Tra nostalgia e delusione

In quest’ultimo mese la stampa nazionale ha sprecato qualche titolo e qualche colonna per criticare “Radiomaria” per una sua iniziativa: la promozione di una campagna tesa a convincere gli ascoltatori a far testamento a suo favore per autofinanziarsi. “Radiomaria” è nata al tempo delle “radio private”, poco tempo prima che io, a Carpenedo, dessi vita a “Radiocarpini”. Però, mentre io, povero direttore autodidatta, con pochissimi mezzi, non essendo riuscito a coinvolgere le parrocchie e la curia in questa impresa pastorale, finii per donarla, dopo un ventennio alla diocesi, pensando che apprezzasse questo strumento moderno e avesse autorità per fare quello che io non ero riuscito a fare, “Radiomaria”, avendo scelto un pubblico e un orientamento diverso, ha fatto fortuna ed oggi è diffusa in tutto il mondo, ha un bilancio annuale di milioni di euro e credo abbia un’audience notevole, composto però da ascoltatori più che devoti.

Con questo non è che io abbia consegnato alla diocesi un rudere di radio: a quel tempo avevamo dei trasmettitori che coprivano tutto il Veneto arrivando fino a Ravenna, delle postazioni in ogni zona pastorale della diocesi, una strumentazione per quei tempi all’avanguardia, un bilancio in pareggio e soprattutto duecento volontari senza una preparazione specifica, ma pieni di entusiasmo e di buona volontà.

Nonostante io abbia messo nella lista dei miei fallimenti questa vicenda, sono ancora convinto della validità di questo strumento a livello pastorale, sono pure convinto della giustezza dell’indirizzo che avevo scelto, cioè di non pescare nello stagno del devozionismo bigotto, di non farne una radio di intrattenimento da canzonette e banalità, ma di aver dato a “Radiocarpini” un indirizzo religioso-pastorale a tutti i livelli, dalla cultura all’informazione, dal canto alle problematiche pastorali.

Ho tanto sperato che il passaggio da una parrocchia di periferia ad una diocesi di tradizioni illustri avrebbe potenziato e migliorato questo strumento innovativo, mentre tutto s’è spento lentamente nel nulla, in maniera inesorabile.

Oggi non sono più assolutamente aggiornato su questo settore specifico, però credo che con il “senno di poi” avrei fatto bene a non chiudere, anche per il semplice fatto che non ho visto affacciarsi all’orizzonte della pastorale qualcosa di nuovo. Mi pare che la Chiesa veneziana, al di fuori del suo giornale, che ritengo fra le poche cose valide, si sia rassegnata a passare il messaggio al quindici, venti per cento di battezzati che vanno ancora a messa, mediante la solita vecchia predica del prete.

07.08.2013

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