“Ama il prossimo tuo come te stesso” è un comandamento non sempre vissuto appieno

L’apertura del “don Vecchi 4”, impresa che mi ha impegnato alquanto in questi ultimi tre anni di vita di pensionato formale, è stato un evento che mi ha coinvolto quanto mai, non solamente perché queste imprese sono estremamente complesse e costose, ma soprattutto perché ha rappresentato per me il tentativo di raggiungere un obiettivo ideale che va ben oltre il fatto di poter offrire serenità e sicurezza ad un’ottantina di anziani.

Ormai da molti anni mi cruccia il fatto che nella Chiesa in generale, ma soprattutto nelle comunità locali, mentre si recepisce “il primo” comandamento di Cristo “Ama Dio con tutte le tue risorse” e si tenta di portarlo avanti attraverso la catechesi, l’omiletica e la nuova evangelizzazione, il “secondo”, che gli è estremamente connesso, così da farne un tutt’uno, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, mi pare sia abbastanza negletto e praticamente considerato marginale nella proposta pastorale.

Bene o male le nostre parrocchie hanno messo in piedi un’impalcatura che va dagli edifici sacri ai discorsi di carattere religioso per parlare ed amare Dio, mentre in generale pare venga ritenuto quasi un optional del messaggio cristiano il comandamento della carità. Le nostre comunità hanno eretto delle chiese decorose, hanno un apparato per la catechesi, ben raramente però sono attrezzate in maniera seria per dare volto e sostanza alla solidarietà, elemento che esprime e trasforma in servizi concreti il comandamento dell’amore fraterno.

Non mi illudo minimamente di avere la capacità e le risorse per operare questo bilanciamento, ma almeno sento il dovere di premere perché la solidarietà abbia maggiore consistenza, perché convinto che il messaggio cristiano senza la componente assolutamente essenziale, la solidarietà, sarebbe monco, deforme e difficilmente accettabile dall’uomo di oggi.

Sono sempre più convinto che nel nostro tempo per i cristiani, presentare il biglietto da visita con scritto “solidarietà” sia più accettabile e comprensibile che presentare quello con scritto “fede”. Per questo motivo ho parlato del “don Vecchi” come “cattedrale di Dio” e della sua inaugurazione come “pontificale della solidarietà”.

Non è facile “amare Dio con tutte le proprie forze”, anche si corre il rischio di illudersi di farlo, mentre è altrettanto difficile “amare il prossimo come se stessi”, ma in questo caso è più facile verificarne le relative mancanze.

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