Nomine in Curia

Credo che tutti noi preti della Chiesa veneziana in questi ultimi tempi abbiano seguito, più per curiosità che per vero interesse, la nomina dei diretti collaboratori del nostro Patriarca.

Ricordo che quando è arrivato il patriarca Scola, si diceva che avrebbe “messo finalmente in riga” il clero veneziano, clero che si è sempre ritenuto indipendente ed individualista.

Io a quel tempo ero un po’ preoccupato perché, come sempre non troppo amante dei convegni e dei pontificali, ogni volta che avevo qualche pretesto, li disertavo bellamente. Ho continuato come sempre e non è successo nulla, non sono diventato monsignore, ma neanche ho ricevuto provvedimenti particolari. Il nostro clero, che non credo sia peggiore di quello delle diocesi vicine, forse più disciplinato ed ossequiente, è sempre rimasto uguale a se stesso nonostante che sulla cattedra di san Marco si siano avvicendati vescovi tanto diversi. Ricordo i cardinali Piazza, Agostini, Roncalli, Urbani, Luciani, Cè, Scola, ma credo che il nostro clero, tutto sommato, libero e fedele, non abbia cambiato più di tanto. Monsignor Agostini, forse più degli altri, ha tentato di ridurre ad una disciplina più rigida, ma credo con scarsi risultati.

Ora mi hanno riferito delle nomine, pur provvisorie. Pare che il Patriarca abbia riconfermato i vecchi “ministri”, eccetto il suo vice, ripescato dal clero in pensione nella figura di monsignor Ronzini, mio cappellano nei tempi difficili della contestazione del sessantotto.

Per me il ricordo di quei tempi, a tutti i livelli, non è tra i più felici della mia vita. Entrato in parrocchia nel tempo della più radicale contestazione, con la nomina di conservatore, come sempre ho tirato diritto e non ho fatto nulla per scrollarmelo di dosso, rimanendo fedele alle mie convinzioni, però mi sono trovato terribilmente solo.

Anche i collaboratori più diretti, che essendo giovani subivano più di me le mode di pensiero allora in voga, hanno trovato giusto non darmi un appoggio completo. La nomina di mons. Ranzini a “vicario ad omnia”, ossia delegato a rappresentare il superiore in ogni questione, mi ha fatto riemergere il ricordo di quei tempi difficili nei quali ho sofferto, ho lottato, sono stato preoccupato di sbagliare, ma sono sempre stato fedele alla mia coscienza, perché l’ho sempre ritenuta “la mia padrona di casa”.

La storia mi ha dato totalmente ragione riconfermandomi che bisogna diffidare delle mode e fidarsi invece dei propri convincimenti profondi.

Ora sono vecchio, ma voglio continuare nella direzione di tutta la mia vita, perché, come il padre dei Maccabei non vorrei, nella mia canizie, dar scandalo discostandomi da ciò che mi detta la mia coscienza.

Il primo germoglio di “Aquileia due”

Don Gianni, “nipote” in linea di successione nella parrocchia di Carpenedo, qualche giorno fa mi informò che per San Marco sarebbe andato a Villa Flangini ad Asolo per discutere con i collaboratori della parrocchia sugli indirizzi pastorali da intraprendere.

La cosa mi fece molto piacere perché don Gianni mi ha anche detto che sarebbe salito alla splendida villa asolana con una sessantina di collaboratori. Il fatto che una comunità cristiana, e per di più la comunità in cui ho fatto il parroco per 35 anni, facesse cose del genere, mi ha fatto quanto mai felice.

In queste ultime settimane s’è fatto un gran parlare di “Aquileia due”, ossia del convegno delle chiese del Triveneto che si sono riunite in quell’antica sede vescovile per rilanciare il messaggio cristiano e per attuare la tanto invocata rievangelizzazione delle nostre genti.

Io ho letto gli interventi, le analisi, le indicazioni, ma appartenendo alla categoria dei san Tommaso moderni, non credo se non metto il dito sulle iniziative concrete. Penso che don Gianni della parrocchia di Carpenedo, che porta sessanta collaboratori a discutere, a pregare e a stare insieme per dare risposte alle attese della gente di oggi, sia il primo germoglio che mi è dato di scorgere di questo tanto conclamato convegno.

La notizia del giovane parroco da un lato mi ha fatto sognare che la villa riprenda la funzione per cui ho tanto lavorato e sacrificato e non continui nella sua amara decadenza; dall’altro lato mi ha fatto rivivere un’esperienza stupenda ed esaltante di mezzo secolo fa. Ogni anno infatti, con monsignor Vecchi, salivamo ad Asolo, nella villa dei Coin, per programmare l’attività parrocchiale. Erano due giorni di discussioni appassionate che non potevano non portare frutti significativi.

Una volta acquistata l’ex villa Rossi, restaurata e ribattezzata in “Villa Flangini”, perché antica dimora del Patriarca veneziano cardinal Luigi Flangini, con don Adriano, don Gino e don Marino, in quella villa abbiamo continuato nella ricerca di un aggiornamento pastorale, assolutamente necessario se si vuole che la parrocchia cammini con i tempi.

La crescita e il rilancio cristiano è fortunatamente ancora possibile, ma a prezzo che si voglia lavorare, sudare e sacrificarsi per la “causa”.

Un funerale valdese

Qualche giorno fa mi è giunta una richiesta insolita da parte di una impresa di pompe funebri del Cavallino. Mi si chiedeva la chiesa per un servizio funebre, dicendo però che i famigliari del defunto, che apparteneva ad una chiesa protestante, avevano un loro sacerdote. Acconsentii volentieri, pensando che oggi non ci siano remore di sorta, in un tempo in cui le Chiese di matrice cristiana si rifanno allo splendido principio dell’ecumenismo.

Di primo acchito, in rapporto a questa insolita richiesta, mi tornò a memoria il clima bellicoso tra “protestanti” e “papisti” nella vecchia Inghilterra, di cui avevo appreso l’animosità dalle lontane letture dell’autore inglese Bruce Marshall.

Ricordo il clima rovente descritto da questo autore, il quale forse aveva aggiunto, in proposito, colore nei romanzi “Il miracolo di padre Malachia” o in quello, ancora più avvincente, “Ad ogni uomo un soldo”. Non son passati che cinquant’anni, ne è “corsa, fortunatamente, di acqua sotto i ponti!”.

Qualche minuto prima delle undici, ora fissata per il funerale, mi si presentò una giovane signora, che io pensai fosse la moglie o la figlia del morto, che mi disse, in maniera spigliata e disinvolta: “Sono la pastora della Chiesa valdese che officerà il servizio funebre”.

Avevo deciso di rimanere in chiesa per cortesia, ma anche con un pizzico di curiosità nei riguardi della “concorrenza”. Il fatto che fosse “pastora” e per di più valdese, mi incuriosì ulteriormente. I “fratelli valdesi” sono i più critici nei riguardi della Chiesa cattolica e i più spinti nella riforma religiosa.

La pastora si tolse la giacca ed indossò una tonaca nera molto abbondante, con due corti nastri bianchi che scendevano dal collo. Il rito fu molto semplice: il saluto, una breve lettura ed un sermone – che non ho sentito bene perché sono anche sordo – che comunque credo non si sia allontanato di molto dalle solite prediche che pure io faccio. I fedeli non erano moltissimi, come sempre, e non molto partecipi, pure come sempre.

Avevo appena letto una riflessione del prete friulano che auspicava il sacerdozio anche per le donne e la presa di posizione del Papa che, qualche giorno fa, ha chiuso definitivamente a questo riguardo. Io mi astengo da giudizi e da auspici, ma ritengo che, prima o poi, ci arriveremo anche noi. Forse però sono cose da Concilio Vaticano Terzo.

Il pensiero di Teilhard de Chardin

A Natale e a Pasqua “don Loris”, il notissimo segretario di Papa Roncalli, ora arcivescovo pressoché centenario che vive a Sotto il Monte, mi manda gli auguri accompagnati da opuscoli nei quali egli pubblica memorie, scorci di scritti inediti di Papa Giovanni XXIII.

I legami tra me e “don Loris” non sono molto consistenti. Egli mi conobbe, appunto quando era segretario dell’allora cardinal Roncalli, che mi ha ordinato prete e che è stato il mio vescovo per i primissimi anni del mio sacerdozio; io invece perché egli era un brillante commentatore del Vangelo dai microfoni della RAI. Ambedue leggevamo l'”Adesso” di don Mazzolari.

In seguito lui fu alla ribalta della notorietà come collaboratore fidato del Papa e poi come colui che ne ha tenuta viva la memoria con validissime pubblicazioni, la principale delle quali “Il giornale dell’anima”.

Tutto questo non parrebbe giustificare queste attenzioni di un uomo di quella levatura verso un povero prete che di carriera “ecclesiastica” ne ha fatta veramente poca e che non è solito adulare qualsiasi tipo di autorità.

Ho l’impressione che qualcuno gli mandi “L’incontro” e questo incuriosisca il vecchio direttore del periodico “La settimana religiosa” della diocesi di Venezia.

Per Pasqua “don Loris” mi ha mandato un opuscolo che raccoglie alcune considerazioni del grandissimo “Teilhard de Chardin”, un pensatore contemporaneo che io reputo, a livello teologico, alla pari di San Tommaso d’Aquino, il padre della filosofia cristiana.

Di questo gesuita francese io avevo letto uno splendido volume che raccoglieva le sue lettere, spedite durante il tempo in cui faceva le sue ricerche da paleontologo nella steppa della Cina. In quelle lettere traspariva ricchezza di pensieri, capacità di sintesi, poesia e scienza, ma soprattutto capacità di una lettura profonda dell’orientamento della storia dell’umanità che si avvia verso il sublime e l’Assoluto. Erano, tutto sommato, lettere di abbastanza facile comprensione, piacevoli e veramente belle sotto ogni punto di vista. Invece l’opuscolo mandatomi da don Loris, in occasione della Pasqua, contiene il cuore del pensiero di questo intellettuale. La lettura mi è risultata veramente difficile. Non sono riuscito a capire questa sintesi ardita sul domani della Chiesa e del messaggio cristiano, non ho compreso come egli pensi che il cristiano di oggi possa contribuire a costruire il futuro dell’umanità.

Una cosa invece ho capito bene e ho condiviso: egli dice che la Chiesa e i cristiani sono ancora reticenti ad accettare l’evolversi dell’umanità: non basta la ricerca, il dialogo col mondo moderno, c’è invece bisogno di un’accettazione piena, ricca di fiducia verso una realtà tanto complessa, ma che comunque si muove verso questa “pienezza”, la partecipazione del mistero di Dio. Se la Chiesa non si apre a questo abbraccio totale arrischia di finire su un’ansa della storia, su un binario morto.

Questo pensiero mi è di molto aiuto nello spingermi ad amare di più il mondo attuale ed avere più fiducia nell’evolversi del pensiero umano che, nonostante tutto, è l’unico percorso che porta a partecipare alla vita di Dio.

Guardare alla primavera della Chiesa per creare le Comunità di domani!

Nella prima metà del mese di aprile il tempo è stato piuttosto imbronciato, il cielo è stato cupo, alcuni giorni sembrò che l’inverno si prendesse perfino una rivincita tanto la temperatura s’era abbassata. Un vento sferzante e freddo dal nord ci ha costretto a riaccendere il riscaldamento, poi talvolta qualche piovasco irruento e talaltra una pioggia uggiosa e continua ha creato un’atmosfera triste e malinconica.

Oggi però il sole s’è presa la rivincita e la primavera è apparsa in tutta la sua bellezza, non c’è un ramo che non abbia foglie di un verde leggero e non c’è zolla di prato che non sia fiorita. La primavera trionfa e mette serenità e letizia nel cuore.

Nel mio animo c’era stato quasi un momento di stizza perché avrei desiderato che la Pasqua avesse avuto questa cornice luminosa e trionfale e che per la Resurrezione di Cristo anche la natura e il tempo si fossero vestiti a festa ed avessero offerto una degna ed adeguata atmosfera al mistero del Risorto, evento che è tutto pregno di speranza, di bene e di gioia per la vita che sconfigge la morte.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere una pagina degli Atti degli Apostoli che descrive la comunità dei cristiani della Chiesa agli albori dell’era cristiana. Il racconto che descrive la vita dei discepoli di Gesù sembra “l’inno alla gioia” di Beethoven, tanto si avverte una profonda comunione fra i membri della Chiesa nascente che cresce beata e serena e nello stesso tempo, a livello economico, c’è notizia di totale condivisione dei beni.

Questa lettura mi dava veramente l’impressione di una Chiesa primaverile che bella e felice cammina verso il domani. Una volta ancora mi sono sentito riconfermato in quella convinzione che accompagna ormai il mio spirito: che solamente la solidarietà, sia a livello dello spirito che a quello economico, esprime al meglio le comunità che si rifanno al messaggio evangelico.

Credo che anche nel nostro tempo i cristiani debbano puntare a costruire comunità ricche di entusiasmo, di altruismo, convinte di avere il Signore dalla loro parte e perciò, anche se vivono in un mondo grigio e senza fede, possono essere il faro che indica la rotta su cui puntare, per i fratelli che navigano nella nebbia di una vita insignificante.

La diversità di opinioni è un valore e anche la Chiesa lo ha capito

Credo che nei secoli di piombo della Chiesa si pensasse alla fede come al percorso, con tanta difficoltà e pericolo, sopra una stretta asse di equilibrio; bastava infatti un passo falso, una mossa incauta, per cadere ed essere penalizzati. Fuori dalla metafora, una posizione un po’ diversa da quella proposta dalla gerarchia del tempo era sufficiente per incorrere nella condanna.

Questa mentalità si manifestò, in tutta la sua crudezza, quando l’Europa dovette subire la Sacra Inquisizione: pagina tenebrosa, una pagina che oscurò il volto bello e luminoso della Chiesa di Gesù, per la quale i grandi pontefici del nostro tempo hanno chiesto scusa all’umanità. Una pagina che provocò drammi di una tristezza inenarrabile tra persone di grande fede quali, ad esempio, Galileo e il Savonarola, che portò a repressioni sanguinose e che mortificò intelligenze di alto livello o ricercatori appassionati della verità.

Questo triste fenomeno poi non rimase circoscritto in quei secoli di piombo ma, seppur in forme meno rigide, è arrivato fino agli albori del secolo scorso e, fortunatamente, ha ricevuto una severa sanzione col Concilio Ecumenico Vaticano Secondo. La tentazione dell’intolleranza è però un pericolo sempre incombente e soprattutto è il pericolo di chi è più strettamente legato alla tradizione o di chi detiene il potere.

Le ultime propaggini di questa mentalità hanno investito anche quelli che sono diventati i testimoni più credibili della Chiesa del nostro tempo, quali don Mazzolari e don Milani, per parlare solamente dei più illustri.

Ora, fortunatamente, le cose non stanno più così. Da non molto ho capito che la diversità è un valore piuttosto che un pericolo; una sana dialettica sull’opinabile, anche all’interno della Chiesa, arricchisce e rafforza la comunità cristiana piuttosto che impoverirla. Per questo motivo ora ritengo che si debba avere attenzione e rispetto per le voci più diverse, fatto salvo però che chi ha il mandato di guidare la comunità deve segnare la rotta, ed ogni voce deve essere tesa a costruire e non a demolire.

Come rivitalizzare le nostre Comunità?

Nel nostro piccolo mondo ecclesiale, che ormai da tempo non abbraccia più tutte le persone che un tempo si riferivano alla “Cristianità”, ossia all’intera collettività, e neppure abbraccia più coloro che sono stati battezzati o che attualmente nel nostro territorio si dichiarano cristiani, da anni si fa un gran parlare della rievangelizzazione.

Quando io, “povero cristiano” sento parlare di questa sognata operazione che dovrebbe recuperare “le pecorelle uscite dall’ovile” o rivitalizzare quelle stanche, frastornate, demotivate o molto perplesse, mi vien da immaginare un’aratura di fondo ed una nuova semina, con semente fresca e vitale, nella speranza che il campo finalmente biondeggi di grano promettente.

Talvolta invece penso ad un’operazione più individuale, ossia l’innesto di un messaggio evangelico, vivo ed autentico, su piante di una piantagione perlopiù inselvatichite, poco produttive e soprattutto capaci solamente di frutti acidi, stantii e quanto mai deludenti.

Quando ho acquistato villa Flangini, la splendida villa veneta sui colli asolani, scoprii che tutta la collina su cui sorge la bella struttura fatta costruire dal Patriarca di Venezia del 1700, tutto il terreno che la circonda nel passato era coperto da piantagioni di viti e di alberi da frutto però, per una trentina d’anni, era stato abbandonato a se stesso e non più curato. Quando arrivammo noi delle viti era rimasto solamente qualche moncone infruttifero, mentre gli alberi da frutto rimasti producevano frutti striminziti ed acerbi. Cominciammo subito ad innestare i ciliegi, ad irrorare con anticrittogamici e a piantare virgulti di piante nuove. Penso che nel Convegno di Aquileia, di cui si fa un gran parlare e dal quale si arrischia di aspettarsi che, quasi per magia o per miracolo, si rinnovi e rifiorisca la Chiesa del Triveneto, ci si debba invece aspettare un invito a lavorare di più nella vigna del Signore, a curare ogni singola pianta, a dissodare il terreno, a renderci disponibili, col sudore della fronte, ad un rinnovato impegno per far crescere nuovi e più sani cristiani.

Il sabato, ascoltando il messaggio del nostro nuovo Patriarca, m’è parso di avvertire questo discorso: “Ad Aquileia non serve fare la conta o auspicare un miracolo del Cielo o affrontare progetti particolari, ma deve nascere in tutti i cristiani, dai vescovi ai preti e ai singoli fedeli un impegno alla conversione personale per lavorare con maggior spirito di sacrificio e maggior fede, non illudendosi che si possa vivere di rendita sulla fatica dei nostri padri, o di trovare formule magiche che possano rivitalizzare le nostre comunità.

Rimpianto

Già scrissi che non sono riuscito, per motivi indipendenti dalla mia volontà, a seguire la trasmissione che Telechiara, l’emittente televisiva cattolica del Triveneto, ha fatto in occasione dell’ingresso del nuovo Patriarca a Venezia.

L’interesse nasceva da motivazioni diverse: l’ingresso del mio muovo vescovo in un momento storico così travagliato per la vita religiosa dei nostri giorni, è per me quanto mai importante perché sarà il nuovo vescovo a tenere in mano il timone della “barca di san Marco” che oggi ormai non naviga nelle acque quiete della laguna ma che, con la globalizzazione, deve muoversi in mare aperto, spesso in tempesta e pieno di insidie.

I nostri vecchi dicevano che il clima del nuovo giorno lo si intravede fin dall’alba e perciò ero desideroso di capire lo stile e sentire le prime parole del nuovo pastore.

Confesso poi – ma questo per me era certamente meno importante – che mi sarebbe piaciuto seguire l’ingresso anche da un punto di vista estetico. Venezia è sempre capace di trasformare in poesia, sogno e favola anche gli eventi più normali, ed a maggior ragione quello straordinario dell’arrivo del suo Patriarca.

Nel breve spazio, pure intervallato, che ho potuto dedicare alla trasmissione, ho visto e sentito il benvenuto del vecchio Patriarca Marco Cè, saluto che mi ha veramente commosso per il suo calore, il suo senso di paternità umana e spirituale. Una volta ancora sono stato edificato da questo vecchio vescovo che a Venezia “ha regnato” con tanta umiltà e in punta di piedi.

La seconda parte che ho potuto seguire è stata l’omelia del nuovo Patriarca. L’ho seguita con estrema attenzione perché, pur avendo letto parecchio sul nuovo presule, dalla presentazione che ne aveva fatto la stampa locale, specie “Gente Veneta”, che ha superato se stessa in questa occasione, era la prima volta che sentivo dal vivo il nuovo Patriarca, cosa che spero di poter fare anche in seguito, invece di dover leggere riassunti riportati dai mass-media. Questi riassunti infatti, spesso non ne riportano fedelmente lo spirito, ma talvolta lo tradiscono accentuandone solamente passaggi marginali.

Come rimpiango la mia vecchia “Radiocarpini” che, pur tra tanti difetti, aveva il pregio di essere una emittente squisitamente religiosa, impegnata solamente al servizio della pastorale. Tutti i discorsi del nostro Patriarca erano trasmessi in diretta o, al massimo, in differita. Ricordo che eravamo arrivati perfino a predisporre nel suo studio una trasmittente, in maniera che potesse parlare ai fedeli della diocesi in qualsiasi momento. Della mia vecchia radio però esistono solamente le ceneri sepolte nei miei ricordi e in quelli dei miei duecento collaboratori.

La Fede cristiana non si può ridurre ai soli riti!

La predica mi mette in croce ogni settimana. Più volte ho confessato agli amici che man mano si avvicina la domenica, proporzionalmente aumenta il mio tormentone.

Da un lato perché ho lucida consapevolezza che chi riferisce il messaggio di Gesù, ma specialmente lo traduce e l’inserisce nel contesto esistenziale del nostro tempo, dovrebbe avere la capacità di non impoverirlo, ma passarlo in tutta la sua freschezza ed attualità; dall’altro lato perché sono pure oltremodo consapevole che i membri della comunità, che tanto amo e con i quali ogni domenica celebro l’Eucaristia, meritano davvero di poter incontrare ed ascoltare, attraverso la mia parola e il mio pensiero, Gesù vero e autentico.

Nonostante la preparazione, sempre accurata, sul testo sacro da proporre, e la volontà di offrirlo ai fedeli, il messaggio evangelico diventa per me il dramma della settimana.

Nella quinta domenica di quaresima di quest’anno, nella pagina del Vangelo di Giovanni che la Chiesa offre all’attenzione dei fedeli, è scritto: “Tra quelli che erano saliti a Gerusalemme per il culto durante la festa, c’erano alcuni greci. Questi si avvicinarono a Filippo e gli domandarono: vogliamo vedere Gesù”.

A quel tempo i greci da un punto di vista culturale erano certamente all’avanguardia sugli altri popoli ed erano notoriamente razionalisti; infatti quelli ai quali all’areopago S. Paolo parlò loro della Resurrezione, snobbandolo e ritenendolo un ingenuo e credulone, dissero: «Su questo argomento ti ascolteremo un’altra volta».

Il passaggio del testo evangelico succitato rende evidente che anche oggi la gente che pensa e che ragiona con la propria testa vuole incontrare nella comunità dei cristiani il volto, le parole e i comportamenti che furono propri di Gesù. Questo vale per i non credenti, i dubbiosi, gli incerti di casa nostra ma soprattutto, per rimanere in Italia, per i milioni di extracomunitari che provengono dai Paesi dell’Islam o da quelli devastati nella religione da settant’anni di ateismo imposto dai regimi marxisti.

Mi domando allora: “Come posso far capire ai miei fedeli che per essere discepoli di Gesù, per riuscire ad illustrare che cos’è il cristianesimo, la fede non la possiamo ridurre a qualche rito o a qualche pratica religiosa. Chi desidera “vedere Gesù” non può accontentarsi e mai avrà una risposta adeguata da qualche assemblea liturgica, specie se l’ha partecipata in maniera passiva e sopportata come “la tassa religiosa” da pagare.

Gandhi disse chiaramente che non avrebbe avuto nessuna difficoltà ad accettare il cristianesimo di Gesù, ma gli era invece impossibile accettare il cristianesimo dei cristiani che conosceva.

Tolstoi, uomo dalla profonda fede, in un suo racconto, immagina che Gesù in incognito vada a visitare le comunità cristiane della Russia e, dopo averle conosciute, affermi con decisione che “quei fedeli” non li riconosceva come suoi discepoli.

Quante volte non mi tormento e mi dico: “Come posso far capire ai miei fedeli che il cristianesimo non può essere ridotto ad una serie di riti e di pratiche più o meno convincenti, ma è invece lo sforzo serio di offrire il volto, la parola, l’immagine e i comportamenti di Cristo in maniera che “i greci” del nostro tempo lo possano vedere, ascoltare, seguire ed accettare come maestro di vita!?” Questo è il mio dramma di prete che in più di mezzo secolo di apostolato non è ancora riuscito a scoprire il modo perché questo avvenga.

Il primo approccio

Il mio primo approccio col nuovo Patriarca è stato un po’ particolare, tanto che sto aspettando con curiosità di vedere che conseguenze potrà avere. La premessa di questo approccio è stata la seguente: una ventina di anni fa il Patriarca di allora, che penso sia stato il cardinal Luciani, il futuro Papa che guidò la Chiesa per appena un mese, probabilmente essendosi accorto delle iniziative che avevo posto in atto in parrocchia a favore degli anziani (il Ritrovo, quella specie di club per gli anziani, antesignano di quelli che sarebbero sorti ovunque negli anni successivi; il mensile “L’anziano”; la villa asolana per le vacanze dei membri della terza età; la rubrica radiofonica “Nonna radio” a Radiocarpini, e i primi esperimenti residenziali: Ca’ Teresa, Ca’ Dolores, Ca’ Elisa, Ca’ Elisabetta) mi chiese di occuparmi della pastorale degli anziani, istituendo un “ufficio” solamente nominativo.

Io presi sul serio il compito. Ricordo una assemblea cittadina nella chiesa del Sacro Cuore, quando riempimmo la chiesa di capelli grigi e bianchi, ed un’altra in San Marco, pure con grande successo.

Sotto lo stimolo del mia staff di collaboratori, nacquero pure parecchi gruppi di anziani, soprattutto a Mestre. Mi accorsi però abbastanza presto che la curia mi aveva lasciato solo e i parroci, senza lo stimolo del “governo”, non amavano troppo caricarsi di nuovi impegni, specie quei preti che di impegni ne hanno ben pochi.

Rassegnai le dimissioni. Dapprima insistettero un poco, poi mi dissero che suggerissi un successore, poi molto probabilmente si dimenticarono del tutto la cosa.

Nell’organigramma, molto consistente, pubblicato nell’annuario della chiesa veneziana, per dimenticanza o perché non sembrava bello lasciare una casella vuota, mantennero il mio nome. Fatto sta che all’indomani dell’ingresso del nuovo Patriarca, essendo stata convocata una riunione di tutti i responsabili delle varie attività pastorali per informare il nuovo vescovo, arrivò anche a me l’invito a partecipare in qualità di direttore dell’ufficio per la pastorale degli anziani.

Mi parve scortese non presentarmi al nuovo Patriarca, allora pensai di scrivergli per informarlo di come era andata la cosa e che da quindici anni non occupavo più quell’incarico. Spero che la lettera di scusa per non partecipare all’incontro mi abbia evitato il pericolo di mostrarmi scortese nei suoi riguardi, ma anche possa il nuovo Vescovo accorgersi di che polli sia composto il suo pollaio!

La “Biennale di arte sacra” al don Vecchi di Marghera

E’ riuscita la prima edizione della “Biennale di arte sacra” presso la galleria del Centro don Vecchi di Marghera, come sempre, però m’ha fatto penare; non è una novità, io temo sempre per la riuscita delle mie “imprese”.

Inizialmente la risposta degli artisti tardava, s’avvicinava il termine per la presentazione e il numero delle opere pervenute era ancora assai scarso. Sennonché per la data fissata, arrivarono più di sessanta dipinti, molti dei quali di un certo pregio artistico, tanto che siamo convinti che l’iniziativa sia totalmente riuscita.

Il prof. Giulio Gasparotti, che è il decano dei critici del Veneto, assistito dalla dottoressa Cinzia Antonello, laureata in arte, hanno valutato attentamente i dipinti pervenuti, scegliendone 30 per la mostra, premiandone cinque e segnalandone altri cinque come meritevoli di particolare attenzione.

La Biennale l’ho fortemente voluta e l’ho voluta per motivi pastorali e più ancora per motivi religiosi. Ormai il discorso sulla teologia della bellezza si sta rapidamente diffondendo. Iddio si manifesta ed è anche facilmente riconoscibile ed adorabile attraverso l’armonia e la bellezza. Il bello diventa non solamente l’ostensorio di Dio, ma anche la sua diretta manifestazione.

Mi sono impegnato per questa biennale d’arte sacra perché solo gli artisti d’oggi possono dare al sacro, un volto comprensibile e rispondente alle attese dell’uomo del nostro tempo.

Il tema della mostra è stato “Maria di Nazaret”. Ho sempre ritenuto che la Madonna, che vive in cielo e accanto a noi, non la dobbiamo vestire con gli abiti di tre, quattro secoli fa, e non possiamo immaginarla con un tipo di bellezza legato al cinquecento o al settecento.

Terzo, e non ultimo, motivo è stato quello che come ci dovrebbe essere una pastorale del mondo del lavoro, del turismo o dell’agricoltura, così, a maggior ragione, dovrebbe essere posta in atto anche una pastorale specifica per il mondo dell’arte.

Chi ci pensa oggi a questo mondo così interessante, intelligente e sensibile, un mondo che ci può offrire la sovrana bellezza dei colori e delle forme?

Tornando in macchina per accompagnare il dottor Gasparotti a casa, abbiamo rievocato tante bellissime esperienze fatte assieme in questo settore, le amicizie nate con i migliori artisti della nostra città in questo scorcio di secolo.

Mi addolora e mi riempie di malinconia non essere stato capace di trasmettere a nessuno dei giovani preti la consapevolezza che anche l’arte gioca un suo ruolo nel salvare l’uomo dalla volgarità, dalla meschinità e dal pericolo del brutto. Spero che qualcuno raccolga questa esperienza della Biennale che può offrire la possibilità di cucire lo strappo avvenuto fra arte e fede.

“Libero e fedele”

Il responsabile di un’altra chiesa ha detto molto chiaramente ad una zelante nuova collaboratrice che non permetteva che portasse “L’incontro” nella “sua” chiesa.

Non sono riuscito a capire il perché, in quanto il suo predecessore, ad una mia richiesta, aveva acconsentito con entusiasmo, anche perché poi questo reverendo s’è lasciato scappare un apprezzamento positivo nei riguardi del nostro periodico.

La cosa mi è spiaciuta alquanto, pur sapendo che le mie prese di posizione – che, ripeto ancora una volta, nascono sempre dal vero amore che nutro per la fede cristiana e per la nostra comunità – possono essere talvolta graffianti. Ognuno però ha il suo modo di parlare e un periodico può offrire un messaggio solamente se riesce a farsi leggere. Fortunatamente “L’incontro” si fa leggere. Se non fosse così non aumenteremmo la tiratura di cento copie la settimana.

Nell’amarezza c’è stato anche un rovescio della medaglia assai positivo. La zelante collaboratrice non s’è persa d’animo ma, lo stesso giorno, ha “conquistato” altre due o tre postazioni collocando subito 100 copie in sostituzione delle 20 rifiutate e le ha collocate in negozi e pasticcerie.

Debbo dire che da sempre preferisco luoghi di distribuzione “laici”, ossia luoghi frequentati non solamente dai “devoti”, ma soprattutto dalla gente comune, molta della quale frequenta poco la chiesa. Ho sempre sognato di riuscire a parlare ai “gentili”, perché per i “figli di Israele” ci sono fin troppi preti a tener sermoni!

“L’incidente” che, ripeto, mi ha fatto male, ha rafforzato la mia scelta di mandare “L’Incontro” fin da subito al nuovo Patriarca, non certo nella speranza che egli abbia tempo da perdere con questo periodico senza pretese, o che mi faccia monsignore, ma, semmai, perché qualche suo collaboratore possa segnalargli argomenti o pensieri che egli crede non opportuni.

Da sempre ho rivendicato l’autonomia su tutto ciò che è opinabile, ma non vorrei per nessun motivo al mondo fare qualcosa che fosse nocivo alla comunità cristiana e che non fosse ritenuto opportuno dal mio vescovo, così come ho sempre fatto in passato. Difatti ogni settimana la prima copia de “L’incontro” l’ho inviata al Cardinal Scola, e così farò oggi e domani col nuovo Patriarca, volendomi rifare, come sempre, alla scelta di don Primo Mazzolari, mio maestro di vita: “Liberi e fedeli!”.

Riflessioni sulla cerimonia d’ingresso del nuovo Patriarca

Mi è molto spiaciuto non poter seguire alla televisione l’ingresso del Patriarca. Premetto che io sono rimasto, nonostante il passare dei decenni, quello che un tempo ha scritto, facendo arricciare il naso alla curia, che sognavo che il Patriarca di allora facesse l’ingresso in “Cinquecento” e non accettasse il presentatarm dei soldati, quello che ha pure suggerito al vescovo ausiliare, monsignor Olivotti, di non andare in “Mercedes”, perché dava scandalo.

Comunque mi sarebbe piaciuto assistere a tutta la trasmissione dell’ingresso, che Venezia trasforma sempre in sogno, poesia e favola e riempirmi, una volta tanto, l’animo di bellezza. L’avrei tanto gradito, ma purtroppo, come dicevo, non ho potuto seguire tutta la trasmissione.

Non imputo niente al nostro nuovo Vescovo perché lui, per certi aspetti, ha dovuto recitare la parte che gli è stata assegnata (d’ora in poi però sarà lui responsabile dello stile e delle sue scelte personali). Anzi sento il dovere di confessare che l’ho compianto ed ammirato per essersi sottoposto a due giornate massacranti, nel senso pieno della parola.

Ridico una volta ancora, che io rimango ipersensibile ad ogni evento religioso che arrischi di collocare la fede nel limbo del rito, peggio ancora, del folklore. Comunque, una volta tanto, credo che possiamo fare delle eccezioni recuperando tutto il positivo che c’è stato in questo evento.

Debbo aggiungere un particolare che di certo sarà di conforto al nuovo vescovo. Nelle carrellate di Telechiara sulla cerimonia, alle quali ho potuto assistere, ho visto una fila veramente lunga di sacerdoti che han voluto e potuto testimoniare accoglienza e disponibilità a diventare collaboratori generosi e fedeli del successore dell’apostolo San Marco. Non so dire se sia stato l’angelo buono al quale il Signore mi ha affidato fin dalla nascita, o quello cattivo che mi tormenta da mane a sera come un moscone insistente ed importuno, so che mi ha suggerito: “Se un’azienda potesse contare su duecento operatori, preparati e motivati e discretamente pagati, quanto sarebbe efficiente e quanto produrrebbe?” La domanda però non è del tutto ingenua, perché quell’angelo sa che io purtroppo mi aspetterei molto di più dal clero di cui io sono parte.

Talvolta mi viene da pentirmi d’aver suggerito un tempo il salario garantito a tutti, non avendo previsto una clausola sulla meritocrazia.

Ora non sarò io, per fortuna, ma il nuovo Patriarca a pensare a queste cose!

Il vestito non fa il monaco, ma…

Ho ricevuto e letto a modo mio il numero del settimanale diocesano pubblicato in occasione dell’ingresso del nuovo Patriarca. Io che sono un povero “schincapenne qualunque”, mi rendo conto dell’impegno e della bravura che occorrono per realizzare un numero del periodico come quello che il piccolo staff di giornalisti di cui dispone Gente Veneta è riuscito a fare in occasione dell’ingresso di mons. Moraglia a Venezia.

Ho deciso di mandare due righe a don Sandro, direttore del settimanale, per complimentarmi con lui e con i suoi collaboratori: sono stati e sono sempre bravi!

Io non sono troppo orgoglioso di molti aspetti e strumenti e strutture della Chiesa veneziana, ma di Gente Veneta si. Il giornale, pur con non molte risorse e con una concorrenza agguerrita da parte dei quotidiani locali, sempre molto attenti alle vicende del patriarcato, ed un bacino di utenze abbastanza striminzito, riesce non solamente a stare a galla, ma ad imporsi presso i fedeli, la città e le diocesi del Veneto.

Nel numero in questione, però, ho trovato un neo, un piccolo neo che voglio far notare, perché credo che il mio amore e la mia stima verso il giornale non sarebbe autentico se non fossi franco con la redazione di Gente Veneta.

Suor Teresa, mia collaboratrice, fiorentina doc a tutti i livelli, mi ripete talvolta che “ad ogni poeta manca un verso”. Mi permetto quindi bonariamente di far osservare il verso mancante. Si dice nel giornale che la curia veneziana ha sostituito le quattro “memores Domini” a servizio del patriarca Scola con tre religiose peruviane. Io non sono troppo d’accordo che si occupino delle suore come donne di servizio: oggi c’è sovrabbondanza di donne veramente brave dell’Europa dell’Est, di cui ci si può avvalere, mentre le suore le vedrei meglio impiegate per il Regno dei Cieli. Quello però che mi ha sorpreso sfavorevolmente è stata la foto di queste tre suore. La divisa sembra uscita dal ripostiglio di un vecchio teatro: delle vesti che dovrebbero essere destinate a ben altri scopi che ad imbruttire tre care donne che Dio ha creato di certo armoniose e belle. E’ vero che “il vestito non fa il monaco”, ma è pur vero che esso può indurre ad una reazione d’istinto certamente negativa. Io mi permetterei molto umilmente di suggerire al Patriarca di dispensare le tre suore dal portare quell’orrenda divisa, almeno finché rimarranno a Venezia, patria della bellezza. Se poi proprio non possono stare senza divisa, vadano a vedere le donne carabiniere o quelle della guardia di finanza o anche le donne reclutate tra gli alpini; potrebbero trovare qualche suggerimento che mortifichi un po’ meno la loro femminilità.

Svecchiare la Chiesa potrebbe cominciare da questo aspetto tanto marginale. Comunque Gente Veneta avrebbe fatto meglio a non pubblicare le foto per permetterci di sognare le aiutanti del Patriarca ordinate, carine e di una certa eleganza, cosa che non fa mai male!

Un dibattito TV che ho seguito con interesse

Venerdì 23 marzo ho seguito alla televisione un dibattito che si è svolto nella cripta della Basilica di San Marco. Conduceva la conversazione una giornalista di Telechiara un po’ impacciata e poco padrona dell’argomento trattato, e vi partecipavano esponenti della curia veneziana, del mondo giovanile, di quello operaio ed industriale. C’erano pure il vescovo di Rovigo, il dottor Castagnaro, che recentemente ha condotto una seria inchiesta sull’orientamento della religiosità nel Nordest e l’immancabile filosofo prof. Cacciari.

La discussione ruotava attorno a questi temi: l’incontro di Aquileia, da cui pare che i cattolici del Veneto si attendano quasi una nuova redenzione, le attese nei riguardi del nuovo Patriarca e la lettura dei risultati della recente inchiesta.

La scelta della sede dell’incontro è stata quanto mai felice, per la bellezza sovrana dell’ambiente, ma soprattutto perché dava la sensazione di andare all’origine della fede degli abitanti delle terre venete.

Gli interventi sono stati quasi tutti di buona levatura, ricchi di tensioni ideali, un po’ eccessivi nell’aspettativa che il nuovo Vescovo possa risolvere problemi della Chiesa veneziana ormai atavici. Il comune denominatore che mi è parso di cogliere è stato il desiderio e la volontà, da parte della Chiesa, di accostarsi alla cultura e alla sensibilità dell’uomo contemporaneo, pochissimo partecipe del messaggio cristiano. I fedeli infatti trovano notevole difficoltà a trasmettere, a causa dell’ormai avvenuto divorzio tra gli schemi mentali e il linguaggio del nostro tempo, i valori perseguiti e gli obiettivi propri del mondo religioso e quello laico.

A me questa ammissione e questa ansia è parsa già buona cosa, ma contemporaneamente mi è venuta la preoccupazione che gli auspici rimangano quei buoni propositi che la tradizione popolare dice che lastricano il pavimento dell’inferno.

L’intervento di Cacciari è arrivato bel bello a rafforzare il mio timore. L’ex sindaco filosofo, pur dichiarandosi, una volta ancora, non credente, ha ribadito con forza che vanno bene i propositi, le scelte e gli auspici, ma questa è ormai l’ora di rimboccarsi le maniche e di sporcarsi le mani per soccorrere “l’uomo mezzo morto” incontrato sulla strada di Gerico.

A mio modesto parere, io che non sono né filosofo, né teologo, né sociologo, l’ora di agire è già suonata da un pezzo; noi cristiani stiamo perdendo l’ultimo treno, se dopo tanti discorsi e tanti auspici non mettiamo i piedi per terra e non cominciamo ad aiutare concretamente e in modo serio l’uomo che giace per strada mezzo morto.