, in maniera specifica nel nostro presbiterio, ci sono oggi voci e personalità che abbiano una qualche autorevolezza, che esaltino qualche aspetto del sacerdozio, che offrano qualche punto di riferimento significativo?». M’è dovere ribadire che, nella Chiesa, gerarchia e profezia sono due parabelle che ben difficilmente possono toccarsi perché ognuna ha una sua funzione tutta propria. Io oggi vorrei cercare la profezia, o perlomeno una qualche ricchezza personale, non intendendo affatto metterla in competizione con i rappresentanti della gerarchia. Il criterio poi di giudizio è assolutamente personale, motivo per cui sarei ben felice se altri mi indicassero altre presenze, o meglio testimonianze, valide e stimolanti.

Qualche tempo fa ho dedicato un editoriale a don Franco De Pieri, il prete che a Mestre, in perfetta solitudine, ha abbracciato la causa dei drogati e degli emarginati: per me è una voce forte e fuori coro.

Più di qualche volta la stampa locale ha parlato di don Biancotto, il cappellano delle carceri che ha portato o favorito i giovani a parlar di Dio per le calli di Venezia. Non è da tutti avere tanto coraggio!

Non tanto tempo fa la stampa, pure per un paio di giorni, ha parlato di Torta, il parroco di Dese che s’è schierato apertamente a favore dei poveri. Io conosco don Torta come un’anima libera, trasparente e coraggiosa. Non ho poi mai nascosto la mia ammirazione per monsignor Bonini, il parroco del Duomo che, pur giunto alla parrocchia avanti negli anni, ne ha fatto una realtà complessa e capace di dialogare con la cultura, con la politica e con ogni realtà del nostro tempo.

Pur non battendo la stessa strada, provo profonda ammirazione per don Narciso, il parroco di Santa Maria Goretti, che ha ristrutturato la pastorale parrocchiale in maniera assolutamente innovativa con le sue cellule di base, ma soprattutto con i suoi 400 “adoratori” che notte e giorno danno testimonianza a Cristo dell’Eucarestia.

Non vi nascondo poi la mia stima per mio fratello, don Roberto, parroco di Chirignago, che con una metodica tradizionale ha cresciuto una splendida comunità cristiana e per lei si sta spendendo senza risparmio e per don Gino Cicutto, parroco di Mira puntuale e quanto mai zelante. Come sono profondamente ammirato per don Cristiano Bobbo, parroco di viale San Marco, che con garbo, pietà e silenzio conduce con fedeltà e amore il suo piccolo gregge cresciuto ai margini della città. Così pure ho ammirato il padre, parroco dei Frari, che nel terreno quanto mai arido di Venezia, ha tentato esperienze assolutamente innovative tra i suoi giovani e nel contempo è aperto al bisogno dei poveri.

Questi preti ed altri che non conosco, li addito all’attenzione dei miei concittadini – perché, secondo me, sono segni più o meno grandi di profezia – perché riconosciamo fin d’ora il loro messaggio senza aspettare di riconoscerglielo quando sarà troppo tardi.

27.07.2013

“Dignità”

La presidente della Camera ha fatto oggi visita ai carcerati di Regina Coeli. I detenuti l’hanno accolta al grido: «dignità, dignità!». La signora Boldrini ha affermato che condivideva le richieste dei detenuti di rendere più umano e più civile il carcere italiano. Ora spero che lo faccia.

I miei amici sanno che io sono profondamente convinto che anche il peggior delinquente può redimersi perché l’uomo non rimane quasi mai fermo nell’atto in cui ha mancato contro la legge. Guai se la sua posizione rimanesse statica sulla sua colpa come quella che appare dallo scatto di una macchina fotografica; l’uomo è in costante evoluzione.

Tutti sanno che la condizione carceraria in Italia è veramente tragica e insopportabile, tanto che lo Stato neppure tenta di rieducare i detenuti, ma col suo atteggiamento disumano li rende più indifferenti, rancorosi e arrabbiati con la società. La Lega e Italia dei Valori si sono sempre distinte per essere forcaiole ma ora, a motivo della disfatta elettorale, sono, sia l’una che l’altra, in forte declino e quindi quasi fuori gioco.

Per fortuna i due ultimi ministri della Giustizia, la Severino e, ora, la Cancellieri, sono per un immediato sfollamento delle carceri attraverso dei provvedimenti che favoriscono pene alternative più umane e anche meno onerose per la collettività, anzi vantaggiose, in modo che i detenuti si paghino il periodo di pena e pure concorrano al bene del Paese con il loro lavoro. Non si capisce perciò perché un provvedimento che non peserebbe sulle casse disastrate dello Stato, non sia preso subito senza tante lungaggini e perplessità.

Il Governo dispone di voti più che sufficienti per poter emanare una legge in proposito. Mi sorprende che la presidente dell’organo deliberante del nostro Stato, che s’è dichiarata consenziente alle richieste dei detenuti, non si attivi e non metta all’ordine del giorno un provvedimento che risolva almeno le cose possibili.

Qualche tempo fa ho pubblicato un grido di angoscia di un certo Musumeci, ergastolano condannato al carcere a vita, che ha affermato: «Se non volete far altro, uccideteci subito piuttosto che prolungare la nostra tortura fino all’ultimo respiro».

I problemi del nostro Paese sono pressoché infiniti, però non capisco perché non si risolvano subito quelli che non solo non costano nulla ma che forse potrebbero rinsanguare le casse dello Stato.

24.07.2013

Costi e ricavi

So che il terreno è viscido e pericoloso, però ritengo giusto fare una riflessione che forse non porta da nessuna parte, ma che credo sia un’angolatura da non trascurare nel guardare questo problema.

Fino a poco tempo fa avevo pensato che il signor Mazzacurati, responsabile del Mose, fosse quasi un santo padre della Chiesa. Sapevo che è stato per molto tempo presidente della banca degli occhi, la splendida realtà di Mestre, sapevo che era noto per essere un benefattore di svariate iniziative benefiche, tanto che pur non conoscendolo personalmente mi ero fatto una buona opinione di questo signore che poi, contro tutti, stava portando avanti la mastodontica impresa che, sola, potrà salvare Venezia dallo sprofondare nella melma della laguna.

Tutti ricorderanno che la sinistra, i centri sociali e tanti altri da qualche anno, contro quest’opera gigantesca e ogni altra grande opera, incoraggiavano e reclutavano i “No tutto!”. Credo che solo Mazzacurati e qualche altro abbiano tenuto testa a questa opposizione.

Ora Mazzacurati e molti suoi collaboratori pare siano stati trovati con le mani nel sacco e “dalle stelle siano caduti nelle stalle”, come esprime bene un detto della nostra gente.

Non so se mi sbaglio ma mi pare, vedendo lo scenario che la stampa offre ogni giorno, che le imprese o imbrogliano o falliscono. So per esperienza personale quanto l’uomo sia fragile, quanto il denaro lusinghi, però mi viene un dubbio: non faccio che sentire che imprese chiudono, altre falliscono, altre delocalizzano, altre provano a sganciarsi dalla Confindustria, altre tentano contratti con alcuni sindacati, escludendone altri che invece poi la magistratura reinserisce. E quelle aziende che rimangono in piedi mi pare che ad una ad una la Finanza o la Magistratura scoprano che evadono.

Ieri ho sentito la sentenza contro Marchionne e a favore di Landini della FIOM. Non mi meraviglierei se un giorno o l’altro Marchionne annunciasse: «La Fiat si sposta in America», riducendo le fabbriche di Torino a dei ruderi come quelle di Marghera.

Tutto ciò mi pone una domanda insidiosa e quanto mai amara: “Che tutto questo non avvenga anche a causa dei sindacati, della finanza, della magistratura, della burocrazia e dello Stato?”, i quali rendono impossibile alle industrie sopravvivere se non rubando, evadendo e pagando connivenze?

Mi vien da pensare che sindacati, Finanza, Magistratura, burocrazia statale e parastatale, Parlamento e Governo costino più del costo fattosi pagare per perseguirne le evasioni delle industrie italiane che finora sono sopravvissute. Spero tanto che il mio dubbio non sia vero, se no sarebbe un grosso guaio.

23.07.2013

“Il Redentore”

Non si sono ancora spenti i fuochi artificiali che nella notte del Redentore hanno illuminato a festa il cielo del bacino di San Marco, mentre sto rimuginando il senso di questa festa cristiana che vistosamente, col passare degli anni, è diventata l’involucro di una forma di neo-paganesimo popolare.

Ieri, con assoluta convinzione, ho sentito il bisogno di cantare “l’immortal benefica fede”, mentre oggi sento il dovere di prendere le distanze da una religiosità che ha perso gran parte del suo contenuto cristiano per diventare una manifestazione turistica per attirare folle di “foresti” a Venezia e permettere alla sempre più sparuta schiera di veneziani, che sono ridotti a custodire la città-museo della laguna, di illudersi di essere ancora figli della Serenissima.

Per illustrare meglio il mio stato d’animo, mi par giusto confidare agli amici un piccolo inconveniente che mi è capitato in occasione del Redentore di quest’anno. Questa festa è tipicamente veneziana e soltanto per Venezia la Chiesa permette questa celebrazione con testi propri, mentre per la Chiesa universale si offriva ai fedeli il Vangelo della visita di Gesù alla casa di Marta e di Maria. Io mi ero preparato il sermone su questa pagina di Vangelo, ma, dovendo celebrare anche in parrocchia di Carpenedo, dove sono sempre più ligi di quanto non sia io, dovetti cambiare argomento all’ultimo momento. Di buon mattino ho tentato di mettere a fuoco la celebrazione, cercando pur con fatica, di ripescare il motivo religioso di questo evento, ormai quasi esclusivamente popolare.

Mi rifeci alla storia, raccontando gli eventi così come tramandati attraverso i secoli: nel 1575-76 la città fu colpita da una grave pestilenza. Allora il doge e il patriarca fecero voto di costruire un tempio ed affidarono al Palladio l’incarico di progettarlo e presero l’impegno che ogni anno avrebbero fatto un ponte di barche perché i veneziani potessero ringraziare il Signore anche nei secoli futuri. Almeno su questo Venezia mantiene fede al voto, aggiungendovi però una cornice tanto festaiola da soffocare quasi il mistero cristiano.

Mi fu perfino troppo facile affermare che anche oggi la nostra città è afflitta da una peste di cui non sa liberarsi da sola: droga, malgoverno, ruberie sul Mose, contrasti politici, disoccupazione, ecc., tutti malanni di cui par proprio che non riusciamo a liberarci da soli, tanto che sarebbe il caso di suggerire al sindaco Orsoni e al Patriarca Moraglia di far voto, se non di costruire una nuova chiesa – perché per quei quattro gatti che sono rimasti a Venezia di chiese e di belle chiese ce ne sono fin troppe ma di far di tutto perché quelle che ci sono diventino scuole di vita cristiana.

M’è parso che, se anche un po’ improvvisate, i miei fedeli abbiano annuito alle mie riflessioni. Peccato che forse quei fedeli non fossero quelli che han passato la notte in barca mangiando e bevendo a volontà.

23.07.2013

“Dio è morto?”

E’ da secoli e secoli che qualche pensatore, più o meno intelligente, ma sempre molto pieno di sé, affigge sui muri del mondo l’epigrafe listata a lutto con la tragica notizia: “Dio è morto!”.

Soltanto un paio di giorni fa l’oncologo Umberto Veronesi, in una risposta pur garbata e rispettosa ad una cittadina che gli chiedeva se la preghiera fa bene all’ammalato, ha confessato di essere ateo. Vi sono però altri personaggi che fanno questa affermazione con sarcasmo ed ironia. Tutti ricordano le frasi irridenti alla fede fatte scrivere da un gruppetto di atei militanti sugli autobus di Genova: “Vi diamo una notizia ferale: Dio è morto!”, facendola seguire da una seconda ancora più tronfia di saccenza: “Vi informiamo che la morte di Dio non cambia niente!”.

Io ho sentito Augias alla televisione, ed Oddifreddi alla radio, fare affermazioni del genere con una sicumera degna di miglior causa. Tutti gli atei si rifanno più o meno alla tesi di Sallustio, il pensatore di Roma che ha affermato che l’uomo si è inventato Dio per illudersi che qualcuno lo possa aiutare nelle sue difficoltà. Io non sono affatto uno studioso di storia, ma penso di poter affermare tranquillamente che non ci sia epoca storica in cui qualcuno non abbia fatto affermazioni del genere: dal Rinascimento all’Illuminismo, alla rivoluzione francese, a quella spagnola, messicana, albanese e russa, nella quale per settant’anni uno Stato si è impegnato con ogni mezzo per spegnere la fede in Dio. Però, dopo ogni persecuzione la fede in Dio è rifiorita nel cuore dell’uomo più nitida, più forte e rasserenante di prima.

Qualche tempo fa mi è capitato di vedere Putin, frutto pure lui della rivoluzione bolscevica marxista, farsi la croce e baciare il crocifisso presentatogli dal Pope.

Per molto tempo ho sentito dire da discepoli di questi maestri della morte di Dio, che sono le vecchie generazioni, poco istruite e succubi delle varie Chiese, a credere, ma i progressi scientifici e l’evoluzione in atto faranno piazza pulita di questi retaggi del passato. Lo stesso Casaleggio, il profeta del Movimento Cinque Stelle, ha “profetato” che tra breve la rivoluzione digitale spazzerà via queste vecchie società del passato.

Non so come questa gente possa continuare a fare previsioni del genere, avendo visto pure lei i due milioni di giovani che con Papa Wojtyla, solamente una decina di anni fa, hanno gioiosamente cantato il credo a Torvergata e ha potuto vedere quattro milioni di giovani a Rio de Janeiro. Eppure questi giovani sono nati in questo nostro tempo supertecnologico, emancipato ed essi di certo rappresentano il domani.

La religione in realtà invecchia e deve aggiornarsi, ma la fede è sempre giovane e nuova come il pane, l’acqua, il sole e la luna, checché ne dicano quei poveri grami di atei militanti!

24.07.2013

Dalla sacralità alla santità

Lo scorso anno ho letto molto di Adriana Zarri, l’eremita “sui generis” che scriveva su “Il Manifesto” e “celebrava l’Eucarestia” assieme alla sua gatta, in perfetta solitudine. La Zarri è stata una di quelle cristiane “alla don Gallo”, guardata con sospetto e rifiuto dai cristiani ben pensanti e sorvegliata speciale dalla gerarchia ecclesiastica.

Il pensiero di questa teologa laica non è sempre facile, spesso ho fatto fatica a seguirla e comprenderla nelle sue riflessioni sempre profonde. Ricordo che in uno dei suoi volumi mi sono imbattuto in una tesi che lei sosteneva con convinzione, affermando che dobbiamo abbandonare il mondo della sacralità per abbracciare quello della santità.

Per la Zarri la sacralità sa di magico, quasi che certe parole, certi oggetti, certi riti o comportamenti possano manifestare il volto di Dio ed offrircelo, mentre – lei sostiene – solamente la santità, che è cammino personale per la ricerca di Dio, lo manifesta e dona il Signore.

M’è parso di capire, pur con qualche difficoltà, questo discorso. Oggi però Papa Francesco, salendo in aereo portandosi appresso la biancheria intima nella sua borsa nera, occupando una poltrona uguale a quelle dei giornalisti, ha tradotto la tesi della Zarri in maniera quanto mai convincente facendomi capire che sta conducendo la Chiesa ad imboccare la strada giusta.

Ricordo che un Patriarca di Venezia, che non nomino per carità cristiana, non saliva in auto per venire a Mestre se non aveva la scorta di almeno due vigili della stradale, perché un cardinale “principe della Chiesa” aveva diritto ad essere equiparato ad un principe della Casa Reale. E’ perfino troppo evidente che per Papa Francesco non è la preziosità della cornice che dà importanza alla sua presenza, ma il messaggio che egli offre al mondo e la sua coerenza personale che porta speranza e salvezza.

Questo però comporta che pure per noi preti o cristiani non è la fascia rossa, il distintivo o il titolo accademico che offre agli uomini del nostro tempo l’immagine e il volto di Gesù, ma la nostra santità personale e il nostro amore al prossimo.

22.07.2013