Sto scoprendo don Pierluigi Piazza

In occasione del mio recente compleanno gli amici, che sono fin troppo cari con me, che pur coltivo poco le amicizie e che spesso sono scorbutico, tra l’altro mi hanno regalato parecchi volumi che han pensato potessero interessarmi.

Io sono veramente grato perché ogni segno di attenzione mi fa bene e perché talvolta soffro di solitudine ideale. Sono più grato ancora a chi mi regala dei libri perché per me le riflessioni altrui sono un nutrimento dello spirito e spesso, in positivo o in negativo, un pungolo per una ricerca sempre più approfondita. Purtroppo sono terribilmente in ritardo con la lettura. Gli impegni ordinari mi rubano tanto tempo, per cui me ne resta poco per leggere.

La gente, giustamente, pensa, quando sceglie un libro per un mio regalo, a qualcosa che riguarda la Chiesa, il sacerdozio, la fede, ed ha ragione perché questi argomenti sono legati al mio servizio all’interno della Chiesa. La gamma, però, di questa letteratura, è vastissima, perché va dalla teologia classica alle più avanzate testimonianze.

Tra i libri che mi sono stati regalati quest’anno, a fiuto ne ho scoperto uno che ha stuzzicato la mia attenzione e la mia curiosità. Si tratta di una specie di autobiografia sui generis, di un prete friulano, un prete certamente anticonformista, libero e radicale, ma profondamente amante di Dio, di Gesù, della Chiesa. Quest’amore appassionato lo rende intransigente, perentorio nel volere, e forse nel pretendere, una conversione profonda della Chiesa al messaggio di Gesù.

Don Pierluigi Piazza – questo il suo nome – è certamente un prete scomodo, uno di quei preti che rompono le uova nel paniere ai colleghi benpensanti, amanti del quieto vivere, ossequiosi della tradizione e, sotto sotto, desiderosi di qualche titolo ecclesiastico, osservanti dei canoni e perciò sono degli autentici rompicapo per i loro vescovi che devono tenere assieme un gregge tanto variegato e sono costretti spesso a dare un colpo alla botte ed uno al cerchio.

Spesso questo tipo di preti rompono, sbattono la porta ed appendono al chiodo la tonaca, quando la hanno, ma quando veramente hanno buon senso ed amore a Dio e ai fedeli, fanno la fine di don Milani e, come profeti scomodi, vengono mandati al confino; poi però, dopo morti, sono riesumati come la ricchezza più autentica della comunità cristiana (vedi ancora don Milani e don Mazzolari).

Non ho ancora letto tutto il volume ma mi pare che, pur inviandolo in un piccolo paese tra le montagne del Friuli, il vescovo di Udine sia stato saggio e tollerante permettendo a questa voce certamente scomoda ai più, di continuare la sua testimonianza – almeno per me – profetica.

Attenzione a non negare il significato ed il perché dell’esistenza dell’uomo sulla terra!

Qualche settimana fa ho celebrato un funerale. Purtroppo, per via del comportamento furbastro e poco corretto del titolare di una delle agenzie di pompe funebri della città, io ero totalmente inconsapevole di ciò che era successo prima. Questo funerale infatti, all’ultimo momento, era stato disdetto da un mio collega perché era venuto a sapere dell’intenzione dei parenti della defunta di spargere le ceneri della congiunta in laguna.

Io sono venuto a sapere per caso di questo rifiuto soltanto a poche ore dal momento del funerale per cui avevo concordato l’orario. Non mi è parso quindi giusto mettere in difficoltà quel povero marito che, per la seconda volta, avrebbe dovuto rimandare le esequie, dopo che per mesi aveva assistito alla via crucis di sua moglie prima della morte.

Confesso che anche se avessi conosciuto l’intenzione di questa, per me insolita sepoltura, molto probabilmente avrei comunque celebrato il rito religioso del commiato. Primo, perché purtroppo non conoscevo la legislazione ecclesiastica in merito alla dispersione delle ceneri. Secondo – e questo è un po’ più grave – perché non mi pare che certi uffici della curia vaticana debbano fare da padreterni anche su argomenti marginali e tanto opinabili.

Le cose sono andate così, ma proprio l’indomani sono usciti sulla stampa gli orientamenti della Chiesa al riguardo: proposte e consigli che mi sono parsi rispettosi della libertà dei fedeli, saggi e, quindi, opportuni. La conservazione delle ceneri in un luogo adatto può facilitare la memoria, il suffragio, ed aiutare a recuperare la testimonianza dei nostri cari defunti. Quindi plaudo a questi consigli che non sono affatto precettivi e non mettono a disagio anche chi la pensa diversamente.

Proprio questa mattina un altro impresario di pompe funebri mi ha indicato il luogo, interno al nostro cimitero, che la Veritas ha approntato per la dispersione delle ceneri di chi non vuol metterle in un loculo. Questo “cimitero nel cimitero” è costituito da alcuni metri quadrati di ghiaia di fiume all’interno del piccolo e brutto giardino vicino al piazzale d’ingresso. Nulla di più banale, anonimo ed insignificante, senza un fiore, una scritta, né un segno qualunque. Sembra che dica con Sartre, il pensatore ateo del nostro tempo: “La vita è un nervo nudo che si contorce per il piacere o per il dolore, e nulla più”. Questa la negazione assoluta del significato e del perché dell’esistenza dell’uomo sulla terra.

Io seguirò ed appoggerò in ogni modo i consigli dei nostri vescovi perché, togliendo alla vita speranza e futuro, essa rappresenterebbe una beffa assurda.

Il cardinale Marco Cè

Anche quest’anno mi sono giunti per tempo gli auguri del cardinale Cè, in occasione del mio ottantatreesimo anno di età. Pubblico il testo, da lui scritto a mano, per testimoniare la finezza e la nobiltà d’animo del nostro vecchio Patriarca:

06.03.2012:
Caro don Armando, si avvicina il tuo compleanno; auguri! Alla nostra età gli anni corrono.
Vedo con piacere che sei sempre sulla breccia, ringraziamo il Signore.
Con affetto,

Marco Cè

Sono certo che il Cardinale non manda solo a me gli auguri, ma li invia a tutti i sacerdoti del patriarcato, e non lo fa solo ora che praticamente la sede è vacante, con la partenza del cardinale Scola e il fatto che il nuovo Vescovo, Francesco Muraglia, non ha ancora preso possesso della diocesi, ma ha sempre mandato gli auguri a tutti i suoi preti fin da quando è sbarcato a Venezia tanti anni fa.

Il fatto poi che io non sia mai stato un prete solito a frequentare né la curia né le riunioni, che non abbia mai avuto un atteggiamento remissivo ed ossequioso, ma che anzi abbia sempre manifestato il mio pensiero e talvolta anche in maniera critica e tagliente, dà la misura della finezza d’animo, della signorilità e dell’umanità di questo vecchio prete che la diocesi di Crema ci ha donato e che s’è talmente legato a noi da rimanere a Venezia anche quando ha finito la sua missione pastorale e quindi poteva tornare alla sua terra. Io ho capito forse troppo tardi la levatura morale e la ricchezza di spirito di questo vescovo umile, remissivo, discreto e quanto mai generoso.

Ogni volta che mi giungono questi attestati di affetto, avverto quasi rimorso per non aver capito per tempo che dono il Signore ha fatto alla Chiesa di Venezia e quindi anche a me in particolare. L’ultima volta che l’ho sentito per telefono fu in occasione dell’inaugurazione del “don Vecchi” di Campalto, quando mi disse: «Don Armando, verrei molto volentieri ma le gambe non mi reggono più».

So però che, nonostante questa sua infermità, continua a predicare in occasione dei ritiri e degli esercizi spirituali al Cavallino, dando una sublime testimonianza di zelo apostolico.

In genere io non sono troppo delicato con gli alti prelati, ma devo convenire che ci sono anche oggi dei santi vescovi e che certamente il cardinale Cè è uno di questi, e ciò è una gran grazia del Signore per la nostra gente ma soprattutto per noi preti.

Un messaggio che ha fatto centro!

Ogni settimana impiego qualche tempo a scegliere la foto per la copertina de “L’incontro”. M’è stato detto che l’appetibilità di un periodico dipende molto anche dalla copertina. Io che non posso permettermi il colore e che sempre debbo “rubare” le immagini dalla stampa che mi arriva, credo di avere qualche difficoltà in più degli altri in questa scelta. Normalmente punto sui primi piani e tento di scegliere immagini accattivanti, poi, con la didascalia, rendo più efficace ed incisivo il messaggio che tento di passare ai lettori.

Sono convinto che la copertina non solamente renda appetibile il periodico, ma spero anche che essa riesca a passare il messaggio sempre positivo che le affido.

Da qualche settimana la tiratura de “L’incontro” è aumentata di 150 copie per ogni numero. Può darsi che il tempo più mite induca la gente ad uscire di casa e quasi ad imbattersi nel nostro periodico. Qualcuno lo prenderà per vedere che cosa pensano questo vecchio prete, sempre libero e tagliente, e la sua squadretta fedele della redazione. Credo però che qualche copertina indovinata abbia fatto lievitare la richiesta e quindi la tiratura.

Qualche settimana fa ho pubblicato una bella foto di don Gianni, il giovane parroco di Carpenedo e nuovo presidente della Fondazione. La foto sprizzava coraggio, intraprendenza, decisione e passione. Ho tanto sperato che questa foto giovanile facesse passare l’idea che La Chiesa ha ancora tante risorse, può disporre ancora di giovani preti coraggiosi, che guardano al domani con fiducia e accettano la sfida delle forze del nichilismo, della rassegnazione e della sfiducia, sicuri della validità del messaggio di cui sono latori.

Se considero la rapidità con cui il periodico si è diffuso, debbo concludere che ho fatto centro. Infatti alla mattina della domenica non c’era più una copia che si potesse recuperare, neanche a pagarla a peso d’oro!

Sono felice che la gente accolga favorevolmente i messaggi di speranza e di fiducia, ne ha bisogno veramente. E la comunità cristiana ne ha una riserva ricca, basta che non li vesta di vecchiume e di scontato, ma li presenti in tutta la loro freschezza, cosa che io mi riprometto di fare.

Il nuovo Pastore e questo nostro ovile tutto buchi

L’esser vissuto per più di mezzo secolo a Mestre e l’essermi sempre interessato intensamente ed in prima persona dei problemi di ordine pastorale, mi consentono di rendermi perfettamente conto della situazione religiosa delle singole parrocchie e dell’intera città.

Io non so come vanno le cose in altre diocesi ed in altre città, ma capisco perfettamente che la situazione in cui verte la Chiesa mestrina è veramente grave, anche se apparentemente tutto è tranquillo.

Tante cose mi sono fonte di preoccupazione.

Quando penso all’estrema carenza della presenza della Chiesa sul territorio! Spesso la gente nasce, vive e muore senza che la comunità cristiana neppure se ne accorga!

Quando penso al crollo dei matrimoni religiosi, all’aumento dei bambini non battezzati e ai morti che arrivano alla tomba senza passare per la chiesa, e tutto questo senza che apparentemente il clero sia turbato!

Quando penso ai mezzi di informazione delle parrocchie, inconsistenti e per nulla incisivi.

Quando penso ai gruppi giovanili, spesso striminziti e talvolta inesistenti.

Quando mi rifaccio alla tanto propagandata nuova evangelizzazione, della quale non vedo cenno alcuno. Quando mi accorgo che la Chiesa mestrina è formata da un arcipelago di parrocchie che hanno solamente qualche legame formale, ma poco organico e sostanziale! Aumenta la mia angoscia.

Quando penso alle organizzazioni di categoria ormai totalmente scomparse e al mondo del lavoro definitivamente abbandonato a se stesso, allora mi balza davanti agli occhi la figura del nuovo Pastore con questo suo gregge che ha un ovile tutto buchi; allora avverto più che mai un sentimento di affetto, di compatimento e di solidarietà nei suoi riguardi.

M’era, in verità, venuta in mente l’idea di scrivergli che mi sarei messo volentieri a sua disposizione, ma poi ho compreso che ad 83 anni avrei potuto offrirgli ben poco. Preferisco fargli sapere la mia stima e il mio affetto, garantirgli la mia preghiera e dirgli che farò del mio meglio per portare avanti con passione e zelo il piccolo settore di cui ancora mi occupo e che pregherò ogni giorno perché egli riesca a dare nuovo vigore all’antica e povera Chiesa di Venezia.

Un gran bell’inizio!

Nota della redazione: questo intervento è stato scritto diverse settimane prima dell’ingresso del nuovo patriarca a Venezia

I nostri vecchi dicevano che “il giorno si vede fin dal mattino” ed aggiungevano con il gran buon senso di una volta: “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Infine: “Il mattino ha l’oro in bocca”. E chissà quanti saranno i detti sapienziali che riguardano l’importanza di iniziare bene qualsiasi opera che ci si proponga di fare.

Io ho confessato che di tutte le foto che i mass-media ci hanno offerto del nuovo Patriarca, terrò sul mio tavolo di lavoro quella che lo ritrae con gli stivaloni infangati e con la semplice tonaca nera, mentre si dà da fare con i suoi seminaristi per aiutare la gente delle Cinque Terre colpite dall’alluvione e dagli smottamenti della montagna fradicia d’acqua.

E’ vero, come ci è stato ripetuto fin troppo dai “capetti”, che bisogna accettare con fede il Patriarca che il Signore ci manda ed è altrettanto vero che non si può avere un Patriarca corrispondente a tutti i gusti, ma credo che pure sia lecito sperare che il nuovo vescovo ci appaia il più adatto a dare un volto sobrio, adeguato ai tempi e capace di parlare e di farsi ascoltare dalla nostra gente,

Io spero che il Signore mi abbia accontentato e che il nuovo vescovo sia intenzionato a far indossare alla Chiesa veneziana “il grembiule da lavoro” per mettersi a servire i poveri.

In questi giorni poi ho letto come avverrà l’ingresso di mons. Muraglia nella nostra diocesi e sono stato felicemente sorpreso di apprendere che alla vigilia dell’ingresso si recherà a Ca’ Letizia a servire, con i pochi chierici del nostro seminario, alla mensa dei poveri.

Io non ci sarò, ma sarò ugualmente felice che quel seme sparso quarant’anni fa assieme a mons. Vecchi, abbia la prima attenzione e continui ad essere coltivato dal nuovo apostolo del Signore in terra veneta.

In questi giorni ho pensato che il Signore mi ha fatto un secondo dono stabilendo che il conclave per la nomina dei nuovi cardinali sia stato fissato in una data che non ha permesso al nuovo Patriarca di ricevere la berretta cardinalizia. Per carità! Avrei accettato di buon grado anche il Patriarca vestito di “porpora e di bisso”, vesti che mi ricordano fin troppo quelle dell’Epulone, ma sono contento che il Signore mi abbia risparmiato questo sforzo ascetico, perché confesso che non è che mi abbia esaltato quel concistoro, con tutto quel rosso, quelle poltrone rococò tutte dorate e quei riti fuori corso per il conferimento di un titolo onorifico.

Ringrazio ancora il buon Dio che ha permesso che il Patriarca entri quasi alla chetichella, con un anticipo, a Mestre, ove pulsa la vita, prima di entrare in museo. Ora spero soltanto che il comitato della curia “non mi rompa le uova nel paniere!”.

Quel commiato contestato

In questi giorni mi è capitato un inconveniente che mi ha messo a disagio e mi ha provocato alquanta amarezza, anche perché la stampa locale, che s’è occupata della cosa, ha pubblicato la notizia in modo assolutamente distorto.

Mi era stato richiesto di celebrare un funerale da parte di un’impresa funebre che è nota per il suo pressapochismo e la sua faciloneria interessata. Acconsentii anche perché questo, oggi, è il mio ministero specifico. Sennonché nella tarda vigilia di quella celebrazione, mi accorsi di un titolo a cinque colonne sulla stampa cittadina, che ne aveva montata la vicenda. C’era pure tanto di foto della chiesa di un mio collega il quale, dopo aver fissato il funerale, si era accorto che il richiedente intendeva spargere le ceneri in laguna, come gli attuali provvedimenti del Comune ora permettono e aveva rifiutato di celebrarlo perché, secondo lui, l’autorità religiosa non permetteva simile prassi.

Da un lato mi spiaceva, pur inconsapevole, di fare ciò che un collega, per motivi comprensibili, aveva rifiutato, e dall’altro mi misi nei panni di quel povero marito che aveva già avvertito parenti e amici, e poi aveva dovuto disdire l’appuntamento per il commiato della sua povera moglie che aveva percorso una lunga via Crucis. Rifiutando, avrei mandato a monte, per la seconda volta, la cerimonia a poche ore dalla data fissata.

Ci pensai un istante e optai per l’uomo piuttosto che per le rubriche, per i giudizi malevoli che avrei avuto dai colleghi e per l’opinione pubblica.

Ripeto che il mio non è stato un atto di menefreghismo delle regole, pur essendo io poco amante di esse, ma che in questo caso assolutamente ignoravo, né fu una scelta di dissociarmi dai colleghi, ma soltanto di comprensione per quel poveruomo ignaro delle sottigliezze liturgiche e delle discrepanze tra le norme comunali e quelle ecclesiastiche.

Ho fatto la mia scelta in umiltà e nella sola intenzione di cercare il bene dell’uomo e della comunità cristiana, disposto a pagare il prezzo di questa “disobbedienza” formale.

Di certo l’episodio mi ha costretto a riflettere e prendere interiormente posizione sulle rubriche liturgiche circa il “luogo sacro”. Non so se chi ha vergato quella presunta norma, che ora pare sia superata, abbia mai visto il fango, le pozzanghere, i rimasugli delle rimozioni precedenti del terreno del nostro cimitero in cui si seppelliscono i nostri morti, per poterlo definire “luogo più sacro” dell’acqua del mare infinito o dei monti solitari.

Il “centralismo” liturgico mi pare sia una piaga come ogni forma di decisionismo dall’alto. Mi pare che sia tempo, soprattutto per queste cose estremamente marginali alla religione e alla fede, di permettere che la gente faccia le sue scelte con semplicità e libertà.

L’uomo di oggi non è più un “bambino” e, meno che meno, un cagnolino da tenere al guinzaglio. Per quel che mi riguarda mi impegnerò a battermi perché ci sia più rispetto per i fedeli e i preti relativi.

La Sagra di Carpenedo

All’inizio di giugno, da vent’anni a questa parte, nella mia vecchia parrocchia si dà vita ad una sagra paesana. Ai miei tempi, per tale occasione, stampavamo un opuscolo che serviva da supporto alla pubblicità e che ripagava gli sponsor per il loro contributo, e nel contempo ci permetteva di dare una pennellata di cultura a questa festa popolare.

In occasione del ventennale, gli attuali organizzatori hanno pensato bene di utilizzare il suaccennato opuscolo per fare un po’ la storia di quest’evento che s’è andato consolidando nel tempo. Mi chiesero quindi un contributo. Ben volentieri ho aderito all’iniziativa per mettere in luce un lato nascosto della sagra che certamente nessuno conosce.

La sagra non è nata per caso, sono stato io, parroco di allora, a volerla fortemente per creare intesa e comunità. Papa Roncalli affermava che per intenderci e fraternizzare il mezzo migliore è farlo “mettendo le gambe sotto la tavola”, ossia mangiando assieme ci si intende tanto più facilmente.

Il secondo motivo fu quello di risolvere un cruccio che mi addolorava fin dal mio arrivo a Carpenedo. Il paese di allora era come Brescello, il paese di Peppone e don Camillo. In via Ligabue c’era la sede dei comunisti, al cui davanzale sventolava la bandiera rossa con la falce e il martello. La sezione di Carpenedo era senza dubbio la più agguerrita e la più numerosa di tutta la città ed era guidata dal signor Bellina, segretario intelligente ed operoso. In parrocchia invece c’erano quelli del Biancofiore, pur senza bandiera al davanzale.

In verità, sia da una parte che dall’altra, c’erano cristiani uguali, che battezzavano, mandavano i figli a catechismo, sposavano e portavano i loro morti in chiesa.

Forse quelli di via Ligabue alla domenica preferivano il Bar Centrale, mentre quelli della “Balena Bianca” venivano più spesso a messa. Misi a punto il progetto: incontriamoci tutti a mezza strada, su un terreno neutrale qual’è una tavola imbandita con salcicce e costicine.

Così fu e fu subito un successo, sia per i gestori che per i fruitori. Era uno spettacolo vedere la gente dei vari “colmelli” della vecchia parrocchia, quella prima delle divisioni, incontrarsi, chiacchierare, ballare, cenare sotto gli enormi capannoni. Non ho mai visto tanti “parrocchiani” sotto l’ombra del campanile!

L’avevo intuito anche prima, ma allora ebbi la conferma che per far comunità non ci si deve rifare ad astruserie di ordine psicologico, sociale o religioso. Di comunità fittizie che si reggono sui trampoli di ideologie ve ne sono anche troppe, ma non servono a nulla, e meno che meno alle persone che vi aderiscono.

La diversità che arricchisce le comunità

I legami con la mia vecchia parrocchia, dopo sei anni da che l’ho lasciata, si sono rallentati, però ci sono ancora. Io ho fatto di tutto per starmene lontano, avendo avuto la sensazione che la visione pastorale tra me e il mio successore, fosse decisamente diversa. Venivamo da due culture tanto lontane. Io, come matrice di fondo, provengo dalla dottrina dei “cristiani per il socialismo”, cioè un cristianesimo fortemente incarnato nella società, mentre lui usciva in maniera diretta dal movimento neocatecumenale, quindi da una visione religiosa intimista, poco o per nulla comunicante con le problematiche sociali.

Comunque credo di dover affermare, convinto, che la diversità arricchisce. Sono stato felice che la parrocchia abbia fatto per sei anni un’esperienza religiosa diversa da quella che io ho tentato di passare con tanta convinzione.

Mi sento più sereno perché talvolta mi pesava sulla coscienza d’aver offerto, alla gente che ho amato tanto, soprattutto un cristianesimo di stile orizzontale, ossia una fede che diventa soprattutto ed anzitutto solidarietà, presentando il Cristo dei poveri, degli ammalati, degli umili, un Cristo che si oppone ai prepotenti, che vive profondamente le vicende della sua gente. Don Danilo invece m’è parso che puntasse, in maniera privilegiata, alla lode a Dio, ad una comunità cristiana raccolta in se stessa, preoccupata anzitutto di tener viva la fiamma della fede tra i suoi membri, alimentandola con la preghiera e la lode e tenendola lontana dalle problematiche sociali che ai neocatecumenali interessano tanto poco.

Spero che queste culture diverse dello stile pastorale abbiano offerto un cristianesimo più completo e più ricco nelle sue sfaccettature.

Ora don Gianni offrirà pure lui un contributo specifico, una proposta cristiana che, pur rifacendosi alla grande tradizione della Chiesa, arricchisca ulteriormente la comunità, mettendo in luce sfaccettature pur diverse, ma che tendono a dare un’immagine sempre più profonda e vera del Cristo che prende volto nella parrocchia.

Omelie

Uno dei grossi problemi che riguardano la predicazione è certamente quello di discorsi disincarnati che si avvalgano di parole e pensieri scontati, di luoghi comuni legati ad una pseudo cultura teologica e che perciò passano tranquillamente sopra i capelli della gente senza lasciare traccia alcuna nella sensibilità, nella coscienza e nel pensiero di auditori che rimangono passivi all’annuncio.

Ricordo che fin da bambino circolava un detto nei riguardi delle prediche e della ricettività dei fedeli: “La gente in chiesa non reagirebbe anche se il predicatore affermasse che il diavolo è morto di freddo”. Era il tempo in cui i sacerdoti, e più ancora certi religiosi che si dedicavano alle missioni del popolo, insistevano quanto mai sul fuoco dell’inferno che bruciava i peccatori.

Purtroppo questo costume non è ancora scomparso e la mancanza di preparazione prossima e di ricerca costante, aggiunta ad una certa letteratura omiletica imperante nelle riviste o nelle rubriche destinate ai preti, han fatto si che le prediche siano “piuttosto soporifiche”, come diceva una signora nei riguardi dei sermoni del suo parroco.

Quando mi trovo in difficoltà nell’interpretare e rendere attuale il messaggio di certe pagine del Vangelo, talvolta ricorro anch’io alla lettura di certi sussidi, ma sempre sono astratti, desolanti e lontani mille miglia dalla sensibilità dell’uomo di oggi.

Io ho avuto la fortuna di vivere accanto a dei sacerdoti maestri in questo settore, Monsignor Vecchi, quanto mai valido, anche se un po’ teatrale, ma soprattutto monsignor Da Villa il quale, quando predicava, si spendeva tutto, usando un linguaggio fluido, incisivo, esistenziale, sembrava che prendesse per il bavero la gente, la mettesse con le spalle al muro dimostrando la validità e la verità del messaggio di Gesù.

Questi esempi sono fin troppo incidenti sulla mia coscienza, tanto che spesso mi mettono in crisi, preoccupato di non passare quelle verità del Vangelo delle quali tutti abbiamo bisogno, tanto che confesso apertamente che sono quanto mai critico ed esigente verso me stesso.

Qualche tempo fa, uscendo di chiesa dopo l’omelia in occasione di un funerale, un signore mi confidò: «Io non sono credente, ma la ringrazio davvero di ciò che ha detto. Mi ha fatto bene!». Volesse il Cielo che fosse sempre così!

“La fede senza le opere è sterile”

Qualche settimana fa il freddo era veramente pungente. Il vento di bora s’infilava nei vestiti e gelava le ossa. I mass-media poi, terminata la tragedia della Costa Concordia, avevano bisogno di un altro dramma per piazzare il loro prodotto e avevano “terrorizzato” i cittadini dando l’impressione che il gelo polare stesse letteralmente paralizzando l’intero Paese.

Così pensavo che il maltempo avrebbe scoraggiato i miei fedeli dal partecipare all’Eucaristia domenicale, tanto più che la mia chiesa è piuttosto decentrata e i miei fedeli non sono tutti proprio nel fiore degli anni. Mi preparavo quindi a vivere l’incontro col Signore con meno entusiasmo, non potendo avere il calore di una chiesa gremita come al solito.

Invece no! Pian piano i fedeli sono giunti a gruppetti, provando subito una sensazione di benessere fisico incontrando il tepore di un ambiente riscaldato e quanto mai accogliente. Quando tirai la cordicella del campanello di bronzo per l’inizio della messa, la chiesa era piena e la mia comunità particolare, legata da una comunione profonda che nasce da una scelta e non dalla costrizione geografica, era al completo. Anzi, prima del sermone, tanta gente se ne stava al centro e a lato in piedi. Il mio coro, formato da ultraottantenni, puntuale e completo al suo posto e i vari ministranti disponibili ad adempiere le loro funzioni come ogni domenica.

Iniziai confidando la sensazione che mi riscaldava il cuore “Fuori: gelo, solitudine, disorientamento; dentro: tepore, amicizia, fraternità e serenità”. La comunità di fratelli che si riunisce nel nome del Signore fa emergere sempre e subito i valori che danno conforto, sicurezza, pace e speranza.

Pur roco, perché raffreddato, tentai di passare, alla luce del Vangelo di san Marco, quanto la fede e la religione hanno come eterne e sapienti coordinate: la fede e l’amore a Dio e il servizio al prossimo. La solidarietà verso i fratelli in difficoltà non è quindi un optional, ma una componente essenziale e assoluta del cattolicesimo: “La fede senza le opere è sterile”. Un cristiano che non preveda e non attui nella sua vita atti di carità, in relazione alla sua condizione umana, non solamente non è un buon cristiano, ma è un cristiano monco di un arto essenziale.

La disabilità, per la carenza della componente solidale, non è facilmente visibile e verificabile nel singolo, ma è invece un elemento macroscopico che appare immediatamente nel volto di una parrocchia. Talvolta mi rifaccio al racconto del Tolstoi che immagina Gesù che in incognito visita le comunità cristiane della “santa Russia” e, deluso, non riconosce in esse, raccolte per il culto nelle loro chiese, comunità composte da suoi discepoli, perché non conformi al suo insegnamento. Non so proprio cosa accadrebbe se al nostro Maestro venisse in mente, una qualche volta, di fare una visita alle 32 parrocchie di Mestre.

I sogni che vorrei portare al nuovo Patriarca

Mi pare che i giornali abbiano detto che il nuovo Patriarca comincerà il suo servizio nella Chiesa veneziana a fine marzo. E’ veramente tardi, ma credo che di certo non sia per colpa sua, ma a causa di un apparato ecclesiastico che ha bisogno di essere oleato, o meglio ancora semplificato e aggiornato.

Spero che, essendo il nuovo vescovo relativamente giovane, imbastisca velocemente il “nuovo governo”. A pensarci mi vien da compiangerlo fin da subito, perché dovrà mostrarsi un capo veramente valido, dovendo accontentarsi della collaborazione di una compagine ben modesta.

Da parte mia, nel mio “sognerellare”, mi capita di sorprendermi a far congetture sull’azione pastorale su cui le varie componenti della diocesi premeranno perché egli vi dia nuovo avallo ed impulso. Di certo quelli che si interessano della cultura premeranno perché si prenda a cuore il Marcianum, il fiore all’occhiello che il cardinal Scola ha lasciato in eredità alla Chiesa veneziana; quelli della pastorale della famiglia faranno altrettanto, e così pure premerà per avere un sostegno chi si occupa della catechesi, della liturgia e della nuova evangelizzazione o della pastorale del lavoro.

Tutti presenteranno ciò che è stato realizzato e i progetti in corso. Tutto questo è giusto e opportuno, però anch’io, pur vecchio e lontano dal “palazzo” e dalle “stanze dei bottoni”, ho dei progetti e delle proposte che voglio fargli conoscere, magari attraverso il nostro periodico.

Per esempio il sogno della “cittadella solidale”, una struttura che esprima la carità della Chiesa veneziana e che dia risposte globali al vasto mondo degli emarginati.

E come non parlargli del “Samaritano” per dare alloggio a tutti coloro che vengono da lontano ad assistere gli ammalati degenti negli ospedali di Mestre, i fratelli che alla preoccupazione per i loro parenti ammalati, debbono farsi carico anche dei costi alberghieri proibitivi?! Come non dirgli del sogno di aiutare i padri di famiglia divorziati per i quali, al dramma dello sfascio della propria famiglia s’aggiunge anche quello della dimora e del rapporto con i figli!

Come non renderlo partecipe della splendida prospettiva di diffondere anche nelle varie zone pastorali della diocesi soluzioni analoghe a quella mestrina dei Centri don vecchi?

A mio modesto parere nella Chiesa di Venezia deve emergere e diventare più consistente la dimensione caritativa che attualmente è sottosviluppata in rapporto al culto e alla catechesi.

Spiace caricare sulle spalle del nuovo vescovo tutti questi fardelli, però sento il dovere di aiutarlo perché i carichi siano bilanciati e la solidarietà non continui a rimanere la cenerentola dell’impegno pastorale della diocesi.

Anziani e parrocchie, un rapporto non sempre facile

Il mio osservatorio, i miei monitoraggi e le mie inchieste sulla fede sono elementari sia dal punto di vista scientifico che da quello numerico. Non pretendo perciò che i miei dati siano significativi per l’opinione pubblica, essi però hanno certamente una profonda ripercussione sulla mia coscienza e sulla mia sensibilità di sacerdote.

Ho ribadito tante volte che, data la mia età e dato il mio ministero sacerdotale specifico, ora mi occupo quasi esclusivamente degli anziani e del fine vita.

Sono arrivato alla triste conclusione che non è come credevo, che gli anziani fossero ancora il grande e provvidenziale serbatoio che custodisce la fede e i grandi valori cristiani. Constato che c’è una grossa fetta di anziani che non potendo più praticare la chiesa e non avendo più alcun rapporto con la propria comunità cristiana geografica, finisce per entrare in una specie di letargo religioso che paralizza ogni espressione di fede.

Nel colloquio che tento sempre di premettere alla funzione di commiato, col quale cerco di informarmi sui lati positivi della vita del defunto, sulla testimonianza specifica di ogni creatura che può diventare dono ed eredità per chi rimane, non manco mai di fare una domanda sulla fede e sulla pratica cristiana del defunto. A questa domanda mi sento tanto spesso ripetere che lui o lei molto probabilmente era un credente, quasi mai un praticante, o per impossibilità o per scelta.

Quando poi mi spingo più in là per chiedere se il parroco lo conosceva, lo visitava o gli portava la consolazione cristiana, quasi mai mi si dice che il parroco era a conoscenza della infermità e, meno ancora, che visitasse il vecchio o l’infermo. Pare pure che i nuovi ministri della pastorale, quali i diaconi, gli accoliti, associazioni o movimenti di spirituali o di ricerche religiose, si interessino ben poco e raggiungano ancor meno questa falda di battezzati che quasi mai conclude la vita terrena – come si diceva un tempo – “muniti dei conforti religiosi”.

La presenza nel territorio della pastorale parrocchiale mi pare pressoché nulla. Non voglio, ancora una volta, ripresentare i miei tentativi a questo riguardo, ma mi pare che sia quanto mai urgente e necessario approntare delle iniziative pastorali che non s’accontentino dei praticanti, ma che puntino ad avere relazioni anche con chi non può o non ci pensa a frequentare la chiesa.

Il nostro Patriarca Francesco Moraglia

Nota della Redazione: come gli altri, anche questo articolo risale a diverse settimane fa, prima dell’arrivo di mons. Moraglia a Venezia

Dopo una lunga attesa è stato nominato il nuovo Patriarca. L’attesa ha spazientito e sorpreso più di un fedele della diocesi, me compreso, perché vorremmo la nostra Chiesa non solamente bella, coerente, evangelica, ma nel contempo anche al passo con i tempi, efficiente, viva e tempestiva. Comunque potrebbe esserci anche un aspetto positivo in questa riflessione per la scelta durata sette mesi; cioè speriamo che sia stata una ponderazione più scrupolosa del solito, date le particolari esigenze del Patriarcato, e che si sia finalmente trovato il vescovo giusto. Io voglio leggere l’evento da questo punto di vista, che mi sembra il più positivo.

Appena giunta la notizia, suor Teresa, dato che io sono inesperto del nuovo mondo di internet, m’ha portato tutta la documentazione sul nuovo Patriarca, una specie di curriculum un po’ sovrabbondante, come oggi si usa per chiedere un posto di lavoro.

Ho dato uno sguardo e m’è subito parso che il nuovo Patriarca venga da un mondo accademico, come il precedente cardinal Scola, che sia un grande esperto delle cose di Dio e sappia quasi tutto su quanto riguarda il Signore. Subito ho pensato che il cardinal Scola abbia chiesto al Papa un Patriarca che sapesse cullare e crescere la sua giovane creatura, il Marcianum, la quasi nuova università ecclesiastica di Venezia da lui fondata.

Non mi dispiace di certo che il nuovo Patriarca ne sappia di teologia, però i miei interessi sono assai diversi: piuttosto che i grandi misteri del Cielo, mi interessa l’uomo normale, quello della strada, e soprattutto l’uomo povero e fragile piuttosto che l’intellettuale.

Per fortuna sempre suor Teresa mi ha fornito un supplemento di documentazione che mi ha aperto il cuore alla speranza. In una delle foto ho visto il nuovo Patriarca con gli stivali infangati mentre dirigeva i suoi seminaristi che, per qualche tempo e per suo volere, hanno lasciato le aule della scuola per soccorrere gli abitanti delle Cinque Terre colpiti dall’alluvione.

Credo che ognuno abbia diritto di avere le sue preferenze e di scegliere le foto che gradisce di più da mettere sul suo tavolo di lavoro. Dove impagino “L’incontro” ci sarà il patriarca Moraglia in tonaca, ma pure con gli stivaloni infangati.

Credo che tutti vorremo bene al Vescovo che il Papa ci ha assegnato e che tutti ci metteremo a sua disposizione in ciò che ci interessa di più e che sappiamo far meglio. Per quanto mi riguarda mi darò da fare il meglio possibile perché il nuovo vescovo di Venezia appaia sempre con gli stivaloni e sia il Patriarca dei poveri.

Il vestito del prete

E’ ben vero che “l’abito non fa il monaco”, però è altrettanto vero che l’abito aiuta a identificare la funzione di una persona nella società; se poi questa persona possiede anche tutti o tanti requisiti che quella divisa comporta, essa aiuta a presentare in modo più preciso quella funzione.

Questa riflessione, sulla funzione e sulla validità della divisa del sacerdote, m’è venuta osservando recentemente un prete vestito all’antica maniera: la lunga tonaca nera, la cotta inamidata con tanto di merletto, il tricorno in capo ed un ampio mantello.

Questa foggia di vestire m’ha sorpreso e incuriosito perché è piuttosto difficile incontrare un sacerdote vestito alla maniera preconciliare. Ora i preti vestono in tutte le maniere fuorché quelle indicate dalla disciplina della Chiesa, che col Consilio Vaticano Secondo ha suggerito un abito sobrio, pantaloni e giacca, e il collare bianco. Molti hanno aggiunto una crocetta d’argento sul bavero.

Adesso è facilissimo incontrare preti con i jeans, in cravatta, con colbacchi di pelo, giacconi, borselli e vestiti di tutte le fogge e di tutti i colori.

Il nostro è il tempo delle note “grida” manzoniane, spesso riproposte dalla stampa della categoria, osservate da pochi e non fatte osservare da chi avrebbe il dovere di farlo.

Io ritengo che la lunga tonaca nera sia un abito talmente fuori dal sentire comune, che perciò è opportuno abbandonare, però penso che una uniforme (nel senso letterale della parola, ossia uguale per tutti) sia quanto mai opportuna, anzi doverosa.

La divisa dà un senso di ordine, di disciplina, facilita un certo controllo di sé e aiuta a certi comportamenti che sono in linea con la serietà del ministero scelto dal sacerdote, che si distingue dagli altri per essere l’uomo della fede, della Chiesa e del sacro.

Ricordo quando, prima del Concilio, il mio vecchio parroco, mons. Da Villa, chiedeva a me e a don Giancarlo d’accompagnarlo a fare quattro passi in città; pretendeva che avessimo non solo la tonaca, ma anche la “spolverina”, magari al braccio, e il cappello rotondo a larghe falde alla don Camillo. Ogni volta che ero costretto a questo supplizio mi sembrava di assomigliare alla ronda dei carabinieri in alta uniforme in piazza san Marco, tanto che al passaggio di questi tre spilungoni vestiti nell’uniforme tutta nera, la gente si voltava indietro guardandoci, seppur con rispetto, ma anche giustamente con meraviglia.

Giunto il Concilio, andammo con monsignor Vecchi nei grandi magazzini di Coin alle Barche e uscimmo in clergyman elegante, compreso il cappello Borsalino, che però non adoperai mai avendo sempre avuto una selva di capelli quanto mai scomposti e ribelli.

Non rimpiango la tonaca, ma non mi entusiasmo neppure per il modo di vestire attuale di molti preti. Ora spero che il nuovo Patriarca metta un po’ di ordine anche in questo settore, pur marginale, della vita del clero.