Mendicante a ottant’anni

La mia è stata una decisione sofferta ma necessaria. Dopo essermi lambiccato il cervello, vedendo che le istituzioni pubbliche e le banche, quasi tutte, non si sono neppure degnate di rispondere alla mia richiesta di contributi per il “don Vecchi” di Campalto e vedendo che le sottoscrizioni delle azioni della Fondazione Carpinetum andavano a rilento e risultavano insufficienti a completare ciò che mi mancava per coprire le spese per la costruzione del “don Vecchi” di Campalto, come Cesare ho “gettato il dado” e mi sono deciso per la soluzione estrema: mendicare!

L’idea mia è venuta qualche mese fa quando, essendo andato con i miei anziani in pellegrinaggio al Santuario della Madonna dell’Olmo, ho appreso da un confratello laico che i Cappuccini mantenevano la mensa dei poveri andando alla cerca, come i vecchi frati di un tempo. In verità avevano adottato qualche aggiornamento, sostituendo la vecchia e tradizionale bisaccia con l'”Ape”, il motocarro leggero della Fiat a suonare la campanella delle case, con l’uso di un “portafoglio clienti” costruito pian piano nel tempo. Per queste varianti operate dal convento dei “frati mendicanti” mi sono sentito autorizzato anch’io ad apportare qualche variazione alla cerca tradizionale.

Ho scritto una lettera, scegliendo di giocarmi in prima persona, mettendo nel foglio una mia foto, chiedendo l’elemosina mediante il conto corrente accluso alla lettera e prendendo gli indirizzi dei mestrini dall’elenco telefonico.

Ho cominciato il primo giorno con i primi 20 nomi della lettera A, il secondo della B e così via. Perché fosse un vero sacrificio anche per me, ho scelto di fare questa operazione dopo cena, nel tempo che di solito dedicavo alla televisione.

Questa cerca mi ha riportato al tempo in cui, da parroco, ho suonato alla porta per 35 anni ad ognuna delle duemila quattrocento famiglie della parrocchia. Là era più difficile ancora perché, non solo non sapevo chi trovavo, ma vedevo dall’accoglienza anche i sentimenti di chi mi accoglieva: talora cortesia fredda, talora atteggiamento di sopportazione, talvolta perfino la sensazione che mi considerassero lo stregone del villaggio!

Scrivendo ogni sera i 20 indirizzi, spesso il rossore mi sale dal cuore al volto, preoccupato della reazione di chi aprirà la mia lettera.

Spero solo che il Signore mi addebiti a credito anche questo mio sacrificio fatto per chi ha bisogno. Altro che “mania della pietra” o vanagloria!

Confido nella provvidenza… per l’assistenza notturna agli anziani

Con il progetto degli alloggi protetti facciamo passetti da formica e andiamo avanti come le lumache nel dialogo con il Comune per mettere a fuoco un progetto pilota che permetta agli anziani in perdita di autonomia di rimanere più a lungo possibile nel nostro “Centro” e così vivere una vita dignitosa e possibile anche per chi ha pensioni minime.

Abbiamo ribadito più volte che il Comune attualmente spende un euro e venti centesimi per ognuno dei trecento e più anziani che vivono nei duecentocinquanta alloggi che il “don Vecchi” mette a disposizione. Un po’ pochino, no?

Abbiamo presentato un progetto di una struttura pensata per chi è in veloce perdita di autonomia, ma quella della struttura rappresenta solamente una componente per una soluzione, l’altra componente è rappresentata dal personale di servizio da mettere a disposizione per chi ha pensioni irrisorie e al “don Vecchi” la stragrande maggioranza non arriva ai settecento-ottocento euro mensili.

Chi ha soldi, e al “don Vecchi” è una minoranza assoluta, si prende la badante, ma il problema rimane scottante per chi non ha, e la Fondazione, per scelta, accoglie le richieste di alloggi dando l’assoluta preferenza ai meno abbienti.

Ora stiamo trattando per l’assistenza notturna, perché non è purtroppo raro che qualche anziano sia trovato solamente nella tarda mattinata per terra a causa di uno scivolone o di qualche malore. Il problema è grave perché per avere due persone per notte a vigilare su duecentocinquanta alloggi, serve l’assunzione di sei soggetti, date le ferie, i permessi, le festività e mille altre voci, favorevoli per chi lavora, ma costose in assoluto per chi deve tirar fuori i soldi.

Solamente per uno “straccio” di assistenza notturna serve un contributo di centocinquantamila euro! Con l’aria di crisi che tira, temo che ci vorrà mezzo miracolo, ma penso che non sarebbe sprecato perché aprirebbe la strada ad una soluzione veramente provvidenziale per gli anziani con scarsa autonomia.

Quella massima che devo ricordare!

Qualche settimana fa ho ricevuto la notizia che un nostro coinquilino ultranovantenne è morto in una struttura per anziani non autosufficienti al Lido di Venezia. L’annuncio di una morte è sempre una brutta notizia, ma quella del vecchio Toni è stata per me ancora più brutta.

I coniugi Fornasier sono vissuti al “don Vecchi” una decina d’anni fa. Non so a che titolo siano entrati, perché lui era stato un bravissimo capomastro e godeva di una pensione discreta, specie se confrontata a quelle magrissime dei residenti al “don Vecchi”. I primi anni trascorsero quanto mai sereni; credo senza vanto di sorta, che la soluzione di vita offerta al “don Vecchi” sia quella più auspicabile e confortevole per gli anziani: autonomia assoluta, supporto sociale ed organizzativo, struttura accogliente che tiene conto del bisogno di vivere in un clima quasi paesano, senza responsabilità dirette, in un ambiente strutturato con molti spazi comuni per facilitare le relazioni umane e supportare la fragilità dell’anziano.

Passati i primi anni, insorsero però gravi acciacchi per la moglie, tanto che dovette essere ricoverata in una struttura per non autosufficienti ove, dopo poco tempo, è morta. Toni rimase solo, e ben presto s’accorse che pure il litigare con la moglie aiuta a vivere! La mente del nostro ospite cominciò ad annebbiarsi e poi a smarrirsi, tanto che neanche l’ausilio della badante riusciva a fargli vivere una vita passabile.

Noi della direzione, prima suggerimmo il ricovero in una casa di riposo e poi ci parve di doverlo imporre, perché la situazione diveniva di giorno in giorno non più sostenibile. Con immensa fatica il figlio trovò il posto al Lido, località quanto mai scomoda per i famigliari. Pur avendo una forte fibra, dopo pochissime settimane il nostro amico ci lasciò per sempre. Se avessimo pazientato ancora un po’, sarebbe morto nel luogo dove visse stagioni serene della sua vecchiaia.

Questa partenza mi ha posto, ancora una volta, il problema del dovermi fidare di Dio e della sua Provvidenza.

Ricordo, ma devo averla sempre più presente, una massima di Gandhi: “La carità risolve ogni problema, ma quando a noi pare che non lo risolva, non è che l’amore diventi impotente, ma che il nostro amore non è autentico!”

Maria e Giuseppe quest’anno bussano alle case di Mestre

Quest’anno ho vissuto la letizia e il dramma del Natale di Cristo con un paio di mesi di anticipo sulla data del 25 dicembre, fissata dalla tradizione. Un comune amico mi chiese di ascoltare un cristiano del Congo che da dieci anni vive a Mestre e lavora a Padova.

L’ho incontrato al “don Vecchi” nel tardo pomeriggio quando la vita sociale, nella grande hall del Centro, si spegne perché i residenti si ritirano nei loro appartamenti per la cena che gli anziani consumano assai di buonora.

Il giovane congolese portò con sé la sua bimba di tre anni, una bimba bellissima, due occhi luminosi, un volto armonioso color ebano, capelli crespi e più neri ancora, un fare da donnina, pudica, riservata, innocente.

Questo signore mi parlò della sua condizione angosciosa, per non dire tragica, perché la moglie aspetta a giorni un secondo figlio; aveva ottenuto una stanza dalla parrocchia per un mese finché non avesse trovato un alloggio. Aveva bussato a tantissime porte ottenendo un diniego dopo l’altro, mentre il mese stava per scadere e il nuovo bimbo per arrivare. Mentre mi parlava alle sue parole si sovrapponevano nel mio animo le rime della nota filastrocca del brano che noi vecchi abbiamo imparato a scuola e, il bussare inutile a tutte le porte di Maria e Giuseppe mentre il campanile suonava inesorabile il susseguirsi delle ore.

Non ricordo il nome delle locande alle quali il povero Giuseppe, sempre più angosciato, chiese alloggio, mentre s’avvicinava quello che doveva essere il lieto evento.

Quello poi che mi colpì di più fu la fede linda ed assoluta di quel cristiano in nero: «So di certo che il Padre ci vuol bene e mi aiuterà!»

Per tutta la notte m’è parso di sentire i lugubri rintocchi che si sperdevano inutilmente per l’aria, sopra una città diffidente e preconcetta. Quanto avrei desiderato che il bimbo nero nascesse in uno dei 250 alloggi del “don Vecchi”, però i regolamenti, le convenienze si opponevano. Quanto non ho desiderato avere il cuore grande di don Benzi, di don Gelmini o di don Mazzi che credo abbiano il coraggio di non subire regole o Consigli di Amministrazione quando si tratta dell’uomo povero e derelitto che soffre ed attende!

All’alba di una notte insonne mi sono attaccato al telefono, avendo intravisto di lontano una pallida speranza. Poggiandomi su questa speranza sogno che quest’anno il Gesù nero, di questi fratelli che vengono da lontano, possa nascere in una casa ospitale.

Un dialogo difficile

Una concittadina del rione don Sturzo ha telefonato al “don Vecchi” per denunciare che un extracomunitario aveva buttato via i tortellini che gli erano stati appena donati e poi aveva finito per rompere un vetro della pensilina dell’autobus che era già stato sfondato da chissà chi!

Non avendomi trovato, mi ha ritelefonato il giorno dopo per ripetermi, con dovizie di particolari, il misfatto a cui aveva assistito. La voce era abbastanza calma e gentile, ma il rifiuto verso questa gente irriconoscente, incivile e maleducata era quanto mai fermo e deciso.

Io ebbi un bel dirle che fra centinaia di persone che vengono ogni giorno al “don Vecchi” si trova certamente anche la persona poco corretta, che la povertà non è sinonimo di “santità”, che i paesi di provenienza, le consuetudini, la vita emarginata a cui sono costretti a vivere non li aiutano ad assumere i migliori comportamenti del paese che li ospita, ammesso e non concesso che da noi non ci siano mascalzoni di ogni specie: drogati, bulli, sfaticati ed imbroglioni.

Non riuscii però a far minimamente breccia nella sua esecrazione, cortese a parole, ma tagliente nella sostanza. Ingranai quindi la seconda marcia, dicendole che l’integrazione è un problema che riguarda tutti, che i poveri nel mondo sono prodotti soprattutto da noi occidentali, che noi cristiani abbiamo un dovere particolare nel comprendere, aiutare e perdonare.

M’accorsi però che non incidevo niente di niente, perché probabilmente in una certa fascia del nostro quartiere s’è formata la mentalità che non siamo la periferia ma “i Parioli” della città, per cui i poveri, i diseredati, gli stranieri, sono come la spazzatura del meridione, che non deve notarsi per le nostre strade.

Ci siamo lasciati civilmente, lei però è rimasta nelle sue posizioni ed io pure!

Don Gianni Fazzini, simbolo di un’utopia irrinunciabile

La nostra diocesi ha incaricato don Gianni Fazzini a promuovere la cultura della sobrietà, del risparmio, ma soprattutto del rifiuto dello sperpero, del consumismo esasperato e del recupero della sovrapproduzione. Il prete scelto per questo compito penso, per quanto mi è dato di conoscere, che sia la persona più adatta a promuovere questa autentica ed “impossibile” rivoluzione comportamentale.

Don Gianni, che non è più un adolescente, ho la sensazione che abbia raggiunto la pensione come prete operaio lavavetri, mi è parso che in tutte le sue imprese pastorali sia stato e sia ancora un gran sognatore, impegnato in missioni quanto mai difficili, anzi umanamente impossibili.

Guai a noi però se non ci fossero questi sognatori che perseguono con entusiasmo e generosità queste utopie! Il mondo senza gente del genere, sarebbe quanto mai statico, egoista ed indifferente ad ogni miglioramento nello stile di vita.

Mi rendo conto però che egli sia una voce nel deserto; predicare la sobrietà nei comportamenti quotidiani, quando la macchina poderosa dell’economia “costringe”, con un martellamento incessante, a consumare e convince l’opinione pubblica ad avere dei bisogni impellenti ed assoluti, quando in realtà sono assolutamente fasulli e nocivi sia per l’individuo che per la collettività.

Mi rendo conto che il confronto, tra questa voce “profetica” e il Golia tronfio e possente, può incorniciarsi solamente nel quadro dell’utopia, però sono egualmente convinto che è una fortuna per la Chiesa e la società, avere dentro di sé questo sognatore. Non sono molti nella Chiesa questi “preti folli”, ma ringrazio Dio che almeno ce ne sia qualcuno in ogni settore della vita pastorale anche se, per i più, essi sono solamente degli illusi.

E’ indispensabile dare agli anziani in perdita di autosufficienza una vita dignitosa!

Io non sono certamente un ammiratore delle case di riposo per mille motivi, primo fra tutti perché l’anziano viene privato di ogni seppur minima possibilità decisionale.

Qualche settimana fa sono stato a visitare un mio “confratello” ricoverato in una casa di riposo che, peraltro, gode di ottima fama a Mestre e che in realtà non è un’azienda in cui degli azionisti abbiano investito del denaro pensando che il rendimento sia maggiore e più sicuro! Ebbene l’ospite, pur se con una coscienza ormai limitata e fragile, mi raccontava, amareggiato e stupito: «Qui tutto è proibito “non deve far questo, non può andare là … ” ogni decisione è in mano dell’infermiera!»

Normalmente poi il bacino in cui si pesca il personale di servizio è certamente povero, spesso fatto prevalentemente da extracomunitari, che se non altro, hanno una cultura ed una sensibilità tanto lontane dalla nostra e sono sempre costretti ad accettare i lavori più ingrati che la nostra gente non vuole più fare. Comunque ci sono delle situazioni che, nel tipo di società in cui viviamo, dobbiamo accettare ricorrendo a questa soluzione, pur riveduta, corretta e umanizzata al massimo.

Io convengo con la dottoressa Corsi, alto funzionario del Comune di Venezia per quanto riguarda la terza età. Ella afferma: «L’anziano deve rimanere nella sua casa ed essere accudito come un tempo lo erano i nostri vecchi, accompagnati con amore al termine dei loro giorni». Io convengo totalmente su questo progetto e penso che la stragrande maggioranza dei nostri vecchi potrebbe vivere in questo contesto, ma a condizione che si possa ricreare la grande e numerosa famiglia patriarcale, con la coscienza di poter sorreggere con rispetto e amore l’anziano in perdita di autosufficienza.

So che questo obiettivo è difficile da perseguire, perché il contesto sociale è individualista o peggio ancora egoista, perché i famigliari spesso tentano di scaricare il “vecchio incomodo”; perché talora l’anziano rappresenta “un’entrata” da sfruttare col minimo sforzo e costo possibile; perché le norme burocratiche sono ben lontane dall’aver questa sensibilità e quindi l’importante per l’apparato è erogare comunque un servizio senza poi accertarsi se esso funziona e rispetta la dignità dell’anziano.

Noi al “don Vecchi” ci troviamo nella quasi tragica situazione che le case di riposo per non autosufficienti hanno sempre fuori il cartellino “completo”. Nel Centro non riusciamo ad avere quell’elementi giovani e disposti ad accettare la fragilità esistenziale del vecchio, qualora ce li cercassimo, e ciò sarebbe possibile, lieviterebbero i costi così che i “poveri” non potrebbero rimanere.

Spesso sarei tentato di “mollare”; per ora m’aiuta anche a non farlo una cara alunna di anni lontani, che pur dentro al groviglio burocratico del Comune, continua a credere ed operare come venti anni fa le ha insegnato questo “vecchio docente”.

Non beneficienza ma solidarietà!

Qualche tempo fa ho manifestato la mia indignazione nei riguardi di un “confratello” che, pur avendo nella sua comunità una organizzazione caritativa e pur sapendo che io sono pensionato e non svolgo più alcuna funzione specifica nel campo della solidarietà nella Chiesa veneziana, mi mette in imbarazzo inviandomi qualche “povero” con il consiglio “solamente don Armando ti può aiutare”. Ci sono però delle buone donne che non hanno assolutamente questa perfidia, che meno che meno hanno la più pallida idea su quello che faccio al “don Vecchi”, le quali, spinte dallo zelo e dal desiderio di far del bene, suggeriscono spesso a chi si trova in difficoltà di venire da me per avere aiuto.

E’ vero, al “don Vecchi” in quattro anni abbiamo creato un polo caritativo che non ha eguali né a Mestre né nell’intera diocesi, una organizzazione quanto mai efficiente, supportata da una dottrina precisa ed innovativa che tenta di fare da volano alla solidarietà cittadina, tanto da far maturare una nuova cultura nei rapporti tra concittadini. Il principio fondamentale è che solamente la solidarietà può risolvere il problema del bisogno e che anche i poveri debbono e possono aiutare i più poveri.

Sono straconvinto che non ci siano nel patriarcato “agenzie solidali” alle quali ricorrono tanti bisognosi quanti vengano ogni giorno al “don Vecchi” e non ci siano altri gruppi di solidarietà che forniscono un volume di aiuti quanti sono forniti ogni giorno al “don Vecchi”.

Però da noi ognuno deve concorrere con un contributo, seppur quasi solamente simbolico, per chi è ancora più povero, perché convinto che solamente la cultura e la prassi solidale matura la nuova civiltà. Questa dottrina sta già producendo i suoi frutti, infatti i principali finanziatori del nuovo centro di Campalto sono: le associazioni di volontari “Vestire gli Ignudi”, “Carpenedo solidale” e la “Fondazione Carpinetum”, che aiutano chi ha bisogno e nel contempo gli chiedono un contributo seppur minimo, per chi è ancora più povero.

Il termine beneficenza al “don Vecchi” è assolutamente bandito per far posto al nuovo: solidarietà!

L’insegnamento di mio padre

Mio padre, soprattutto nel periodo della sua vecchiaia, manifestò nei miei riguardi e nei riguardi dei miei fratelli, sentimenti di grande comprensione e grande tenerezza.

Mio padre fu una bella figura di uomo, un lavoratore indefesso, che rimase a galla e mantenne la sua famiglia nonostante i tempi duri della guerra, lavorando prima come carpentiere e, dopo, come artigiano, nella sua piccola falegnameria.

La morte lo colse al lavoro. Aveva appena acceso le luci della sua bottega e preparato gli arnesi per il lavoro di ogni giorno, quando una sincope gli permise appena di chiedere il parroco per una benedizione, prima di partire per il Cielo.

Soprattutto mio padre non si scoraggiava mai, anche nei momenti più difficili. Sperava contro ogni speranza e sempre, magari all’ultimo minuto, gli andava bene. Crebbe, infatti, sette figli, dando ad ognuno di noi una seria educazione e le capacità di vivere in maniera autonoma e positiva.

Talvolta, quando mi pare di rimanere solo, senza appoggi e collaborazione, ricordo un suggerimento, un po’ faceto, ma che si è dimostrato sapiente nelle mie vicende personali. Un giorno mi lagnavo perché non trovavo quella collaborazione della quale mi pareva di aver assoluta necessità, e lui mi rianimò dicendomi: «Sii tranquillo e fiducioso, Armando, perché su quaranta o cinquanta membri di ognuno dei tuoi gruppi parrocchiali, troverai sempre due o tre elementi che hanno la mania di lavorare!»

Posso affermare con sincerità che quando mi sentivo più solo e nel pericolo di essere soccombente, magari all’ultimo momento, ho sempre trovato qualcuno con la “mania di lavorare” e con l’aiuto di questi “maniaci” sono sopravvissuto, ho realizzato delle belle imprese e sto ancora combattendo per un mondo migliore. Benedetto papà!

Non dobbiamo mai dimenticare le nostre colpe

Questa pagina del mio diario non posso iniziarla che così: “messa e sermone”, dopo il pomeriggio passato nella villa degli armeni ad Asolo. Anche se volessi fare altrimenti non sarei capace di farlo.

Il sermone sulla pagina di Luca che narra la parabola del ricco Epulone che “indossava vestiti di porpora e di lino finissimo ed ogni giorno si dava ai banchetti, mentre un povero di nome Lazzaro stava alla porta, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco” mi riportava agli occhi e al cuore la stupenda villa asolana del cardinale di Venezia, il patriarca Contarini, e la fila di settecento poveri diavoli che ogni settimana vengono negli scantinati del “don Vecchi” per portarsi a casa, nelle borse di plastica, i generi alimentari che le catene degli ipermercati e le fabbriche alimentari non riescono più a commercializzare.

Fatalmente l’Epulone aveva il volto del ricco cardinale veneziano che poté costruirsi una villa in una posizione incantevole per godersi il fresco che scende dal Piave e dal massiccio del Grappa, per trascorrere i mesi estivi lontano dal “soffego” della laguna; e Lazzaro il volto coperto dal “chador” delle donne del Marocco e della Tunisia, di quelle dell’est d’Europa e degli extracomunitari che non riescono a trovar lavoro e vengono al “don Vecchi”, perfino mal sopportati dagli abitanti del quartiere don Sturzo.

Il guaio poi fu che la coscienza mi spinse a pensare che pure io e noi cristiani che abbiamo tutto – dal cibo alla casa, dalla speranza al messaggio del Vangelo, dalla pace al bel sole del nostro Veneto -, magari inconsapevolmente finiamo per indossare gli abiti dell’Epulone per nulla preoccupati della fame e della miseria dei tanti Lazzaro del mondo, che abitano, da Haiti all’India, dall’Africa alle mille altre contrade del mondo e quindi meritevoli del “tormento degli inferi”!

Ho finito per dire a me stesso e ai miei fedeli che non dobbiamo solo preoccuparci e batterci il petto per le colpe del cardinal Contarini, ma anche per le nostre colpe personali, a motivo dell’opulenza e della miseria ancora presenti nella società di oggi.

Che delusione il dialogo col Comune per avere i viveri in scadenza degli ipermercati!

Credo che la mia guerra col Comune di Venezia, perché ci ottenga dagli ipermercati della città i viveri in scadenza, potrebbe diventare più lunga di quella “dei trent’anni”, senza però arrivare ad alcun risultato.

Finora non ho ottenuto che promesse e delusioni. Ora infine ho capito che non ho neppure davanti a me un “nemico” con cui poter incrociare le armi; esso s’è dileguato tra le nebbie dense e cupe della laguna ed è totalmente evanescente o, forse peggio, inconsistente, col quale è perfino impossibile scontrarmi.

Pensavo che il problema dei più poveri fosse di pertinenza dell’assessore alla sicurezza sociale, poi costui m’ha fatto intendere che toccava a quello del commercio. Intanto il tempo è passato tra una promesse ed una delusione.

In questi giorni finalmente ho incontrato il nuovo assessore al commercio, che pensavo si fosse fatto carico dei progetti e delle promesse del suo predecessore. Invece no! Così ho finalmente capito che la mia non era solamente una battaglia perduta, ma una disfatta a cui non può che seguire una resa senza condizione e senza neppure l’onore delle armi, perché non so neppure più con chi dialogare e combattere. Siamo a Caporetto!

Mi spiace di non poter recuperare tonnellate di generi alimentari che andranno a finire tra i rifiuti, creando ulteriori problemi per lo smaltimento. Ma mi spiace di più che la Serenissima stia in maniera vistosa ed inesorabile avviandosi al disfacimento, trascinando nell’abisso anche Mestre, la sua città satellite e sobborgo, che pur meriterebbe una sorte migliore. Quello che non è ancora riuscita a fare l’acqua alta, lo fa l’amministrazione comunale.

Al Don Vecchi vogliamo bisogna essere sognatori!

Sono sempre più convinto che il “don Vecchi” viva ancora nella cornice dell’utopia e temo quanto mai che ne esca.

Qualche giorno fa ha iniziato il suo inserimento per una collaborazione un giovane pensionato. La morte prematura della moglie, il pensionamento ad un’età relativamente giovane e, soprattutto, le sue radici culturali maturate nell’associazionismo di una comunità parrocchiale – oltre l’incontro con questo vecchio prete che va costantemente “alla pesca” di uomini per la solidarietà, l’hanno fortunatamente spinto a questa decisione.

Il passato lavorativo di questo signore è partito dalla laurea in scienze politiche, per portarlo alla funzione di amministratore delegato di un’azienda collegata ad una grande società petrolifera che opera in tutto il mondo. Io ci vivo dentro al “don Vecchi” e perciò mi sono abituato alle sue vicende, alla sua amministrazione assai leggera, concentrata su un “vecchio” ragioniere e su un vecchio prete imperdonabile sognatore, con qualche leggerissimo ausilio da parte di anime generose, ma impegnate in mille altre faccende.

Non avevo previsto l’impatto tra l’esperienza di un manager con l’avventura amministrativa e gestionale di uno staff minuto di creature che sognano un mondo nuovo. Di primo acchito ha compreso che tutte le mansioni previste in un’azienda di qualche consistenza poggiavano solamente su un paio di “avventurieri” (si fa per dire, con termine improprio). D’istinto gli venne da far osservare che bisognerebbe assumere almeno un direttore, un’assistente sociale, un geometra, un economo, un addetto alle relazioni pubbliche e probabilmente anche altro!

Dovetti ricordargli che al “don Vecchi” vivono anziani che con cinquecento euro di pensione debbono pagare l’affitto, luce, gas, medicine, tassa rifiuti, telefono, acqua calda, acqua fredda e spese condominiali, persone che hanno poi il vizio di vestirsi, lavarsi, mangiare e, talvolta, anche ammalarsi!

Credo che abbia capito! Al “don Vecchi” si assumono solo sognatori e gente che crede nell’utopia che anche gli anziani poveri hanno diritto alla vita.

Il mio insuccesso

I miei successi personali hanno fortunatamente come risvolto positivo il costringermi ad essere più tollerante e comprensivo nei riguardi degli sforzi che le singole comunità cristiane e la Chiesa italiana compiono per generare l’uomo nuovo.

Quando il fariseo Nicodemo – il quale avvertiva che Cristo aveva un messaggio valido per la vita, ma tentennava per incertezza e titubanza – si decise, ma solo di notte, ad andare a incontrare Gesù, questi gli disse che ha la vita se non chi nasce nuovamente.

Il discorso di Gesù lasciò perplesso questo povero galantuomo, tanto da spingerlo a fargli la domanda banale; come avrebbe potuto quest’uomo nuovo recuperare il processo fisico avvenuto con la nascita. La rinascita di cui parla Cristo consiste nel nuovo modo di vedere la vita, di interpretarla, di dare alle sue varie espressioni il valore che si rifà al Vangelo, non a quello della tradizione atavica, dell’opinione pubblica o dei mass media.

L’uomo nuovo è quello che accetta la profonda rivoluzione che fa subentrare all’individualismo l’altruismo, all’egoismo la solidarietà. L’uomo nuovo è quello che fa suo il Vangelo di Gesù predicato da Lui con la sua parola e con la vita.

Avevo sperato, con l’infinito ripetermi su questi concetti nei miei sermoni, e con la mia seppur povera testimonianza, d’aver pensato più agli altri che a me stesso; il fatto poi che a più di ottant’anni i miei coetanei mi vedano ancora impegnato per aiutarli, speravo avesse fatto breccia; speravo che questo modo di agire, diverso da quello corrente, avesse toccato le loro coscienze. Invece mi pare che li abbia scalfiti un poco, ma molto poco; ho l’impressione che pensino soprattutto a se stessi, ai loro vantaggi, al loro benessere, ai loro figli e alla loro famiglia. Di certo il “Don Vecchi” non è abitato da “uomini e da donne nuove”.

Stando così le cose bisogna che impari ad essere più cauto nel pretendere che gli altri riescano in quello in cui io ho fallito.

Anche una “cena di lavoro” per coltivare l’utopia della Cittadella della Solidarietà

Il Patriarca, tra i suoi mille impegni nazionali e internazionali, ha perfino trovato il tempo per accorgersi dell’utopia di un suo vecchio prete in congedo, che sta sognando una Chiesa che si prenda di petto, ma alla grande, il problema dei cittadini stranieri ed italiani più in difficoltà.

La “Cittadella della solidarietà” dovrebbe diventare, almeno per il piccolo drappello che sta seminando questa bella avventura evangelica, una risposta globale alle attese diversificate dei poveri della nostra città.

L’utopia, come tutti sanno, non è ancora un progetto definito con piani attuativi o finanziamento acquisito, non rappresenta quindi una realtà della quale si stanno gettando le fondamenta, ma non è neppure una chimera o tanto meno una fata morgana, che qualcuno pensa di intravedere, ma che in realtà è solo una illusione ottica.

Il Patriarca, successore di uno dei pescatori di Galilea, ha giustamente deciso di ordinare al suo più diretto collaboratore: «Getta la rete in mare!» Il vescovo ausiliare l’ha gettata nella forma più moderna, organizzando una “cena di lavoro” a Villa Visinoni di Zelarino, invitando i principali operatori della solidarietà. La cosa è stata per un certo verso interessante, perché nei miei 81 anni di vita, non sapevo che cosa fosse una cena di lavoro. Ora l’ho finalmente capito: uno parla e gli altri mangiano! A parlare è stato Andrea, il mio vecchio lupetto e il mio portavoce per quella occasione: l’ha fatto brillantemente, mentre tutti gli altri stavano a mangiare.

Ho capito però quello che già sapevo: al massimo – ma non è neanche questo del tutto scontato – ci permetteranno di realizzare noi la “Cittadella della solidarietà”. Ho compreso inoltre che ci vorrà forse un altro secolo perché la Chiesa veneziana realizzi una sinergia di impegno superando gli individualismi così fortemente radicati.

Spero che prima o poi si realizzi la “cittadella”. Però per me sarà come per Mosè: la potrò solo sognare perché il mio tempo è quasi scaduto e non potrò metter piede nella Terra promessa!

Una celebrazione quotidiana di carità e nell’altruismo

Ogni giorno, verso le sedici, faccio una capatina nell’interrato del “don Vecchi” perché, dalle 15 alle 18 il “don Vecchi” di sotto ha il volto di una casba araba pulsante come il centro commerciale di una metropoli internazionale.

Il “giro” che compio è soprattutto teso a gratificare il centinaio di volontari che per cinque giorni la settimana dedicano pressoché l’intero pomeriggio al “servizio della causa”! Però la visita quotidiana rappresenta anche per me la celebrazione eucaristica vespertina. Il corpo di Cristo si muove e vive per cinque giorni alla settimana nei grandi magazzini del “don Vecchi”.

La celebrazione del corpo del Signore non si esaurisce in una lode tra pochi fedeli di una “messa” privata, ma al don Vecchi si celebra ogni giorno un pontificale maestoso, solenne ed affollato.

Proprio qualche giorno fa, in una lettura del breviario, ho letto una meditazione di san Giovanni Crisostomo (Crisostomo significa bocca-voce d’oro) che pensa esattamente come me, o meglio sono stato felicissimo di riscontrare che le mie convinzioni sono uguali a questo grande padre della Chiesa.

Crisostomo afferma con chiarezza assoluta di termini che il Signore si venera non tanto con le pietre preziose di un tempio o nella sfarzosità dei riti, ma nell’amore e nel servizio ai poveri, che rappresentano e sono il corpo reale del Signore.

Confesso che nelle due settimane di agosto, quando i magazzini sono rimasti chiusi, mi è sembrato che il don Vecchi fosse diventato un monumento ai caduti e non quella cittadella della solidarietà nella quale i cittadini del mondo possono incontrare il volto più reale e più bello della Chiesa e del messaggio di Gesù.

Dopo l’estate la vita è ripresa quasi per incanto e le brezze autunnali hanno determinato veramente il tutto pieno.

Mi fa felice e mi esalta l’andirivieni frettoloso di questo mercato atipico, ma vivace e ricco di altruismo. Talvolta mi capita di domandarmi come tante comunità parrocchiali pare non abbiano capito che la solidarietà è il sangue vivo che scorre nelle vene della Chiesa e che un corpo senza sangue è morto?