Una lunga inaccettabile attesa

Sento il bisogno e il dovere di fare alcune premesse a quanto sto per scrivere.

La prima: butto giù questa riflessione domenica 29 gennaio di primo mattino; quando vedrà la luce l’evento su cui credo giusto dir la mia opinione e dare il mio contributo, questi pensieri non saranno né attuali, né tempestivi, ma la vita è lunga e continua, perciò penso che possano servire per il domani.

Seconda: ieri, sabato 28 gennaio, il Gazzettino, il quotidiano della nostra città, dopo aver parlato molte volte della nomina del nuovo Patriarca e aver fatto supposizioni, analisi, previsioni ed illazioni, dava ormai per certo per oggi la nomina di mons. Moraglia, vescovo di La Spezia. Oggi però non c’è neppure mezza riga sull’argomento.

Terza premessa, forse la più importante: intervengo solo perché amo la Chiesa, la sogno povera, pulita, coerente al Vangelo, semplice, però anche seria, ordinata e più pronta ed efficiente di quanto non siano gli apparati della nostra società e del nostro Stato. Detto questo, sento il bisogno di affermare la mia amarezza e la mia delusione per il comportamento della curia locale e quella vaticana. Sette mesi di attesa sono comunque troppi, qualsiasi siano le ragioni con le quali si tenti di giustificare questa lentezza burocratica.

Per quanto riguarda i personaggi che hanno gestito localmente l’evento, mi sono sembrati, privi di un minimo di intraprendenza. Mi pare che san Paolo, ch’era pure lui un pivello nella gerarchia ecclesiastica del tempo, dica: “Gli resistetti in faccia!”.

Per quanto riguarda la burocrazia vaticana, che per me rimane sconosciuta e misteriosa, erede purtroppo di un passato poco nobile, peggio ancora! Credo che sarebbe stato opportuno che qualcuno scoperchiasse il tetto, come quando i cardinali non riuscivano ad eleggere il Papa.

Io, ripeto, amo la mia Chiesa, e per questo la voglio vedere bella, pulita, semplice ed efficiente. La vorrei vedere come la sognava don Tonino Bello, il vescovo di Barletta, “in grembiule”, come le nostre mamme che non perdono tempo e tengono sempre in ordine la loro casa, i loro figli e perfino il capofamiglia.

Si è detto, nella stampa di casa nostra, che non era opportuno manifestare sogni e desideri nei riguardi del nuovo pastore; io invece l’ho fatto e ne rivendico il sacrosanto diritto, ma accetterò di buon grado quello che verrà e mi metterò a sua disposizione per quel poco che posso.

Il portafoglio dei preti

Ho letto qualche settimana fa su un bollettino parrocchiale, un articolo di un giovane parroco il quale fa un resoconto puntuale e perfino pignolo sul come nasce il suo stipendio e sulla sua consistenza che, a suo dire, appena gli permette di vivere in maniera molto modesta.

In verità ritengo che il discorso sia onesto ed ineccepibile, però confesso che m’è parso angusto, di poco respiro spirituale, tanto da sentirmi quasi a disagio di appartenere ad una categoria che si rifà piuttosto alle categorie del sindacato che a quelle della Divina Provvidenza.

A questo proposito la lettura di questo articolo mi ha quasi costretto a riandare alle vicende della mia vita. Ricordo che ai tempi in cui ero a San Lorenzo, insegnavo alla scuola pubblica e a fine mese consegnavo la busta chiusa del mio stipendio di docente alle superiori al mio parroco che lo divideva, dando ad ognuno di noi cappellani centomila lire (oggi sarebbero 50 euro). Una volta nominato “vicario parrocchiale” potevo beneficiare della rendita di una campagnola. Monsignor Vecchi mi suggerì di destinare tale rendita ad un prete anziano dell’Istria che viveva a Mestre. Ne fui felice e altrettanto don Budinich che ne divenne il beneficiario.

In quei tempi si discuteva molto sullo stipendio dei preti. Ricordo che in un’affollata assemblea di preti che dibatteva l’argomento, io presentai una mozione in cui si auspicava che tutti i preti del patriarcato avessero un salario pari alla paga di un operaio di Marghera. In quell’occasione si schierò con me don Alfredo Basso, che a quel tempo era considerato più estremista di quanto non pensassero di me. Fummo sonoramente battuti!

Giunto in parrocchia di Carpendo adottai la soluzione di monsignor Vecchi: la parrocchia provvedeva al nostro mantenimento e metteva a disposizione 50 euro attuali per ciascuno; tutto ciò che giungeva in parrocchia, tolte le spese di gestione, era destinato alle attività parrocchiali ed ai poveri.

Con questo regime abbiamo potuto dar vita a numerose e splendide strutture, vivendo in maniera sobria, ma serena.

Giunto alla pensione, come Pietro, ebbi un po’ di paura, perché col metodo usato, non avevo nulla a disposizione per la mia vita di pensionato e chiesi a monsignor Pizziol, allora responsabile diocesano, la consistenza della pensione. Egli si meravigliò che io non avessi accantonato nulla per la vecchiaia; al che io rimasi un po’ sorpreso e deluso.

Avendo però scelto di vivere al “don Vecchi”, condividendo la soluzione che avevo pensato per gli anziani poveri, la mia pensione mi basta, anzi mi avanza per fare un po’ di bene.

Se posso dare un consiglio ai confratelli più giovani, direi a tutti: «Non accumulate niente e guardate ai gigli del campo e agli uccelli dell’aria». Un prete, o si fida del buon Dio, o altrimenti è meglio che cambi mestiere!

La Fede autentica di molti “lontani”

Io conto parecchie amicizie anche tra quelle persone che il mondo cattolico definisce “i lontani”. Il termine “lontano”, secondo l’opinione ecclesiastica, si riferisce, in maniera sommaria ed impropria, alle persone che militano nella sinistra, a quelle che sono poco o nulla praticanti, ad altre ancora in posizioni formalmente irregolari per la Chiesa (vedi divorziati, conviventi, sposati civilmente), altre infine critiche nei riguardi di certe scelte delle gerarchie ecclesiastiche, o del comportamento morale, o di una mancanza di coerenza da parte di certi membri del clero.

Io, ripeto, conosco, ho rapporti positivi, voglio bene e stimo moltissime persone che fanno parte di questo mondo tanto eterogeneo ma che, non solo i clericali, ma anche molti “buoni cristiani” ritengono lontane da Dio e dalla Chiesa, guardandole con atteggiamento diffidente e critico.

Dovrei pure aggiungere che sento particolare attenzione per questa gente, che non solo mi è cara, ma capisco e sento vicina. Non credo di nutrire questi sentimenti e fare queste scelte per spirito da “bastian contrario” che vuole diversificarsi dalla sua categoria. Questa mia propensione verso i “lontani” credo nasca dal fatto che li sento umanamente ricchi perché le loro scelte sono controcorrente e perciò frutto di ricerca solitaria, spesso sofferta.

Gesù, a proposito di questo discorso, afferma: “Non chi dice `Signore Signore’ entrerà nel Regno, ma chi fa la volontà del Padre” e la volontà di Dio è che le sue creature siano come Egli le ha progettate: oneste, sane, vere e capaci di relazioni piene e costruttive nei riguardi dei fratelli.

Cristo poi, in un’altra occasione, dice che Dio, al figlio che con faciloneria assicura che lavorerà nella vigna e poi si limita al suo “si” formale e non dà seguito al suo impegno, preferisce l’altro fratello che ci pensa, ed apparentemente si nega, mentre poi risponde con i fatti all’invito di suo padre.

Sono convinto che la risposta, pur sofferta, data con i fatti, è di molto più vera di quella data con formule altisonanti ma che non coinvolgono la vita.  Dio ci informa inoltre “che i pubblicani e le prostitute precedono, nel Regno di Dio, gli osservanti formali e i pignoli dell’adempimento delle norme della tradizione”.
Per non parlare poi della parabole del fariseo e del pubblicano al tempio.

La fatica, lo sforzo di autenticità e lo spirito di sacrificio che spesso dimostrano i cosiddetti “lontani” nel perseguire obiettivi che nella sostanza sono “cristiani”, perché normalmente validi, mi rendono molto più cauto nel collocare le persone nella categoria dei “lontani”, piuttosto che in quella dei “vicini”.

I giovani preti e il domani della Chiesa

Un giovane collega, critico nei miei riguardi, recentemente ha giustificato la sua non condivisione, o magari il suo rifiuto delle tesi che mi sforzo di portare avanti, affermando che “scrivo” troppo.

Penso che questa osservazione si debba interpretare più giustamente con l’affermazione che porto avanti tesi non condivisibili o, peggio ancora, azzardate, o forse non in linea col pensiero ufficiale della Chiesa.

Premetto, a scanso di equivoci, che se in realtà facessi qualcosa di dannoso per la fede, non esiterei un istante a “chiudere”. Sono infatti sempre stato mosso dal desiderio di fare del bene in generale, ed in particolare di rendere sempre più coerente ed evangelica la Chiesa di cui mi sento membro, che amo e che voglio servire.

Le “verità” che perseguo e i valori che voglio sottolineare, credo che siano sempre largamente all’interno dell’ortodossia. Non per questo pretendo la condivisione, ma quello che mi aspetterei è invece un serio dibattito per innervare del messaggio evangelico le nostre comunità, la Chiesa, la pastorale, la politica e la vita.

Tutto questo però ritengo che non avvenga minimamente, forse per inconscio desiderio di quieto vivere, forse per mancanza di idee, di poca passione o di quella prudenza che camuffa l’ignavia, il servilismo o il segreto desiderio di carriera.

Io sono vecchio e mi aspetterei che all’interno della comunità cristiana i giovani preti, anche se pochi, rappresentassero l’utopia, l’entusiasmo, la “rivoluzione”, il domani. Invece ho l’impressione che troppo spesso rappresentino il riflusso e il ripiegamento su posizioni di comodo e di retroguardia.

Ultimamente m’è capitato di vedere qualche curatino in tricorno con la cotta con le frange di merletto e tutta pieghettata, e m’è parso l’espressione di un mondo che vive nell’ultima periferia della vita, della storia e della società attuale.

Spero che non sia un desiderio cattivo, ma io auspico che quel po’ di giovane clero che ancora c’è, rappresenti la punta e non la coda di Santa Madre Chiesa.

Il fine della religione è salvare l’uomo!

Se c’è qualcuno che scopre per caso queste mie carte e gli capita di leggere qualche riga, mi scusi se si accorge che prima o poi ritorno sugli stessi argomenti.

Poco tempo fa ho scritto che mi ritrovo così solo a portare avanti certe “verità”, che ho paura che, una volta scomparso, non ci sia più alcuno che evidenzi certe ricchezze nascoste del Vangelo. Ho detto pure che certe scoperte di aspetti particolari del messaggio di Gesù, mi paiono così esaltanti e veri che mi sembra un peccato non offrire la ricchezza scoperta ai miei fratelli e concittadini.

Qualche giorno fa ho riletto nella liturgia feriale, l’episodio in cui è descritto Cristo che provoca “scribi e farisei”, cioè gli uomini della tradizione, della legge e forse del diritto canonico di quei tempi. «E’ lecito – disse Gesù guardando negli occhi gli osservanti pignoli delle patrie leggi (mentre leggevo mi pareva di vedere Di Pietro e tanti suoi seguaci in politica e in religione) – guarire nel giorno del Signore?». Poi, senza aspettare risposta, guarì il paralitico.

Essi non si convinsero affatto, ma immediatamente si misero a tramare per farlo fuori; per loro la tradizione, il codice, le regole, erano più importanti dell’uomo e del suo bene.

Riflettendo entusiasta sulla presa di posizione di Cristo, che fa una proposta così umana e così attenta alla sofferenza dell’uomo, fregandosene di certi feticci “legali e religiosi” inconsistenti e frutto della pochezza, della faziosità e forse, dell’interesse, mi si illuminò la mente con una luce improvvisa e forte che mi ha fatto capire “tu per tanti anni della tua vita hai pensato, come gli ebrei, che la religione deve curare esclusivamente `gli interessi di Dio’, mentre per Cristo essa deve essere tutta tesa a difendere, salvare, rendere felice l’uomo in senso assoluto!”.

Questa accezione del fatto religioso è quella che mi piace di più, mi convince, mi dà desiderio di offrirla anche agli uomini del mio tempo. Capisco che questa interpretazione del pensiero di Gesù “massacra” letteralmente coroncine, madonne con le lacrime, sforzi per consolare Gesù e tanti più esercizi. Credo però che essi si possano anche salvare a patto che tutte queste pie pratiche, devozioni, aspirazioni e preghiere, siano unicamente finalizzate alla “salvezza” e al bene dell’uomo.

L’insegnamento che ci ha lasciato “il parroco dell’isolotto”

Qualche giorno fa i giornali nazionali hanno speso quattro righe in zone povere dei loro fogli per una notizia che credo abbia detto meno di niente ai lettori poco addentro nella storia recente della Chiesa italiana.

I giornali informavano che era morto il “parroco dell’isolotto”. Credo non sia inutile dare un minimo di informazione su questo prete fiorentino. Questo parroco dell’isolotto, quartiere povero di Firenze, svolgeva la sua attività pastorale ai tempi del Concilio ecumenico vaticano secondo. La Chiesa italiana era in estremo fermento a quel tempo. Papa Giovanni aveva fatto saltare il tappo che la teneva ingessata ormai da decenni di vita stantia, ossequiente ai vecchi canoni della pastorale; ma sotto quella quiete apparente c’era un autentico vulcano in forte ebollizione. Il Concilio fece esplodere la pentola e la “lava incandescente” cominciò a scendere da ogni dove.

Fu un tempo estremamente vivace, ma assai scomposto, irrequieto ed esagerato come ogni rivoluzione. Ricordo che a quel tempo si diceva che un prete di quella Olanda bigotta e allineata, una volta celebrata la messa, dava alle galline del suo pollaio i resti delle ostie consacrate. Ricordo che da noi un collega, prima della messa, mandava il chierichetto a comprare un chilo di pane per dare la comunione ai fedeli. Ognuno, in particolare gli spiriti un po’ esagitati, si dava da fare per tradurre al presente i divini misteri.

Ebbene, il prete fiorentino morto l’altro ieri, aveva inventato un nuovo catechismo per i bambini della parrocchia. Io l’ho anche letto e non era male come tentativo di decodificare il messaggio cristiano costretto dentro le vecchie formule del catechismo di Pio X.

Quel prete ebbe la sfortuna di avere lo stesso vescovo che mandò don Lorenzo Milani nella parrocchia di Barbiana che a quel tempo aveva 42 abitanti. Si arrivò allo scontro, fu proibito al prete di celebrare in chiesa, egli diede appuntamento in piazza ai suoi seguaci e credo che per moltissimi anni abbia celebrato all’aperto per la comunità della diaspora.

Molti vescovi del Concilio avevano applaudito il collega, mentre io, garibaldino come sempre, avevo scritto che se continuava così la Chiesa italiana non avrebbe avuto “un isolotto” ma un arcipelago in rivolta.

Non so che cosa sia rimasto di quella comunità, anzi suppongo che siano rimaste solamente rovine. Non so pure se avesse ragione più il prete o il suo vescovo, forse avevano torto ambedue.

Da questo fatto non esaltante ho capito che nella Chiesa chi crede di avere qualcosa da dire ai suoi capi, lo deve fare dall’interno, senza sbattere la porta di casa; andandosene uno provoca solamente guai, senza costruire nulla di buono. Dall’altra parte, quella del vescovo, vorrei con umiltà ma con convinzione, affermare che il dissenso, o meglio la diversità, anche se è faticosa da accettare, arricchisce sempre, mentre gli atti di intolleranza fanno forse danni maggiori dei primi.

La mia ricetta

Alla mia età capita spesso di dare un’occhiata di assieme alla propria vita e di tentare di riconoscere i punti di forza e di debolezza del proprio impegno pregresso.

Io ho confessato perfino troppe volte di essere stato un uomo fortunato. Ove la Provvidenza mi ha posto ad operare, ho incontrato comunità ricche di attività, consistenti numericamente, ben strutturare da un punto di vista di servizi, economicamente positive, prosperose di gioventù e tutte tese a scrutare l’orizzonte per dargli forma e volto concreto.

Confesso però che il termine “fortunato” che molti dei miei colleghi mi hanno affibbiato, mi sta un po’ stretto, anzi lo rifiuto. Sono sempre più convinto che ognuno è artefice della propria storia e le dà il volto che egli ritiene giusto.

A più di qualcuno che ha sottolineato questa mia “fortuna”, ho risposto che ben volentieri gli avrei affidato il segreto per riuscire a dare corpo ai propri desideri. Confesso che di quel certo “successo” che mi si addebita ho sempre pagato il prezzo e aggiungo che tanto più esso è stato consistente, tanto più è stato alto il prezzo che ho dovuto pagare. Aggiungo ancora che il costo però non mortifica la vita, ma la rende quanto mai interessante ed intensa.

In questi giorni ho cercato di mettere a punto la mia ricetta in proposito: Individuare obiettivi condivisi dalle persone più generose, spendersi interamente per raggiungerli, non lasciarsi condizionare dalle critiche delle persone poco impegnate, non ambire ad alcuna carriera o riconoscimento pubblico, non cercare ad ogni costo l’assenso dei superiori, amare sopra ogni cosa la propria libertà, non tenere la coda ad alcuno, avere il senso della propria dignità, essere onesto con se stesso e con gli altri, non barare mai con alcuno, dire sempre a tutti, pur con rispetto, quello che si pensa. Vivere così non è facile né comodo, però ti permette di raggiungere mete insperate.

Spesso ho offerto ai miei colleghi questa ricetta, però finora non mi pare di aver trovato tanti discepoli disposti ad accettarla.

Lungaggini burocratiche

Quando uscirà questo appunto spero bene che sarà risolto il problema della nomina del Patriarca di Venezia, però quello che sento il dovere di dire credo che comunque abbia il suo valore.

Don Sandro Vigani, che è mio nipote, lo ritengo un validissimo giornalista ed un ottimo direttore del periodico della diocesi. Con lui “Gente veneta” ha acquisito non solo notorietà, ma anche autorevolezza. Di don Sandro ammiro la prosa brillante, la conoscenza dei problemi che tratta, l’equilibrio e la pacatezza delle posizioni espresse negli editoriali che pubblica con molta frequenza sul periodico.

Qualche tempo fa, a proposito della nomina del nuovo Patriarca, aveva auspicato che si evitassero i pettegolezzi, le supposizioni senza fondamento, le valutazioni facili. Io ho condiviso fino in fondo questa sua posizione.

Una settimana fa, in un altro articolo di fondo, ha ribadito che il nuovo vescovo non potrà mai essere il Patriarca che ognuno vorrebbe, perché il buon Dio, che certamente è più saggio di noi, manderà di certo quello di cui Lui sa che la Chiesa veneziana avrà bisogno.

Io, nel passato, avevo auspicato un Patriarca “a tempo pieno” per la sua comunità e i suoi preti, perché di personalità celebri e carismatiche e onnipresenti ne abbiamo già avuti, mentre la Chiesa veneziana ha bisogno, a parer mio, di un patriarca, anche se un po’ più modesto, ma tutto per noi.

Ma non ho motivi per non adeguarmi a quello che afferma don Sandro: “Dobbiamo accettare il nuovo vescovo con fede e seguirlo con amore anche se non è quello che ognuno di noi ha pur diritto di sognare”. Lode anche a questo intervento del direttore del giornale della diocesi.

Quello che invece rifiuto è il finale del fondo di domenica 15 febbraio: “Come direttore dell’ufficio stampa del Patriarcato, mi domando invece se non sia possibile evitare prese di posizione pubbliche che costituiscono un lauto banchetto per i giornali e finiscono per alimentare il fuoco, purtroppo inestinguibile, delle chiacchiere ecclesiastiche” Evidentemente si riferisce alle critiche per i sette mesi d’attesa. Questo non lo posso proprio accettare.

Il vecchio parroco di Altobello, don Molinari, affermava: “Terra santa più acqua santa non fa `fango santo’, ma solamente fango!”. Le lungaggini, l’esasperazione della burocrazia – sia essa politica o ecclesiastica – sono sempre un atteggiamento da rifiutarsi, sono sempre un fatto negativo. Il fatto che queste lungaggini burocratiche provengano dai dicasteri vaticani non le rende di certo efficienza, serietà, buon ordine. Io ritengo che una critica benevola e fatta per amore non sia mai da recriminarsi; essa è un dono del quale i nostri vescovi “hanno diritto”.

Ancora una volta mi rifaccio al “libero e fedele” di don Mazzolari.

La prova del nove

Oggi, col computer e i telefonini multiuso non serve più, ma quando io ho frequentato le elementari la prova del nove era uno strumento assolutamente indispensabile per verificare se le operazioni erano giuste.

Il paragone può sembrare azzardato, ma In questi ultimi tempi ho pensato frequentemente a questa operazione matematica in occasione dei numerosi eccidi di cristiani in Pakistan, in Nigeria e altrove a motivo della fede.

Credo che la capacità di affrontare il martirio per non venir meno alla propria fede sia la prova del nove per verificare la consistenza e la validità del proprio credere. Il distintivo, la bandiera, l’annotazione nei registri dei battesimi e perfino la pratica religiosa e la frequenza ai riti, credo che non siano più strumenti validi per misurare la consistenza della fede.

Ripeto che in questi ultimi tempi, apprendendo le testimonianze sublimi di coerenza da parte di semplici cristiani, per nulla acculturati in teologia, che di fronte al fondamentalismo islamico non hanno esitato a pagare col sangue la fedeltà alla fede cristiana, mi sono chiesto se la fede dei cristiani della vecchia Europa, dell’Italia e pure del nostro Veneto, considerato da tanti come una riserva privilegiata di religiosità, alla prova del nove del martirio reggerebbe e darebbe esito positivo. Temo tanto che questa prova indicherebbe che l’operazione non regge, che c’è qualcosa che non quadra. Ci siamo abituati ad un cristianesimo pantofolaio, privo di spina dorsale, quasi fosse un vestito che si può smettere e buttare non appena fa un po’ più freddo o più caldo.

Recentemente ho seguito con un po’ di curiosità e di meraviglia le dispute che si sono tenute nella mia vecchia parrocchia per un problema che è sembrato tanto importante, cioè fare la messa dei bambini alle 9 piuttosto che alle 9.30. E’ sembrato che ai piccoli si chiedesse la scelta eroica di andare a messa alle 9 piuttosto che mezz’ora più tardi e che i genitori fossero costretti a qualcosa di inimmaginabile – l’accompagnarli in chiesa per le 9.

In Italia, ormai da secoli i cristiani godono di una situazione di comodo o di privilegio, tanto che si considera la fede come qualcosa di scontato e parrebbe che si pensasse che il buon Dio dovrebbe essere persino troppo contento e riconoscente che ci dichiariamo credenti, quando poi questa “fede” in realtà non significa quasi niente.

E’ purtroppo vero che quello che non si paga è ben poco apprezzato.

Riflessioni in attesa del nuovo Patriarca

Nota della redazione: ricoediamo che questi pensieri sono stati scritti prima della nomina del nuovo Patriarca.

Credo di essere il primo a rivolgere al Cielo una preghiera, perché ci doni presto un Patriarca adeguato ai bisogni e ai problemi della Chiesa veneziana. Fino al momento in cui butto giù queste note, il Signore non mi ha ascoltato per quanto riguarda il tempo e non sono ancora in grado di sapere se mi ascolterà o meno sul tipo di vescovo che crederà opportuno mandarci.

A prescindere dai miei gusti io firmo già in bianco l’accettazione e ripeto: “Sia fatta, o Signore, la tua volontà,” anche perché soltanto Tu sai qual è il vescovo più opportuno per Venezia”.

In questi ultimi tempi ho avvertito dagli articoli della stampa cittadina, un certo disagio ed una certa insofferenza. Pur con toni rispettosi, l’opinione pubblica pare poco favorevole a queste lungaggini burocratiche che sono poco comprensibili per il nostro mondo che corre tanto veloce.

Poi è arrivato don Gianni, che in maniera più provocatoria che diplomatica, ha lasciato una colonna in bianco in terza pagina di “Lettera aperta” per dare idealmente spazio ai fedeli ad esprimere il loro parere di certo non positivo. Mi pare che la trovata sia più di dissenso che di consenso.

Infine è arrivato l’editoriale dell’organo ufficiale del patriarcato “Gente veneta” in cui il direttore, don Sandro Vigani, mio nipote e giornalista di valore, ha invitato, con discorso pacato, ad accogliere benevolmente il Patriarca che Dio vorrà mandarci, le cui qualità non potranno soddisfare tutti, ma che comunque si dovranno accettare, soprattutto perché a noi poveri mortali non è concesso di conoscere il disegno di Dio, il quale sempre è il più saggio e il più rispondente alle nostre necessità.

Monsignor Pizziol, nostro concittadino, ora vescovo di Vicenza ed amministratore provvisorio della Chiesa di Venezia, più di una volta ci ha invitato alla preghiera, quindi alla pazienza ed infine ha azzardato la data di Pasqua per l’arrivo del nuovo Patriarca. Ma monsignor Pizziol sta ormai da quella parte che pare sappia dire solo “Va bene!”.

Alcune parrocchie non vogliono “L’Incontro”

Da qualche tempo forse, spero più per incomprensione che per gelosia, il nostro periodico sta trovando qualche difficoltà nell’essere accolto in certe chiese parrocchiali della nostra città. Mi verrebbe la tentazione di fare i nomi delle parrocchie del “gran rifiuto”. Quanto è sempre più facile che botteghe, bar e locali di ogni genere accettino il periodico, tanto avverto una certa diffidenza da parte di alcuni parroci nell’accettare nella propria chiesa una voce che intende essere riflesso del messaggio di Cristo, che però si incarna nel concreto delle problematiche esistenziali e non vuole volare nella stratosfera di verità fumose e che non impegnano per nulla.

“L’Incontro” non è e non vuol essere il portavoce di una parrocchia e perciò non può essere considerato come “illecita concorrenza”; né è pure la voce della Chiesa veneziana, ma intende solo rappresentare la rimeditazione del messaggio evangelico, attenta alle problematiche vive della nostra società. Intende inoltre contribuire, anche se marginalmente, alla incarnazione della Parola di Cristo nel contesto della nostra società e del nostro tempo. Il desiderio della redazione è quello di offrire un contributo, seppur modesto, per la rievangelizzazione del nostro territorio.

Dato poi che il periodico è distribuito gratuitamente, perché è finanziato non da lobbies che hanno obiettivi più o meno interessanti, ma dalla generosità di volontari che si impegnano a stamparlo e diffonderlo, è più appetibile ai concittadini dei periodici, anche di taglio religioso, che hanno un prezzo di copertina.

Riesce perciò incomprensibile che dei discepoli privilegiati di Cristo rifiutino questo strumento pastorale che rilegge, ogni settimana, il pensiero di Cristo e tenta di tradurlo nel contesto del nostro tempo e della nostra società.

A Mestre fortunatamente vengono diffusi altri periodici di istituzione religiosa ben più ricchi di contenuti, di notizie e di riflessioni de “L’incontro”, quali “Gente veneta”, “Famiglia cristiana”, “Il messaggero di sant’Antonio”, “Avvenire”, ecc. Credo però che, anche si sommasse il numero di copie di tutti questi giornali, non si raggiungerebbe complessivamente il numero di copie settimanali de “L’incontro”.

E’ chiaro che noi della redazione vogliamo rispettare le opinioni di ognuno, ma ci riesce difficile comprendere i motivi di queste resistenze, soprattutto quando certe realtà parrocchiali non riescono a “parlare” alla loro gente che con fogli piuttosto miserelli.

Scelte, prezzi da pagare e risultati raggiunti

La bega con un mio confratello mi ha reso alquanto amara la vita in queste ultime settimane. Mi addolora quanto mai non riuscire a vivere in pace con le persone con le quali dovrei avere quasi tutto in comune.

La mia vita da prete quanto è stata bella e positiva nei riguardi dei cosiddetti “lontani”, altrettanto è stata difficile con i “vicini”, e più ancora con i colleghi. Le incomprensioni sono state molte e le critiche mi hanno spinto a chiudermi a riccio e ad isolarmi dalla mia confraternita.

Per natura e per scelta rifiuto le chiacchiere inutili, i convegni perditempo, il seguire le mode correnti, il “far da tappezzeria” alle cerimonie, i riti ampollosi e un certo servilismo ecclesiastico. Ho pagato di buon grado e senza chiedere sconto il prezzo che questa libertà comporta. Mentre mi sono speso totalmente per la mia gente, ho amato appassionatamente la mia comunità, non ho mai fatto vacanze, non mi sono mai alzato dopo le cinque e mezza e fino a quando sono andato in pensione non mi sono mai ritirato per il sonno prima delle 23.

Penso di aver amato ed ascoltato il mio vescovo, pur mantenendo la mia dignità di persona, la mia libertà di pensiero e l’onestà di rapporto. La mia casa è sempre stata aperta, non mi sono mai negato a nessuno ed ho continuato a farlo, ho sempre affermato che nessuno mi avrebbe mai recato disturbo per alcun motivo.

Ho visitato ogni anno una o più volte tutte le famiglie della mia parrocchia, anche le più ostiche, perché ho sempre ritenuto che il Signore mi mandava per tutti.

Nella mia comunità non ho mai permesso che alcun gruppo prevaricasse sugli altri. Ho mantenuto aperto il dialogo presenziando a tutti gli appuntamenti più significativi, quali il battesimo, la prima comunione, il matrimonio. Ho accompagnato alla tomba tutti i membri della comunità. Ho tentato di offrire il messaggio di Gesù tramite un settimanale che ha raggiunto le 3500 copie settimanali, un mensile inviato a tutte le famiglie, un mensile per gli anziani, una emittente radiofonica.

Tutto questo non lo ritengo un merito, ma solamente l’adempimento al mio dovere. Non ho mai preteso che gli altri si allineassero a me.

Credo di aver ottenuto qualche risultato: nel censimento è risultato che frequentava il 42% dei parrocchiani, ho lasciato 200 scout, cento chierichetti, il centro per gli anziani, una florida pastorale per gli sposi e delle strutture d’eccellenza.

Mi si accusa di essere autoreferenziale, di non adeguarmi agli indirizzi pastorali del vicariato della diocesi. Forse hanno ragione su questo punto, ma certamente torto marcio sui risultati.

Il cardinale Scola disse: «Chi ha gambe corra». Io ho tentato di farlo, mi spiace se qualche “zoppo” rimane indietro, ma non so cosa fargli!

La reazione dei cattolici sulla questione dell’ICI

Io sono per natura, per convinzione e per scelta, un cristiano ed un prete “interventista”. Credo che i cristiani non debbano rassegnarsi sempre alla difesa, ma debbano spendersi “all’attacco”. Non debbano trincerarsi attorno al campanile, ma paracadutarsi ove c’è la mischia, ove si fa la storia e si costruisce l’opinione pubblica.

I cristiani non devono lasciarsi vincere dalla paura, temere gli avversari, ma devono buttarsi fuori dalla trincea, perché essi posseggono gli strumenti migliori, hanno delle motivazioni assolutamente più valide, degli obiettivi più rispondenti ai bisogni dell’uomo.

Mi fanno pena i “cristianelli da sagrestia”, come li ha definiti non so se il cardinale Ottavini o il cardinale Siri. Il tempo dei martiri non è finito, e se uno crede, deve essere disposto a pagare qualunque prezzo per le sue convinzioni.

Questo mio modo di pensare mi ha portato a provare un senso di soddisfazione riguardo le nette prese di posizione dei vescovi, della stampa cattolica e perfino dei preti in merito ad una questione marginale ma significativa, ossia il problema dell’ICI.

I soliti mangiapreti, anticlericali all’ennesima potenza, quali sono i radicali capofila, i massoni, liberali e politici dell’estrema sinistra hanno montato una indegna campagna di stampa, volendo far passare l’idea che la crisi economica è determinata dal fatto che la Chiesa non pagherebbe l’ICI.

M’è piaciuto l’intervento di Bagnasco col suo “Parliamone!”: se c’è qualcuno che sgarra, intervenite, ma non siate così stupidi e faziosi da “mettere in ginocchio” preti, frati, suore e parrocchie, che stanno dando una mano allo Stato impegnandosi fino allo spasimo per aiutare i poveri, educare i ragazzi, combattere i mali della società.

Bocca, il prestigioso giornalista di sinistra, morto poco tempo fa, con onestà intellettuale ed autentico anticonformismo, scrisse qualche anno fa: “Se gratti e vai a vedere che cosa ci sta dietro ad ogni opera benefica e solidale, al novantanove per cento trovi sempre un prete, un frate o una suora”.

Sono stato tanto felice di riscontrare in questa occasione un sussulto di orgoglio e di coraggio da parte dei cristiani d’Italia, i quali finalmente hanno reagito alla “carognata radicale” e al codazzo più reazionario e retrivo della nostra società. “Forza, cattolici!”.

La Bibbia che sogno

Ebbi modo in passato di citare un libro che ho letto moltissimi anni fa e che mi ha interessato oltremodo. Si intitolava “La Bibbia aveva ragione” e tentava di spiegare con una razionalità lucida e con argomentazioni condivisibili, quelle pagine della Bibbia che noi, uomini disincantati del terzo millennio ed eredi del secolo dei lumi, non riusciamo ad accettare come avvenimenti reali.

La spiegazione che quel volume portava non escludeva “il miracolo” o l’intervento divino, ma li riconduceva ad una cornice comprensibile ed accettabile senza che “gridasse vendetta” alla nostra esperienza e alla nostra razionalità.

Porto ad esempio un episodio della Bibbia che ricordo; il passaggio del Mar Rosso da parte degli ebrei e l’affogamento dell’esercito egizio. Secondo l’autore avrebbe soffiato un forte vento che avrebbe abbassato il livello dell’acqua così da permettere, nei guadi meno profondi, il passaggio degli ebrei. Al cessare del vento del nord si sarebbe alzata la marea affogando gli egizi. Noi a Venezia ne abbiamo un’esperienza lampante con la marea che si alza e si abbassa a causa del vento di scirocco.

Per associazione di idee pensai a questa tesi leggendo, durante l’avvento, la bellissima pagina di san Luca che racconta l’annunciazione e che il Beato Angelico tradusse con i colori dolcissimi ed incantati della sua tavolozza.

Ho letto in passato una Bibbia, o meglio alcune pagine della Bibbia scritte non nella traduzione letterale, dall’aramaico, ma in un italiano corrente. Era quanto mai piacevole la lettura che si rifaceva alla lingua che noi comunemente parliamo. Io però sognerei ancora un passo oltre, ossia che qualcuno fosse capace di decodificare il testo, che si rifà ad una tradizione ed una cultura infinitamente lontane e diverse dalla nostra, leggere e riportare “il mistero” alle conoscenze, alla sensibilità e alle leggi scientifiche che siamo andati scoprendo durante i secoli.

Avevo tentato di fare io questa operazione che reputerei tanto importante per dare razionalità a tutti gli eventi narrati dal Vangelo, ma da un lato mi sono accorto che non ho la capacità di farlo e dall’altro che non so neppure se sia possibile farlo senza nulla togliere all’intervento di Dio. Faccio un esempio: per me sarebbe molto più comprensibile ed accettabile che l’arcangelo Gabriele (sapendo che angelo significa “messaggero”) fosse raccontato come una “intuizione”, una “folgorazione” che illumina improvvisamente la mente della Madonna, piuttosto di quell’essere strano con due ali sulle spalle di cui mai nessuno ha incontrato un esemplare.

Lascio perciò a chi è più colto di me portare avanti questo progetto ambizioso, ma allettante.

E’ Gesù che ci insegna a cercare le persone lontane dalla Chiesa

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere e poi fare una riflessione dall’altare su una delle parabole più semplici ed innocenti di tutto il Vangelo: la pecorella smarrita.

Ho l’impressione che oggi noi preti non gradiamo troppo trattare questo argomento perché il titolo e il contenuto della breve e candida parabola è diventato quasi un luogo comune al quale si fa riferimento per la pecorella protagonista del racconto. Mi sono sorpreso di essere un po’ intaccato anch’io da questo atteggiamento che guarda con superiorità di adulto smaliziato questo racconto evangelico.

Il modo di accostarmi al testo sacro proviene anche dal fatto che nella parrocchia della mia infanzia avevamo un vecchio cappellano che non aveva fatto carriera, il quale, nelle sue prediche, ritornava, per dritto o per rovescio prevalentemente su due argomenti: la pecorella smarrita e gli dei falsi e bugiardi con i quali se la prendeva con tanto vigore e passione.

Mentre in sagrestia leggevo il testo per prepararmi alla riflessione dopo il Vangelo, come per una illuminazione interiore fui colpito da un insegnamento veramente forte che la parabola, apparentemente tanto elementare, conteneva. Gesù ci insegna a non covare da mane a sera, e in tutte le occasioni, quel gruppetto di fedeli che costituiscono l’assoluta minoranza del “gregge”, ma a non darci pace, invece, per la stragrande maggioranza delle “pecore” che ora, per un motivo o per un altro, se n’è andata.

Facciamo poco o nulla per i “lontani”. Le nostre comunità non sono attrezzate per questo apostolato ed avvertono altrettanto poco questa esigenza e questo dovere.

“L’incontro” è un periodico a cui sta profondamente a cuore questo problema e “vive” per questo tentativo di dialogo, di approccio e di recupero di chi se n’è andato. Ahimè, forse per questo motivo, che mette una pulce sull’orecchio e che suona come un pungolo, il periodico viene accolto benevolmente da pasticcerie, botteghe, banche, luoghi “laici” per loro natura e trova, purtroppo, l’ostracismo nelle parrocchie.

Proprio qualche settimana fa, mi hanno riferito di un giovane parroco di primo pelo che rifiutava “L’incontro”. Gli scrissi per domandargli se era vero, per non importunarlo ulteriormente, ma questi, come un altro di un’altra parrocchia del centro, neanche si degnò di darmi risposta.

Poco male! Come Paolo di Tarso, lascio pure a questi pastori coccolare i rimasugli del gregge rimasto ed io mi occuperò dei “gentili”, sperando di essere in linea con la parabola della pecorella smarrita insegnataci da Cristo.