Ancora una volta grazie ai cittadini che mi aiutano a costruire il Don Vecchi 4!

Una ragazza spigliata ed intelligente poco tempo fa mi ha fatto pervenire un’offerta per il centro “don Vecchi” di Campalto, con una richiesta spiritosa ed un po’ sbarazzina: “Voglio sottoscrivere dieci B.T.P.”. Poi ha aggiunto una spiegazione, intuendo che per un vecchio come me, forse sarebbe stato difficile comprendere la battuta (Buoni Tesoro Paradiso). Questa ragazza ha allegato alla richiesta 500 euro, pari a quelle che io, in maniera più datata, avevo denominato “azioni” della Fondazione Carpinetum per finanziare i nuovi 64 alloggi per anziani poveri, in costruzione a Campalto.

La “trovata”, dal sapore goliardico, è nata dal desiderio di onorare la memoria della madre, morta un anno fa. Ogni settimana concittadini di tutte le estrazioni stanno rispondendo al nostro appello e stanno finanziando la struttura che fa onore alla nostra città, offrendo ad un numero consistente di anziani una dimora confortevole e sicura. Questa risposta della città mi conforta e mi commuove, facendomi ancora una volta capire che mentre i cittadini, fortunatamente, mantengono, nonostante tutto, un cuore ed una coscienza, le banche e gli enti pubblici, se mai le avessero avute in passato, ora probabilmente le hanno perdute totalmente.

Una volta ancora ringrazio i cittadini per la loro fiducia e la loro generosità perché, sebbene facciano i loro “interessi”, investendo in titoli assai redditizi in terra e perfino in Cielo, mi aiutano a credere nell’uomo e a proseguire nello sforzo di impegnare ogni residua risorsa della mia vita per costruire una città solidale.

L’esempio di vita di Lucia

Mia sorella Lucia, la caposala in pensione dell’oculistica del nostro ospedale, è partita in questi giorni, per la centottesima missione in Kenia.

Una trentina di anni fa Lucia aveva accompagnato il prof. Giovanni Rama nella sua avventura africana. Mia sorella era partita con l’équipe della sua divisione oculistica per andare ad offrire ad un piccolo ospedale sperduto nella savana e diretto da un medico “gentleman all’inglese” la prestigiosa capacità professionale del professor Rama.

L’Africa ha letteralmente sedotto mia sorella, tanto ch’ella ha sposato con un “solido matrimonio” i problemi e i drammi di quella povera gente affamata e disperata.

Lucia è ritornata parecchie volte con Rama, poi con altri medici mestrini e dell’alta Italia, poi s’è messa in proprio fondando un’associazione, coinvolgendo la nostra città e portando ogni anno soldi e cuore a quella povera gente bisognosa di tutto.

Quando parlo o scrivo di Lucia, dicendo della missione che s’è scelta, tanti pensano che ella sia una suora. No, Lucia è ormai una vecchia “ragazza” che non s’è sposata perché innamorata della povera gente di quella stazione missionaria e di quell’ospedale immerso nella terra brulla ed assolata del centro Africa.

Se penso a quelle tante donne che conosco, che tirano dietro a qualche “mammalucco” inconsistente il loro cuore e la loro femminilità, o peggio vivono per vestirsi, o per pettegolare, concludo che Lucia ha ragione! E’ assurdo vivere per nulla o per qualcosa di fatuo e di inconsistente; la vita è troppo bella e troppo preziosa per buttarla via per nulla. Agli uomini e alle donne della nostra società vorrei gridare: «Cercatevi un ideale, un motivo umano per cui vivere; non trovatevi vecchi e soli con l’amara delusione di non aver fatto felice nessuno o di essere vissuti per banalità che non meritano neppure un respiro della nostra vita!».

Una generosità che commuove e costruisce

Mestre conosce la mia trovata di munirmi di una bisaccia da cerca per trovare il denaro per finanziare il “don Vecchi” di Campalto. Non tutti però sanno che avevo in canna più di una cartuccia e nel momento della grande paura ho cominciato a premere il grilletto in tutte le direzioni.

Una delle tante trovate, che poi era una specie di uovo di Colombo, e non una gran scoperta, fu quella di accludere all’interno de “L’incontro” il bollettino di conto corrente postale. All’inizio dello scorso dicembre, stimando che il Natale vicino e la tredicesima potessero intenerire il cuore dei miei concittadini, ho inserito ben cinquemila bollettini nel numero de “L’incontro” della prima settimana di dicembre. Feci stampare in copertina la mia foto per personalizzare la richiesta di aiuto e poi, in prima di copertina, scrissi una lettera aperta intingendo la penna ora nel cuore ed ora nella preoccupazione di un vecchio prete preoccupato di far fallimento.

Non è che subito siano piovute le risposte come una pioggia torrenziale d’estate, però cominciò una pioggerella continua di risposte e la somma finale degli euro cominciò a crescere, seppur lentamente, ma in continuità. Ho cominciato a prender nota e a segnalare la sottoscrizione dei B.T.P. (Buoni Tesoro Paradiso), come ebbe a denominarle una cara figliola di un mio amico, per inviare via Internet gli accrediti in Cielo.

Questa pioggerella quotidiana mi rende lieto perché dietro ad ogni nome posso sognare il volto buono e caro di una persona amica, perché sono certo che il Signore terrà conto nel Giudizio Finale di questa generosità e perciò i miei concittadini si troveranno un bel gruzzoletto per la fine della vita ed infine perché posso onorare gli impegni presi con l’Eurocostruzione.

Potrei anche aggiungere che tali offerte assicurano il pane quotidiano per un anno intero ai cinquanta operai del cantiere del “don Vecchi 4°” e in questi tempi ciò non è proprio poco!

Un pranzo di lavoro poco soddisfacente

Qualche giorno fa ho partecipato per la prima volta ad un pranzo di lavoro a cui mi ha invitato il Patriarca.

Premetto che non sono particolarmente entusiasta della soluzione dei pranzi di lavoro per trattare un qualsiasi problema. Chi prende la parola fatica a parlare perché i destinatari del suo discorso sono, naturalmente, più o meno intenti a mangiare, e chi ascolta, invece, mangia mal volentieri, preoccupato di non far rumore, di perdere le parole, e quando gli verrebbe da intervenire è nel bel mezzo del piatto di pasta! Comunque il pranzo di lavoro è andato avanti, seppur con qualche sussulto e qualche pausa per l’andirivieni della cameriera, abbastanza disinvolta, spicciativa e poco interessata al discorso.

L’architetto Giovanni Zanetti, ha trattato l’argomento della cittadella della solidarietà un po’ girando alla larga ed un po’ con un linguaggio troppo tecnico e ha informato di poter ottenere trentamila metri di terreno a titolo gratuito, in una zona a suo parere ben servita dai mezzi pubblici. Il Patriarca è intervenuto motivando la scelta come logica conclusione della sua “campagna” sul gratuito svolta durante la sua visita pastorale.

Gli interventi circa l’opportunità di dar vita a questa “cittadella della solidarietà” sono stati più smorzati e più soffici di quelli manifestati sullo stesso argomento durante una precedente cena di lavoro alla quale non partecipava il Patriarca; di certo però non ho avvertito troppo entusiasmo e troppa passione; forse ciò è dovuto al fatto che, per non so quale motivo, in questi giorni ho avuto un calo preoccupante di udito. M’è parso che con quella “brigata” non si andrà troppo lontano.

Un mio vecchio amico prete diceva spesso che lui era per la democrazia, però guidata da un forte “leader” – che, tradotto, significava che c’era bisogno di uno che ascolti pure, ma poi decida lui! Io invece penso che sia assolutamente necessario un manager che, dopo aver ascoltato, proceda mettendo in riga tutti, compresi quelli che han deciso! Per la “cittadella” siamo ancora un po’ lontani da questo; spero che non si indìca quindi una “merenda di lavoro” per proseguire il discorso!

L’accattonaggio

Nota della redazione: come sempre, questo appunto di don Armando scritto a penna e trasformato in articolo per “L’Incontro” e post per il blog, risale ad alcune settimane fa.

Questa mattina la mia amica de “La nuova Venezia”, una giovane giornalista che segue con passione le vicende del “don Vecchi” di Campalto, mi ha telefonato chiedendomi che cosa ne pensavo in merito all’accattonaggio.

La notizia che un prete di un paesotto della marca trevigiana aveva dal pulpito messo in guardia i suoi parrocchiani a diffidare degli accattoni e di non prestarsi a dare l’elemosina ai mestieranti della carità, aveva suggerito a questa giovane giornalista, sempre a caccia di notizie, di scrivere un pezzo per il giornale con cui collabora, sull’argomento.

Domani mattina sono certo che avrò una foto nella pagina cittadina con, molto probabilmente, l’affermazione che anch’io sono contrario all’accattonaggio e che diffido i concittadini dal far l’elemosina.

Io, in verità, affronto il problema in maniera più articolata: è giusto, per me, che i preti proibiscano agli accattoni piagnucolosi di stendere la mano alla porta della chiesa, a patto che la parrocchia relativa sia veramente attrezzata a soccorrere i poveri e, al momento presente, credo che quasi nessuna parrocchia della città abbia messo in essere un impianto serio ed efficiente per soccorrere chi ha bisogno. Il prete in questione ha affermato che la Caritas è deputata ad aiutare seriamente i poveri. Io però non conosco parrocchia della nostra città e, meno che meno dell’interland, che si sia munita di strutture atte a dare un aiuto serio.

Sono pure decisamente convinto che le singole parrocchie, anche le più sensibili a questo problema – e sono pochissime, meno forse delle dita di una mano – potranno mai essere in grado di dare una risposta adeguata a chi è nel bisogno e credo che neppure le Caritas, così come sono attualmente impostate, siano in grado di farlo. Per questo sogno la “Cittadella della solidarietà” come risposta seria e globale al bisogno dei cittadini in difficoltà. Spero che il mio sogno non sia una illusione!

Sognate con me!

Credo che non ringrazierò mai sufficientemente il Signore per avermi dato lo splendido dono di sognare ad occhi aperti. Il sognare in modo nuovo però, che non si riduce ad un’utopia lontana ed irraggiungibile, ma come gradini successivi che mi portino più avanti, più in alto e più vicino ad un “mondo nuovo”. Qualche giorno fa ho letto che don Verzè, il fondatore del grande ospedale-università di Milano, il San Raffaele, sta sognando, a più di novant’anni, di sconfiggere il tumore. Allora perché io, che ne ho solamente 82, non posso sognare un qualcosa alla grande?

Voglio confidare agli amici i miei sogni-nella speranza che pure loro non si rassegnino a non guardare più in là del proprio naso. Sognare costa poco, ma dona molto, offre nuove prospettive, scatena risorse interiori, mette in moto sinergie e talvolta, se ti va bene, può offrirti anche qualche realizzazione che gratifica lo spirito.

Comincio col più piccolo: l’Agape. Ogni quindici giorni vorrei, con i volontari della cucina del “Seniorestaurant” del “don Vecchi”, offrire un “pranzetto” cordiale a quaranta, cinquanta anziani della città che vivono soli. Un pranzetto che parte dall’antipasto e termina col dolce, in un ambiente caldo e cordiale. Non è molto, ma se ogni parrocchia ne organizzasse uno, più di mille anziani potrebbero pranzare assieme al costo di una “pipa di tabacco”!

Secondo sogno – che già ha messo radici e sta crescendo decisamente, tanto che col prossimo settembre potrà “camminare con i suoi piedi” – il “don Vecchi 4 di Campalto”: 64 nuovi alloggi per anziani poveri.

Qualche ostacolo, qualche bastone fra le ruote, qualche preoccupazione economica, ma ormai pare tutto in via di superamento, e soprattutto quanta gioia poter pensare che un’altra settantina di anziani trascorrerà la vecchiaia senza timore di sfratto e senza dover chiedere l’elemosina a nessuno.

Terzo sogno: la cittadella della solidarietà. Un ostello con duecento stanze, un ristorante con trecento coperti, un'”Ikea” per i mobili, un “Coin” per i vestiti, un ipermercato per i generi alimentari, un poliambulatorio, un centro di ascolto collegato con tutti i servizi in atto in città, un complesso-docce, un salone di parrucchiere per uomo e donna, un ufficio legale, una banca per miniprestiti, ecc.

Per ora ci sono le idee, ma non è impossibile, prima o poi, mettono le ali e comincino a volare.

Cerco l’aiuto solo di chi crede alla solidarietà!

A me capita di sbottare talvolta e forse troppo spesso e troppo violentemente; la pazienza, la ponderazione e la moderazione non sono il mio forte!

Ho scritto e riscritto su “L’incontro”, il periodico che accoglie tutti i miei sfoghi, le mie angosce e i miei pensieri, che alcuni mesi fa me la sono vista veramente brutta quando la Fondazione Carive, che di solito mi aveva generosamente aiutato, a firma del presidente Segre mi ha detto, quasi cinicamente, che da essa non dovevo aspettarmi neppure un soldo; così aveva comunicato la Banca Antoniana presso cui la Fondazione movimenta ogni anno molto denaro. La Regione mi ha risposto dopo quattro mesi che non spetta ad essa erogare denaro per gli alloggi protetti. il Comune, la Cassa di Risparmio: silenzio assoluto. Mentre il Banco di san Marco ha stanziato per il “don Vecchi” di Campalto la bella somma di mille euro.

In questa situazione ho avuto paura! Come san Pietro ho dubitato ed ho cominciato ad affondare. Fortunatamente sono intervenuti i cittadini e la Provvidenza, motivo per cui non sono “annegato”, anzi vedo già la Terra Promessa.

Ma il motivo che mi ha mandato in bestia sono state alcune voci arrivatemi, che dicevano che i confratelli – non tutti per fortuna, perché don Liviero, il parroco di viale san Marco, don Bonini del Duomo, don Cicutto ed altri non è stato così anzi mi hanno aiutato, – mi criticavano perché non avrei dovuto mettermi nei guai perché non tocca ai preti pensare ai poveri, ma al Comune e allo Stato.

Poi ci fu qualche altro che mi fece capire che non è opportuno chiedere sempre, quasi dicendomi la frase fatidica di Berlusconi: “Non si deve mettere le mani nelle tasche dei cittadini!”. Non tutti la pensano così, ne fa fede la lista di offerte che pubblico ogni settimana. Tuttavia questo mi ha fatto scrivere quello che ribadisco: “Non voglio assolutamente i soldi di chi non ha fiducia in me, di chi non ritiene opportuno aiutare i vecchi in povertà, di chi è convinto che la Chiesa debba occuparsi solamente delle anime e del Paradiso, di chi è convinto che le cose debbano cadere dal cielo!

So di non avere la fede e l’umiltà del Cottolengo, di san Vincenzo de Paoli, dell’Abbé Pierre o di Teresa di Calcutta, ecc…, però lasciatemi dire che chi crede che sia giusto pensare solamente a se stessi e ai propri famigliari, i suoi soldi se li tenga, io e chi la pensa come me ci faremo aiutare da chi crede comunque alla solidarietà!

La carità è la via maestra per ogni tentativo di rievangelizzazione

A questo mondo non si finisce mai di fare nuove esperienze e di scoprire i lati in penombra della vita.

Qualche domenica fa andai, come al solito, in cimitero, per riordinare la vecchia chiesa. Mentre ripulivo le ceriere entrò un gruppetto di persone per una preghiera. Uscendo, la signora relativamente giovane mi domandò: «E’ lei, don Armando?» Avuto il mio sì, soggiunse, inaspettatamente per me: «Permetta che le baci la mano, perché desidero toccare la mano di un prete che si impegna per la carità!»

Rimasi evidentemente imbarazzato e senza parole, perché a persone come Madre Teresa di Calcutta, al camilliano fratel Ettore da Milano o a Madre Elvira dei drogati penso che sia giusto baciare la mano, non certamente ad un povero diavolo come me, che mi arrabatto per far qualcosa per gli altri, com’è doveroso per ogni cristiano e soprattutto per ogni prete.

Incuriosito dal gesto e soprattutto dalle parole, volli saperne un po’ di più e chiesi come mai mi conoscesse. Venne fuori una delle solite storie. Una sua anziana cugina era rimasta sola in una bicocca di un paesino del Friuli ormai completamente spopolato. Qualcuno venne a sapere del “don Vecchi” di Marghera, s’è fatta la domanda, fu accolta. Ma di tutto questo procedimento io non sapevo proprio nulla e quindi i miei meriti sono del tutto marginali.

Il gesto però mi confermò ancora la mia convinzione che la gente del nostro tempo riconosce i cristiani dalla carità che tentano di praticare. Il biglietto da visita e le credenziali del messaggio cristiano rimangono: la solidarietà – di fronte ad essa non ci sono staccionate, paracarri o rifiuti – e la carità, che apre ogni porta ed è questa la via maestra per ogni tentativo di rievangelizzazione.

La solidarietà nasce dalla condivisione delle situazioni

Dovrei averlo capito almeno cinquant’anni fa, ma purtroppo solamente in questi ultimi decenni ho compreso che la forma più alta e più vera della solidarietà è rappresentata dalla condivisione. Credo che ben difficilmente si può comprendere il disagio, la frustrazione e la solitudine umana se non calandosi totalmente dentro alla condizione esistenziale di chi si vuol aiutare. Mi sorprende e mi fa arrossire tutto questo perché questa verità è stata testimoniata in maniera veramente esemplare da Gesù ben tanto tempo fa.

In occasione della celebrazione del battesimo di Gesù, ho tentato di passare questo concetto evangelico ai fedeli che gremivano la mia chiesa prefabbricata nel nostro cimitero. Gesù chiede a Giovanni il battesimo, evidentemente perché vuol condividere con i suoi conterranei la consapevolezza che il peccato è fonte del disagio sociale e della povertà di qualità di vita a livello personale. Verità che poi Gesù avrebbe ribadito durante la passione, caricandosi delle colpe dell’umanità, volendo purificarla mediante la via dolorosa.

Mi ha aperto gli occhi su questa verità la testimonianza di Charles de Foucauld, quando dice che non si può comprendere ed aiutare i poveri se non calandosi dentro la loro condizione esistenziale e vivendo “come loro”.

Ricordo al proposito tre giovani donne appartenenti alla comunità fondata da questo ex generale di Francia convertito alla fede, le quali, avendo ubicato la loro roulotte in via Vallenari nel campo degli zingari, vennero a chiedermi se potevo aiutarle a trovare un lavoro per poter sopravvivere. Io cercai un lavoro compatibile con la loro condizione di religiose. Esse rifiutarono, dicendosi disposte ad andare a lavare le scale perché ai poveri sono riservati questi mestieri e loro volevano vivere da povere per comprendere e testimoniare la loro carità.

Quando si trattò di scegliere dove abitare dopo il mio pensionamento, in forza di questa “scoperta”, non esitai un istante nel scegliere un minialloggio al “don Vecchi”, uguale a quelli che sono destinati ad avere gli anziani poveri. Il condividere ti permette di parlare, di indicare orizzonti di speranza, di acquisire una certa autorità presso i coetanei.

Chi non vive almeno con sobrietà non può illudersi di amare i poveri, anche se destina loro, come pare faccia Berlusconi, milioni di euro!

Lo sguardo al futuro e la gratitudine per chi ha lavorato con noi fin qui

Qualche giorno fa, dopo la messa prefestiva alla quale partecipano molti residenti del Centro “don Vecchi”, la direzione ha organizzato un rinfresco in occasione del pensionamento del responsabile della sorveglianza, il signor Paolo Silvestro. I residenti si sono ritrovati nella hall, illuminata a festa, per ringraziare e porgere un piccolo dono per il decennio di servizio prestato dal signor Paolo, il cui lavoro è iniziato con l’apertura del “don Vecchi 2”. Il direttore, ragionier Rolando Candiani e il presidente della Fondazione, don Armando, hanno rivolto parole di circostanza e di ringraziamento a questo funzionario collaboratore dei responsabili dei Centri “don Vecchi”, i quali hanno elaborato e perfezionato poi sul campo la “dottrina” per questa struttura residenziale, che costituisce un progetto pilota nei riguardi di una fetta sempre più vasta di cittadini, compresi tra il pensionamento e la vecchiaia.

Al progetto, studiato a tavolino, si stanno apportando modifiche, in rapporto ad una sperimentazione in atto, che suggerisce soluzioni sempre più adeguate.

Allo stato delle cose si sta attualmente puntando, da un lato, ad una sempre più completa autogestione da parte dei residenti, eliminando il personale di servizio. Questo orientamento si sta mostrando vincente a Marghera ed è, oltre che motivo di un sempre più completo coinvolgimento dei residenti, motivo di risparmio, in quanto gli aspetti amministrativi e gestionali vengono sempre più demandati ai residenti e al volontariato.

Dall’altro lato si sta puntando a disporre di un piccolo nucleo di collaboratrici familiari, valide e residenti al “don Vecchi”, che accudiscano, sotto ogni aspetto, le persone in perdita di autosufficienza e che non dispongono di risorse economiche per pagarsi questi servizi.

La Provvidenza ci ha “messo a disposizione” la signora Rosanna Cervellin, estremamente esperta del settore, che attuerà e gestirà questo servizio.

Ci auguriamo che queste sperimentazioni possano offrire al Comune e alla Regione un modello adeguato per regolamentare questo settore di assistenza sociale.

La Befana è andata anche da un vecchio prete in pensione!

Quest’anno ho fatto più che mai fatica per cogliere, come nei tempi lontani, la poesia e l’incanto del Natale. Per scelta, da tanti anni rifiuto il Natale-magico che, come per incanto, dovrebbe creare nel mondo una situazione idilliaca: ciò perché esso è evasione dalla realtà e mistificazione del “mistero” evangelico e perciò ad esso preferisco l’annuncio che Dio continua a colloquiare con le sue creature, ci è vicino e non disdegna di camminare con noi. Con ciò non rinuncio, anzi desidero vivere ancora l’incanto del presepio, dell’albero di Natale, della Befana e delle pastorali delle zampogne.

Forse la mia è fatica sprecata, perché certe sensazioni sono legate all’infanzia, al candore dell’anima, realtà per me lontane e difficilmente recuperabili. Però, anche senza troppa speranza, ci ho tentato. Anche quest’anno mi sono soffermato con curiosità e nostalgia a guardare le carrellate dei telegiornali, per vedere i magazzini ove le befane del terzo millennio si sono rifornite per riempire le calze dei nostri bambini, meravigliandomi e quasi protestando perché la befana della mia infanzia aveva poca fantasia e soprattutto era tanto parsimoniosa!

Anche quest’anno ho attaccato, fuori della porta – perché il mio piccolo alloggio del “don Vecchi” non ha camino, la calza, per poter vedere quanti dolci e quanto carbone le “befane del don Vecchi” m’avrebbero portato. Ebbene, la befana s’è fatta viva, nonostante la mia veneranda età: mi ha messo una busta bianca sotto la porta con cento euro, firmandosi “La befana”. Mentre aprivo questa piccola busta bianca, recuperando per un momento l’incanto e la sorpresa di tempi ormai tanto lontani, ho compreso che essa era stata con me più cara e più generosa di sempre, perché durante il duemilaedieci m’ha messo nella calza più di mezzo milione di euro!

Dopo questa esperienza mi sono detto che la mia fede nella befana non verrà mai meno, anche se vivessi mille anni.

Io preferisco il volontariato!

Qualche anno fa, durante una degenza in ospedale, ascoltando Radio radicale, mi è capitato di sentire l’infinita lettura delle denominazioni dei vari ordini religiosi maschili e femminili che operano in Italia. Il numero sembrava pressoché infinito, anche perché lo “speaker” leggeva la denominazione prima in latino e poi in italiano. La strana iniziativa di Radio radicale era un’ennesima espressione di un anticlericalismo viscerale congenito a suddetto partito, che voleva dimostrare che lo Stato italiano esentava da certe tasse un numero spropositato di enti religiosi.

Quell’ascolto mi pose il problema del perché di questa proliferazione spropositata di congregazioni religiose, che appare, di primo acchito, irrazionale. La risposta che mi sono dato è che, quando una personalità di un certo spicco si propone di realizzare un progetto che gli appare valido, ha bisogno di collaboratori da “assoldare a poco prezzo” e quindi fonda un ordine religioso. Non potrei altrimenti giustificare questa marea di ordini religiosi, spesso esangui e di poca consistenza.

Capitò anche a me una strana proposta fattami dal patriarca Lucani il quale, vedendo le numerose iniziative a livello caritativo che tentavo di portare avanti, un giorno mi disse: «Perché, don Armando, non fondi una congregazione religiosa per queste iniziative?» Il vecchio Patriarca si rifaceva all’esperienza dell’ottocento, secolo in cui le congregazioni religiose spuntarono come i funghi.

Io non ho pensato mai a questo, però in tutta la mia vita mi sono avvalso e mi avvalgo ancora di una schiera veramente numerosa di volontari, senza voti e senza conventi, ma altrettanto, e forse più ancora, generosi ed impegnati. I volontari sono sempre stati la mia forza. Quando ero in parrocchia siamo finiti per averne fino a 450, sparsi nelle varie attività parrocchiali – a “Radiocarpini” ne contavo ben duecento – ma anche ora posso contare sulla collaborazione, diversificata nei vari settori, di più di 250 volontari.

Sono convinto che se i valori e gli obiettivi sono validi, se si domanda ad ognuno quello che può e gli piace fare, e se soprattutto il capo crede alla causa e cammina avanti, anche oggi, senza bisogno di far voti o indossare tonache di sorta, si possono trovare molti uomini e donne di buona volontà.

Ho seminato l’amore per la solidarietà fra i giovani che ho incontrato e il raccolto è fonte di gioia!

Un giorno ebbi parole di elogio per alcuni risultati assai brillanti che un mio amico architetto stava ottenendo nel suo lavoro. Questi mi rispose, come se dicesse una verità scontata, che stava raccogliendo i risultati di una vita di lavoro.

Anche a me capita abbastanza di sovente di trovare porte spalancate, appoggi inaspettati, simpatie cordiali, apprezzamenti ed incoraggiamenti da parte di operatori affermati nella nostra società. Poi mi accorgo che questa gente, ormai ben adulta, appartiene a quella schiera infinita di ragazzi e ragazze incontrate nelle aule scolastiche delle magistrali, dell’Istituto Volta, del Pacinotti o delle Tecniche commerciali. Ragazzi e ragazze incontrati tra le file dell’Azione Cattolica, dei gruppi scout, delle classi di catechismo, al confessionale, o semplicemente nelle quanto mai affollate assemblee liturgiche del duomo di Mestre o di Carpenedo.

Chi semina, prima o poi raccoglie, e chi semina con lo stile e la larghezza del seminatore della parabola evangelica, finisce per raccogliere il trenta, sessanta e perfino il novanta per cento!

Ricordo una ragazzina vivace, grintosa ed intelligente delle magistrali che, dopo il diploma, proseguì per la laurea e poi salì tutti i gradini della carriera nell’amministrazione pubblica e che ora occupa un posto di rilievo all’Assessorato della sicurezza sociale. A questa ragazza di un tempo debbo, in buona parte, la riuscita del progetto degli alloggi protetti per gli anziani.

Voglio sperare, o almeno illudermi, che ella abbia colto sui banchi delle magistrali l’ostinazione con cui il suo insegnante di religione era solito parlare dei poveri. Nei momenti più cruciali, nelle battaglie più difficili, nei sogni più ardui, ella m’è sempre stata accanto con coraggio, coerenza ed intelligenza e mi ha aiutato in maniera determinante a superare le difficoltà. Forse è solo la mia atavica ed ancestrale riservatezza che m’ha impedito finora di dirle quanto le sia riconoscente, quanto la stimi e quanto le voglio bene.

Se qualcosa sono riuscito a realizzare lo debbo soprattutto ai ragazzi e alle ragazze che ho incontrato negli anni felici e fecondi della loro fanciullezza e della giovinezza. Sarei tanto felice se tutti sapessero quanto mi sia stato di conforto e di aiuto la loro collaborazione.

Grazie a chi ci aiuta!

La scorsa settimana ho sentito il dovere e il bisogno di rassicurare gli amici, i lettori de “L’incontro” e i concittadini, che i tempi della “grande paura” quasi certamente sono passati e che intravedo già una luce in fondo al tunnel.

Credo di non essere per nulla un temerario o uno sprovveduto. Quando siamo partiti col “don Vecchi” di Campalto avevamo in cassa quasi i due terzi della somma necessaria e avevamo già approntato “il paracadute” con l’apertura di un conto corrente ipotecario presso la Banca Prossima, con una garanzia di due milioni, in modo da pagare solamente lo 0,60% su quello che avremmo prelevato e comunque restituibile in dieci anni.

Pensavo che i contributi degli enti pubblici, quali il Comune, la Provincia, la Regione, la Fondazione della Cassa di Risparmio e le banche avrebbero fatto il resto, perché sono, o dovrebbero essere le realtà più sensibili alle soluzioni sociali più valide e più economiche.

Come riserva, da mestrino di adozione, contavo anche sulla fiducia che i concittadini mi hanno sempre dimostrato e, da prete poi, per dovere e soprattutto per esperienza, sapevo che potevo contare sulla Divina Provvidenza.

In realtà le certezze di ordine costituzionale sono venute totalmente meno, così che ho dovuto aggrapparmi disperatamente alla città e al buon Dio. Città e buon Dio non solo non mi hanno abbandonato, ma stanno aiutandomi con una generosità che mai avrei potuto sperare. I cittadini molto probabilmente non hanno creduto opportuno che uno dei loro preti, che per più di mezzo secolo aveva cresciuto i loro ragazzi, insegnato nelle scuole cittadine, accompagnato i loro morti al camposanto e benedetto le loro nozze e sorretto i vecchi, se ne andasse con la bisaccia da frate da cerca a chiedere l’elemosina; e la Provvidenza, ritenendo valida la causa, ha provveduto brillantemente e con abbondanza, mediante un’apertura di credito senza interessi e senza dovere di restituzione.

Le cose stanno andando così tanto bene che, ancora una volta, mi tormenta l’animo il dolce rimprovero di Cristo: «Uomo di poca fede!»

Chissà che d’ora in poi non riesca a comprendere che il buon Dio è da un’eternità che ci pensa e riesce a far funzionare il mondo anche senza di me e senza l’aiuto degli enti pubblici!

Quella verità che insisto a riproporre!

Mio padre era un falegname generico, come si soleva un tempo; era capace di costruire una capriata di un tetto, come fare una finestra, costruire una bara da morto o dar vita ad un mobile. Io sono cresciuto in bottega tra la segatura e i trucioli e perciò m’era familiare il lavoro di mio padre, però quello che attirava maggiormente la mia attenzione era il modo veloce e deciso con cui papà piantava i chiodi. Quando si trattava di inchiodare le doghe dei balconi sembrava che s’impegnasse con ebbrezza ed accanimento in questa operazione.

Forse mi viene da mio padre il bisogno di ribadire certi concetti, di accanirmi nel proporre certe verità quasi ne provassi una soddisfazione profonda ed un’ebbrezza interiore. Durante lo scorso avvento m’è capitato di rileggere e riflettere quel passo del Vangelo in cui Giovanni manda a chiedere a Gesù: «Sei tu il Messia che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?» Gesù risponde: «Riferite quello che vedete: gli zoppi camminano, i vecchi vedono, i sordi ascoltano e ai poveri è annunciato il Regno!»

Questo discorso di Cristo è per me inebriante perché mi riconferma che Cristo è venuto e si fa riconoscere quale figlio di Dio dal suo impegnarsi totalmente per l’uomo. Gesù propone, come elemento di salvezza, la volontà del Padre, non riti, formule o preghiere, ma solidarietà concreta all’uomo, soprattutto all’uomo più bisognoso! Di qui la mia decisione e l’ebbrezza di ribattere con decisione e ripetutamente il chiodo che la nostra religiosità deve naturalmente sfociare nella solidarietà. Il resto arrischia di diventare magia o evasione dalla storia, dalla vita e dalla fede.

La mia decisione nel riproporre questa verità è così convinta che non mi stanco di ribadire questo concetto di fondo, né mi rassegno a smettere, anche se mi accorgo che questo chiodo fatica ad entrare!