Anziani e parrocchie, un rapporto non sempre facile

Il mio osservatorio, i miei monitoraggi e le mie inchieste sulla fede sono elementari sia dal punto di vista scientifico che da quello numerico. Non pretendo perciò che i miei dati siano significativi per l’opinione pubblica, essi però hanno certamente una profonda ripercussione sulla mia coscienza e sulla mia sensibilità di sacerdote.

Ho ribadito tante volte che, data la mia età e dato il mio ministero sacerdotale specifico, ora mi occupo quasi esclusivamente degli anziani e del fine vita.

Sono arrivato alla triste conclusione che non è come credevo, che gli anziani fossero ancora il grande e provvidenziale serbatoio che custodisce la fede e i grandi valori cristiani. Constato che c’è una grossa fetta di anziani che non potendo più praticare la chiesa e non avendo più alcun rapporto con la propria comunità cristiana geografica, finisce per entrare in una specie di letargo religioso che paralizza ogni espressione di fede.

Nel colloquio che tento sempre di premettere alla funzione di commiato, col quale cerco di informarmi sui lati positivi della vita del defunto, sulla testimonianza specifica di ogni creatura che può diventare dono ed eredità per chi rimane, non manco mai di fare una domanda sulla fede e sulla pratica cristiana del defunto. A questa domanda mi sento tanto spesso ripetere che lui o lei molto probabilmente era un credente, quasi mai un praticante, o per impossibilità o per scelta.

Quando poi mi spingo più in là per chiedere se il parroco lo conosceva, lo visitava o gli portava la consolazione cristiana, quasi mai mi si dice che il parroco era a conoscenza della infermità e, meno ancora, che visitasse il vecchio o l’infermo. Pare pure che i nuovi ministri della pastorale, quali i diaconi, gli accoliti, associazioni o movimenti di spirituali o di ricerche religiose, si interessino ben poco e raggiungano ancor meno questa falda di battezzati che quasi mai conclude la vita terrena – come si diceva un tempo – “muniti dei conforti religiosi”.

La presenza nel territorio della pastorale parrocchiale mi pare pressoché nulla. Non voglio, ancora una volta, ripresentare i miei tentativi a questo riguardo, ma mi pare che sia quanto mai urgente e necessario approntare delle iniziative pastorali che non s’accontentino dei praticanti, ma che puntino ad avere relazioni anche con chi non può o non ci pensa a frequentare la chiesa.

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