“Preti di strada” e “cristiani anomali”

Un giornalista italiano, di cui purtroppo non ricordo il nome, lo scorso anno ha pubblicato un volume con un titolo un po’ provocatorio: “Preti di strada”.

Per associazione di idee, di primo acchito m’era venuto da pensare a qualcosa di poco pulito, perché il titolo si avvicinava perfino troppo ad un’altra espressione molto più conosciuta: “donne da marciapiede”. Quest’ultima espressione non induce alla stima, mentre invece la prima era una attestazione di simpatia e di ammirazione verso certi preti, un po’ fuori dagli schemi convenzionali, che si occupano in particolar modo delle “pecore perdute d’Israele” e lo fanno pure senza seguire troppo il codice di comportamento stilato per gli ecclesiastici più devoti.

Il giornalista manifestava tutta la sua stima a preti come don Ciotti, don Mazzi, don Gelmini, don Gallo e don Benzi, che si prendono cura di prostitute, drogati ed estremisti di ogni sorta. Per qualche verso mi sento anch’io un po’ “prete di strada”, anche se vivo, mi muovo e forse penso anche come un comune benpensante. Il titolo di appartenenza a questa categoria di sacerdoti “fuori serie”, e forse amato dai laici e dai non allineati da un punto di vista canonico, per me è quello di dover celebrare il commiato e presentare a nostro Signore, tanto spesso, uomini perduti, creature sbandate, cristiani non solo non praticanti, ma anche non credenti. Mi tocca sempre più spesso recuperare alla misericordia di Dio creature che ufficialmente non possono pretendere, anzi rifiutano, ogni attenzione accettabile dalla Chiesa istituzionale.

Qualche settimana fa un fratello che mi chiedeva il funerale religioso per il suo famigliare assolutamente non credente, alla mia domanda, pur rispettosa, “perché chiedesse il rito religioso per il commiato”, mi rispose un po’ imbarazzato: “per rispetto alla fede di famigliari e amici credenti”. Un po’ poco per ritenere membro della comunità cristiana un uomo che si era ben guardato dal sentirsene parte.

Poi capii che l’estinto era stato un professionista corretto, una persona che si era fatta carico, con spirito di vera abnegazione, della sua compagna di vita assolutamente bisognosa di aiuto, una persona cordiale e aperta alle amicizie e alla solidarietà. Infine conclusi che aveva onorato Dio con “preghiere e pratiche” ben più consistenti di quelle dei “credenti” di maniera e l’affidai con tanta gioia alle “braccia amorose del Padre” ed invitai i tanti amici che gremivano la chiesa ad accogliere la testimonianza e l’eredità spirituale di questo “cristiano anomalo”, checché ne possano pensare i miei confratelli molto più pii di me.

Testimonianze di Fede ai giovani

Più volte ho parlato di Roberto, il mio fratello più piccolo, prete come me, e parroco della popolosa parrocchia di Chirignago. Più volte poi ho sentito il bisogno di riconoscergli capacità, dedizione, coerenza e risultati notevoli. Don Roberto è un parroco intelligente, conosce il suo “mestiere” e lo fa bene, tanto da avere una bella parrocchia, forse la più bella del Patriarcato.

Qualche settimana fa, in occasione di una “tre sere” dedicata ai suoi giovani, sul tema “La fede”, mi ha invitato ad offrire la mia testimonianza. Eravamo in quattro a dire come era nata la nostra fede, come era cresciuta, le difficoltà che avevamo incontrato e lo stato di salute attuale.

Io, ottantatreenne, ero il più vecchio, prete da più di mezzo secolo. Dopo di me c’era un impiegato di una fabbrica di Marghera, ormai in pensione, una buona quindicina di anni di meno, poi due giovani cresciuti da don Roberto, ambedue trentenni (uno vecchio scout, “quadro” della “Veritas” ed uno dell’Azione Cattolica, insegnante in una scuola delle superiori).

Il pubblico era costituito da circa 150 giovani, dai 15 ai 25 anni, attenti e silenziosi. Abbiamo offerto, tutti e quattro, la nostra testimonianza di credenti, con onestà e convinzione, tutti e quattro credenti e praticanti.

L’uomo maturo si è presentato come un vincenziano, impegnato ad essere vicino ai colleghi in difficoltà, testimone della fede in un mondo lontano, indifferente e spesso critico.

Il funzionario della Veritas ci ha raccontato come lo scoutismo l’aveva salvato e maturato alla fede.

L’insegnante ha letteralmente rubato la scena col suo discorrere scorrevole e piacevole, raccontando la storia sua e della moglie, sposi senza figli, che hanno adottato due ragazzine, una delle quali disabile, e l’altra fortemente compromessa a livello psicologico ed avevano accolto poi altri tre figli che il buon Dio, un po’ tardivamente, aveva aggiunto alle due prime adottate. E’ stata una bella testimonianza, una traduzione concreta e faticosa della fede.

Io ho arrancato – da sempre sapevo che questo tipo di interventi non mi sono congeniali – ma all’entusiasmo e all’impegno di don Roberto non potevo e non ho voluto dire di no. Comunque mi sono accorto che di fronte alle testimonianze pulite e semplici dei miei tre colleghi e al candore della splendida ed innocente platea dei ragazzi, la mia fede era molto più problematica, sofferta e messa a dura prova dalla cultura e dal pensiero corrente.

Penso senza presunzione d’essere più avanti, di star precorrendo i problemi che questi giovani, prima o poi, dovranno affrontare se vorranno che la loro fede sia credibile e feconda nel nostro tempo.

Mi auguro che incontrino chi li guidi a passare da un cristianesimo piuttosto formale e rituale ad una fede più adulta e in linea con i tempi nuovi.

Il bell’esempio di alcuni esponenti dell'”alto clero”!

Io credo di non essere mai stato troppo tenero con i capi in genere, né con la gerarchia ecclesiastica e questo sia perché ho sempre nutrito il sacro terrore di ogni forma di servilismo, anche solamente verbale, sia perché mi pare di dover prendere seriamente il monito di Cristo “Non fatevi chiamare padre o maestro, perché uno solo è il vostro Padre e Maestro, quello del Cielo! Chi di voi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti”. Questa dottrina non l’ho inventata io, è parola di Cristo, anche se molti piccoli e grandi prelati pare che se ne siano dimenticati.

Detto questo però ho profonda venerazione e riverenza verso i capi della Chiesa che, una volta portato a termine il loro servizio, smettono le insegne, il linguaggio e lo stile dei preposti al popolo del Signore, riscoprono la vecchia tonaca nera, il “don” del popolo e continuano a servire umilmente, come semplici discepoli di Gesù, impegnati in parrocchia o in missione.

Sono andato a ripescare nella mia memoria e nel mio cuore alcuni prelati importanti che ho conosciuto direttamente o a mezzo della carta stampata, vivi o defunti, in occasione della lettura di un articolo di “Famiglia Cristiana” sul cardinal Tettamanzi, già arcivescovo di Milano. Il vecchio arcivescovo di Milano confida, in maniera candida e sorridente, al giornalista che lo intervista sul suo futuro: “Finalmente potrò fare il prete!”. Che bella affermazione, che gioia porta al cuore di un cristiano questa affermazione umile e santa! D’altronde il cardinal Martini, più vecchio ancora, una volta in pensione, ha ricominciato a studiare e a parlare così, con tanta semplicità, della fede e di Dio, tanto che forse nessuna delle sue omelie episcopali sono state così penetranti ed efficaci quanto le attuali confidenze spirituali che affida alla stampa.

E il nostro vecchio patriarca, cardinale Cè, che smesse la porpora, fa il maestro di spirito e accompagna alla ricerca di Dio tante anime assetate di spiritualità.

Una volta rimproveravo al mio patriarca di non avere mano ferma nel governo, solo ora ho capito la grandezza di questo uomo di Dio. Ora il mio vecchio vescovo è per me un punto di riferimento nella mia vita spirituale ed un pungolo per la mia coscienza di prete.

Fortunatamente anche “l’alto clero” offre ancora al popolo di Dio figure eminenti di pastori che, smesso il pastorale e la tiara, si mettono a far catechismo e a servire i poveri.

Sono proprio costretto a concludere che anche vescovi, arcivescovi e cardinali possono diventare santi.

Un pensiero quantomai attuale di don Mazzolari sulla carità

Un mio giovane collega ha pubblicato recentemente sul periodico della sua parrocchia – uno dei più degni fogli parrocchiali della nostra città – un pensiero di don Mazzolari, che io non conoscevo. Sento il bisogno di riportarlo perché avverto ancora troppa sonnolenza, disattenzione ed assenza su questo fronte del messaggio cristiano.

Dice don Mazzolari, il sacerdote che papa Roncalli definì “La tromba di Dio nella Bassa padana: «Chi ha poca carità vede pochi poveri, chi ha molta carità vede molti poveri, chi non ha carità non vede nessuno!».

Don Mazzolari è uno dei profeti maggiori del nostro tempo ed un interprete aggiornato e fedele del messaggio cristiano per la gente di oggi.

La sua sentenza perentoria può sembrare perfino esagerata, ma se ci si rifà al pensiero di san Giovanni Crisostomo, il quale afferma che è preferibile onorare e servire Cristo nella veste del povero che nella sontuosità dei templi e dei riti, si capisce subito come egli abbia ragione.

Oggi non c’è parrocchia che non abbia una chiesa più o meno bella, un campanile con le relative campane che suonano l’accolta dei fedeli per la preghiera, non c’è parrocchia che non possegga un patronato, un campetto di calcio per i ragazzi, delle aule di catechismo per educare i fanciulli all’apprendimento della dottrina cristiana.

Non altrettanto si può dire per quanto riguarda la carità. Sono ancora troppo poche le parrocchie che diano testimonianza di un’attenzione e di un servizio serio a favore dei poveri, e meno ancora quelle seriamente impegnate a dare risposte aggiornate, serie e concrete alle nuove povertà. Rifacendoci a don Mazzolari, ciò è dovuto alla grave carenza della pratica della virtù della carità, che non è solamente una delle virtù principali proposte dal messaggio di Gesù, ma rappresenta un aspetto essenziale della proposta cristiana. La sontuosità dei riti religiosi e la stessa partecipazione dei fedeli alla liturgia, non solamente non può fare da contrappeso alla pratica della carità, ma anzi può ingannare i fedeli e contrabbandare una prassi cristiana come autentica, mentre manca di un elemento essenziale.

La vita religiosa nel Veneto di ieri costringe a guardare l’oggi con altri occhi

Una bimbetta, conosciuta più di trent’anni fa al “Germoglio”, il prestigioso centro polifunzionale per l’infanzia della mia vecchia parrocchia di Carpenedo, ed ora ricercatrice e funzionario della Sovrintendenza ai monumenti di Venezia, è venuta a cercarmi per regalarmi un volume che lei, giustamente, riteneva che mi avrebbe interessato.

Credo che Elena, questa giovane e brillante signora, si interessi particolarmente dei monumenti e degli scavi nel Veneto orientale ed in particolare di Concordia. Nelle sue ricerche si è imbattuta in un volume di un vecchio parroco di Concordia, don Celso Costantini, il quale ha scritto la sua biografia, intitolandola “foglie secche”, volume su cui intendo ritornare a motivo della sua prefazione. Dato che il volume non si trova più in libreria e nell’attesa e nella speranza che sia ristampato, la signora, ricordandosi del suo vecchio parroco e del suo diario, si prese la briga di fotocopiarlo interamente per farmene un regalo.

Questo don Costantini lo avevo già conosciuto sommariamente perché sia lui che suo fratello, pure sacerdote, avevano, come si suol dire, fatto una brillante carriera ecclesiale: uno diventato vescovo e l’altro cardinale. Uno dei due, grande esperto d’arte sacra, aveva scritto un libro che, in seminario di Venezia, avevano adottato come libro di testo.

Sto letteralmente divorando il testo regalatomi, per la prosa brillante, per l’impronta squisitamente pastorale e soprattutto perché descrive i costumi, le usanze, la religiosità e la vita delle parrocchie venete che io ho conosciuto nella mia infanzia. Leggendo il testo di questo prete, d’origine friulana, ma di educazione veneta, ho riscoperto le radici della religiosità semplice ma robusta della mia gente e sono costretto a fare delle comparazioni con il mondo religioso in cui ora sono immerso.

Questo ultimo secolo ha segnato dei mutamenti radicali nelle convinzioni e nella pratica religiosa del Veneto. Ho l’impressione che oggi sia rimasta la forma negli ambienti più poveri della nostra campagna, ma che se ne siano persi il cuore, la sostanza, l’essenza, mentre s’avverte ancora molto poco della religiosità promossa dal Concilio, condizionata dalla cultura corrente.

Credo che i preti siano riusciti ben poco a far passare il guado religioso e offrire il nuovo respiro che deve avere il cristianesimo d’oggi se vogliamo che i princìpi evangelici incidano sulla coscienza e sulla vita degli uomini del mondo attuale.

La burocrazia c’è anche nella Chiesa!

Quando sei anni fa ho cominciato questo mio diario ho capito subito che non potevo alla sera scrivere la pagina perché l’indomani mattina fosse pubblicata, e meno ancora scrivere al sabato perché la domenica mattina il settimanale fosse in edicola. La filiera della mia “azienda” è condotta da volontari i quali fanno quello che possono e quando lo possono e quindi il percorso è lungo e tortuoso. Il mio diario quindi lo scrivo quando ho tempo e quando penso di avere qualcosa che penso opportuno dover dire.

Ho fatto questa premessa perché quando “L’incontro” va “in edicola” il diario porta il nome dei singoli giorni della settimana e le date relative, però in realtà io ho messo nero su bianco anche due o tre mesi prima. Il mio diario vuole essere in realtà solamente uno strumento di dialogo, una riflessione sul quotidiano, un messaggio ed una critica, che però è legata ad una stagione della vita piuttosto che ai giorni del calendario.

E vengo all’argomento di cui voglio parlare, che al momento in cui scrivo è quanto mai attuale, ma che probabilmente potrebbe essere del tutto superato come fatto contingente nel momento in cui uscirà, ma che nella sostanza può valere per altre realtà.

La nostra diocesi è senza capo ormai da mesi. Per l’ordinaria amministrazione hanno messo su un “governo balneare” o meglio “autunnale”, ma è un po’ arruffato, con pochi poteri e meno programmi. Perché? Credo che in Italia vi siano migliaia di monsignori che sognerebbero di diventare vescovi, decine e decine di piccoli vescovi che sognerebbero di diventare patriarchi. Quindi non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Mi riesce difficile, se non impossibile, pensare che il Santo Padre se ne stia con la testa tra le mani, per risolvere il dubbio amletico su chi nominare a Patriarca di Venezia. Se il Papa avesse proprio tanta difficoltà, potrei aiutarlo anch’io suggerendogli qualche nome di parroco della diocesi che potrebbe fare benissimo da vescovo di Venezia. Il guaio però credo che sia la solita burocrazia a complicare le cose e rendere difficili anche le cose più semplici di questo mondo.

Si è detto che il comunismo aveva creato il più imponente ed inefficiente apparato burocratico, però mi pare che il nostro Stato, parastato e perfino le strutture ecclesiastiche non siano proprio da meno. La burocrazia di ogni tipo è sempre tanto assurda quanto soffocante. Che non sia il caso di aggiungere un’altra litania a quelle che si rivolgono a Dio per liberarci dai burocrati che infestano la vita sociale, aggiungendo l’invocazione: “Dalla burocrazia assurda ed inconcludente, liberaci, o Signore!”?

Politici cattolici del domani

Più volte ho ribadito la mia profonda convinzione che il cittadino, e soprattutto il cristiano, debba impegnarsi e adoperarsi per il bene della collettività. Se uno vuole avere dei servizi da parte dell’apparato statale deve concorrere perché esso lo possa fare. Chi rivendica solamente diritti e servizi standosene alla finestra a guardare e rimanendo con le mani in tasca è un illuso o, più facilmente, un egoista ed un ipocrita. Il servizio per il bene comune la nostra società lo definisce con un termine antico: “politica”, ossia impegno per la città nel senso più lato della parola.

Sono quindi assolutamente d’accordo con il presidente Napolitano quando afferma che l’impegno politico è in se stesso qualcosa di degno, nobile e alto. Però il triste è che gli uomini che attualmente gestiscono nella nostra nazione questa nobile mansione, che si rifà al comandamento evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”, sono in gran parte dei mestieranti interessati, preoccupati solamente di garantirsi lauti proventi e promuovere la loro parte per mantenere questa posizione di privilegio anche in futuro.

Credo che in passato raramente in Italia si sia provato un sentimento di disistima, di rifiuto e di disprezzo per una classe politica così partigiana, litigiosa, inconcludente, arrogante, arruffona ed incline ad ogni compromesso qual’è quella che oggi governa in Italia. Pare che la stragrande maggioranza dei cittadini sia nauseata e delusa, ma non riesce a disfarsene nonostante si affermi che in Italia vige il sistema democratico.

Pure il Papa ha raccolto questo sentimento di disagio universale e più volte ha auspicato una nuova classe politica fatta da membri della nuova generazione non ancora compromessa e squalificata. Il mondo cattolico pare che finalmente stia muovendosi. Recentemente s’è riunito in un convento a Todi per confrontarsi sulle possibili soluzioni.

L’iniziativa m’è sembrata un germe di speranza seminato in terra d’Italia, però confesso che ha creato un sentimento di disagio la presenza del cardinal Magnasco con la sua papalina rossa in capo ad offrire la sua mano inanellata per ricevere un reverenziale baciamano: gesto ormai fortunatamente fuori moda. M’è sembrata una intromissione un po’ intrigante di un clericalismo che tarda a morire.

Rimango convinto che preti, vescovi e Papa abbiano il nobilissimo compito di annunciare princìpi, di indicare orizzonti aperti, di promuovere utopie, lasciando ai laici ed onesti mediare in soluzioni concrete tali obiettivi per creare una nazione più sana e governi più tesi al bene comune.

“Ama il prossimo tuo come te stesso” è un comandamento non sempre vissuto appieno

L’apertura del “don Vecchi 4”, impresa che mi ha impegnato alquanto in questi ultimi tre anni di vita di pensionato formale, è stato un evento che mi ha coinvolto quanto mai, non solamente perché queste imprese sono estremamente complesse e costose, ma soprattutto perché ha rappresentato per me il tentativo di raggiungere un obiettivo ideale che va ben oltre il fatto di poter offrire serenità e sicurezza ad un’ottantina di anziani.

Ormai da molti anni mi cruccia il fatto che nella Chiesa in generale, ma soprattutto nelle comunità locali, mentre si recepisce “il primo” comandamento di Cristo “Ama Dio con tutte le tue risorse” e si tenta di portarlo avanti attraverso la catechesi, l’omiletica e la nuova evangelizzazione, il “secondo”, che gli è estremamente connesso, così da farne un tutt’uno, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, mi pare sia abbastanza negletto e praticamente considerato marginale nella proposta pastorale.

Bene o male le nostre parrocchie hanno messo in piedi un’impalcatura che va dagli edifici sacri ai discorsi di carattere religioso per parlare ed amare Dio, mentre in generale pare venga ritenuto quasi un optional del messaggio cristiano il comandamento della carità. Le nostre comunità hanno eretto delle chiese decorose, hanno un apparato per la catechesi, ben raramente però sono attrezzate in maniera seria per dare volto e sostanza alla solidarietà, elemento che esprime e trasforma in servizi concreti il comandamento dell’amore fraterno.

Non mi illudo minimamente di avere la capacità e le risorse per operare questo bilanciamento, ma almeno sento il dovere di premere perché la solidarietà abbia maggiore consistenza, perché convinto che il messaggio cristiano senza la componente assolutamente essenziale, la solidarietà, sarebbe monco, deforme e difficilmente accettabile dall’uomo di oggi.

Sono sempre più convinto che nel nostro tempo per i cristiani, presentare il biglietto da visita con scritto “solidarietà” sia più accettabile e comprensibile che presentare quello con scritto “fede”. Per questo motivo ho parlato del “don Vecchi” come “cattedrale di Dio” e della sua inaugurazione come “pontificale della solidarietà”.

Non è facile “amare Dio con tutte le proprie forze”, anche si corre il rischio di illudersi di farlo, mentre è altrettanto difficile “amare il prossimo come se stessi”, ma in questo caso è più facile verificarne le relative mancanze.

Mandare i preti “a bottega” per formare parroci concreti e coraggiosi

E’ una legge sicura del mercato quella di investire il proprio denaro su titoli solidi e promettenti. Questo discorso vale per l’economia, ma vale pure per le parrocchie e soprattutto i parroci. Ove ci sono dei parroci coscienti d’essere i portatori, nella nostra società, del messaggio più valido, che credono che l’Evangelo di Cristo è valido oggi come lo era dieci o venti secoli fa, ove ci sono parroci che hanno imparato  a spendersi senza risparmio, là normalmente vi crescono comunità cristiane attive, vivaci e numerose.

Oggi ho l’impressione che la preparazione dei preti sia piuttosto teorica, verbosa, poco ancorata alla realtà della vita, soprattutto priva di esperienze concrete in cui essi possano verificare sul campo la possibilità di “far fiorire il deserto”, cioè di avere comunità vive ed efficienti nonostante il vento contrario, quali il relativismo, il consumismo e la secolarizzazione.

Credo che sia assolutamente necessario che i preti “vadano a bottega”, ossia che si formino all’interno di parrocchie coraggiose e coi piedi per terra.

Papa Luciani, quando era Patriarca di Venezia, mi confidava di voler attuare un progetto in linea con queste idee: voleva creare tre o quattro comunità con dei parroci molto validi e far passare per queste comunità tutti i giovani preti, perché si rendessero conto che è possibile quello che i pavidi, gli imboscati e i burocrati dicono ormai impossibile. Oggi constato che i giovani parroci, migliori in assoluto, sono quelli che han fatto esperienza in parrocchie guidate da parroci coraggiosi e coerenti.

Nella mia lunga esperienza di parroco incontrai un cappellano che affermava che oggi i ragazzini sono talmente impegnati che non è più possibile si impegnino anche nelle attività parrocchiali. Volli dimostrargli quanto fosse sbagliato il suo modo di pensare. Mi misi d’impegno e in pochi mesi gli presentai un gruppo di 100 chierichetti.

Anche nella pastorale necessitano maestri d’ascia, capomastri che posseggano “il mestiere” e lo trasmettano ai “garzoni della bottega”.

“Il villaggio di Cartone” di Olmi: un monito che la Chiesa non deve lasciar cadere!

Un tempo, quando mi occupavo di Radiocarpini, una delle mie utopie rimaste “incompiute”, mi interessavo quanto mai della Mostra Internazionale del Cinema che ogni anno si tiene all’inizio dell’autunno. Mi ricordo le difficoltà per ottenere il pass per la stampa, perché la nostra emittente non era granché considerata tra i mezzi di informazione. Comunque avevamo il nostro inviato speciale e vari servizi sull’avvenimento.

Ora il mio interessamento è alquanto diminuito, non essendo un patito del cinema, soprattutto perché i servizi della stampa locale, che io seguo un po’, sono sempre infarciti di pettegolezzi sulle dive e sugli attori del momento, spesso eccentrici, montati e superficiali. Quando però la stampa ci ha informato del film fuori concorso di Olmi, il vecchio regista, tra i pochissimi di matrice religiosa, le mie orecchie si sono d’istinto rizzate per capire l’evoluzione del pensiero di quest’uomo di grande spessore umano e religioso.

Ho letto con estremo interesse la critica del suo film “Il villaggio di Cartone” e le interviste che i nostri giornalisti gli han fatto in occasione della proiezione di questo suo film e del Leone d’Oro che gli è stato attribuito per la carriera. La trama del film è quanto mai emblematica: una parrocchia che si “spegne” per mancanza di fedeli, viene spogliata di ogni ornamento e il vecchio parroco, desolato perché viene privato del perché della sua vita, che si sente quasi perduto. Poi la rinascita nella povertà e nell’accoglienza dei nuovi fedeli che giungono da ogni parte del mondo fanno rifiorire la comunità di uomini che ringraziano e chiedono aiuto al Signore.

La “parabola” di Olmi è quanto mai chiara e suona come una denuncia nei riguardi di una Chiesa che si è rifugiata nei riti, nell’ornato e nell’apparato, ma che ormai è priva di linfa vitale, quasi una fonte che si è disseccata e che non è più la “fontana del villaggio” di cui parlò papa Giovanni, alla quale tutti, credenti e meno credenti, possono attingere, dissetarsi e pulirsi.

Leggendo la critica sul film di questo grande regista, m’è venuta l’angoscia che anche questo monito, che ci viene dalla cultura e dal mondo dell’arte, non rimanga inascoltato, lasciato cadere come tanti altri moniti e richiami che ci giungono.

Le nomine nella Chiesa ed il ruolo dei fedeli laici

Nei foglietti parrocchiali, che ricompaiono finalmente negli espositori delle chiese dopo le ferie estive, c’è poca “polpa”. Spesso contengono solamente orari, i santi della settimana, qualche pezzetto di “Gente Veneta” e nulla più. Fortunatamente ve ne sono alcuni che si discostano un po’.

Spesso ho citato “La Borromea” di San Lorenzo, “Servizio e comunità” del viale San Marco, “Il foglio” di San Lorenzo Giustiniani. Non ho invece mai fatto cenno, come merita, al foglio della parrocchia di San Paolo di via Stuparich, il direttore del quale è don Franco De Pieri.

Il foglio di don Franco, che di rado mi capita sottomano, a cominciare dal titolo “Già e non ancora”, dalla impostazione grafica e soprattutto per il contenuto, è un po’ particolare. Gli articoli sono spesso prolissi, e forse anche più aggrovigliati dei miei, che è tutto dire! Comunque don Franco è un prete intelligente ed appassionato del suo “mestiere”, perciò non parla mai a vanvera e il nucleo del discorso, che spesso naviga in un mare di parole e di concetti, è sempre valido.

Recentemente l’ex parroco di San Lorenzo Giustiniani ha riportato nel suo settimanale un articolo di “Già e non ancora” che, pure sfrondato e ridotto, rimane tanto lungo, a cominciare dal titolo un po’ enigmatico: “I segni sono segni – ed ognuno li può leggere come vuole”, al contenuto, tanto aggrovigliato, in cui mi è parso di cogliere due verità interessanti.

La prima: se a San Lorenzo Giustiniani è nato tutto un parapiglia perché non volevano che don Gianni fosse trasferito, è “segno” che don Gianni ha ben meritato e s’è fatto stimare dalla sua comunità; e questo non è poco e va a merito di questo giovane parroco.

La seconda, più corposa ed importante mi interessa quanto mai: oggi si fa un gran parlare della dignità e della corresponsabilità dei laici, del loro ruolo essenziale nella Chiesa, eppure dai fatti più recenti ciò non risulta. Il patriarca Scola va a Milano, chi verrà nessuno lo sa, don Barlese l’hanno trasferito in curia, don Antoniazzi a Carpenedo, don Favaretto a San Lorenzo Giustiniani. E la comunità ecclesiale che ruolo ha avuto?

Al massimo la sorpresa di questi misteriosi cambiamenti operati nel segreto più assoluto nelle stanze dei bottoni. E il popolo di Dio? E gli organismi ecclesiali? So quanto sia difficile coinvolgere, però non bisogna rimangiarsi in pratica ciò che si proclama dalle cattedre. L’onestà, la coerenza e la credibilità sono pretese anche in alto, nonostante tutti i carismi e le grazie di Stato, come si diceva un tempo.

La Chiesa, sulla strada della fiducia nello Spirito Santo e nel Popolo di Dio, si muove in maniera ancora goffa e incoerente. Credo che sia bene che i cristiani come i loro capi, lo sappiano e ne tengano conto.

Don Franco termina il suo lungo articolo con parole di ammirazione ai fedeli di San Lorenzo Giustiniani perché hanno offerto alla Chiesa veneziana “un segno” di comunione col loro parroco, un segno che a mio parere, a differenza di don Franco, credo non si possa leggere come ognuno vuole, ma nel suo significato reale: don Gianni si è fatto stimare ed amare dalla sua gente!

Le bellissime parole cristiane di Martin Luther King!

Quando penso all’educazione che ho ricevuto da bambino in rapporto ai protestanti, mi viene da rabbrividire. Per molti anni ho pensato a questi cristiani, che in maniera opportuna o meno hanno sognato e tentato di rinnovare la Chiesa riportandola alla freschezza e alla coerenza delle origini, come a dei ribelli, indegni e traditori, non solo arrossisco, ma rinnego quasi i miei educatori.

“Famiglia Cristiana” ha realizzato una splendida iniziativa editoriale e di grande valenza religiosa, allegando ogni settimana ad un costo veramente irrisorio, un volume di uno dei profeti del nostro tempo. Ha cominciato con Gandhi, ha continuato con Martin Luther King, per proseguire con le magnifiche figure di testimoni che incontrano e fanno fremere il cuore con i loro pensieri di calda e profonda umanità, che si coniuga in maniera perfetta con una spiritualità autentica e convincente. La bellezza particolare di questi volumi consiste nel fatto che non sono delle biografie, ma raccolte fedeli dei loro pensieri.

Sto leggendo Martin Luther King: “La forza di amare”. Il discorso di questo uomo di Dio è talmente lucido e convincente per cui, avendo cominciato a sottolineare qualche passaggio, mi verrebbe da segnare tutto il testo e quasi mi dispero perché la mia memoria mi tradisce e perciò non mi dà una mano per ricordarmi le splendide cose che questo uomo del Signore dona all’umanità. Mi trovo impotente, quasi vorrei abbracciare, per tenermi presso il cuore questo oceano di saggezza e di interpretazione in chiave di attualità, il messaggio di Gesù, che tradotto nei pensieri e nelle parole di questo pastore di anime, appare semplicemente meraviglioso ed affascinante. Altro che protestanti traditori e fedifraghi!

Sto veramente bevendo alla sorgente la limpidezza e la fragranza del messaggio cristiano che incanta pure gli uomini di oggi, seppur smaliziati ed increduli, come ha incontrato gli abitanti della Palestina 20 secoli fa.

Il volume riporta i sermoni e le lezioni più significative di questo apostolo della non violenza e del riscatto dei negri d’America. Capisco di non riuscire a riassumere testi pregnanti e convincenti, tanto che non mi resta che dire alle persone a cui voglio bene: «prendete il volume, che costa due euro, ma che vale un tesoro!».

Il messaggio più vero per le generazioni che s’affacciano alla vita

A questo mondo ci sono ancora delle cose belle che mi fanno sognare, pur essendo ormai logoro e vecchio. Ne ho avuto prova quando ho appreso che due milioni di giovani si sono trovati a Madrid per incontrare il nostro vecchio Papa percorrendo centinaia di migliaia di chilometri per arrivarvi, dormendo per terra e mangiando male, eppure felici, dicendo a tutti la gioia e l’orgoglio della propria fede.

Quando penso che anche dalla nostra diocesi di Venezia ben mille giovani si sono uniti ai giovani di tutti i popoli della terra per dichiararsi, col sorriso sul volto, discepoli di Cristo! Allora mi son detto che non tutto è perduto, anzi per la Chiesa s’affaccia all’orizzonte una nuova primavera, nonostante le secolarizzazioni, le guerre disumane, gli scandali e i mille predicatori…. saccenti ed ostinati di nichilismo e di perversione umana e di ateismo militante. Quali sono oggi gli uomini della politica che si dicono apportatori di novità e detentori del domani, e i filosofi, i sociologi, gli uomini della cultura che riescono ad ottenere l’adesione e l’entusiasmo di tanta gioventù, quante sedi dei partiti, salotti della cultura o i detentori dei mass-media possono contare solamente su pochi fanatici pieni di supponenza e spesso anche di disordine interiore?

Una volta ancora debbo concludere che il messaggio di Gesù è il più vero, il più esaltante, quello che risponde meglio alle attese e ai bisogni più veri delle generazioni che s’affacciano alla vita e che non sono ancora state profanate dai cattivi profeti del nostro tempo.

Una volta ancora debbo affermare che noi cristiani dobbiamo essere convinti ed orgogliosi di possedere il messaggio più vero, più umano e soprattutto il messaggio per il domani.

Una volta ancora debbo ripetere che il cristianesimo non va vissuto in difesa , all’ombra del campanile, nelle serre e nel chiuso dei circoli, ma deve sempre essere all’attacco, presente ove si fa la storia, capace di dialogare e di proporsi a tutti senza complessi di inferiorità, senza paura della vita, del domani e soprattutto delle forze delle tenebre. Credo che Madrid sia la risultante di quel grido di battaglia di Papa Karol: “Non abbiate paura, spalancate le porte a Cristo!”.

I preti e le parrocchie che si muovono in questa ottica non soltanto non retrocedono, ma avanzano sereni.

Bianco e… grigio

Qualche settimana fa due vecchi parrocchiani, che avevo sposato una quarantina di anni fa, e forse più, mi hanno chiesto di sposare la loro figliola nella chiesa di San Moisè a Venezia.

Ricordavo questa chiesa ai tempi del seminario, quando per andare a servire le funzioni religiose a San Marco, noi seminaristi partivamo dalla Salute, passavamo il ponte dell’Accademia per giungere finalmente a San Marco. A quei tempi non ci si poteva neppure permettere il lusso di passare il traghetto con la gondola. Passavamo davanti alla chiesa di San Moisè, un esempio peculiare non solo del barocco, ma del rococò più spinto. La facciata sembrava un traforo di statue, capitelli, decorazioni floreali, veramente un vespaio di marmo annerito dalle nebbie della laguna e dal guano dei colombi della vicina piazza San Marco.

Alcuni anni fa, fortunatamente, un ente di una nazione europea ha “adottato la chiesa” e con una operazione minuziosa di maquillage ne ha fatto una trina, un merletto quanto mai armonioso e piacevole.

Attualmente la vecchia parrocchia fa parte dell’unità pastorale con San Salvador, San Marco, San Luca, e perciò è parte integrante di questo piccolo consorzio di parrocchie e vi celebra un prete impegnato al Marciam.

Quello però che mi ha favorevolmente impressionato è stata la pulizia, l’ordine e il buon gusto con cui è tenuta la chiesa, ma soprattutto mi ha colpito un giovane accolito, che di professione fa il caposala in un reparto dell’ospedale San Giovanni e Paolo e che, pur abitando a Mogliano, cura la chiesa e i riti come ne fosse il primo responsabile. La cordialità, la convinzione, la competenza e lo spirito di servizio di questo giovane accolito, mi hanno veramente edificato.

Mentre sono rimasto negativamente colpito dalla confidenza che questo credente mi ha fatto in maniera totalmente innocente. Mi riferiva che un cardinale di Santa Romana Chiesa, quando veniva a Venezia, era solito alloggiare al Bauer, uno dei più costosi alberghi della città, che ha la porta nel campiello di San Moisè e, quando era libero, andava a suonare l’organo della chiesa vicina.

La chiesa ha un volto composto da tessere di svariati colori: c’è quella bella e bianca del giovane accolito e quella piuttosto grigia del cardinale del Bauer. Per fortuna il nero mette in risalto il bianco!

Si fa sentire sempre più la mancanza di un presidio pastorale del territorio!

Monsignor Vecchi, da cui ho appreso più di quanto non pensassi, era solito dirmi che quando nell’opinione pubblica ritornava di frequente un termine che definisce una realtà, significava che nella società se n’era persa la presenza e che il ritornarci sopra di frequente con i discorsi non denotava la presa di coscienza del suo valore, ma piuttosto la nostalgia o il vuoto della sua assenza. Ricordo che un giorno mi ha fatto questo discorso a proposito del termine “comunità” e in specie della parrocchia, che dovrebbe essere la comunità dei credenti in un certo territorio.

Da bambino e da adolescente nel mio piccolo paese di campagna infatti non si parlava mai di comunità, perché questo valore lo si viveva, conoscendoci tutti, ed essendo, tutto sommato, solidali “nella buona e nella cattiva sorte”. Io invece ho sentito ricorrere spesso a questo termine quando sono arrivato a Mestre, dove regnava sempre più l’anonimato, l’isolamento e l’individualismo e la presunta autosufficienza.

Mi è venuta in mente questa “lezione” qualche settimana fa quando uno dei miei “ragazzini” di tempi ormai lontani mi ha chiesto di far visita e di portare l’Eucaristia a sua madre. Questa anziana signora, cattolica praticante, da cinque o sei anni è costretta a casa con la badante, pur essendo seguita con tanto affetto dai figli. Le domandai se il suo parroco sapeva della sua infermità e, come mi aspettavo, non visitando le famiglie, lui era perfettamente ignaro di questa situazione.

Il cardinale Scola, ora ormai lontano da Venezia e quindi impossibilitato a realizzare i suoi progetti, spesso ripeteva che era convinto e voleva un presidio serio sul territorio. Ho l’impressione che ancora una volta purtroppo, mons. Vecchi avesse ragione: quando si parla di una realtà e questa non è più presente, il parlarne è semplicemente nostalgia e rimpianto, non più un progetto.

Più volte dal mio angolo remoto ho denunciato l’assoluta assenza di questo presidio pastorale sul territorio e il peggio è che non solo non c’è perché mancano gli uomini per il presidio, ma perché questo discorso elementare ed antico è scomparso dal manuale e dai progetti pastorali. I preti sono in ritirata ed hanno abbandonato le linee del fronte, rifugiandosi nelle sagrestie e nei convegni.