Messaggini per parlare ai giovani

Suor Michela, la mia anziana coinquilina al “don Vecchi”, legge “Famiglia Cristiana” ed ogni settimana, quando le arriva il numero nuovo, mi passa il vecchio. Quindi appartengo all’indotto dei lettori di questa ancora prestigiosa rivista di ispirazione religiosa.

A dire il vero non sono un fan di questo periodico perché, specie dopo l’ultimo rinnovamento, lo trovo frammentato, un po’ frivolo, aperto eccessivamente alla pubblicità, ma soprattutto ho più di una riserva sul nuovo indirizzo redazionale. Accetto e condivido tutte le posizioni dei periodici cattolici, siano essi simpatizzanti per le soluzioni che si rifanno ai vecchi archetipi della sinistra che della destra, i quali sono ora pressoché una pallida nostalgia del passato e quasi un pretesto per distinguersi dagli altri; invece non simpatizzo punto quando queste tensioni ideali finiscono per confluire in uno schema politico di partito, perché su questo terreno si corre il pericolo di dividerci anche tra i cattolici.

Non spendo troppo tempo per leggere “Famiglia Cristiana” per i motivi suesposti, ma un’occhiata curiosa ed attenta la riservo sempre alla rubrica curata da Antonio Mazzi, mio coetaneo. Don Mazzi è sempre originale, sempre libero nei giudizi e soprattutto capace, nonostante i suoi ottant’anni suonati, di un atteggiamento di ricerca che lo fa approdare a soluzioni, magari marginali, ma che sempre denotano la sua passione per l’uomo e soprattutto per il messaggio di cui è portatore.

In un numero abbastanza recente del periodico, don Mazzi, osservando come le nuove generazioni comunicano tra loro quasi esclusivamente attraverso i messaggini del cellulare, che si devono concentrare in un paio di battute, ma che evidentemente bastano ai nostri giovani per comunicare e capirsi, ha compilato una serie di questi messaggini in chiave pastorale e di proposta religiosa (riporto su “L’incontro” del 20 novembre 2011 questa iniziativa).

Non so se egli realizzerà in proprio questo strumento di comunicazione o se l’affiderà ai lettori, comunque debbo apprezzare anche questa piccola iniziativa che è in realtà gigantesca di fronte all’amara constatazione dell’inerzia e dell’immobilismo pastorale nei quali stagnano le nostre parrocchie.

Purtroppo, una volta ancora, “in un mondo di ciechi il monocolo è un re”.

Com’è difficile per tanti sacerdoti il dialogo con l’uomo di oggi!

Un mio amico, che normalmente frequenta la chiesa della Madonna della Consolazione del nostro cimitero, m’ha confidato che qualche settimana fa è entrato nel duomo di una città del Veneto mentre teneva l’omelia il vescovo del luogo. Mi diceva di essere rimasto deluso per il sermone pieno di luoghi comuni, ma soprattutto poco incidente e stimolante.

Io sento, ormai da decenni, una grossa preoccupazione nei riguardi del ceto sacerdotale. Temo che il frequentare quasi solamente gente di Chiesa, che parla con un certo gergo, che si nutre di una cultura che non si confronta quasi mai con quella che permea il pensiero della nostra società, che non legge i romanzi e i giornali che formano la mentalità dell’uomo della strada, che non frequenta i cosiddetti “lontani”, finisce col farsi un’idea erronea dell’uomo di oggi, quando gli si parli con un linguaggio che a lui non è più familiare, linguaggio che è compreso solamente da uno sparuto numero di persone che sono, tutto sommato, emarginate nella nostra società, così da non essere più un campione dell’umanità che popola il mondo di oggi.

Mi è capitato di parlare una decina di anni fa, con un prete che aveva una grossa responsabilità come educatore nella nostra diocesi, il quale, nel suo discorso, parlava e dava risposte ad un tipo di uomo che non era del mondo di oggi ma quello di san Tommaso di molti secoli fa. Io tentavo di dirgli: «Guarda che l’uomo di san Tommaso non esiste più. Quello rappresentava un anello nella specie umana in costante evoluzione, esso può interessare gli archeologi, ma non gli educatori e i sacerdoti di oggi!». Non ci capimmo, credo che abbia continuato a tentare di formare l’uomo conosciuto dalle pagine ingiallite della scolastica.

Io non sono in grado di dire se l’uomo di oggi sia meglio o peggio di quello dei tempi passati, comunque sono certo che l’uomo di oggi ha una sensibilità, capisce certi discorsi, rimane estraneo e indifferente ad altri, avverte certi problemi, parla e capisce una lingua nuova, quella di oggi. A quest’uomo dobbiamo tentare di parlare, di passargli valori, di aprirgli orizzonti, di donargli pace, e per far questo non possiamo non immergerci nel mondo di oggi, buono o cattivo che sia; altrimenti ci parliamo addosso e l’ostacolo tra noi e lui diventa la muraglia cinese.

Bisogna tornare a vivere l’Eucarestia come la intendeva Gesù

Gesù, nell’ultima cena “dopo aver reso grazie a Dio, prese del pane e disse: «questo è il mio corpo, prendete e mangiate», poi prese il bicchiere di vino e disse: «questo è il mio sangue, prendete e bevete»; concluse poi affermando : «ogni volta che vi incontrate, fate questo in mia memoria».

Fin dai primi anni di catechismo ci è stato spiegato che quando i discepoli di Gesù si incontrano, devono compiere questo “memoriale”, ossia devono ricordare e rendere vivo ed attuale il dono che Gesù ha fatto di Sé con la sua vita, il suo messaggio, la sua morte, la sua passione e resurrezione, e per ottenere questo, devono ripetere il gesto di mangiare e bere il pane e il vino, segni dell’offerta di Cristo a farli totalmente propri, così da non cogliere il sapore ma la loro sostanza trasfigurata, assimilandoli perché diventino alimento del loro pensiero, del loro modo di concepire la vita e la morte, ossia diventare quello che san Paolo tradusse bene con quella sua affermazione: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

I cristiani hanno mantenuto sì la raccomandazione di Gesù con la celebrazione eucaristica, ossia con la santa messa, però pian piano ne hanno fatto un rito così concentrato ed essenziale per cui n’è rimasta quasi solamente la sostanza, così scheletrica da non suscitare più emozioni,                                                                                                                                                                                                             ossia s’è perso tanto della sua vitalità, riducendola a rito, non un’esperienza esistenziale coinvolgente. Tutto questo l’avevo capito da tanto tempo, poi l’abitudine finisce sempre per farmi accettare la più facile semplificazione.

In questi giorni ho letto nel volume “L’eremo non è un guscio di lumaca” come la teologa e mistica Adriana Zarri – che ne è l’autrice e ha scelto di vivere solitaria in un eremo, praticamente un cascinale abbandonato sulle colline piemontesi – come essa celebrasse la “sua messa” solitaria – ma non tanto! La comunione eucaristica del pane e del vino di questa asceta dello spirito diventava un gesto sacro all’interno della sua colazione serale, nella quale entrava la vita ordinaria fatta di cibo, di relazioni umane, di sentimenti, di rapporti col cielo, la natura, gli animali, i ricordi. Tutto ciò faceva un tutt’uno con l’aprirsi al dono di Cristo per inserirlo veramente nella sua vita.

Io non so come potrei offrire questo concetto ai fedeli durante le messe nella mia chiesa della Madonna della Consolazione, in questa cornice esistenziale, ma avverto più che mai che “i segni” devono diventare più pregnanti, più significativi e coinvolgenti ed incidenti nello spirito, nella ragione e nel comune sentire se non voglio che si riducano ad una “sciarada” pressoché incomprensibile e lontana dalla vita, dagli interessi e dalle relazioni di tutti i giorni.

Quale futuro per la solidarietà cristiana che sembra non attrarre più i giovani?

C’è un problema che mi preoccupa a livello ecclesiale: non vedo all’orizzonte della vita ecclesiale l’arrivo di rinforzi in generale e, in particolare, nel settore della carità. Mi può far anche piacere che spesso i giornali locali si interessino delle mie imprese caritative, ma sarei molto più contento se ci fosse quasi una gara tra preti nel far di più e nel far meglio.

Io penso di essere un attento osservatore di ciò che avviene nel campo della solidarietà cristiana. Non dico che non ci sia nulla, perché ogni tanto mi capita di leggere che nella parrocchia della Gazzera ci si fa carico dei cristiani del Libano, che a Chirignago si ospitano dei profughi dell’Africa subsahariana, che a Catene si accolgono i bambini di Chernobil, che a Carpenedo c’è un bel gruppo di persone che aderiscono all’iniziativa delle adozioni a distanza, che riesce a portare degli aiuti consistenti per dare una cultura di base ai ragazzi e ai giovani di certe regioni dell’India, delle Filippine e dell’Africa; che nelle due parrocchie di viale San Marco, una è impegnata per finanziare l’ospedale di Wamba e l’altra raccoglie fondi per gli affamati del Sudan; che ad Altobello si fa funzionare una mensa per i poveri, ai Cappuccini un’altra e a San Lorenzo un’altra ancora. Tutto questo è molto bello, però mi pare che manchino i rincalzi del mondo dei giovani.

Un tempo c’era, a Mestre, un gruppo numeroso della gioventù francescana, un altro chiamato “gruppo del martedì” ed un altro ancora della San Vincenzo, tutti veramente impegnati sul fronte della carità, e dei giovani preti e frati che guidavano questi giovani generosi ed entusiasti. Ora ho l’impressione che le strutture caritative poggino soprattutto sugli anziani e il mondo giovanile sia piuttosto assente, facendo così mancare, da un lato l’entusiasmo e la passione tipica dei giovani, e dall’altro la speranza dei rincalzi e dei ricambi.

Io poi ero fino a poco tempo fa preoccupato di non vedere a chi lasciare i miei sogni e i miei progetti non ancora realizzati e che non riuscirò di certo a realizzare, ora però è arrivato don Gianni.

La lezione pastorale delle altre chiese

Una delle domande a cui finora non sono ancora riuscito a rispondere è quella di come facevano i vecchi preti di un tempo e come fanno certe confessioni religiose attuali a passare ai fedeli delle convinzioni religiose tanto profonde ed esemplari da reggere a tutte le difficoltà della vita.

Da quanto ne so io la pastorale di un tempo era piuttosto elementare: i parroci visitavano gli ammalati, benedicevano le case, raramente facevano catechismo, perché lo delegavano alle suore dell’asilo, le quali si limitavano quasi sempre a far imparare a memoria le formule del catechismo di san Pio X, e facevano la loro predichetta alla domenica. Non c’erano consigli pastorali, corsi di teologia o di biblica, associazioni, commissioni, foglietti parrocchiali, preparazioni ai vari sacramenti; eppure sfornavano cristiani che duravano per tutta la vita! Come pure mi sorprende e meraviglia l’attività pastorale della Chiesa ortodossa, quanto mai elementare.

Ho letto ne “Il giornale dell’anima” di Papa Roncalli che un suo collega vescovo ortodosso di una diocesi greca, gli confidava che lui era solamente preoccupato che i suoi pope sapessero incensare bene e cantare con voce spiegata! Eppure io ricordo che un giorno un signore di religione greco-ortodossa, che viveva a Mestre, mi portò in canonica un suo ragazzino che aveva commesso un furtarello nel supermercato di Coin. Essendo egli venuto a sapere della marachella, condusse prima il suo piccolo a chiedere scusa al direttore dell’ipermercato e poi lo portò da me dicendo: «Mio figlio ha sbagliato ed è doveroso che domandi perdono a chi egli ha danneggiato, ma ha mancato pure nei riguardi di Dio e perciò è doveroso che domandi scusa almeno ad un suo rappresentante in terra». Non mi è capitato spesso di incontrare una tale sensibilità religiosa neppure tra i miei parrocchiani supernutriti di teologia.

Stamattina poi, nell’opuscolo di una Chiesa metodista, su cui facevo meditazione, ho letto una confidenza di un fedele americano di quella Chiesa che mi ha stupito ed edificato. Ecco quanto ha scritto: “Ho traslocato con la mia famiglia in un nuovo quartiere. Con mia moglie ci siamo subito posti il problema di come stringere una relazione cristiana con le famiglie della via. Abbiamo deciso perciò di pregare ogni giorno per una di queste famiglie. Abbiamo voluto parlare a Dio dei nostri vicini, prima di parlare ai nostri vicini di Dio, poi abbiamo invitato una famiglia alla volta per conoscerci, volendo che attraverso di noi si sentissero vicini a Dio. Abbiamo partecipato alle loro gioie e ai loro dolori stando accanto ad essi, ma quello che ci ha dato gioia è che con quasi tutti abbiamo potuto pregare assieme costruendo così una piccola comunità di fede”.

Tutto questo m’ha decisamente messo in crisi; dovrò rivedere tutto il mio impianto pastorale ed ascetico, cominciando a buttare un ponte con i vicini di casa del “don Vecchi” di Campalto, che mi hanno messo i bastoni fra le ruote e sono ancora alquanto bellicosi.

Ancora sulle domande esistenziali e l’assenza di iniziativa dei sacerdoti

Qualche tempo fa una persona che s’è definita agnostica (significato letterale del termine: non conoscenza e significato sostanziale; persona che, pur interrogandosi, non arriva ad affermare o a negare una verità che viene invece affermata dalla maggioranza della gente) mi ha scritto per criticare certe mie nette prese di posizione nei riguardi di certi atei militanti che irridono alla fede dei credenti.

E’ vero. Io sono stato molto duro verso certe persone che, avvalendosi della loro cultura e della loro intelligenza, mettono in crisi persone semplici del popolo che hanno come quasi unico supporto nelle difficoltà della vita, la fede in Dio e la speranza di una giustizia divina, perché in questo mondo capiscono che non saranno sempre soccombenti.

Capisco che nelle università o nei circoli di cultura si dibattano le tematiche che riguardano la vita, Dio e l’aldilà, ma togliere la fede e la speranza dal cuore dei semplici credo sia un vero sacrilegio. Sono stato ben contento di pubblicare sul numero de “L’incontro” di due settimane fa la presa di posizione, netta ed autorevole, di un teologo-giornalista che tacita, con argomentazioni stringenti, la sicumera saccente ed arrogante di quelle persone che guardano sempre dall’alto in basso i credenti, quasi che i primi fossero i nuovi piccoli padreterni.

Tutto questo non libera anche le persone più umili dal porsi delle domande e arrivare a delle risposte che, almeno per loro, siano convincenti. San Pietro invita i discepoli di Gesù ad essere sempre pronti “a rendere ragione della loro speranza”.

Oggi l’aggiornarsi mediante una sana lettura ed una riflessione personale adoperando il “buon senso”, credo possa farci arrivare a delle conclusioni che facciano da supporto alla nostra fede. Bisogna però porsele queste domande!

Ricordo l’argomentazione di un vecchio padre carmelitano il quale diceva: «Se io domando a una qualsiasi persona che sta camminando per strada “dove stai andando?” di certo costui è in grado di darmi una risposta. E perché, se io faccio la stessa domanda nei riguardi della vita, questi non dovrebbe essere in grado di dare ancora una risposta?»

Oggi però credo che noi sacerdoti dobbiamo stimolare un po’ di più questa ricerca, invece vedo poco in giro a questo proposito. Proprio in questi giorni mi è capitato in mano un opuscoletto edito da don Emilio Torta, parroco di Dese, attraverso il quale, quasi tenendo per mano i suoi parrocchiani, con delle bellissime immagini e delle semplici frasi, li conduce a darsi una risposta sul grande problema del perché della vita. Spero che questi sussidi si moltiplichino nelle nostre parrocchie che, purtroppo, danno spesso tutto per scontato.

Signore, dacci un Patriarca che sia parroco dei parroci!

Credo che presto la stampa ci darà la notizia definitiva su chi sarà il Patriarca di Venezia, il nostro Vescovo.

Don Sandro Vigani, direttore di Gente Veneta, s’è lamentato ed ha criticato chi, con leggerezza, fa pronostici e passa illazioni sul nome del nuovo Patriarca; dice che non è corretto e rispettoso. Mi guardo bene dal contraddire questo monito del mio illustre nipote.

Tutto questo però non mi vieta di esprimere un auspicio che rivolgo al Signore come preghiera. Lo feci già nel passato scrivendo una “lettera aperta” al Padreterno quando aspettavamo il successore di Papa Roncalli e il Signore mi ascoltò fin troppo; ora tento di nuovo, però domando un qualcosa di diverso da ciò che ho chiesto un tempo e che l’esperienza mi suggerisce. In quell’occasione, ormai lontana scrissi al buon Dio che ci mandasse un patriarca che facesse il suo ingresso a piazzale Roma non con una Mercedes scortata da due motociclisti della polizia stradale, ma in Cinquecento e poi prendesse il vaporetto di linea; che rifiutasse il presentatarm dei militari, che arrivasse con una tonaca che per sorreggere la quale non servisse il caudatario.

Il Signore, bontà sua, mi ascoltò, ripeto fin troppo, mandando Albino Luciani che era straricco di modestia e di umiltà, tanto che in occasione delle cresime, me lo vidi un giorno arrivare da Favaro, tutto sudato, in bicicletta!

Forte di questa esperienza positiva, questa volta chiedo al Signore un vescovo “mediocre”. Mi spiego: non un vescovo in odore di diventare Papa, o che ambisca che Venezia diventi la cerniera tra l’oriente e l’occidente, o che sia richiesto a parlare ovunque in ogni occasione dai massimi sistemi, ma un vescovo alla Agostini, il vecchio Patriarca che si interessava della dottrina cristiana, delle prediche di noi preti, che controllava se fossimo per tempo al confessionale e di come andavano le associazioni delle parrocchie.

Sogno un Patriarca che sia un buon padre di famiglia, così alla buona che partecipi ai drammi dei preti, condivida le loro difficoltà, sia in visita pastorale ogni giorno, così semplicemente, alla chetichella, per incoraggiare, consolare, pungolare e, perché no? anche pretendere!

Penso che sia difficile anche per il Signore trovare un vescovo di eccellenza, ma donarci un vescovo che sia il parroco dei parroci, dovrebbe essere meno faticoso e più facile reperirlo. Chissà che il Signore non mi ascolti anche questa volta!

La risposta è nella conversione personale

Spesso, nei momenti di maggior onestà intellettuale, fa capolino nel mio animo un pensiero flebile, quanto mai scomodo, che mi tormenta e mi turba. Purtroppo, senza darlo a vedere anche a me stesso, lo allontano dolcemente, ripromettendomi di esaminarlo e di trovare le soluzioni del caso in momenti più opportuni, pur avendo la sensazione che questi momenti non arriveranno mai.

Ecco il pensiero che spesso mi ronza come un moscone e che non si rassegna ad andarsene: che la soluzione per una nuova pastorale e per la rievangelizzazione della cristianità non consista in nuove strategie pastorali e nel dar vita a nuove associazioni o a nuovi strumenti, ma nella conversione personale.

Oggi gli apparati della Chiesa non si può dire che se ne stiano quieti; dalle alte gerarchie alle curie diocesane o ai consigli pastorali delle grandi o piccole parrocchie, tutti si danno da fare per scoprire ed attuare soluzioni che facciano “il miracolo” di suscitare comunità cristiane vive, coerenti, presenti nel territorio ed incidenti sulla vita sociale e di generare fedeli che abbiano una coscienza ed un modo di agire da veri discepoli di Gesù.

Il mio “grillo parlante” però sta tentando, ad intervalli sempre più frequenti, di farmi capire che invece sono io a dover cambiare, ad essere cioè un vero discepolo di Gesù che testimonia fede, speranza e carità. Chiedere la conversione degli altri non è impossibile, mentre cominciare solamente ad essere il prete che Gesù descrive quando dà il mandato ai discepoli: “Partite poveri, senza vesti di ricambio e senza soldi, senza fidare sui mezzi a disposizione, ma solamente nella validità del messaggio che annunciate, accontentatevi di quello che vi danno, fatevi carica di chi soffre, annunciate che il Regno è vicino; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, questo è tanto impegnativo, terribilmente impegnativo!

I venti secoli di storia cristiana stanno a ripetermi che i segni delle catene e il sangue dei martiri hanno fatto e fanno germogliare nuovi discepoli del Regno. E la vita dei santi mi sta a ripetere che la loro testimonianza ha dato volto religioso ad un’epoca o ad un popolo.

San Francesco d’Assisi sta ancora a testimoniare la validità del messaggio di Gesù più di tutti gli apparati ecclesiastici, tutte le curie, le parrocchie e le congregazioni dei preti.

Il “grillo” è certamente scomodo, ma ha ragione!

Come rendere la proposta evangelica comprensibile oggi?

Più volte ho ripetuto il mio disagio di vivere in un mondo che non è più il mio, o perlomeno che è diverso da quello che io ho conosciuto durante la gran parte della mia vita e per il quale ho speso tutte le risorse della mia esistenza. Credo che questo disagio, e forse il pizzico di rimpianto per “il piccolo mondo antico” conosciuto nella mia giovinezza e pure nella maturità, sia il prezzo che tutti noi vecchi dobbiamo pagare al tempo che passa.

Questo stato d’animo riguarda tutti gli aspetti della vita, ma io lo sento maggiormente per quello che riguarda la vita religiosa e il mondo ecclesiale. Io voglio pagare questo prezzo, ben conscio che dovrei pagarlo anche se non lo volessi, però mi struggo al pensiero di quale possa essere la “traduzione” attuale della proposta cristiana. Ci sono troppi preti che non vogliono guardarsi realisticamente attorno e preferiscono nascondersi dietro un dito tentando di perpetrare le soluzioni ricevute dalla tradizione applicandola ad un nucleo sempre più ridotto di praticanti, arrischiando di trovarsi un giorno con in mano un pugno di mosche e ad offrire la proposta cristiana ad uomini che non sono neppure un campione autentico dell’umanità che vive nel nostro tempo.

Credo che perlomeno sia onesto prendere atto della situazione reale e porsi alla ricerca di soluzioni nuove che salvino almeno e soprattutto la sostanza. Siamo finalmente onesti: oggi la confessione è saltata, la frequenza al precetto festivo è ridotta al 15-20 per cento della popolazione, il matrimonio celebrato in chiesa è al disotto del 50 per cento dei matrimoni e comunque il divorzio dal vincolo religioso o civile è dilagante. La famiglia, nel senso tradizionale, è malconcia, lo spartiacque della morale segnato dal decalogo è confuso e quanto mai aleatorio, la presenza attiva della realtà parrocchiale sul territorio geografico è pressoché inesistente e le parrocchie sono ormai arroccate all’ombra del campanile.

Ora il mio dramma è questo: come tradurre la proposta evangelica perché sia comprensibile e accettabile oggi? Di certo in questa operazione gli anziani sono i meno adatti a proporre soluzioni alternative, perché legati al passato, temo però che i giovani siano affetti dall’atteggiamento di controriforma piuttosto che apripista di una nuova pastorale.

So che c’è e si troverà una soluzione, s’è trovata anche nell’incarnare il messaggio cristiano in culture tanto diverse dalla nostra, però il trovarmi nel guado mi pesa alquanto, talvolta perfino mi angoscia.

La lezione di disciplina e di virtù di un giovane prete

In quest’ultimo tempo sto seguendo, spero con comprensibile attenzione e curiosità, la vicenda della nomina a parroco della comunità cristiana dei santi Gervasio e Protasio di Carpenedo, ove sono stato parroco per 35 anni, del giovane sacerdote don Gianni Antoniazzi.

La nomina a parroco di una comunità cristiana dovrebbe essere un evento che di per sé non fa notizia, o al massimo a cui i giornali locali dedicano quattro righette per i curiosi di cose di Chiesa. Questa volta per don Gianni la cosa non è andata così. La parrocchia di San Lorenzo Giustiniani, nella quale don Gianni operava da sette anni, s’è letteralmente ribellata, protestando in chiesa alla notizia, raccogliendo firme ed invocando a gran voce, specie da parte dei giovani, di soprassedere al trasferimento.

Questa “ribellione” popolare depone a favore di don Gianni. Oggi non è frequente che la gente manifesti rumorosamente per un trasferimento di routine. La protesta significa che don Gianni ha ben operato e s’è fatto ben volere. Magari scoppiassero più di frequente queste ribellioni popolari!

Quello però che maggiormente mi ha colpito, è che questo giovane prete abbia accettato il trasferimento mentre stava raccogliendo i primi frutti del suo straordinario impegno, abbia accettato sapendo che la parrocchia alla quale lo si è destinato gli avrebbe presentato notevoli difficoltà, non ultima quella economica, ma soprattutto mi hanno sorpreso favorevolmente le sue pubbliche dichiarazioni circa la sua volontà di obbedire e la convinzione che l’obbedire arricchisce.

Un tempo si diceva che i preti erano come i soldati e dovevano rispondere sempre “signorsì!” o, come Garibaldi, “obbedisco!” Queste reazioni sono oggi cosa d’altri tempi, specie quando la prospettiva di quello che ci si aspetta non è molto allettante.

Io sono ammirato dalla lezione di disciplina e di virtù di questo giovane prete, sono felice di apprendere che la Chiesa veneziana può contare ancora sui giovani preti di questo stampo, e più felice ancora che questo tipo di prete vada nella parrocchia che non ho mai cessato di amare. E soprattutto che egli possa ravvivare il progetto che il “don Vecchi” diventi il segno di una solidarietà come elemento sostanziale del nuovo programma pastorale.

Il dolce ricordo di una pagina meravigliosa della mia vita di giovane prete…

Qualche giorno fa è venuto a Mestre a visitare sua madre Rachele, che vive con me al “don Vecchi”, un mio nipote che abita a Pisa, ma vi starà ancora per poco tempo perché si trasferirà per lavoro nel Qatar.

Angelo è uno di quei piloti dell’Alitalia che la triste vicenda della compagnia di bandiera ha lasciato a terra. Giovanissimo e brillante comandante, senza appoggi politici, è stato uno di quegli aviatori sacrificati dalla politica dissennata e dall’azione irresponsabile dei sindacati. Oggi non è facile volare, con la crisi di tante compagnie e questo “ragazzo”, che s’è fatto tutto da sé, pur di garantire un avvenire sicuro al suo piccolo, andrà tra gli arabi nel deserto, ove il petrolio offre ancora una speranza di lavoro.

Prima di partire ha voluto che il suo bimbetto e la vecchia nonna potessero riempirsi gli occhi e lo spirito di quelle Dolomiti legate alla sua infanzia.

Suo padre Amedeo, capomastro capace e generoso, aveva restaurato la “vecchia dogana” a Misurina, che con monsignor Vecchi ribattezzammo con disinvoltura “Rifugio San Lorenzo”. Mentre mio nipote mi raccontava, quasi sognante, la sua gita a Misurina, riemergeva nella mia memoria una pagina fantastica delle avventure di giovane prete con i ragazzi di San Lorenzo.

La telefonata del mio parroco, mentre insegnavo alle magistrali: «Vieni, Armando, ho trovato una casa per i nostri ragazzi!».

Girammo una giornata intera per convincere i 12 proprietari a venderci la vecchia casa. Poi il restauro. Mio padre che costruì i tavoli, i letti a castello. Le squadre di ragazzi e ragazze che ogni quindici giorni si avvicendavano. Le messe in quella Valbona che credo sia una dépendance del Paradiso terrestre, i rifugi, le Cime di Lavaredo, i canti del dopo cena. Quanta fatica! Quante avventure, quanta gioia!

Ora non so come sia andata a finire, chi vi abiti; comunque nel mio cuore rimarrà per sempre una pagina meravigliosa della mia vita di giovane prete.

Il piccolo pronipote ascoltava incantato la nostra conversazione che ricordava episodi e sensazioni belle del nostro passato.

Chiesi curioso: «Nella parrocchia dove abiti a Pisa, fate qualcosa del genere?». «Purtroppo no!» Una volta ancora debbo constatare che per molti preti l’educazione alla fede si riduce ad un minuscolo ingranaggio della vita, e non, come lo intendo io, ad un “abbraccio caldo e profondo di Dio” e a tutto quello che interessa l’uomo, il presente, il domani, la terra e il cielo!

Quanta burocrazia nella Chiesa!

Non posso non seguire le vicende della Chiesa veneziana che sta vivendo il travaglio della transizione tra il vecchio Patriarca Scola, che ci lascia per una sede più prestigiosa, e quello che è ancora “in pectore” del Vaticano.

Io mi illudevo che il codice di diritto canonico fosse un retaggio del passato e che ormai rimanesse, come lo studio del latino, il quale aiuta a sviluppare l’intelligenza, a far scoprire le nostre radici e ad offrire i criteri portanti del buon vivere. Invece no!

In questi giorni ho scoperto che questo diritto canonico stabilisce procedure precise, nel nostro caso per il trapasso dei poteri, e che i vertici sembra che applichino con rigore queste procedure e soprattutto ci credano, osservandole come precetti, che pur essendo di un rango un po’ più sotto dei comandamenti, debbano essere osservati con fedeltà e rigore.

Per me, che in questo campo sono “un libero pensatore”, la cosa ha destato un po’ di sorpresa e di meraviglia. Io di solito vado al sodo, poco preoccupato delle procedure, verso cui non nutro gran fiducia o meno riverenza. Infatti, anche per quanto riguarda il codice civile e penale rimango un po’ indifferente e sospettoso e spesso dissenziente, e talora perfino schifato dalle procedure lunghe, formali e soprattutto poco concludenti.

Il mio recente impatto col diritto canonico mi ha spinto a delle considerazioni ulteriori, che forse hanno poco a che fare con questi discorsi, ma che riguardano più a fondo la mia fede e il mio modo di stare nella Chiesa. Ho la sensazione che l’apparato ecclesiastico, regolato da un’infinità di canoni e uffici, che è il supporto e lo strumento mediante il quale la religione passa il messaggio e i valori evangelici, sia quanto mai macchinoso ed eccessivamente pesante.

Questi ingranaggi ecclesiali, che per certuni sono quasi la spina dorsale della Chiesa, io li guardo con gli occhi del giovane David quando gli hanno proposto un’armatura pesante ed ingombrante per affrontare il gigante Golia. Anch’io preferisco “la fionda e i ciottoli di fiume”. Perfino il Papa, che è il capo della “burocrazia vaticana”, recentemente, parlando del Web, ha affermato che è ancora la testimonianza personale lo strumento principe per trasmettere la fede.

Sto pensando che l’organizzazione attuale – dicasteri, curie, uffici, commissioni, e quant’altro – che assorbono tanto personale e denaro, avrebbero bisogno di una rinfrescata, di una bella potatura e una mano di bianco per far emergere più evidenti la fede l’insegnamento di Gesù, il quale fu abbastanza essenziale quando strutturò il germe della Chiesa universale. Un dato m’è certo: non avrei mai speso tre-quattro anni della mia vita per laurearmi in diritto canonico!

La partenza del Patriarca Scola

Il Patriarca se ne va. Non ho appreso bene la notizia. La stampa locale, sapendo la logica del “mondo”, ha fatto osservare che la nomina ad Arcivescovo di Milano rappresenta una promozione perché quella diocesi è la più grande e la più florida di tutte le Chiese d’Europa. Questo criterio non riesco ad accettarlo: la “carriera” ecclesiastica è una lettura del servizio pastorale che io rifiuto in maniera radicale.

Quando avevano cominciato a circolare le voci di un probabile trasferimento a Milano del Patriarca Scola, non ci avevo creduto per quattro motivi almeno.

Primo: il Patriarca ha concluso da poche settimane la sua visita pastorale e perciò, avendo conosciuto da vicino la sua gente e il suo popolo, era in grado finalmente di iniziare un servizio con conoscenze dirette e in grado di valutare con obiettività persone, situazioni, carenze e potenzialità che prima non conosceva e la conoscenza delle quali è basilare per un servizio pastorale serio, documentato e positivo.

Secondo: il Patriarca Scola, partendo dalle sue esperienze precedenti e soprattutto dalle sue frequentazioni accademiche, ha dato vita all’università cattolica di Venezia sulla punta della Dogana. Una realtà positiva per la cultura ecclesiastica e per il bene della città. Sarà ben difficile trovare chi accetti questa eredità bella ma infinitamente difficile, senza la clausola del “beneficio d’inventario!” Sto già pregando per il povero Cristo che gli succederà.

Terzo: il Patriarca ha riscoperto e valorizzato la posizione di Venezia quale cerniera tra la vecchia Europa e i popoli slavi e del Medio Oriente. Il Marcianum sta balbettando le prime parole di questo dialogo interculturale. Ora che il sindaco-filosofo se n’è andato e il Patriarca del dialogo con l’islam se ne va, credo che si arrischi che cali il sipario e Venezia riprenda la sua inesorabile decadenza.

Quarto e non ultimo: è appena partito per Vicenza il vescovo ausiliare mons. Pizziol; non c’è e non ci sarà presto un vicario generale e i vertici poi della Chiesa veneziana non mi pare brillino di personalità tanto autorevoli, motivo per cui si ha la sensazione di una Chiesa decapitata e senza guida.

In risposta a questi dati obiettivi, ci sono i discorsi di circostanza, ma questi sono discorsi ai quali non crede neanche chi li fa. Per fortuna il Signore trasforma le pietre in pane e le rocce in sorgenti. Speriamo che faccia un miracolo anche per questa “Venezia si bella e perduta!”.

Il ruolo del clero veneto

Credo che tifare per la propria terra e per la propria gente non sia un gran peccato. Quando poi questo “nazionalismo veneto” abbia pure una dimensione pacata e solidale nei riguardi delle altre regioni, penso che esso possa diventare, tutto sommato, anche un merito.

Sono stato spinto particolarmente a questo attaccamento verso il mio popolo una quarantina di anni fa, in occasione di un convegno che si tenne a Gallarate e che aveva come tema lo studio delle problematiche che erano sorte per la consistente immigrazione proveniente dalle regioni del sud.

Al convegno partecipavano operatori pastorali, ma la gran parte eravamo sacerdoti. In quell’occasione ebbi modo di avvertire pesantemente la supponenza dimostrata in maniera plateale dai preti lombardi e piemontesi nei riguardi non solamente dei preti e della religiosità del sud, ma pure nei riguardi nostri, venuti dal Veneto “inerti e polentoni”.

In quell’occasione un prete bergamasco si rivolse ad uno del sud, che parlava delle feste patronali e delle confraternite, osservando in maniera ironica: «Ma voi del sud avete anche voi il nostro Dio?» Da allora non sono solamente guardingo e in difesa, ma in atteggiamento vigile e fiero verso un’arroganza non giustificata.

Ora vengo a sapere che le regioni del nordest stanno trainando l’economia nazionale e che, se estrapolassimo il nostro territorio da quello nazionale, avremmo un’economia forse superiore a nazioni estere quali l’Austria e la Germania.

Questo discorso credo che valga anche a livello religioso. Se il clero giovane non abbandonerà totalmente la tradizione religiosa delle nostre parrocchie, quale la catechesi, i patronati, l’associazionismo e l’impegno e lo sforzo perché la comunità cristiana coincida con quella anagrafica, sono convinto che potremo fare da traino anche a livello ecclesiale, checché ne possa pensare chi ingiustificatamente ci guarda dall’alto al basso.

E’ vero che noi veneti parliamo poco, però lavoriamo molto a tutti i livelli! Sono ben lungi dal proporre separazioni o lo spirito di rivalsa che oggi serpeggia in politica, però credo che la consapevolezza del patrimonio ideale che abbiamo acquisito col tempo e che ancora fortunatamente possediamo, ci debba rendere consapevoli che anche in questo caso “la nobiltà obbliga” e perciò dobbiamo svolgere con responsabilità il ruolo di traino che la provvidenza ci assegna.

Ciò che ritengo essenziale

Non passano due o tre settimane che, per il dritto o il rovescio, nei miei sermoni non ritorni su un argomento che reputo essenziale.

Io sono convinto che la mia religiosità, ossia il culto che debbo a Dio e il mio seguire Gesù e il suo messaggio, consista in un’esperienza viva, attuale, che deve trovare costantemente motivazioni e sbocchi esistenziali sempre nuovi ed aderenti ai bisogni dell’uomo di oggi e soprattutto arricchenti per la mia vita e quella dei fratelli.

Questo discorso si oppone, almeno per certi versi, ad un modo alternativo di concepire e praticare “l’azione liturgica”, come si dice nel gergo degli addetti ai lavori. Ho l’impressione che per molti preti e per tantissimi cristiani il vivere la nostra religione si riduca spesso a dei riti che, nell’intenzione di chi li compie, dovrebbero commemorare fatti avvenuti duemila anni fa, quali sono gli eventi della vita e i discorsi di Cristo.

Nella migliore delle ipotesi per tanti cristiani i riti religiosi fanno memoria o, meglio ancora, diventano il memoriale – come si dice oggi – ossia rendono presenti eventi importanti che sono avvenuti tanto tempo fa. Così è per il Natale, la Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste.  Tutto questo avviene con la lettura del testo sacro che descrive l’evento, poi il sacerdote lo interpreta ed aiuta i cristiani a trarne le debite conclusioni per la loro vita personale e quella comunitaria.

Io credo di dovermi spingere un po’ oltre, essendo profondamente convinto che l’evento religioso sia un’esperienza personale e collettiva dei fedeli i quali, sulle direttrici di Dio offerteci dal Vangelo, instaurano un rapporto nuovo, originale e dimensionato sulla sensibilità, sulla cultura che viviamo oggi e qui. Motivo per cui, ad esempio, il mio vivere la Pentecoste quest’anno è diverso da quello vissuto lo scorso anno e da quello che il mio fratello di fede – sia egli inglese, keniota o nordamericano – ha sperimentato in questo stesso anno nella sua comunità cristiana d’Africa o d’Inghilterra. Solo così l’esperienza religiosa di ogni festa risulta un’esperienza che mi coinvolge totalmente, mentre altrimenti avrei timore che la mia presenza in chiesa corresse il pericolo di crearmi solo le emozioni date da una ricostruzione, per quanto ben fatta, dell’evento religioso, riducendomi a spettatore e non attore protagonista di questa esperienza religiosa che il buon Dio intende offrirmi per vivere una vita più piena e più autentica e che poi mi aiuterà a realizzarmi più compiutamente nella mia umanità nel tempo che mi è concesso di vivere.

Forse non riesco a esprimere fino in fondo quello che penso. Tento allora con due parole di dire ciò che ho suggerito ai fedeli della mia comunità il giorno della Pentecoste: «Oggi, come gli apostoli duemila anni fa, nonostante abbiamo incontrato mille volte Gesù, ci ritroviamo timidi, paurosi, incerti, quasi pesci fuor d’acqua in questo mondo, ma se la nostra preghiera sarà ardente e fiduciosa, il Signore di certo illuminerà i nostri cuori e darà coraggio alla nostra volontà, perché sappiamo uscire questa mattina da questa chiesa per testimoniare che Dio è con noi e giocarci tutti e fino in fondo sulla proposta di Cristo che avvertiamo essere l’unica valida e rispondente alle nostre attese profonde e a quelle degli uomini del nostro tempo».

Ho avuto la sensazione che uscendo di chiesa tutti fossimo più determinati di quando siamo entrati, a vivere da uomini illuminati e decisi.