“Il Redentore”

Non si sono ancora spenti i fuochi artificiali che nella notte del Redentore hanno illuminato a festa il cielo del bacino di San Marco, mentre sto rimuginando il senso di questa festa cristiana che vistosamente, col passare degli anni, è diventata l’involucro di una forma di neo-paganesimo popolare.

Ieri, con assoluta convinzione, ho sentito il bisogno di cantare “l’immortal benefica fede”, mentre oggi sento il dovere di prendere le distanze da una religiosità che ha perso gran parte del suo contenuto cristiano per diventare una manifestazione turistica per attirare folle di “foresti” a Venezia e permettere alla sempre più sparuta schiera di veneziani, che sono ridotti a custodire la città-museo della laguna, di illudersi di essere ancora figli della Serenissima.

Per illustrare meglio il mio stato d’animo, mi par giusto confidare agli amici un piccolo inconveniente che mi è capitato in occasione del Redentore di quest’anno. Questa festa è tipicamente veneziana e soltanto per Venezia la Chiesa permette questa celebrazione con testi propri, mentre per la Chiesa universale si offriva ai fedeli il Vangelo della visita di Gesù alla casa di Marta e di Maria. Io mi ero preparato il sermone su questa pagina di Vangelo, ma, dovendo celebrare anche in parrocchia di Carpenedo, dove sono sempre più ligi di quanto non sia io, dovetti cambiare argomento all’ultimo momento. Di buon mattino ho tentato di mettere a fuoco la celebrazione, cercando pur con fatica, di ripescare il motivo religioso di questo evento, ormai quasi esclusivamente popolare.

Mi rifeci alla storia, raccontando gli eventi così come tramandati attraverso i secoli: nel 1575-76 la città fu colpita da una grave pestilenza. Allora il doge e il patriarca fecero voto di costruire un tempio ed affidarono al Palladio l’incarico di progettarlo e presero l’impegno che ogni anno avrebbero fatto un ponte di barche perché i veneziani potessero ringraziare il Signore anche nei secoli futuri. Almeno su questo Venezia mantiene fede al voto, aggiungendovi però una cornice tanto festaiola da soffocare quasi il mistero cristiano.

Mi fu perfino troppo facile affermare che anche oggi la nostra città è afflitta da una peste di cui non sa liberarsi da sola: droga, malgoverno, ruberie sul Mose, contrasti politici, disoccupazione, ecc., tutti malanni di cui par proprio che non riusciamo a liberarci da soli, tanto che sarebbe il caso di suggerire al sindaco Orsoni e al Patriarca Moraglia di far voto, se non di costruire una nuova chiesa – perché per quei quattro gatti che sono rimasti a Venezia di chiese e di belle chiese ce ne sono fin troppe ma di far di tutto perché quelle che ci sono diventino scuole di vita cristiana.

M’è parso che, se anche un po’ improvvisate, i miei fedeli abbiano annuito alle mie riflessioni. Peccato che forse quei fedeli non fossero quelli che han passato la notte in barca mangiando e bevendo a volontà.

23.07.2013

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