La diversità di opinioni è un valore e anche la Chiesa lo ha capito

Credo che nei secoli di piombo della Chiesa si pensasse alla fede come al percorso, con tanta difficoltà e pericolo, sopra una stretta asse di equilibrio; bastava infatti un passo falso, una mossa incauta, per cadere ed essere penalizzati. Fuori dalla metafora, una posizione un po’ diversa da quella proposta dalla gerarchia del tempo era sufficiente per incorrere nella condanna.

Questa mentalità si manifestò, in tutta la sua crudezza, quando l’Europa dovette subire la Sacra Inquisizione: pagina tenebrosa, una pagina che oscurò il volto bello e luminoso della Chiesa di Gesù, per la quale i grandi pontefici del nostro tempo hanno chiesto scusa all’umanità. Una pagina che provocò drammi di una tristezza inenarrabile tra persone di grande fede quali, ad esempio, Galileo e il Savonarola, che portò a repressioni sanguinose e che mortificò intelligenze di alto livello o ricercatori appassionati della verità.

Questo triste fenomeno poi non rimase circoscritto in quei secoli di piombo ma, seppur in forme meno rigide, è arrivato fino agli albori del secolo scorso e, fortunatamente, ha ricevuto una severa sanzione col Concilio Ecumenico Vaticano Secondo. La tentazione dell’intolleranza è però un pericolo sempre incombente e soprattutto è il pericolo di chi è più strettamente legato alla tradizione o di chi detiene il potere.

Le ultime propaggini di questa mentalità hanno investito anche quelli che sono diventati i testimoni più credibili della Chiesa del nostro tempo, quali don Mazzolari e don Milani, per parlare solamente dei più illustri.

Ora, fortunatamente, le cose non stanno più così. Da non molto ho capito che la diversità è un valore piuttosto che un pericolo; una sana dialettica sull’opinabile, anche all’interno della Chiesa, arricchisce e rafforza la comunità cristiana piuttosto che impoverirla. Per questo motivo ora ritengo che si debba avere attenzione e rispetto per le voci più diverse, fatto salvo però che chi ha il mandato di guidare la comunità deve segnare la rotta, ed ogni voce deve essere tesa a costruire e non a demolire.

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