E’ solamente questione di convinzione e di attitudine

Domenica scorsa la Chiesa mi ha chiesto, come a tutti i preti del mondo, di commentare il brano del Vangelo che racconta il mandato che Gesù dà ai 72 discepoli: “Predicare il Regno”.

Oggi la carenza di vocazioni, e quindi di preti, è conosciuta anche da chi pratica poco la nostra Chiesa. A leggere questa pagina del Vangelo non sembra però che questo sia un problema solamente del nostro tempo, ma una carenza cronica per le comunità cristiane, se già Gesù l’aveva notato. Lui però, a differenza della gerarchia attuale, l’ha risolto con una soluzione semplice e svelta, incaricando la gente che gli dimostrava fiducia di andare a testimoniare il suo messaggio, dando degli obiettivi precisi: essere accanto a chi soffre ed ha bisogno, portare pace ed annunciare che “Il Regno” è vicino, ossia che è possibile per tutti vivere il progetto che Egli era venuto a portare.

Sabato scorso ho celebrato la messa prefestiva agli anziani del “don Vecchi”, domenica una messa in parrocchia a Carpenedo alle 8,30 e una alle 10,00 nella chiesa del cimitero. Ognuno può facilmente immaginare il tipo di persone alle quali mi sono rivolto, persone buone e devote, però prive di specializzazioni dogmatiche, bibliche, patristiche, ecc. e d’altronde mi è parso che dovessi far loro capire che essi erano “i discepoli” che Gesù mandava dando loro obiettivi semplici e concreti, quindi alla portata di tutti e prescrivendo uno stile di vita sobrio, naturale, sereno, senza preoccupazione di portare risultati eclatanti, perché il loro compito si fermava all’annuncio; circa la risposta, la responsabilità rimaneva su chi riceveva la proposta. Quindi tutto il mio discorso s’è basato sul fatto che parlavo per chi mi ascoltava, non per ipotetiche persone sconosciute.

Mi sono adoperato perché ognuno uscisse di chiesa convinto che doveva far qualcosa per chi non crede o non crede molto. Ho quindi insistito sul fatto che ognuno è all’altezza di questo compito, pur non essendo stato in seminario per 14 anni, pur non avendo fatto noviziato di sorta, pur non avendo alle spalle studi particolari.

Un tempo un dirigente di una grandissima azienda m’ha detto che egli assumeva non chi avesse titoli cartacei da presentare, ma chi aveva attitudine a vendere, perché solamente questi erano produttivi. Credo anch’io che si debba tirar giù dall’empireo della cultura ecclesiastica, spesso sofisticata, macchinosa e difficile, gli operai del Regno, per reclutare invece i semplici e gli umili di cuore.

Per poi calcare l’idea che oggi è tempo dell’impegno dei laici, ho raccontato che molti anni fa suonarono alla porta della mia canonica due giovani che, una volta fatti accomodare, mi dissero: «Signor parroco, vorremmo dirle delle cose che lei sa già, ma che noi riteniamo importante ribadire: “Dio ci vuole bene, è disposto a perdonarci e ci aspetta in fondo alla strada della vita”.

Vi confesso che questa “predica”, ascoltata almeno venti anni fa, è stata quella che ricordo meglio e che mi ha fatto più bene. Ora spero che quelle quattro, cinquecento persone alle quali domenica ho detto queste cose, siano già all’opera!

07.07.2013

“Venda la Mercedes”

Spero che i miei amici mi perdonino il fatto che ancora una volta io sottolinei la “rivoluzione” di Papa Bergoglio. Confesso che questa “rivoluzione” mi libera dai sensi di colpa che mi porto dietro da una vita intera.

Non confido niente di nuovo se ritorno su vecchi eventi ormai coperti dall’abbondante coltre di polvere depositata da decenni; ora però i discorsi “da vecchio e buon parroco di campagna” di Papa Bergoglio rispolverano questi eventi e fanno emergere certe mie “prodezze” pagate con l’emarginazione per tutta la vita.

Ho parlato altre volte di queste cose, ma gli anziani sono noti per queste ripetizioni. C’è perfino una bellissima “beatitudine” attribuita ad un anziano che afferma: “Beato chi non mi ripete ad ogni passo: questo l’hai già detto altre mille volte, beato chi mi ascolta senza mortificarmi per queste ripetizioni”.

Ebbene, quella volta doveva entrare in diocesi il vescovo di Vittorio Veneto Albino Luciani. Non ricordo, ma penso che fossimo vicini al ’68. Già mi aspettavo l’auto di rappresentanza scortata dai motociclisti della stradale, poi la gondola da parata in Canal Grande e poi ancora il presentatarm di una rappresentanza dell’esercito e della marina in piazza San Marco. Tutte cose che mi parevano stonate per un discepolo di Gesù. Scrissi allora sulla “Borromea”, il settimanale del Duomo, una lettera aperta al nuovo Patriarca chiedendo che facesse l’ingresso, non ricordo più se con la vecchia “Cinquecento” o con la “Seicento”. Mi giunse subito una lettera dalla curia che bollava la mia intemperanza.

Qualche tempo fa ho letto un volume di Marco Roncalli che riporta, a proposito del clima tempestoso al tempo di Papa Luciani, la mia presa di posizione.

In tempi andati poi, era vicario generale il vescovo, mons. Giuseppe Olivotti. Questi fu un ottimo prete, buono e generoso, che fondò l’Opera Santa Maria della Carità, opera che i posteri resero malconcia. Lui era ricco di famiglia, viaggiava in Mercedes. A quei tempi che un prelato avesse la Mercedes era come se oggi avesse una Ferrari fiammante, cavallino rosso.

Pure a lui scrissi – ora capisco “l’impertinenza”: “Non è lecito ad un discepolo di Gesù andare in Mercedes!” Mi scrisse una lettera di rimprovero però, essendo un buono e santo prete, neanche un mese dopo la vendette.

Ora spero che l’intervento ben più autorevole, di Papa Francesco, metta in crisi parecchi colleghi che viaggiano in BMV e che ogni paio d’anni cambiano macchina! C’è voluto tanto tempo, comunque sono già contento di non aver sbagliato proprio tutto e spero di non sbagliare anche su tante altre cose su cui Papa Bergoglio non ha avuto ancora tempo per intervenire.

07.07.2013

Enti statali, parastatali e a partecipazione pubblica

Le mie filippiche contro la burocrazia statale, parastatale e quella degli enti a partecipazione pubblica, credo che cesseranno solamente con la mia morte.

La mia rabbia contro queste realtà lente, dispendiose, superburocraticizzate ove s’annidano i politici di serie B, quelli riciclati dopo bocciature elettorali o quelli che si sono meritati le cariche o per aver organizzato le campagne elettorali, o per aver fatto per lungo tempo i portaborse, cresce di giorno in giorno.

Vi racconto una delle ultime. Il signor De Faveri, un brillante imprenditore che spesso viene a visitare le tombe dei suoi morti sepolti nel nostro cimitero, da buon cristiano mise il naso dentro alla vecchia cappella ottocentesca, scoprendo così l’estremo degrado in cui si trovava. Questo signore, mosso da un sentimento di pietà per i suoi defunti, s’è offerto di restaurare la chiesetta della quale, quest’anno, ricorre il secondo centenario essendo sorta, appunto duecento anni or sono, con la costruzione del cimitero.

Non riferisco l’iter burocratico per ottenere i permessi dalla Veritas e quindi dalla Sovrintendenza, avendo avuto i tecnici della prima la malaugurata idea di chiedere il permesso alla seconda! Non sono bastati sei mesi di lettere e controlettere, quasi che questo concittadino volesse restaurare la basilica di San Marco.

Il restauro è risultato quanto mai oneroso, dato che la consulente artistica nominata dalla Sovrintendenza non la finiva più di pretendere pignolerie di ogni genere. Comunque: cosa fatta capo ha!

Il benefattore si è dichiarato disposto a far ripulire la facciata e almeno un pezzo del tetto del porticato che s’appoggia alla parete nord della chiesa. Avendo ottenuto un rifiuto, perché era in programma della Veritas il restauro dell’intero porticato, ora transennato per caduta di calcinacci, ci siamo messi il cuore in pace. Senonché i canali delle tegole e i pluviali intasati dalla caduta di fogliame e dagli aghi dei cipressi antistanti la chiesa, hanno prodotto delle infiltrazioni, con conseguenti macchie di umidità e di muffa sulla parete appena ridipinta.

M’è stato consigliato di segnalare la cosa al tecnico responsabile del Comune e a quello della Veritas. Cosa che ho fatto, ma il “morto” non ha battuto un colpo. Ora poi, che il mancato introito dei 120 milioni di euro che dovevano arrivare dalla Torre di Cardin, ha procurato un buco relativo nel bilancio comunale, credo che le mie lettere siano perfettamente inutili.

Il comico e il tragico della vicenda è che se mi permettessero di intervenire, io con una dittarella in regola con le carte, me la caverei al massimo con due o trecento euro. Signor no! Le sacre regole della burocrazia non lo permettono!

15.06.2013

Gli artisti del “don Vecchi”

Nel pomeriggio sono andato al “don Vecchi” di Marghera perché c’era la “vernice” di un pittore di casa nostra: Vittorio Massignani, residente al “don Vecchi” di Campalto.

Nei Centri don Vecchi vivono almeno due pittori: uno, celebre, Odino Guarnieri, collega di Emilio Vedova, artista da tutta la vita, pittore astratto del quale Orler, il gallerista, presenta ogni settimana alla televisione le opere (inavvicinabili per noi poveri mortali per il loro costo).

Il nostro “maestro” è una carissima persona, con la sua barba bianca e il suo bastone che porta alla Charlie Chaplin, amico affettuoso ma che, nonostante i miei ammiccamenti, non se l’è mai sentita di esporre alla “San Valentino”, la galleria dei principianti! Comunque il nostro rapporto è quanto mai cordiale, tanto che ogni tanto mi regala qualche suo “pezzo”, pur non perdonandomi la mia “bestemmia” artistica d’aver definito, per celia, “scarabissi” i quadri astratti.

Solamente un paio di settimane fa sono venuto a sapere che a Campalto abbiamo un altro pittore. La sua storia è ben diversa. Pur essendo stato portato, fin dall’infanzia al disegno, dovette abbandonare il suo sogno per fare, molto più prosaicamente e per tutta la vita l’imbianchino assieme a suo padre.

La Mariolina, pure lei ospite del “don Vecchi”, che da sempre ha la vocazione di valorizzare gli operai e che si sente difensore degli “sfruttati”, m’ha informato che questo suo coinquilino dipingeva nel chiuso del suo appartamentino e i suoi quadri non erano mica male.

In quattro e quattr’otto abbiamo organizzato una “personale” al pittore appena scoperto. La dottoressa Cinzia Antonello, direttrice artistica della galleria, gli ha preparato una critica con i fiocchi, i nostri tipografi le locandine e i dépliant di sala, le signore il rinfresco, la figlia ne ha fatto la biografia. Tant’è che ne è venuta fuori una “vernice” di tutto rispetto, tanto che il nostro artista, ora confuso e commosso così da non riuscire a biascicare neppure una parola, però era nel contempo al settimo cielo.

Vollero che anch’io prendessi la parola. Mi rifeci per istinto ad un bellissimo film di Frank Capra, “La vita è meravigliosa”, ove il protagonista riesce a riunire in una casa personaggi di ogni genere, e dove ognuno può occuparsi del proprio hobby.

Quanto sarebbe bella la vita e il mondo se ogni uomo potesse avere uno spazio ed un tempo per fare quello che più gli piace fare. Non credo che riuscirò a dar vita ad una struttura del genere, ma oggi, almeno per il nostro artista pittore, è stato così e il suo “San Marco” che ci ha regalato, anche se copiato da una cartolina, farà al “don Vecchi 5” la sua bella figura, assieme ad un altro centinaio di opere già raccolte.

30.05.2013

L’ultima intervista della Hack

Metto subito le mani avanti: quella che tantissimi italiani, soprattutto di sinistra – ma non solo – hanno definito una donna di scienza, una grande astrofisica, una donna appassionata alle cause civili, non mi è mai stata simpatica.

Quanto mi è piaciuta Rita Levi Montalcini, la scienziata ebrea di grande spessore, di molto più grande spessore della oriunda fiorentina, domiciliata a Trieste, pure lei sempre dichiaratasi atea, altrettanto ho provato un sentimento di rifiuto nei riguardi dell’astronoma che oggi è morta e che, in linea con le sue infinite affermazioni, ha voluto essere seppellita senza un discorso né una prece.

Questo pomeriggio ho seguito a Radio radicale la commemorazione che se n’è fatta in parlamento. Si sono susseguiti una serie abbastanza consistente di senatori, di tutti gli schieramenti politici, dicendo pressappoco tutti le stesse cose. Ho appreso una cosa che non sapevo: che era stata eletta nelle liste comuniste ed era presidente di un gruppo radicale di atei militanti e s’era messa in mostra per i suoi interventi, spesso pieni di sarcasmo e di sufficienza.

Io, benché prete, non ho nulla contro gli atei. Durante la mia vita ne ho conosciuto più di uno, ma quelli intelligenti e colti che motivavano la loro scelta, li ho sempre sentiti umili, discreti, rispettosi della fede altrui, quasi preoccupati di far conoscere i propri convincimenti in fatto di fede. La Hack invece non lasciava passare occasione per fare una professione solenne di ateismo, guardare dall’alto in basso i credenti, pensandoli come “uomini minori”, degni solamente di commiserazione.

Voglio inoltre motivare, una volta tanto, il mio rifiuto nei riguardi dei cosiddetti atei militanti, dei quali la Hack è stata un campione.

Primo: questa gente non s’è mai chiesta, prima di fare certe affermazioni categoriche e definitive: “Come mai la stragrande maggioranza degli uomini del nostro tempo, che si dichiarano credenti, e tra di essi vi sono menti sublimi, gli atei possono affermare che essa è composta solamente da tutti ignoranti, oscurantisti che non sanno ragionare e solo al manipoletto di atei militanti è riservata la verità certa, assoluta, totale e inconfutabile?”.

Secondo: questi “illuminati”, che dovrebbero essere i campioni in umanità, perché con le loro affermazioni hanno il sadismo di privare i poveri della speranza, che è spesso l’unica loro ricchezza per sentirsi amati ed attesi dal Padre misericordioso? Perché tanta cattiveria nel recidere la speranza degli umili?

Terzo: ma questa gente, che di certo è cosciente che ogni oggetto ha per forza un costruttore – sia esso un povero artigiano o uno scienziato – come mai può pensare che l’universo così complesso, regolato da leggi così precise, così ricco di varietà e di splendore sia l’unica realtà che non ha un autore?

Nonostante tutto ho detto un requiem anche per la Hack, sperando che incontrando il Padreterno abbia finalmente ammesso: «Povera me, ho sbagliato tutto!»

30.06.2013

Ragione e fede

Il mio “aiutante in campo” m’ha ricordato che oggi la Chiesa celebra la festa di San Tommaso d’Aquino, il celebre filosofo e teologo medioevale fondatore della cosiddetta filosofia scolastica.

Credo che la stragrande maggioranza della gente comune non sappia neppure che cosa sia la scolastica. Questa filosofia è stata per tanti secoli lo strumento che la Chiesa ha privilegiato per una ricerca fruttuosa della conoscenza e dell’esistenza di Dio. Anche più di mezzo secolo fa, quando io sedevo nei banchi della scuola durante i tre anni di liceo classico, c’erano un paio d’ore dedicate alla storia della filosofia in genere, ma più ore per lo studio analitico di questa materia che ha, come massimo esponente, Tommaso d’Aquino, il santo appartenente all’ordine dei domenicani, i frati predicatori per eccellenza.

Di questa materia ricordo le cento tesi, consistenti in assiomi in cui si offre la risposta alle domande fondamentali della speculazione umana. Ricordo però, in maniera più lucida, le cinque prove elaborate dalla scolastica per dimostrare l’esistenza di Dio, prove che hanno, come verità fondamentale, la constatazione che ogni effetto presuppone una causa e quindi, partendo dalla realtà verificabile – perché sotto i nostri occhi – si può arrivare all’esistenza di Dio, prima causa di tutto.

Confesso che queste prove sono ancora il supporto razionale della mia fede. Ma a San Tommaso debbo ancora profonda riconoscenza per un dono, per me assolutamente importante, che mi ha aiutato per tutta la vita nella ricerca del soprannaturale, ossia quella regola che il santo filosofo condensa in questa formula: “Intelligo ut credam et credo ut intelligam”, ossia cerco con la ragione per avere una fede motivata e forte e credo per essere facilitato nella mia ricerca razionale.

Io sono rimasto un povero diavolo, poco colto e con una fede elementare, ma posso dire che sono sempre stato avido di cercare e di conoscere perché la mia fede non si riducesse ad un sentimento effimero ed immotivato e sempre ho cercato in maniera positiva facendomi aiutare dalle ali della fede e della ragione.

Questa mattina ho pregato con più fede perché San Tommaso mi ottenga dal buon Dio di mantenermi salde queste due ali, perché anche se ne venisse meno una sola, finirei per rimanere appiccicato alla terra grigia come una talpa!

01.07.2013

Santanché e l’Annunziata

Tento di non perder mai la rubrica di Rai tre “Mezz’ora”, condotta dalla quanto mai nota giornalista televisiva Annunziata.

Questa donna, sobria nel vestire, lucida nel suo argomentare, preparata ed attenta alla vita sociale e politica del nostro Paese, intervista ogni settimana personalità di spicco, con un’arguzia e con grande capacità di far emergere il pensiero del suo interlocutore. Il suo difetto maggiore è la faziosità: è una donna decisamente di sinistra, anche se oggi la sinistra è costituita da un arcipelago di isolotti tanto difformi tra loro, per cui è ben difficile capire di quale sinistra possa essere una persona, anche se schierata pubblicamente.

Ho notato che quando il personaggio è di spessore e soprattutto è una persona integra, autorevole e competente, c’è in questa giornalista un atteggiamento rispettoso, mentre se l’intervistato non è molto consistente, allora lei lo straccia letteralmente.

Oggi ero particolarmente curioso perché l’intervistata era la Santanché, la passionaria del cavaliere dello schieramento decisamente opposto a quello della giornalista. M’aspettavo, con curiosità, una specie di “baruffe chiozzotte”.

Fin fa subito notai “la proletaria” col suo abito scuro e abbastanza dimesso, mentre l’altra aveva dei pendagli abbondanti alle orecchie, un volto appena uscito dall’estetista e dei capelli pettinati di fresco dalla parrucchiera. Il dialogo si accese immediatamente su Berlusconi, di cui la Santanché parlava come del suo leader carismatico e l’Annunziata come dell’inquisito. Notai però che ognuna s’era riproposta di non arrivare alla rissa; non sarebbe convenuto a nessuna delle due arrivare allo scontro aperto, sarebbe stato uno spettacolo deludente il vedere le due donne “prendersi per i capelli!”.

D’istinto avvertivo di parteggiare per l’Annunziata; l’altra la sentivo sofisticata e fanatica. Debbo però confessare che se anche i colpi di fioretto di ambedue tentavano sempre di arrivare al bersaglio grosso, la Santanché non solo si difendeva bene, ma più volte ha messo all’angolo la rivale con stoccate quanto mai efficaci.

Se fossi stato l’arbitro, avrei dato alla Santanché la vittoria ai punti. Poi conclusi che l’una e l’altra, se si impegnassero per cause più nobili, avrebbero tutto da guadagnare e il nostro Paese pure, perché l’Annunziata si batte in maniera nostalgica per un’utopia fallita, e l’altra per un donnaiolo fanfarone e pieno di sé.

31.06.2013

La rivoluzione di Papa Francesco

Non conosco cristiano impegnato o vescovo che prima o poi non abbia parlato di una Chiesa povera per i poveri: concetto che quella bell’anima di don Tonino Bello, il compianto vescovo di Molfetta, ha tradotto in quella bellissima immagine: “La Chiesa in grembiule”.

Le prediche sono facili però, al di fuori di alcuni testimoni, che da vivi sono stati giudicati un po’ folli – vedi don Benzi o semplicemente don Gallo – non mi è mai parso che la “Chiesa reale”, nel suo complesso, abbia preso seriamente questa direzione. I preti hanno canoniche che, rispetto ai luoghi ove esse sono collocate, sono confortevoli, corrono in automobili spesso costose e i vescovi dimorano nei loro palazzi e celebrano sontuosi pontificali nelle loro cattedrali.

Ci sono pure, per fortuna, anche dei missionari alla Alex Zanotelli che condividono la sorte dei cenciaioli che vivono rovistando nelle discariche delle metropoli del mondo dei consumi, ma sono veramente delle mosche bianche. La Chiesa, dall’alto al basso, purtroppo non è così, tanto che perfino io, per un pizzico di coerenza, ho scelto di condividere la sorte degli anziani poveri, col mio più che confortevole minialloggio al “don Vecchi”. Non ho preteso dalla Curia un congruo appartamento, come tanti altri miei colleghi , comunque la mia dimora è più che accogliente. Però, nonostante questa buona sistemazione, talvolta mi sorprendo a pensare di essere un prete credibile e coerente per tanto poco!

La Divina Provvidenza, fortunatamente, ci ha mandato un Papa scovato “alla fine del mondo”, un Papa che da vescovo frequentava assiduamente le bidonville, un Papa che ci sta mettendo tutti in crisi, dal primo all’ultimo, con la sua croce di ferro, con le sue scarpe da discount, la sua semplice tonaca bianca, il suo alloggio nella periferia del Vaticano, col suo linguaggio povero e le sue immagini da Vangelo. Un Papa che ha messo il naso nella banca vaticana e che vuol far subito pulizia.

Ora il Papa fra qualche giorno andrà a Lampedusa, l’isola estrema d’Italia dove stanno arrivando su barconi di fortuna i più disperati dei disperati del mondo. Questa scelta di certo non è occasionale ma, una volta ancora, vuol dire a noi cristiani che il Cristo vero va cercato, amato e servito nei più poveri.

26.06.2013

Un dono inestimabile

Qualche giorno fa don Gianni, il giovane presidente della Fondazione Carpinetum, ha invitato i membri del consiglio di amministrazione e me – nominato, per affetto, direttore generale – ad una cena di lavoro presso la canonica in parrocchia di Carpenedo. Avevamo sul tappeto mille cose da decidere e, tutti, poco tempo da mettere a disposizione per queste cose seppur importanti, e don Gianni, solo in questa grande ed articolata parrocchia, meno di tutti.

La convocazione era fissata per le 18.00, ma il giovane parroco presidente è arrivato con mezz’ora di ritardo avendo avuto un contrattempo i pullman che avevano portato i ragazzi del grest a Caorle. Giunse nella sala della riunione come una maschera di fatica: sudato, col volto arrossato, negli occhi la stanchezza di un’intera giornata passata al lido di Caorle con i 150 ragazzi della parrocchia che quest’anno partecipano alle attività del grest.

D’istinto gli avrei detto: «Va a letto!». Don Gianni, fortunatamente, è giovane, e dopo una rinfrescatina sotto il rubinetto d’acqua fredda e un riassetto al vestito, pur stanco, s’è buttato a capofitto sui problemi del “don Vecchi 5”, del villaggio di accoglienza degli Arzeroni, sul progetto di una sistemazione conveniente e definitiva del polo di attività solidali delle associazioni di volontariato al “don Vecchi”.

La riunione è stata quanto mai intensa perché don Gianni ci comunicò che sarebbe rimasto assente dalla parrocchia nei mesi di luglio e agosto e l’indomani sarebbe partito con 58 ragazzi e 15 animatori per la Malga dei Faggi, la bellissima casa di montagna della parrocchia, ove ogni 15 giorni si susseguiranno gruppi di ragazzi e di giovani per le vacanze estive e, contemporaneamente, avrebbe diviso il suo tempo con i campi estivi dei 200 scout della parrocchia.

Spesso si dice male dei preti, però ve ne sono anche di veramente eroici che si spremono fino all’osso. Quello che tanti dei nostri preti fanno durante l’estate a favore del mondo dei ragazzi e dei giovani è veramente meraviglioso. Questi ragazzi legheranno per tutta la vita l’avventura, la scoperta del mondo, del vivere assieme, ai valori più importanti che il sacerdote, che divide tempo, gioco e riflessione con loro, passa alle loro coscienze ancora aperte al messaggio cristiano.

Domani quei ragazzi, diventati adulti, quando ritorneranno ai giorni e alle esperienze piene di fascino della loro bella età, troveranno indissolubilmente legati a quei ricordi, la figura di un prete e le proposte ideali che egli ha donato loro durante queste avventure estive vissute tra i boschi, i prati delle nostre montagne.

Qualche tempo fa scrissi della mia meraviglia nello scoprire che tra le persone importanti del nostro Paese, persone che hanno in mano le sorti dell `economia, della politica, della sanità e quant’altro, ci sono i ragazzini che un tempo hanno dormito sotto la tenda, hanno scalato i nostri monti, guidati da un prete che li ha amati come i loro figli. I preti, quando sono bravi e generosi, rappresentano un’autentica risorsa per la nostra società e per il nostro domani. Credo che veramente meritino il grazie delle nostre famiglie e del nostro Paese.

(scritto il 30.06.2013)

Deriva inesorabile

So che non è cristiano e perciò tento di soffocare questo risentimento, ma questa mattina avrei soffocato il sindaco e l’intero consiglio comunale di Venezia.

In prima pagina del Gazzettino mi è balzata subito all’occhio una notizia che purtroppo paventavo da tempo: Cardin, stanco del tiramolla e dell’indecisione del Comune di Venezia, ha rinunciato ad offrire alla città ciò che mezzo mondo sarebbe venuto a vedere e che avrebbe dato lavoro ad un numero consistente di persone.

Provo rabbia, tristezza e disprezzo per una città, ma soprattutto per la sua amministrazione che sta letteralmente affondando nella laguna e che, altrettanti letteralmente, sta cadendo a pezzi. Ora che finalmente i veneziani non avranno la torre di Cardin in concorrenza al campanile di San Marco, potranno godersi le alghe che imputridiscono, che fanno morire molluschi e pesci e continuare a crogiolarsi nella gloria del passato e decaduto vivere, mendicando sussidi dal governo e lucrando dal gioco d’azzardo della bisca del Casinò.

Vivo a Venezia dal ’42 e in questo tempo ho visto come l’amministrazione comunale ha permesso che quel polo industriale d’eccellenza che il conte Volpi ha costruito, andasse in rovina perché i veneziani avevano a nausea i fumi di Marghera e per eliminarli han preferito che questo polo diventasse un ammasso di ruderi.

In questi ultimi anni, nonostante che ad ogni pié sospinto la città andasse sott’acqua, solo un miracolo ha permesso che la si salvasse col Mose, con i soldi del governo; ma quanta ostilità, quanta poca collaborazione!

C’era l’opportunità delle nuove carceri, ma esse turbavano i residenti di Campalto e così si è lasciato perdere. Ora s’è perso il “Lumiere”, e si sta perdendo l’opportunità delle grandi navi che portano oro in città. I russi offrivano lo stadio, ma il Comune ci deve ancora pensare; si offriva il quadrante a Tessera: abitazioni, lavoro, traffico, vita! Signor no! Pare che non se ne faccia nulla. Tanto Venezia è stata operosa, intraprendente ai tempi della Serenissima, tanto oggi è pigra, indolente, boriosa e con la testa montata.

Forse questa è una nemesi storica, però ognuno può scegliersi la fine che vuole, ma perlomeno non si opponga a che Mestre, Marghera, Chirignago, Favaro, possano scegliersi il loro domani e non siano costretti a condividere la sorte di una città che non ha fiducia nel futuro e fra pochi decenni sarà meno viva di Ostia o di Pompei!

Questo declino viene da lontano, ma nell’ultimo mezzo secolo ha subìto un’accelerazione che è stata davvero sorprendente. Fra poco Venezia diventerà una specie di acquario da pesci rossi in cui si muovono poche gondole. Nessuna delle amministrazioni comunali dell’ultimo secolo è stata in verità tanto lungimirante e saggia, ma le ultime, che poi sono state e sono di sinistra, ci stanno portando alla catastrofe!

(scritto il 27.06.2013)

Ha dato tutto di sé

Da novembre a maggio celebro la messa feriale nella mia “cattedrale tra i cipressi” alle ore 15, per l’orario invernale. Confesso che quando celebro il venerdì il “memoriale” della passione, morte e resurrezione di Cristo, provo quasi un brivido avvertendo la coincidenza del giorno e dell’ora in cui avvenne la morte di Gesù e il suo relativo invito: «Fate questo in memoria di me».

Il sacerdote, a motivo della ripetitività della formula e del gesto, corre sempre il pericolo di lasciarsi andare ad una celebrazione formale senza una particolare partecipazione a livello razionale ed emotivo ma, ripeto, in questa occasione la coincidenza mi tien ben desto, non sono perfettamente conscio di attuare l’invito di Gesù. Dovrebbe essere sempre così, onestamente tento che avvenga, ma purtroppo spesso “mi perdo” e il ritmo addormenta il mio spirito. Il venerdì però ciò raramente mi accade.

Ricordo di aver letto, tantissimi anni fa, un romanzo di Coccioli, un autore di cui non ricordo più il nome, la cui trama parlava di un fuggiasco inseguito dai fascisti, che per salvarsi si nasconde tra i fedeli che partecipano alla celebrazione del Sacrificio. Il narratore riesce a descrivere il coinvolgimento emotivo di questo fuggiasco, il quale assieme all’assemblea dei fedeli vive realmente pure a livello emotivo i sacri misteri.

Quella lettura mi pone sempre questo obiettivo e mi stimola ad una celebrazione più vera possibile. Anche durante l’estate, quando celebro di venerdì mattina, avverto, anche se un po’ lievemente, l’emozione che provo durante la celebrazione che coincide esattamente, sia per il giorno che per l’ora, con il dono che Cristo fa di sé ai discepoli.

Questa mattina, ricordando in maniera più lucida del solito la parola di Gesù “Prendete, mangiate il mio corpo, bevete il mio sangue”, chissà per quale associazione di idee, mi venne in mente un canto che la corale Carpinetum della mia vecchia parrocchia eseguiva ogni Venerdì santo. Il canto modulava con note struggenti questo motivo: “Ha dato tutto di sé”. Era un canto che mi entrava nel midollo delle ossa e mi faceva sentire in modo veramente reale il dono di Gesù.

Questa mattina una illuminazione interiore mi fece “vedere” il nostro Papa che si dona tutto senza risparmio, che si lascia letteralmente “mangiare” dalle folle di uomini provenienti dal mondo intero, quelle folle che cercano in lui verità, speranza, solidarietà e pace interiore.

Poi, come di rimbalzo, questa luce interiore mi chiese in maniera perentoria: “e tu, che cosa dai di te alle persone che vengono nella tua chiesa così numerose ed attente per chiederti silenziosamente, ma in maniera vera, la stessa certezza?”

Cosa posso dare io di nuovo? Poco, quasi niente, ma se dono Gesù, come ho scelto di fare, faccio il più gran dono che un uomo possa fare al suo prossimo.

(scritto il 24.06.2013)

I nuovi luoghi di aggregazione

Ho letto non so dove che un grosso imprenditore, proprietario di una catena di ipermercati, ha costruito, all’interno di un grandissimo centro commerciale, una chiesa sempre aperta, dove in giorni determinati e ad ore fissate, un sacerdote celebra e fa la sua catechesi.

M’è ritornata alla memoria questa notizia parlando con un mio amico dell’eterno problema di riuscire a recuperare i generi alimentari in scadenza o comunque non commerciabili. Questo mio carissimo amico, attento alla vita e all’evolversi della nostra società, stamattina mi riferiva che aveva visitato il nuovo ipermercato della DESPAR nell’area circostante l’ospedale dell’Angelo. Era rimasto strabiliato da questo colosso del commercio: negozi lussuosi, tavole calde, ristorante e bar, climatizzazione perfetta, caldo d’inverno e frescura d’estate e soprattutto un afflusso di gente che non solamente è interessata agli acquisti, ma che trova nell’ipermercato quella che nell’antica Grecia si chiamava l’agorà e che dal medioevo in poi è diventata “la piazza”: il luogo dell’incontro, del dialogo e della socializzazione.

Oggi l’ipermercato offre quanto di meglio uno possa desiderare, dal parcheggio comodo alla possibilità di rifornirsi di qualsiasi articolo di cui uno possa aver bisogno, di prendere un caffè o un aperitivo al bar con gli amici, di incontrare gente, di passeggiare, di collocare i propri bambini nella baby house con giochi, di stare al caldo o al fresco in qualsiasi stagione senza spender soldi, di mangiare una pizza o ristorarsi alla tavola calda o semplicemente di passare un pomeriggio o una serata senza annoiarsi.

Il mio amico concludeva con un po’ di amarezza: «Le nostre piazze sono fatalmente destinate a svuotarsi, i luoghi di cultura a rimanere deserti, il centro si sta spostando inesorabilmente nei nuovi centri commerciali della periferia».

Mentre parlava io, che mi interesso di anime, di fede e di Chiesa, sentivo tristezza al pensiero che le nostre chiese continuano ad affacciarsi su piazze diventate deserte e che sono destinate a non essere più frequentate dalla gente normale. Mi chiedo: “Le nostre diocesi si sono accorte, riescono a leggere queste nuove situazioni? come pensano di essere presenti nella nostra società?”.

La nuova evangelizzazione, della quale si parla tanto, per essere attuata ha bisogno di spazi, di uomini, di linguaggio, di stile, mentre fino a poco tempo fa il prete della Chiesa veneziana, incaricato di questo compito così affascinante, ma così difficile, aveva trovato la soluzione per il nuovo annuncio scrivendo su “Gente Veneta”, il settimanale della Chiesa veneziana: “Gocce di liturgia!”.

Ho paura che il “gap” tra la Chiesa e il mondo moderno stia purtroppo allargandosi ulteriormente.

(scritto il 20.06.2013)

I miracoli di suor Elvira

Molto tempo fa confidai ai miei amici che avevo “conosciuto” una suora eccezionale. La mia conoscenza di suor Elvira è avvenuta tramite la rivista “Resurrezione”, pubblicata dal movimento “Il Cenacolo” che questa suora ha fondato, rivista che qualche amico, rimasto sconosciuto, mi ha fatto pervenire.

La storia di questa suora è molto simile a quella di Madre Teresa di Calcutta. Questa donna, di grandi risorse, viveva in uno di quegli istituti religiosi che “mummificano” queste care donne di Dio che scelgono di servire il Signore nei suoi figli, ma finiscono poi per intristire all’interno di una vita anonima e senza respiro.

Suor Elvira ottiene dalla Santa sede il permesso di uscire dal suo ordine per dedicarsi ai giovani sbandati e distrutti dalla droga. Restaura a Saluzzo un vecchio stabile disabitato da tanto tempo, diroccato e più simile ad una rovina che ad una casa d’abitazione. Poi questa donna di fede, intelligente, volitiva, intraprendente e dotata certamente di un carisma e di un fascino straordinario, riesce a coinvolgere i primi giovani che approdano al suo cuore, restaura il relitto ed inizia con loro una magnifica avventura. Parte senza essersi rifatta a nessun metodo praticato dalle comunità per il recupero dei tossici, ma si fida del suo istinto materno, li ama, dona loro fiducia e li avvia alla preghiera per avere un rapporto salvifico con Dio.

La cosa funziona, e come funziona! In vent’anni apre più di sessanta strutture di accoglienza in Italia, in Europa e oltre oceano, fonda una nuova congregazione religiosa di ragazze e si fa aiutare da quelli, che lei chiama “angeli custodi”, giovani già usciti dalla droga ai quali affida i nuovi arrivati affinché questi giovani “risorti” avviino alla redenzione anche i nuovi arrivati.

Raccontare queste cose sembra un qualcosa di positivo, ma per niente miracoloso, però vedere i volti di migliaia di giovani, le strutture in cui abitano, le cose che fanno, le testimonianze che offrono, veramente incanta e commuove.

Leggendo “Resurrezione”, la rivista di suor Elvira, mi par di aver capito che nulla è impossibile a chi ama e si fida del buon Dio; è Lui che ti prende per mano e ti conduce, situazione per situazione, a “compiere questi miracoli”, altrimenti inspiegabili.

(scritto il 18.06.2013)

Vacanze a casa assieme a Papa Francesco

Ho sempre avuto paura che le mie prese di posizione fossero azzardate e, peggio ancora, non in linea col messaggio di Gesù. Anche quando il mio intervento su qualche problema è netto e quasi tagliente, sotto sotto c’è sempre stata questa mia preoccupazione.

Ho sempre detto che io accettavo come mia “padrona di casa” solamente la mia coscienza, però non mi ha mai abbandonato il dubbio di essere presuntuoso o perlomeno che il mio pensiero potesse fare del male, cosa che ho sempre paventato e rifiutato. Quindi quando mi capita un avallo autorevole alle posizioni di pensiero, trovo non solamente soddisfazione “perché l’avevo detto io!”, ma anche mi tolgo il dubbio e trovo pace.

Faccio questa premessa per affermare la mia soddisfazione e la mia felicità per una “confidenza” fatta da Papa Francesco ai giornalisti, e vi dico perché. Forse qualcuno ricorderà che a suo tempo, avendo appreso dal Gazzettino che le due settimane di vacanza del Papa a Lorenzago o in Val d’Aosta venivano a costare svariati milioni, in modo un po’ scanzonato e senza pensarci più di tanto, avevo scritto sul mio diario: “Caro Papa, così non va, perché molti dei tuoi figli soffrono la fame”, e consigliavo il Papa di fare le sue vacanze – se proprio non poteva farne a meno – a Castelgandolfo.

Mai avrei immaginato che cosa ne sarebbe venuto fuori: un vero putiferio! La stampa locale, a cui fece seguito quella nazionale, amplificò la notizia di questo prete assolutamente sconosciuto che criticava il Papa, tanto che perfino “Le monde” pubblicò la notizia. Piovvero a cateratte dissensi e consensi. Venni poi a sapere che anche la Segreteria di Stato telefonò in Curia a Venezia e a Treviso per inquadrare il problema. Il Patriarca Scola non mi disse una parola, ma per un paio d’anni mi trattò gelidamente.

Ora che mi capita di sentire che Papa Francesco ha detto che ha ben altro da fare che andare in vacanza e che a Castelgandolfo ci andrà al massimo per un “Angelus”, mi vien da concludere che non dissi poi “un’eresia” e che neppure meritavo il rogo. So di certo che non è dipeso da me che Papa Francesco non abbia tempo di far vacanza, però sono felice di poter condividere la sua scelta.

(scritto il 15.06.2013)

Cristianesimo dal volto umano

Se ripenso alle mie prese di posizione contro un cristianesimo intellettualoide, di una Chiesa sofisticata, di uno spiritualismo disumanizzante, dovrei essere contento pensando che il Signore mi ha accontentato.

Quante e quante volte non ho tentato di dire che mentre tantissimi colleghi e tantissime “anime sante” sembravano tutte impegnate a spiritualizzare l’uomo, io, viceversa, ero e sono tutto teso ad umanizzare lo spirituale.

Con la rivolta della Cecoslovacchia è nata l’espressione: “Socialismo o comunismo dal volto umano”, espressione che esprimeva lo sforzo di sdogmatizzare una dottrina assurda che aveva provocato catastrofi enormi d’ordine umano, sociale ed economico. Forse è nato da questo fatto il mio desiderio di avere una Chiesa dal volto umano.

La mia sognata rivoluzione è durata più decenni, ma penso che finalmente sia arrivata; e la cosa più strana pare che sia arrivata non dal basso, come sarebbe naturale, ma dall’alto con Papa Francesco. Il nuovo Papa in un paio di mesi ha “sbaraccato” un modo di parlare delle cose di Dio che rimanevano incomprensibili ai più. Chi non ricorda quei “Sermoni-mattone” interminabili ed astrali? Quella sacralità che comprendeva perfino le scarpe del Pontefice, quella ieraticità per cui sembrava che tutto uscisse da un altro mondo.

Certo modo di pensare e di parlare sono rimasti nei sacri testi del breviario, ma essi si possono leggere come penitenza ed accettare perché ci arrivano dai secoli dei secoli.

Ora il nostro Papa sta calando nel quotidiano e nel comune sentire il messaggio di Gesù, senza subire l’intermediazione degli asceti, dei mistici e soprattutto dei teologi. Pare che finalmente la Chiesa sia decisa a vestire in blue-jeans e a parlare come si parla al bar, in famiglia o tra amici.

Purtroppo c’è qualcuno che teme che la Chiesa perda seguaci uscendo da quel clima di mistero ch’era più vicino al magico che allo spirituale.

Un mio amico, quando la Chiesa ha preferito l’italiano al latino, da anima pia qual’era, mi disse che la gente si sarebbe allontanata perché finalmente avrebbe “capito” quello che il prete diceva a Dio a nome del popolo durante la messa! Non è successo nulla! Anzi!

Quello di religioso che non è coniugabile con la vita, e con la vita di oggi, a mio modesto parere lo si può tranquillamente buttare, perché non ha nulla a che fare con il messaggio cristiano. Sono pure convinto che vi sono tante altre cose che la Chiesa e i cristiani è bene che mettano in soffitta, comunque mi pare che Papa Francesco sia determinato a continuare a far pulizia delle cose vecchie e di quelle fuori tempo.