Se la Cittadella della Solidarietà è impantanata in pastoie burocratiche, io guardo oltre!

La vita vissuta in équipe, m’è sempre stata molto stretta. Capisco sempre di più d’essere una persona solitaria e profondamente individualista.

Qualche mese fa m’è stato chiesto di “cedere” alla diocesi il progetto della “cittadella della solidarietà”. Ne fui molto felice perché “mi si cavava una castagna dal fuoco” in un tempo che di problemi ne ho fin troppi. Poi ritenevo veramente bello che l’intera Chiesa veneziana prendesse seriamente il discorso di Gesù “Ama il prossimo come te stesso”, discorso ribadito con forza e con concretezza da san Giacomo. Mi affascinava che l’intera Chiesa veneziana si impegnasse globalmente su un progetto che avrebbe testimoniato la sua coerenza al Vangelo.

L’iter intrapreso mi è sembrato subito un difficile percorso di guerra che soldati poco intraprendenti ed audaci avrebbero avuto infinite difficoltà e pretesti per affrontare e risolvere. Infatti stanno passando giorni, settimane e mesi e il progetto rimane solamente una timida bozza di progetto, mentre paesetti come Mirano stanno già costruendo “il villaggio solidale”!

Ancora una volta mi si affaccia la tentazione di abbandonare il progetto della città solidale alla burocrazia della curia e dar vita ad un braccio d’azienda al posto della possibile e futura “cittadella” per risolvere il problema dei magazzini San Martino, San Giuseppe e di tutti i santi della carità.

Mi si regalano trentamila metri di terreno e diecimila di spazio coperto da tetto. Io credo che bisogna cogliere l’opportunità al volo e lasciando il progetto della “cittadella” alla diocesi, noi invece costruiremo “L’Ikea” solidale dei mobili usati e “i grandi magazzini Coin” degli indumenti d’epoca.

Non sarà la Chiesa di Venezia a farlo, comunque sarà un suo vecchio prete in pensione!

“Allontanati da me, o Signore, perché sono un uomo di poca fede!”

San Pietro, in occasione della pesca miracolosa, dopo l’abbondante pescagione, si buttò ai piedi di Cristo e disse: «Allontanati da me perché sono un peccatore!»

Credo che tutti sappiano come sono andate le cose. Pietro e la sua cooperativa avevano pescato a lungo nel lago, ma senza alcun risultato, per cui lui e i suoi compagni erano stanchi e delusi. Sennonché Gesù disse a Pietro, capobarca: «Butta le reti in mare per la pesca». Pietro era pescatore di professione ed anche i suoi amici erano esperti in questo mestiere, mentre era certamente loro noto che Gesù per trent’anni aveva fatto il falegname, motivo per cui non poteva intendersi di pesca.

Pietro allora fece osservare: «Abbiamo tentato tutta la notte di buttare le reti, ma inutilmente». Poi, forse per soggezione o per affetto e per dimostrare al Maestro l’inutilità di quella ulteriore fatica, controvoglia e di malumore, aggiunse: «Ma sì, sulla tua parola, per accontentarti, butterò la rete». Non è però improbabile che in cuor suo abbia anche mandato Cristo a quel paese! Di certo non fu entusiasta e poco rassegnato ad una ulteriore delusione. Ma quando tirarono su le reti, Pietro fu sorpreso e provò un senso di colpa per aver dubitato; da questo, di certo, è nata la sua confessione.

A me sta capitando la stessa cosa. Ho chiesto accoratamente aiuto per il “don Vecchi” di Campalto al Comune, alla Regione, alla Provincia, alla Fondazione Carive, alle banche Antonveneta, Cassa di Risparmio, Banco di San Marco, Banca popolare, alla Associazione Industriali. Risposta: niente!

Allora ho tentato con la sottoscrizione dei “Bond del Paradiso”, come un giovane amico giornalista ha definito la sottoscrizione di azioni della Fondazione di cinquanta euro l’una. Infine mi sono “messo sulle spalle la bisaccia da frate da cerca” e ho suonato a 400 campanelli della città. La risposta a questa iniziativa è stata tra il modesto e il discreto, però non ha mai raggiunto l’adeguatezza ai bisogni.

Stavo per sconfortarmi, sentendomi abbandonato dagli uomini e da Dio, quando improvvisamente ed inaspettatamente s’è fatto vivo il buon Dio, battendomi una mano sulla spalla e dicendomi: «Prete di poca fede!», facendomi balenare una prospettiva, di cui non oso ancora parlare, ma che potrebbe tirarmi fuori dalle angustie. Sulla proposta del Signore, anche se stanco e deluso, ho ributtato le reti in mare, confessando in anticipo: «Allontanati da me, o Signore, perché sono un uomo di poca fede!»

Ostacolare in qualche modo un’opera di carità è sacrilegio!

Per temperamento sono poco o nulla indulgente verso chi non è di parola, rimanda o tira le cose per le lunghe. Non credo di sbagliarmi, ma pur essendo cosciente che aver a che fare (come è costretto l’architetto che ha progettato e cura la costruzione di Campalto) con la burocrazia comunale, non sia proprio una cosa facile e sbrigativa.

Un giorno questo architetto, che io incalzavo più di sempre, avvertendo la mia impazienza per nulla disposta a subire lungaggini e ritardi, a sua discolpa e per giustificare la sua mancanza del rispetto dei tempi stabiliti, mi disse: «Sa, don Armando, lei ha tanta gente che le vuole bene, ma anche della gente che non è troppo propensa ad assecondare i suoi progetti!»

Sono ben convinto che le cose stiano così, non per questo cesserò di pretendere che ognuno faccia il suo mestiere e lo faccia bene, anche se ha la possibilità di insabbiare l’iter burocratico di certi percorsi ad ostacoli ai quali i poveri cittadini sono costretti dalla burocrazia comunale.

Io non ho mai preteso o ambìto di avere il consenso di tutti, perché questo esigerebbe compromessi con la mia coscienza, avallerebbe la pigrizia di certuni, ma soprattutto perché sono convinto che i poveri debbano avere percorsi agevolati e privilegiati.

Io, alla mia età, non domando più nulla per me, ma credo di dovermi fare portavoce dei più indifesi.

Da qualche anno, vedendo la condizione miserrima in cui vivono gli extracomunitari a Mestre, avevo sognato un ostello ove fossero ospitati civilmente. Non appena la stampa diede notizia del progetto, c’è stato qualcuno che abita vicino al luogo ove doveva nascere la struttura, che s’è opposto con decisione e caparbietà. Inizialmente tentai di rassicurare che avrei vigilato perché non avesse fastidi di sorta, ma più tentavo di far presente che anche questa povera gente che viene dalla miseria ha diritto a ricevere una mano da gente civile e cristiana, più costui dimostrava rifiuto ed opposizione, tanto che ad un certo momento la diga della mia pazienza non resse più e sbottai: «A casa mia e con i soldi miei faccio quello che ritengo giusto!»

Poi, per una serie di considerazioni, ripiegai sulla scelta di una struttura per anziani poveri, ritenendomi non preparato per l’altro progetto. Però il mio contestatore se la legò ad un dito e ha tentato con ogni mezzo di ostacolare il progetto del “don Vecchi 4”.

Scrivo questo senza malanimo o rancore di sorta, ma ripeto ai miei concittadini e soprattutto ai fratelli di fede: «La carità ha sempre un prezzo, ed è un prezzo che è doveroso paghino anche i preti, ma non è giusto pretendere che lo paghino solamente loro, e che la loro carità non scalfisca neppure le fisime di chi è solamente preoccupato del proprio tornaconto. E perché tutti sappiano come la penso, mi sento di dover affermare pubblicamente che ostacolare in qualche modo un’opera di carità è sacrilegio!

La benedizione annuale delle case, da sempre per me un momento di gioia!

A tutt’oggi non ho ancora perduto il vecchio “vizio” di andare a “benedire le case”.

Il mio carissimo amico, già direttore della Banca Cattolica del Veneto e membro della Conferenza della San Vincenzo, a cui partecipavo ogni settimana, era solito dire in maniera scherzosa e quasi come un vezzo: «Io, don Armando, sono così affezionato a certi peccatucci che proprio non ho alcuna intenzione di abbandonarli!» In realtà alludeva a qualche convinzione o pratica personale, non universalmente condivisa, a cui egli credeva e che, pur controcorrente, egli intendeva mantenere.

Così anch’io, pur essendo rimasto fino alla pensione uno dei pochissimi parroci della città a visitare ogni anno tutte le duemilaquattrocento famiglie della parrocchia per la “benedizione annuale”, ho continuato a farlo ogni anno e per tutti i 35 anni che ho fatto il parroco.

Ora che sono “parroco” per modo di dire della borgatella delle 194 famigliole del “don Vecchi” 1° e 2°, continuo a “benedire le case” dei miei nuovi parrocchiani, ricevendo le confidenze ed ascoltando i problemi della mia gente. Ogni giorno “benedico” una decina di “case” e mi si allarga ogni giorno il cuore sentire quanto i miei parrocchiani si sentano contenti di vivere in un ambiente protetto, al caldo, senza preoccupazioni di ricevere uno sfratto e con la serenità di poter arrivare alla fine del mese senza debiti e pensieri.

Quest’anno poi, alla consolazione di sempre, mi si aggiunge il fatto che tutti, proprio tutti indistintamente, mi stanno porgendo la loro offerta, pur non richiesta, magari di soltanto cinque euro, per il “don Vecchi” di Campalto.

Questa calda ed affettuosa solidarietà mi lenisce la ferita del constatare che tanta gente piena di denaro, e tanti amministratori pubblici, così amanti dei poveri durante la campagna elettorale, continuano a lasciar cadere nel vuoto le mie accorate richieste d’aiuto.

Una rassicurazione per gli amici!

Avverto gli amici e i lettori, che mi stanno passando i momenti della “grande paura” di non farcela!
Sento che la Città è con me; non passa infatti giorno ed occasione che chi incontro non mi porga il suo aiuto!
Ormai sono convinto, che assieme alla povera gente, per il prossimo anno 1° settembre inaugureremo il don Vecchi 4° di Campalto.
A tutti grazie di cuore!

Silenzi, ritardi e rifiuti!

Purtroppo sono ben cosciente di non tener conto di un saggio consiglio che Papa Roncalli ha ripetuto più volte quando era Patriarca a Venezia: «Quando sei turbato da una notizia, dormici sopra almeno una notte prima di reagire». Non ci riesco proprio. Sarà per un’altra volta che metterò in pratica il consiglio del Papa buono!

Ho appena aperto la lettera della Regione nella quale, dopo tre mesi dalla mia richiesta di un contributo economico per finanziare il “don Vecchi” di Campalto, mi si risponde che “La Regione finanzia le strutture per anziani non autosufficienti, mentre gli alloggi protetti, quali sono quelli del “don Vecchi” – in quanto del settore sociale – sono a carico del Comune. Distinti saluti”.

Nella stessa data, cioè in agosto, avevo inviato una richiesta simile al Comune, ma a tutt’oggi non mi è arrivata alcuna risposta.

Questo ritardo, da parte del Comune, lo posso anche ben comprendere, perché avendo esso solamente quattromilaseicento dipendenti, fa fatica ad essere tempestivo nelle risposte. Probabilmente la Regione ha qualche migliaio di dipendenti in più e perciò riesce in soli tre mesi a dare una risposta!

Alla Regione voglio dire: «Perché allora non accogliete gli anziani non autosufficienti attualmente residenti al “don Vecchi” che da anni vi supplico di accogliere e che sono a posto con tutte le schede SWAM che voi richiedete? D’altronde penso che voi vi sentiate con la coscienza tranquilla sapendo che il Comune ci passa euro 1,25 per anziano. Voi pensate di fare un affare risparmiando, mentre voi e il Comune dovreste spendere cento euro per ogni anziano che dovesse venire nelle strutture per non autosufficienti che voi finanziate!»

Il Comune poi, penso che non abbia scrupoli del genere, perché per averli bisogna avere una coscienza, ma temo proprio che esso non l’abbia affatto, vedendo come si comporta!

Il prete mendicante

Sto tentando con ogni mezzo di convincere i fedeli, che con me ogni domenica ascoltano la “parola di Dio”, che questa Parola non possiamo lasciarla passare sopra i nostri capelli senza investire la nostra mente e il nostro cuore e rimanere pressoché indifferenti, come quando non prestiamo alcuna attenzione alle chiacchiere della televisione.

Più di una volta ho ricordato che quando Dio ci parla, e lo fa sempre per il nostro bene, dobbiamo avere almeno l’attenzione con cui ascoltiamo il nostro medico che fa la diagnosi sui nostri malanni e ci suggerisce le medicine per guarirli.

Qualche domenica fa ero ancora emozionato da questi discorsi, quando incontrai, nei pressi della chiesa del cimitero, ove avevo appena celebrato l’Eucaristia, una cara signora che mi vuol bene e che frequenta assiduamente il precetto festivo, ed è una di quelle signore che noi definiamo normalmente “una buona cristiana”. La quale, sgranando gli occhi con sorpresa e meraviglia, mi chiese incredula : «E’ vero, don Armando, che Lei chiede la carità per costruire il “don Vecchi” a Campalto?» Di certo era convinta che fosse disdicevole per la dignità di un sacerdote chiedere l’elemosina per i fratelli in difficoltà.

Le risposi arrossendo, perché sapevo di barare: «E’ vero!». In realtà chiedo sì l’elemosina, ma lo faccio mediante l’anonimato di una lettera, soluzione meno impegnativa che bussare personalmente ad una porta e stendere la mano. Già, perché questa soluzione mi costa già molto ed arrossisco mentre copio l’indirizzo dall’elenco telefonico, immaginando la reazione del destinatario e perciò non so quanto mi costerebbe farlo in maniera diretta.

Nonostante pensi a padre Cristoforo dei “Promessi sposi” o mi rifaccia ai frati mendicanti di san Francesco, la cosa mi costa assai: eppure, sia io che la signora, fin dall’infanzia conosciamo il precetto di Gesù “Ama il prossimo tuo come te stesso!” E’ evidente, perciò, che il mio modo di ascoltare Cristo, come quello della mia interlocutrice, lascia ancora molto a desiderare!

Il nono anniversario deila fondazione dei Magazzini San Martino, momento speciale

Quest’anno abbiamo celebrato con particolare solennità il nono anniversario della “fondazione dei magazzini” San Martino.

I magazzini del “don Vecchi”, gestiti dall’associazione di volontariato “Vestire gli ignudi”, sono una realtà che ormai si impone all’attenzione, non solamente del nostro efficiente e ricco Nordest ma, senza presunzione, a livello nazionale per la quantità di merce “lavorata”, per numero di “addetti ai lavori”, per la “filosofia” su cui si reggono e per la loro efficienza.

L’idea di un emporio di vestiti per i poveri è certamente vecchia di quarant’anni, quando con la San Vincenzo abbiamo aperto “l’armadio del povero” nella baracchetta che si affacciava alla corte della canonica di San Lorenzo. Venne poi sviluppata a Ca’ Letizia con un magazzinetto di una ottantina di metri quadrati, ma si sviluppò infine, in maniera sorprendente, nell’interrato del “don Vecchi”.

L’incontro tra questa intuizione e la professionalità di un funzionario in pensione dell’Oviesse di Coin, il signor Danilo Bagaggia, ha determinato la scintilla e ha fatto sbocciare “il miracolo”.

Quasi 600 metri di esposizione, un magazzino di stoccaggio di 500 metri a Mogliano, 110 operatori volontari, trentamila “clienti” all’anno, cassonetti di raccolta in città, ma soprattutto la dottrina “Anche i poveri debbono essere solidali con i più poveri”, motivo per cui niente viene regalato in beneficenza, ma ognuno dà un contributo, seppur minimo, per realizzare strutture di carattere sociale.

Venerdì 12 novembre, su desiderio del direttore generale, signor Bagaggia, abbiamo invitato a visitare i magazzini e poi, a cena, il dottor Vittorio Coin e due suoi collaboratori, perché il gruppo Coin è il maggiore fornitore, a titolo gratuito, della “merce nuova”. Alla cena c’era tutto il Consiglio di Amministrazione al completo, dalla presidente suor Teresa Del Buffa, ai consiglieri Bragaggia, don Trevisiol, la signora Navarra e il signor Bembo.

Al dottor Coin è stato donato, in segno di riconoscenza, un’antica icona e gli è stato richiesto di accettare di essere il testimonial di questa grande impresa umanitaria. Ai volontari poi, una crocetta d’argento.

Debbo annotare che l’incontro è stato il segno di un autentico “miracolo sociale”.

Qesta nostra società semina e abbandona sempre piò “rifiuti d’uomo”!

In due giorni ho celebrato tre funerali di concittadini senza fissa dimora. Devo ammettere che nella mia chiesa fra i cipressi giungono, più frequentemente che nelle altre parrocchie, le richieste di commiato per anziani quasi dimenticati nelle case di riposo, barboni, cittadini assolutamente non praticanti che i congiunti non si sentono di portare nella parrocchia ove sono conosciuti, persone sole, poco conosciute o da poco residenti a Mestre.

Può darsi che questa minoranza di commiati di persone che sono vissute ai margini della società sia assolutamente casuale, comunque ho la netta impressione che il numero di concittadini non inserito nella normalità del tessuto urbano sia decisamente numeroso e, peggio ancora, sia in crescita.

Come la città produce sempre più rifiuti urbani, tanto da diventare questo un grave problema, così ho l’impressione che siano in crescita anche i “rifiuti d’uomo”.

Ricordo una scena di un vecchio film, che tanti anni fa fece scalpore per il tema trattato, “Lo spretato”. Il prete, che aveva appeso la tonaca al chiodo, dopo aver passato una notte squallida in un locale notturno, esce all’alba e incontra un netturbino al lavoro: «Cosa fai?», gli chiede melanconicamente. «Raccolgo i rifiuti!» risponde quello. Ed egli, alludendo alla sua condizione disperata, aggiunge: «Non raccogli rifiuti di uomo?»

La nostra società, che presume d’esser civile, sta producendo, in maniera sempre più scellerata, “rifiuti d’uomo”. Io sto raccogliendo, spero con rispetto e amore, questi rifiuti che il mare anonimo, abbastanza disordinatamente, lascia sulla battigia, per consegnarli al cuore di Dio, essendo cosciente che il Padre del prodigo accetta a braccia aperte “il figlio” disperato e misero che ritorna. Spesso mi sento felice e fortunato di fare questo “mestiere”!

La Divina Provvidenza continua a sorprendermi

Non è passato neppure un giorno dall’episodio che mi ha riempito il cuore di rossore per aver dubitato della Divina Provvidenza, quando ho incontrato per strada una signora che io pensavo di non aver mai conosciuto, la quale, con un certo imbarazzo, mi disse: «Io sono quella della macchina!» Dapprima non capii, ma poi mi sovvenne che suor Teresa m’aveva confidato, con molto entusiasmo, che una signora le aveva detto d’aver comperato una di quelle automobiline, per guidare le quali non serve la patente, ma aveva capito che lei non era un tipo da andare in macchina e perciò, se non avesse trovato da venderla prima di Natale, l’avrebbe regalata a me perché organizzassi un’asta o un lotteria a favore del “don Vecchi” di Campalto, mettendo in palio la sua automobilina che mi avrebbe regalato.

Pian piano capii che la “signora della macchina” era appunto quella che mi fermava sul piazzale del cimitero. Lei soggiunse: «Ho trovato da vendere l’automobile che avevo deciso di non usare, ma siccome le promesse son promesse, e perciò vanno mantenute, le porterò quanto prima duemila euro delle quattromilacinquecento che ho preso dalla vendita!»

Ogni tanto qualcuno mi domanda, ma più spesso mi domando io stesso: «Dove ho trovato tutto quel sacco di miliardi che mi sono occorsi per costruire il “don Vecchi uno, due, tre ed ora quattro?» Poi soggiungo, quasi incredulo: «Li ho trovati così, per strada!» Però poi debbo correggermi, precisando doverosamente: «La Divina Provvidenza mi ha fatto trovare per strada, nei modi e nelle occasioni più inimmaginabili, tutti i denari che Ella ha deciso di investire a favore dei poveri vecchi di Mestre».

La Provvidenza non smette di rispondere ai miei dubbi!

Qualche tempo fa ho letto sulla rivista “Il seme”, periodico genovese che raccoglie riflessioni, episodi e testimonianze che appaiono in tutta la produzione letteraria del nostro Paese, un episodio riguardante un grande prete fiorentino, don Facibeni.

Questo sacerdote, che operò nella Toscana, specie durante la seconda metà del novecento, era impegnato in una grande opera sociale a favore dei più diseredati, ed avendo aperto una casa di accoglienza, gli serviva come sbocco un mulino dismesso che stava accanto alla sua struttura. Come sempre tocca a chi si occupa del prossimo, non aveva i soldi per l’acquisto.

Mediante la mediazione di un’anima buona, trovò due coppie di coniugi facoltosi che gli prestarono l’enorme somma, per quei tempi, di centomila lire, con l’impegno di restituire ogni sei mesi diecimila lire.

La prima data scadeva a dicembre e don Facibeni non aveva un soldo, sennonché, proprio l’ultimo giorno prima della scadenza, una signora gli donò le diecimila lire, che egli spedì immediatamente ai creditori. Costoro però, a stretto giro di posta, gli risposero che avevano deciso di concedersi il regalo di condonargli l’intero debito.

Letta la paginetta dell’episodio, che dimostrava, una volta ancora, quanto può la Divina Provvidenza, provai invidia verso il prete toscano sembrandomi che a lui le cose erano andate ben più lisce di quanto non capiti a me per il “don Vecchi” di Campalto.

Ma il giorno dopo la lettura di questo episodio, stavo smettendo le vesti liturgiche che avevo indossato per il funerale, quando uno dei fedeli venne nella piccola sagrestia e mi disse che aveva deciso di donarmi quindicimila euro per Campalto. «Non sono ricco, mi disse, ma posso permettermi questa partecipazione alla sua opera per i vecchi.»

Io non ho di certo la statura né la santità di don Facibeni, eppure la Provvidenza in un paio di anni mi ha fatto avere più di due milioni dei tre e mezzo che mi servono; spero perciò che non abbia difficoltà a fornirmi anche il resto. Di fronte alla promessa del benefattore mi è salita dal cuore alle labbra la confessione di Pietro: «Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore!»

Gli sconosciuti “Francesco d’Assisi” del terzo millennio

Qualche giorno fa un’assistente sociale del Comune mi ha telefonato chiedendomi se ero disposto a celebrare un “funerale di povertà”. Acconsentii immediatamente, essendo “il titolare” incontrastato di questo tipo di commiati religiosi.

Il “funerale di povertà”, come tutte le cose di questo mondo, ha due facciate. Una civile, che si caratterizza dal fatto che, dopo una procedura un po’ laboriosa e a certe condizioni ben precise, l’amministrazione comunale si assume l’onere di fornire gratuitamente la “cassa da morto” che attualmente, pur nella sua estrema sobrietà, è decorosa, a differenza di quella di un passato non molto lontano, e le altre spese connesse alla sepoltura. A livello religioso, si tratti di ricchi o di poveri, il funerale è identico per tutti e, almeno nella chiesa del cimitero, né per questo né per nessun altro funerale, si richiede tariffa di sorta.

Normalmente, in chiesa, il “funerale di povertà” si distingue invece dagli altri perché ci sono pochi partecipanti e talvolta tra i pochi c’è qualcuno con i segni ben marcati della devianza o dell’emarginazione.

In questo caso non è stato così. Una sorella ha aggiunto qualche spicciolo, l’impresa funebre un po’ di benevolenza, motivo per cui l’esteriore non manifestava alcuna differenza. Erano presenti alcuni famigliari, anche se chi “partiva” se n’era allontanato da decenni, un sacerdote della Caritas, un amico “barbone” – che s’era collocato all’ultimo posto come il pubblicano – un rappresentante della mensa di Betania ed uno del dormitorio di Betlemme.

Quello che mi colpì di più fu un giovanottone, alto e prestante, che mi disse che da cinque anni seguiva questo infelice. Ebbi modo di conoscere questo giovanotto, prossimo alla laurea in architettura, il quale mi confidò di vivere assieme ad altri quattro giovani che avevano fatto la scelta di vivere in comunità e di dedicare il tempo libero ai “barboni” che passano la notte alla stazione di Mestre o che vivacchiano in qualche modo ai margini della vita cittadina.

Da quello che ho capito tra le righe del discorso, la loro scelta s’appoggia su motivazioni d’ordine spirituale. Nel mio animo, d’istinto, associai questa esperienza a quella di Francesco d’Assisi, in versione terzo millennio.

La tenerezza, la comprensione, il rispetto con cui mi parlava dei poveri ai quali dedicava tutto il suo tempo libero, mi avvolse come una dolce folata di profumo di primavera.

Da giorni questa immagine bella ed umile di umanesimo cristiano mi accompagna e mi aiuta a sperare nella redenzione di questo nostro mondo che, ogni giorno di più, sembra perdere pace e dignità.

Sto pensando che questa piccola comunità giovanile, silenziosa e sconosciuta, pur nella sua esiguità, può controbilanciare l’enorme desolazione della società di oggi.

In “guerra” a ottantanni per gli anziani

Sono sempre più convinto che la rivoluzione che può salvare l’uomo dall’egoismo, da una vita fatua inconsistente e disordinata, sia quella della solidarietà. Sia a livello civile che religioso l’unico rimedio per uscire dal degrado morale in cui stiamo affondando, è per me la solidarietà.

In questa “guerra” io svolgo il ruolo di un povero fante, senza gradi e senza potere, però sento il dovere di fare la mia parte fino alla fine. Non so quanto la testimonianza di un vecchio prete, senza gradi e senza grandi risorse umane e spirituali, possa incidere sull’esito di questa “rivoluzione”, ma mi è ben chiaro che l’esser fedele alla mia coscienza e ai miei convincimenti è l’unica cosa che posso fare e che possa salvarmi dalla desolazione.

Il mio posto di combattimento è collocato sul versante della terza età; portare avanti l’idea che dobbiamo dar voce e soluzioni adeguate alle istanze di questi nuovi poveri.

La Provvidenza mi ha assegnato il presidio di un piccolo avamposto che voglio difendere ad ogni costo: dimostrare che è possibile permettere agli anziani, seppur poveri e fragili, vivere una vita dignitosa e serena, indipendente dalla elemosina dei figli o degli enti pubblici, nonostante le pensioni miserevoli delle quali moltissimi fruiscono.

Purtroppo la crisi economica in atto, le avversità atmosferiche, i tagli di bilancio e gli sperperi degli enti pubblici, mi rendono particolarmente difficile tenere la posizione. Nonostante ciò ho deciso di giocarmi tutto; non mi importa cosa possano pensare confratelli o concittadini, pur facendo fatica ed arrossendo, sto costringendomi a tender la mano e a mendicare i mezzi economici per realizzare l’impresa della costruzione di ulteriori 64 alloggi a Campalto. Non so ancora con quale risultato, mi pare e mi auguro che sia positivo, comunque spero che possa testimoniare che la solidarietà non può ridursi ad un sogno fumoso, ma è un qualcosa che va perseguìto anche se costa e ti toglie la possibilità di vivere una vecchiaia in pantofole, leggendo “Il Gazzettino”.

Generosità e…

Le vicende della vita sono sempre per me varie e sorprendenti, ma credo che lo siano un po’ per tutti.

Qualche settimana fa, dopo avermi lungamente cercato, su e giù per i meandri del “don Vecchi”, mi ha finalmente scoperto nella hall un parroco di mezza età della nostra città.

La parrocchia di questo “collega” non è mai stata nota per navigare nell’oro, anzi; pure questo prete non è riconosciuto come molto abbiente. Io lo conosco da molti anni, il nostro rapporto è sempre stato corretto, ma mai particolarmente intimo, un po’ perché lui è riservato ed io ancora di più, e un po’ perché solamente per un po’ di tempo abbiamo “lavorato” assieme in una delle tante commissioni, pressoché inutili della diocesi; ma nulla più!

Comunque là nella hall, su due piedi, presso il “tavolo della cortesia”, mi consegnò un assegno di cinquemila euro. Rimasi di stucco, non mi capita di frequente che uno, senza averlo pregato, mi consegni dieci milioni delle vecchie lire e non m’è quasi mai capitato che l’abbia fatto un parroco!

Il contributo del confratello m’ha fatto più felice di quanto lo sarei stato se avessi vinto i centosettanta milioni dell’Enalotto!

Versai subito l’assegno al Banco San Marco per paura di perderlo, sennonché tre o quattro settimane dopo, la direttrice del Banco mi avvertì che la filiale di viale San Marco della Cassa di Risparmio aveva fatto una segnalazione alla Banca d’Italia, per motivi di antimafia, perché l’assegno superava di un centesimo quelli permessi senza la scrittura “non trasferibile”!

Persi la pazienza e la grazia di Dio, constatando che in questo povero mondo non ci sono solamente parroci generosi, ma anche bancari cretini.

I giorni della cerca

Non so proprio come i frati di una volta si comportassero quando ritornavano dalla cerca; suppongo che si presentassero dal padre abate deponendo, talvolta con gioia, il frutto del loro mendicare, quando esso era stato abbondante e con un po’ di delusione e tristezza, quando invece il loro bussare alla porte dei loro concittadini fosse stato con risultati deludenti.

Io sono in grado solamente di riferire al mio “Padre Celeste” che sta in alto, le mie prime esperienze. Dopo pochissimi giorni, dall’inizio del mio “questuare” per raccogliere il denaro per pagare il “don Vecchi” di Campalto, mi è venuta a trovare, nella mia “chiesa – baita tra i cipressi”, una vecchierella un po’ in malarnese con le lacrime agli occhi: «Don Armando, mi spiace tanto, ma non posso darle niente, non ce la faccio veramente con la mia pensione».

La sua era certamente una campanella da non suonare, comunque, avendo bussato alla sua porta per stendere la mano per i vecchi della città, la rassicurai: «Sono invece io in grado di aiutarla, fornendo viveri, vestiti o qualcos’altro se le serve per la sua casa!» E lei prontamente: «Ma, don Armando, mi dà già da mangiare; vengo infatti al banco degli alimentari del “don Vecchi”!» «Bene, continui, vedrà che non verrà mai meno la Provvidenza, né per lei, né per me!»
Se ne andò rasserenata.

Spero che il “Padre abate” sia rimasto comunque contento del mio primo giorno di cerca! Ma spero pure che dietro i campanelli delle venti famiglie che ho “visitato” ogni giorno, ci sia anche chi non ha bisogno, ma che invece possa dare “un pane per amor di Dio”.