La lezione pastorale delle altre chiese

Una delle domande a cui finora non sono ancora riuscito a rispondere è quella di come facevano i vecchi preti di un tempo e come fanno certe confessioni religiose attuali a passare ai fedeli delle convinzioni religiose tanto profonde ed esemplari da reggere a tutte le difficoltà della vita.

Da quanto ne so io la pastorale di un tempo era piuttosto elementare: i parroci visitavano gli ammalati, benedicevano le case, raramente facevano catechismo, perché lo delegavano alle suore dell’asilo, le quali si limitavano quasi sempre a far imparare a memoria le formule del catechismo di san Pio X, e facevano la loro predichetta alla domenica. Non c’erano consigli pastorali, corsi di teologia o di biblica, associazioni, commissioni, foglietti parrocchiali, preparazioni ai vari sacramenti; eppure sfornavano cristiani che duravano per tutta la vita! Come pure mi sorprende e meraviglia l’attività pastorale della Chiesa ortodossa, quanto mai elementare.

Ho letto ne “Il giornale dell’anima” di Papa Roncalli che un suo collega vescovo ortodosso di una diocesi greca, gli confidava che lui era solamente preoccupato che i suoi pope sapessero incensare bene e cantare con voce spiegata! Eppure io ricordo che un giorno un signore di religione greco-ortodossa, che viveva a Mestre, mi portò in canonica un suo ragazzino che aveva commesso un furtarello nel supermercato di Coin. Essendo egli venuto a sapere della marachella, condusse prima il suo piccolo a chiedere scusa al direttore dell’ipermercato e poi lo portò da me dicendo: «Mio figlio ha sbagliato ed è doveroso che domandi perdono a chi egli ha danneggiato, ma ha mancato pure nei riguardi di Dio e perciò è doveroso che domandi scusa almeno ad un suo rappresentante in terra». Non mi è capitato spesso di incontrare una tale sensibilità religiosa neppure tra i miei parrocchiani supernutriti di teologia.

Stamattina poi, nell’opuscolo di una Chiesa metodista, su cui facevo meditazione, ho letto una confidenza di un fedele americano di quella Chiesa che mi ha stupito ed edificato. Ecco quanto ha scritto: “Ho traslocato con la mia famiglia in un nuovo quartiere. Con mia moglie ci siamo subito posti il problema di come stringere una relazione cristiana con le famiglie della via. Abbiamo deciso perciò di pregare ogni giorno per una di queste famiglie. Abbiamo voluto parlare a Dio dei nostri vicini, prima di parlare ai nostri vicini di Dio, poi abbiamo invitato una famiglia alla volta per conoscerci, volendo che attraverso di noi si sentissero vicini a Dio. Abbiamo partecipato alle loro gioie e ai loro dolori stando accanto ad essi, ma quello che ci ha dato gioia è che con quasi tutti abbiamo potuto pregare assieme costruendo così una piccola comunità di fede”.

Tutto questo m’ha decisamente messo in crisi; dovrò rivedere tutto il mio impianto pastorale ed ascetico, cominciando a buttare un ponte con i vicini di casa del “don Vecchi” di Campalto, che mi hanno messo i bastoni fra le ruote e sono ancora alquanto bellicosi.

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