“Fa questo e vivrai”

Questa sera dovrò commentare il famoso brano del Vangelo che inizia con la domanda di un dottore della legge”, ossia di un laureato in diritto canonico: «Maestro, che cosa devo fare per guadagnare la vita eterna?». Gesù gli risponde con un’altra domanda: «Che cosa dice la Bibbia in proposito?», una domanda semplice. E questo risponde pronto: «Ama Dio ed ama il prossimo!» E aggiunge: «Ma chi è il mio prossimo?» Troppo complicato impegnarsi, darsi da fare per tutti, anche per gli extracomunitari, per chi s’è mangiato tutto, per chi gioca alle macchinette, per i barbanera, gli accattoni, per chi va a donne, per chi è vissuto come una cicala, ecc. ecc.

Per gli ebrei d’allora, ma anche per quelli di oggi, non appartenevano certo al “prossimo” i palestinesi, i “gentili” e – diciamolo pure – tutti quelli che sarebbe stato faticoso e impegnativo aiutare; allora come oggi ci si può dar da fare anche con qualche sacrificio, per un figlio, una persona cara e amica, ma non certamente per “chi non merita” e, per moltissimi, non merita niente e mai nessuno!

Gesù allora raccontò la parabola dell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico e s’imbatté in uno sconosciuto mezzo morto per strada… (Credo che i miei vecchi, ma non solo, ci hanno fatto l’orecchio a questo racconto e molti l’abbiano messo nella raccolta delle favole insieme a Pinocchio e Cappuccetto Rosso). Perciò ho reso attuale il racconto con personaggi veri e con episodi reali che tutti possono conoscere, basta che vadano al “don Vecchi” di Campalto; a volte poi forse questa è la storia di ognuno dei residenti ai Centri don Vecchi.

L’anno scorso una signora dei Frari, che ho incontrato nuovamente due giorni fa ai magazzini “San Martino”, venne da me e mi disse: «don Armando, due persone di una certa età da otto mesi dormono sotto il cavalcavia di Mestre; lui è in cassa integrazione, hanno perso la casa e si sono ridotti in questa situazione. Cosa possiamo fare per loro?». Prima lei e poi io avremmo voluto dire: “Che cosa c’entro io?”, come nella parabola hanno detto il sacerdote e il levita. Così di certo se lo sono detto decine e decine di persone che di certo sono venuti a conoscere questo fatto.

Questa signora sicuramente non sarebbe stata capace di fare da sola “il miracolo” perché solo un miracolo poteva risolvere una situazione del genere. Io rimasi turbato, non sapendo che pesci pigliare e lei allora aggiunse: «Sono andata a vederli, dormono per terra, con una coperta sotto e due sopra». Andai da Candiani, il direttore del Centro; la signora telefonò al frate parroco dei Frari, il quale stanziò duecento euro al mese; i volontari del magazzino dei mobili arredarono l’alloggio; quelli dei vestiti procurarono il resto. Così, in pieno inverno, questi due malcapitati trovarono caldo e ristoro. Ora il marito ha ripreso a lavorare e quindi vivono serenamente in maniera più che dignitosa. Nessuno della filiera di chi si è interessato avrebbe potuto risolvere da solo il problema, ma facendo ognuno quello che poteva fare, abbiamo ridato vita a queste due creature.

Concluderò la predica dicendo: «Nessuno di noi tenti mai di giustificare il suo egoismo dicendo `che cosa ci posso fare?’, se non altro perché, se tanti altri concittadini si fossero comportati così, neppure noi abiteremmo in questo Centro».

14.07.2013

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