Parlerò ancora di Fede e Carità!

Mi ha molto colpito una frase del nostro concittadino Nerio Comisso, direttore, fino a poco tempo fa, dell'”Asilo notturno” di via Spalti, in rapporto al suo impegno decennale a favore dei senzatetto di Mestre: “Io non credo, però mi sono sempre comportato come se io credessi”.

Tutto il contesto dell’intervista m’ha rassicurato che la sua affermazione non era una delle tante smargiassate di quella gente senza spessore umano e culturale, adoperato per accreditarsi presso l’opinione pubblica come uomo “a la page”.

Il rapporto tra fede e carità mi ha sempre appassionato e ritengo che sia anche oggi un grosso problema che molti “cristiani” – tali solamente per aver ricevuto il battesimo da piccoli o perché praticanti pedissequamente senza tanti problemi interiori – non si pongano seriamente. Il problema non è certamente nuovo, perciò sono ben conscio di non scoprire l’America ponendomelo e proponendolo all’attenzione dei miei concittadini. Già san Giacomo, venti secoli fa, l’ha affrontato in maniera forte e polemica, quasi una sfida: “Voi che dite di credere, mostratemi la vostra fede ed io ve la mostrerò invece mediante la mia carità!”

L’affermare di essere credente nel messaggio di Cristo, non traducendo la fede in carità, penso sia una pia illusione o una comoda affermazione, mentre chi pratica la solidarietà, pur ritenendo di non essere credente, quasi certamente è in realtà un discepolo di quel Cristo che ha fatto dell’amore reciproco il cuore e la sostanza del suo messaggio.

Io sono tanto perplesso e dubbioso sulla consistenza della fede di quei “cristiani” che non “si sporcano le mani con i poveri”, che non si spendono per la giustizia e la solidarietà, non si fanno prossimi con l’uomo ferito a morte ed abbandonato sulla strada della vita. Sono pure altrettanto perplesso sull’autenticità cristiana di comunità parrocchiali senza servizi efficienti nei riguardi degli svariati bisogni dell’uomo contemporaneo.

Una volta ancora sono convinto che non basta mettere un’etichetta con la croce su una comunità cristiana perché essa sia tale, mentre sono invece i contenuti che qualificano la vita religiosa. Tutto questo mi pare di doverlo affermare a scanso di deludenti e dannosi equivoci.

Voglio vivere fino all’ultimo la vita come una bella avventura!

Ai miei scout ho detto mille volte che la vita va vissuta come una bella avventura e talvolta ho proposto la variante, ancora più ricca di fascino, “scegliere di vivere la vita come un bel gioco”.

Se qualcuno poi mi chiede se io pratico questa visione del vivere, debbo confessare, con una certa amarezza, che non sempre ci riesco, talvolta mi dimentico la scelta fatta mille volte e talaltra scivolo nel pessimismo, però posso sinceramente affermare che, ripensandoci, ci riprovo sempre.

Non vale la pena che enumeri le avventure pregresse, potrebbe sembrare che voglia autoincensarmi, però devo ammettere che più di una volta, trasportato dall’entusiasmo, ho fatto centro. Così è stato per la casa di montagna per i ragazzi, “La malga dei faggi”; così è stato per le vacanze estive ed invernali dei miei anziani con “Villa Flangini”, la magnifica struttura settecentesca sui colli asolani; così è stato per la Galleria “La cella”; così per i vari periodici della parrocchia, per il “Ritrovo”, il club per i vecchi; così per mille iniziative meno eclatanti ma altrettanto belle, quali il gruppo dei cento chierichetti, quello dei duecento scout, di “Radiocarpini”, ecc.

Ora le avventure che mi fanno sognare e, pur procurandomi più di una difficoltà, mi appassionano, sono per prima cosa il “don Vecchi” di Campalto – e qui la sfida è quasi vinta perché a ottobre taglieremo il nastro. Poi la “Galleria san Valentino”, tra le vecchie fabbriche in disuso di Marghera e il relativo quartiere dormitorio; per ora siamo arrivati ad un primo concorso triveneto ma ci sono altrettante prospettive e, se va tutto per il meglio, in un paio d’anni sono certo che saremo tra i primi in classifica. La terza prospettiva è la struttura per gli anziani in perdita di autonomia.

Per un ottantaduenne può sembrar certamente un azzardo pensare ad un progetto pilota per mantenere gli anziani della quarta età ancora “padroni di casa”. Forse non andrò più in là della prima pietra o delle fondamenta, comunque credo che valga sempre la pena tentare e magari morire sognando!

L’incontro con l’IRE offre nuova speranza per un cammino teso al bene comune

Ho incontrato i dirigenti dell’IRE, l’ente veneziano che gestisce un immenso patrimonio derivante dalla Congregazione della Carità che, a sua volta, ha incamerato la gran parte dei beni che i veneziani avevano messo in mano della Chiesa, durante i secoli passati, perché li adoperasse a favore dei poveri.

La presidente dell’ente, accompagnata da due giovani ed intelligenti funzionari, ha voluto visitare il “don Vecchi” e confrontarsi sui problemi degli anziani in perdita di autonomia. L’incontro m’è parso estremamente positivo e ci siamo ripromessi di operare in modo che la Regione recepisca le istanze di chi opera sul campo e non ha pregiudizi di carattere ideologico e politico.

M’ha fatto molto piacere questo scambio di esperienze e di proposte, avvertendo negli interlocutori non solamente estrema competenza tecnica, ma anche vera passione per gli anziani e senso civico, teso a trovare soluzioni possibili, economiche e soprattutto rispettose della dignità della persona, che va difesa fino all’estremo limite del possibile.

Da molti anni, e più volte, ho suggerito e proposto anche agli enti di ispirazione religiosa, o comunque gestiti dalla Chiesa veneziana, di dar vita ad una federazione o comunque a momenti di confronto. Le mie proposte sono sempre cadute nel vuoto; il mondo veneziano è da sempre individualista, ma il mondo veneziano di ispirazione cristiana lo è certamente più ancora.

Mentre parlavo con questa cara gente in ricerca di soluzioni innovative, mi tornavano nel cuore le parole di Gesù alla samaritana: «Credimi, donna, è giunto il tempo ed è questo, in cui i veri adoratori di Dio non lo adorano in questo o in un altro monte, ma in spirito e verità!».

Mi fa felice che sbiadiscano, anzi scompaiano certe etichette fasulle ed ininfluenti per camminare assieme a tutti nella ricerca del bene comune.

Il bellissimo gesto solidale della signora Vendrame

Il ragionier Candiani, che dirige il “don Vecchi” da quindici anni ma che, seguendo la sua vocazione contabile, controlla soprattutto gli aspetti finanziari della Fondazione, mi ha telefonato perché aveva una cosa importante da comunicarmi. Infatti, sul conto corrente dell’Antonveneta erano stati accreditati ben cinquantamila euro. «Cinquantamila!» mi ripeté, pensando che non avessi capito.

La “scoperta” l’aveva lasciato perfino dubbioso, tanto da sentire il bisogno di chiedermi se io non ne sapevo niente. In realtà, qualche giorno prima, mi aveva telefonato una voce giovanile dicendomi che la dottoressa Vendrame voleva fare un’offerta per il “don Vecchi” di Campalto e perciò mi chiedeva il codice IBAM. Poi passarono i giorni e non avevo avvertito niente di nuovo; capita talvolta che qualcuno, in un momento di generosità, prometta una sovvenzione e poi, per motivi che rimangono sconosciuti, la cosa non abbia alcun esito.
Questa volta non fu così!

Chiesi al ragioniere di fare ricerche per avere il nome e l’indirizzo. Non appena avuto e trovato il numero di telefono corrispondente, telefonai. Mi rispose una vocina nitida, che io ho pensato fosse quella della presunta segretaria che mi aveva chiesto il codice bancario, mentre poi ho appreso che essa era invece l’impiegata della banca. Chiesi alla presunta segretaria: «Potrei parlare con la signora Vendrame?» «Sono io» mi rispose. Rimasi un po’ senza parole ed imbarazzato, come mi capita spesso. «Vivo sola, e siccome ho ottantaquattro anni, ho pensato che lei ha bisogno adesso del denaro, non quando non ci sarò più!». Soggiunse che mi ricordava ancora dai tempi di San Lorenzo e che seguiva da lontano le mie “avventure benefiche”.

Ringraziai per l’offerta, per la fiducia e per la testimonianza di generosità e soprattutto di saggezza. Neanche io però aspetterò per dedicarle un padiglione del “don Vecchi” di Campalto quando lei non ci sarà più, perché credo giusto che si sappia, fin da oggi, che a questo mondo ci sono ancora creature belle e generose che credono alla solidarietà e la signora Vendrame è certamente una di queste.

Un “grazie” quanto mai gradito!

A volte mi capitano degli incontri che non soltanto mi sorprendono, ma che mi risultano quanto mai graditi ed incoraggianti.

Un tempo vi erano dei lavori che si chiamavano “servili” perché destinati solamente alla servitù, quale il cambiare l’acqua ai fiori, scopare la chiesa e cose del genere. Qualche giorno fa me ne stavo tutto intento a pulire le ceriere dalle sbavature delle candele votive, perché nella mia vita di prete vi sono i momenti sacri e sublimi, ma anche quei lavori “servili”, quando mi si avvicinò una signora di aspetto ancor giovanile che, senza tanti preamboli, mi ringraziò per il consiglio che le avevo dato.

In verità non ricordavo né la signora né tanto meno il consiglio. Questi incontri con persone che pensano che io le conosca mi capitano di frequente, però succede che io, fortunatamente, incontri sempre tanta gente. Poi mi capita di parlare ad assemblee più o meno numerose, ma mentre il mio volto è al centro dell’attenzione, io che poi parlo quasi sempre ad occhi chiusi, vedo solo i visi indistinti dei fedeli. Da ultimo sono ormai anche un po’ smemorato, così mi succede che non ricordo nulla.

Senza “scoprirmi” troppo riuscii a intuire che questa signora non aveva figli, era rimasta precocemente vedova e per di più era andata in pensione, trovandosi così il vuoto davanti. Di certo le avevo suggerito di dedicarsi agli altri mediante qualche gruppo di volontariato. Da sempre sono convinto che una persona non può vivere per nulla, non può lasciare inaridire il suo cuore e buttar via la sua ricchezza umana per cose futili ed effimere.

Quella signora mi ha ascoltato e per di più m’è venuta a dire che era contenta! Il grazie di questa cara “sconosciuta” m’ha fatto molto bene perché mi aiuta a trovare il coraggio di proporre ancora soluzioni positive.

Una volta ancora Gesù ha ragione quando ci invita a seminare sempre e generosamente, perchè prima o poi una semente trova il terreno buono che la fa fruttificare al trenta, sessanta e perfino al novanta per cento.

Io chiedo coerenza e gesti concreti

Lo scorso anno il professor Simionato che tra le tante, forse troppe altre deleghe, ha anche quella della sicurezza sociale, ossia di quel settore dell’amministrazione del Comune di Venezia che si occupa, o che dovrebbe occuparsi, di quella fascia di cittadini che versa in condizioni di disagio economico, mi ha chiesto un incontro per dirmi che provava la sensazione che io non avessi una buona stima di lui.

In quell’occasione ebbi modo di chiarire che a livello personale non avevo motivo di sorta per nutrire sentimenti avversi e sfiducia personale, ma che la mia insofferenza, o peggio la mia delusione, o forse peggio ancora la mia esasperazione, riguardava il mio rapporto a livello istituzionale.

Io mi reputo un operatore del privato sociale, ossia una componente di quei cittadini che, a livello di scelta volontaria e personale, sente il dovere di occuparsi dei problemi sociali; lo faccio a livello di cittadino, di prete, di presidente della Fondazione Carpinetum, dell’associazione di volontariato “Carpenedo solidale” e di membro del comitato direttivo dell’associazione, sempre di volontariato, “Vestire gli ignudi”. Queste sono realtà vive ed operanti nel territorio, quindi credo di avere tutto il diritto di parola e di critica.

Chiesi all’assessore che potessimo gestire direttamente le ore di assistenza che il Comune assegna agli anziani in disagio: nessuna risposta! Chiesi più volte che si impegnasse per ottenere i cibi in scadenza degli ipermercati: nulla! Chiesi un contributo per il “don Vecchi” di Campalto: ancora niente! D’ora in poi mi sforzerò in ogni modo di portare a conoscenza dell’opinione pubblica l’inerzia del Comune in questo settore; credo che questo sia per me, prima che un diritto, un sacrosanto dovere civico e morale.

Simionato si è offerto di svolgere questo servizio, ha chiesto il nostro voto, milita in un partito di sinistra e per di più dice di condividere i valori cristiani; credo perciò sia un dovere pretendere coerenza e gesti concreti che dimostrino il suo impegno civile.

Ancora bellissimi gesti di solidarietà per il Don Vecchi di Campalto

Per motivi di ordine pastorale ho conosciuto lo zio di un giovane parrocchiano di un tempo, molto fragile ed un po’ svitato, per il quale, per quanto abbia invocato l’aiuto del cielo e della terra per dargli una mano, mi beccai una diffida tramite un avvocato che mi invitava a non occuparmi della vita del suo protetto.

Dall’incontro casuale con questo signore, al quale avevo chiesto aiuto per aiutare il nipote e al quale era giunta, come a me, la diffida dell’avvocato, è nata, prima, una conoscenza superficiale, poi pian piano, un rapporto di stima e di amicizia.

Un giorno egli mi si presentò al “don Vecchi” per donarmi un bellissimo Cristo in terracotta; in seguito mi regalò pure un san Francesco ed infine, avendo sentito che io avrei sognato una Madonna in terracotta da porre all’ingresso del “don Vecchi” di Campalto, mi portò pure un bozzetto che si rifà ad opere del Medioevo, in cui si scorgono, sotto il mantello aperto, i fedeli in preghiera. Qualche giorno fa individuammo assieme la parete ove collocare questa terracotta grande due metri per un metro.

Sono stato assai felice nel vedere con quale entusiasmo questo artista, Enrico Da Venezia, ha offerto la sua collaborazione per rendere più signorile ed accogliente la nuova struttura per anziani. Come sono altresì felice perché la città mi pare sempre più coinvolta in questa avventura solidale; ne fanno testimonianza le offerte settimanali, i quadri e i mobili che ci giungono per arredare il “don Vecchi 4”.

La macchina della solidarietà è un po’ legnosa e pesante da mettersi in moto, ma se trova un volano che le faccia fare i primi giri, essa finisce per funzionare a tutto vapore.

Le opere dei volontari della fondazione sono una dimostrazione della loro Fede!

Il Signore m’ha benedetto mettendomi sempre accanto tanti e cari collaboratori.

Qualche settimana fa ho riflettuto e scritto sul grande e magnifico polo della solidarietà che in pochi anni è nato attorno al “don Vecchi” . Ogni giorno un’autentica marea di gente di “ogni razza e di ogni Paese” accorre al “don Vecchi” per trovare una risposta ai problemi suscitati dall’indigenza e dalla crisi economica, e spero che quasi sempre trovi una risposta concreta alle sue richieste.

Di sovente ho confessato pubblicamente che il Signore m’ha dato la grazia di innamorarmi dei miei amici collaboratori, per cui li trovo sempre persone care, belle, intelligenti e generose; avranno forse anche loro qualche difetto, ma per chi è innamorato anche i difetti appaiono come pregi,

Ho spesso scritto, spero con legittimo orgoglio, che ogni settimana l’associazione che si occupa del settore degli aiuti alimentari aiuta circa 2000-2500 persone ed ogni settimana dalle seicento alle settecento famiglie ricevono tutti i viveri che riusciamo a racimolare. In quella occasione dicevo che l’organizzazione dei volontari con mansioni specifiche e correlate col resto della struttura è talmente efficiente che mediamente veniva servita una persona al minuto nonostante la costrizione dello spazio estremamente angusto a disposizione.

Ogni volta che passo davanti alla fila dei richiedenti, mai superiore a dieci-dodici persone, ho modo di verificare con quale alacrità ognuno svolge il suo ruolo. L’armonia, l’efficienza e soprattutto la cordialità tra i volontari e verso i poveri, mi incantano e mi fanno felice.

Non so se i miei volontari dicono le preghiere tutte le sere, non so neppure se vadano sempre a messa la domenica o se si richiamino ad una visione soprannaturale del povero, vedendo in lui le sembianze di Cristo, ma credo come san Giacomo, che le loro opere testifichino la loro fede.

Una bella notizia: il Veneto non taglia sulla sicurezza sociale!

Sul “Gazzettino”, che scorro molto rapidamente di primo mattino dopo le preghiere con cui apro la mia giornata, non mi capita, purtroppo, di leggere di frequente qualche buona notizia. Però, qualche giorno fa, dopo il titolo in cui si annunciava che, pur con tanta fatica, s’era finalmente approvato il bilancio preventivo della Regione, ho letto con estremo piacere, che all’assessorato alla sicurezza sociale, non solamente non s’erano apportati gli ormai consueti tagli, ma anzi s’erano stanziati sedici milioni in più dello scorso anno.

L’assessore Sernagiotto, titolare di questo assessorato, evidentemente aveva perorato con passione la “causa dei poveri”, tanto da convincere i colleghi ad aumentare il budget, nonostante i tagli causati dalla crisi ed apportati in quasi tutte le voci di spesa della Regione.

La notizia m’ha fatto tanto piacere almeno per tre motivi.

Primo: fa sempre onore che un cattolico, che si dichiara pubblicamente tale – infatti Sernagiotto è dell’U.D.C. – si batta per i poveri. Secondo: perché i servizi sociali verso le classi più povere, che subiscono pesantemente i contraccolpi della crisi, non saranno ulteriormente penalizzati, anzi avranno delle risposte, seppur leggermente, positive. Terzo: perché, in qualità di presidente della Fondazione del “don Vecchi”, credo d’avere una apertura di credito nei riguardi di questo assessore, promessa a cui non intendo per alcun motivo rinunciare.

Sernagiotto, venendo al “don Vecchi” e scoprendola felicemente come struttura assolutamente innovativa nel campo della residenzialità, mi ha pubblicamente promesso di rivedere ed emendare la rozza scheda SVAMA per variegare il tipo di assistenza all’anziano, in maniera da non confinare nelle case di riposo gli anziani che hanno ancora qualche residua autonomia e da contrastare il business delle case di riposo per non autosufficienti verso cui si sono dirette le attenzioni di certi grossi operatori economici senza troppi scrupoli e certi enti pubblici dalla gestione estremamente onerosa.

In quell’occasione ho offerto la disponibilità della Fondazione a porre in atto un progetto pilota su cui poi regolare le future norme sull’assistenza dell’anziano. Ora che mi s’è offerta un’occasione così lusinghiera di certo non mollerò la preda!

Accuse di un sabato sera

Avevo appena terminato la messa prefestiva al “don Vecchi” e m’ero ritirato “in casa” dopo una giornata faticosa per impegni e discorsi. Speravo di potermi togliere le scarpe, cenare alla buona, per la qualità e la quantità del cibo, controllato severamente dalla “mia assistente sanitaria” preoccupata per il potassio, il colesterolo, la pressione, la gotta e per tutto il ricettario medico. Sennonché una suonata decisa del campanello, mi fece presagire una visita insolita perché al “don Vecchi” è “soft” perfino la premuta del campanello.

Si presentò una coppia: prima ancora che aprissero bocca, capii immediatamente che cosa volevano (purtroppo le barriere di protezione al “don Vecchi” sono assai fragili, per cui “l’assalto dei pirati” è sempre possibile). Mi chiesero un lavoro alle otto di sera di giorno di sabato, poi mi dissero che dormivano in un furgoncino al freddo ed erano perfino senza benzina.

Io tentai di dir loro che ci sono enti religiosi e civili preposti a queste cose, che io ero un vecchio prete ormai in pensione, che per quel che potevo mi occupavo di anziani poveri, che ero impegnato fino al collo per i sessantaquattro appartamentini del “don Vecchi” di Campalto e perciò destinavo ogni mia risorsa a quello scopo. Poi, ricordandomi di quello che mi disse un tempo una “piccola sorella di Gesù”, che un gesto di attenzione in ogni caso non fa mai male, dopo aver loro indicato quegli enti – che, compresi, loro conoscevano meglio di me – diedi loro cinque euro: certamente poco, ma erano degli sconosciuti mandati al “don Vecchi” da persone che, non sapendo come liberarsi, pensano che io sia giunto alla possibilità di far miracoli, pur godendo di una pensione di 756 euro mensili!

Lui li prese prontamente, ma lungo il tragitto per accompagnarli alla porta “apriti cielo!”, lei mi insultò sferzante e volgare, dicendo che noi preti ci approfittiamo dei poveri, che non aiutiamo la gente e soprattutto ha affermato che sarebbe andata al Gazzettino per denunciare queste malefatte.

Pensavo che l’aver scelto di vivere come i vecchi poveri, di impegnarmi ed espormi a rischi per offrire ad essi un tetto sicuro e possibile, mi liberasse da queste accuse. Invece no. Poi pensai a Cristo che visse “facendo del bene” e finì in croce. Mi rasserenai e chiusi in pace la giornata.

Cesarino Gardellin, un uomo che merita la stima di tutti!

Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata di un mio vecchio amico che mi ricordava che era tempo di cominciare a darsi da fare per ottenere il cinque per mille.

La voce di Cesarino era affannata e discontinua; purtroppo uno dei morbi, oggi tanto diffusi, ha fiaccato la forte tempra di questo combattente indomito su tutti i fronti. Però, pur attraverso quella povera voce incerta e stonata, m’è giunto il messaggio di un uomo che “ha dato tutto di sé” per gli altri e continua a farlo come gli è ancora possibile.

Cesarino è stato un bell’uomo, ricco di fascino e di una sottile ironia – o forse sarebbe meglio definirlo “humour” – per cui rendeva interessante ogni suo intervento. Parlava bene e scriveva ancor meglio. I libri sulla “sua guerra”, gli articoli sulla stampa cittadina e soprattutto sui periodici della nostra parrocchia, erano sempre brillanti, soffusi di sentimento e pieni di battute frizzanti, per cui si lasciava leggere con vero gusto.

Ma il capolavoro di Cesarino è stato il suo impegno per creare la cultura della donazione degli organi. Egli ha condotto avanti questa campagna assieme al professor Rama, al dottor Zambon, ad una schiera numerosissima di collaboratori ed aderenti che si lasciavano trascinare dall’entusiasmo e dalla generosità di questo concittadino sempre schierato a favore del prossimo.

Le iniziative di questo apripista della donazione sono state infinite e sempre positive: conferenze nelle scuole, la giornata del donatore, le targhe da apporre sulle tombe dei donatori, convegni, articoli e dibattiti, il periodico stampato in venti-trentamila copie.

Ora uno va in ospedale e riceve il trapianto della cornea come sia la cosa più scontata e tranquilla, ma pochi sanno quanto sia costata un tempo, in lotte e sacrifici, la legge che la supporta.

Cesarino è ora quasi invalido, non esce più di casa, non scrive, parla poco e male, comunque è rimasto un combattente indomito, tanto da ricordare al suo vecchio parroco, acciaccato pure lui, di non perdere l’occasione del cinque per mille.

Cesarino Gardellin non merita una rotonda o una strada a suo nome, ma l’ammirazione, la stima e l’affetto dell’intera città.

Donare è segno di amicizia e di calda solidarietà, meglio farlo ora!

Un paio di volte mi è giunta voce che qualcuno mi ha criticato perché chiedo di sovente aiuto ai concittadini per poter realizzare strutture e servizi per i poveri e perché suggerisco con una certa insistenza, a chi non ha parenti diretti o in difficoltà, di ricordarsi nel testamento di lasciare in eredità tutti, o in parte, i loro averi per enti, quale la Fondazione Carpinetum, che sono impegnati nella solidarietà.

Queste critiche mi spiacciono, mi addolorano, ma non mi fermano nei miei propositi. La carità per me non può e non deve esaurirsi in una predica dal pulpito, in un proclama di partito o una pia aspirazione, ma deve concretarsi in scelte precise ed efficaci.

Monsignor Vecchi, quando qualcuno gli faceva le stesse critiche, che oggi fanno a me, rispondeva sicuro: «Le persone alle quali rivolgo i miei appelli devono essermi riconoscenti e ringraziarmi perché le aiuto ad essere più nobili e più felici, ed in aggiunta li metto nella condizione di assicurarsi un posto in cielo!». Io la penso alla stessa maniera. Aggiungo che questo comportamento è lodevole, ma è ancora più lodevole e degno di ammirazione chi riesce a far del bene non dopo la morte – cosa che non costa niente – ma aiuta il suo prossimo mentre è vivo e lo fa pure con certo sacrificio e non donando soldi che gli sono superflui.

Mi hanno raccontato di un prete veneziano, colto ed amante dei libri, tanto da avere una splendida biblioteca personale, che ad un certo momento della sua vita ha cominciato a donare a destra e a manca i suoi volumi quanto mai preziosi. A chi gli chiese stupito “Come mai ti disfi di volumi che hai acquistato con sacrifici e che dici di amare tanto?” rispose: «Ora, quando dono un volume, dal quale prima o poi dovrò disfarmi, diventa un gesto di amicizia e di simpatia, perché è una mia scelta, mentre quello che resterà dopo la mia morte in ogni caso dovrà esser dato a qualcuno e perciò io non ne avrei merito alcuno, né potrei dimostrare affetto ed amicizia alle persone che mi vogliono bene».

Bello, nobile e giusto lasciare in testamento tutti o parte dei propri beni ai poveri, ma ancora molto più bello, più nobile e più giusto farlo in vita, perché così questo dono diventa segno di amicizia e di calda solidarietà.

Da vecchi si capisce che manca il tempo per vedere maturare le sementi gettate ora

Provo una strana sensazione nell’impegnarmi e nel lavorare per certe realtà che quasi certamente non avrò la possibilità e il tempo di vedere realizzate. Queste sensazioni non si possono provare se non quando si è vecchi. Però confesso che provo un po’ di malinconia nell’avvertire che non vedrò i fiori e soprattutto i frutti di certe “sementi” che ora con fatica e sacrifici sto buttando nel solco della vita.

All’ingresso del “don Vecchi” ho affisso alla parete un motto da cui vado ad attingere forza e coraggio quando la malinconia mi assale pensando che non avrò tempo per vedere realizzato il progetto sognato. Il motto, scritto su piccole tessere vitree di mosaico verdi e celesti, recita coraggioso: “In spem contra spem” (nella speranza contro ogni speranza). Talvolta mi sembra di essere nei panni di Mosè, il valoroso condottiero che, tra mille vicissitudini, condusse il suo popolo verso la Terra promessa e che dovette accontentarsi di vederla di lontano, sapendo di non riuscire a mettere piede in quella terra benedetta, nei fiumi della quale scorrevano “latte e miele”!

In questi giorni ho provato più acuto di sempre questo sentimento in due occasioni tanto diverse, ma legate da un seppur breve denominatore comune. Una cara signora mi ha offerto una dozzina di virgulti di palma. Ho fatto fare un’aiola circolare nel prato del parco del “don Vecchi” e piantare queste tenere pianticelle che ora ondeggiano al vento. Guardandole mi viene da sognare un bellissimo palmeto verde, ma so che non avrò certamente tempo di vederlo.

Un secondo evento molto più importante: sto aspettando, quasi con stizza per la lentezza, che la Regione approvi il bilancio, perché solo allora avrò modo di studiare con i dirigenti dell’assessore alle politiche sociali, Sernagiotto, un progetto pilota per accogliere, da “cittadini a tutto titolo”, anziani in perdita di autonomia”. Questo progetto mi affascina perché sono convinto che offrirà dignità ed ulteriore autonomia a persone che vivono l’avanzato tramonto della loro vita. Sono però certo che davanti a me non ci sono anni sufficienti perché questo progetto utile, ma anche ambizioso ed impegnativo, possa realizzarsi; non per questo voglio starmene con le mani in mano, sono invece determinato a lottare fino alla fine perché altri possano raccoglierne i frutti.

Il Consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum, un esempio per tutti

A settembre terminerà il suo compito il Consiglio di amministrazione che in questi ultimi cinque anni ha diretto i centri “don Vecchi”.

Il Consiglio della Fondazione Carpinetum è composto da cinque membri, tre di elezione da parte della parrocchia di Carpenedo e due da parte del Patriarcato. Per un gesto squisito di gentilezza sia la parrocchia che la diocesi hanno permesso che fossi io a designarli. Ho chiesto a persone capaci, oneste e generose di aiutarmi in questa fase d’inizio un po’ incerta e difficile della Fondazione appena costituita. La risposta è giunta pronta e generosa, nonostante ognuna di loro avesse impegni pressanti a livello professionale.

Il Consiglio ha lavorato non bene ma benissimo, mai un diverbio, mai un contrasto; ognuno, seppure di età e di impegno civile diverso, ha dato il meglio di sé con generosità, discrezione e saggezza.

La consapevolezza di adempiere un servizio verso persone anziane, bisognose ed indifese, ha prevalso in qualsiasi problema da affrontare. In cinque anni si è aperto il Centro di Marghera con i suoi 57 alloggi e la sua direzione quanto mai valida ed efficiente, si sono acquisiti diecimila metri quadri di terreno a Campalto e, prima della fine del mandato, saranno inaugurati altri 64 alloggi con una direzione già pronta a prendere le redini.

Nel contempo questo Consiglio s’è adoperato a sviluppare “il grande polo” di solidarietà cresciuto all’ombra della sede del “don Vecchi” di Carpenedo e che attualmente rappresenta il più consistente, il più moderno ed efficiente centro di solidarietà operante a Mestre e nel Patriarcato.

Ancora suddetto Consiglio ha già messo le premesse per una esperienza pilota, assolutamente innovativa nei riguardi degli anziani in perdita di autonomia.

Credo che se al Parlamento e al Governo si lavorasse in maniera così responsabile e disinteressata, le cose nel nostro Paese andrebbero infinitamente meglio. E allora “se non adesso quando?”. Credo che lo slogan delle donne potrebbe essere adoperato meglio, partendo da queste premesse e indirizzato a questi ideali.

Situazioni che mettono in difficoltà

C’è un detto popolare che recita: “Il mondo è bello perché è vario!”. Sarà anche vero, ma a me questa varietà crea spesso dei drammi interiori.

Col tempo credo, come tutti, di essermi costruito una certa strutturazione nei riguardi della vita, di aver creato comparti, scala dei valori, criteri di valutazione. Ma il “quotidiano”, questo apparentemente monotono e terribile quotidiano, mi procura degli incontri, delle situazioni che spesso scuotono e talvolta sconvolgono questa sistemazione esistenziale costruita con tanta fatica e in tanto tempo.

Nel giro di una quindicina di giorni mi sono capitati due “casi” simili, che di primo acchito mi hanno sorpreso, poi irritato ed infine messo in crisi.

Una quindicina di giorni fa una buonanima di uno dei tanti “centri d’ascolto” che oggi vanno di moda anche nelle strutture ecclesiastiche e che risolvono i problemi scaricandoli sulle spalle degli altri, mi ha mandato una signora di mezza età un po’ “particolare”. Mi chiedeva, su indicazione del solito centro di ascolto, una stanza per dormire perché attualmente dormiva nella sua vecchia auto parcheggiata nel cortile del patronato di Spinea.

Le spiegai che non ne avevamo e soprattutto che la nostra scelta era quella degli anziani (purtroppo la gente in difficoltà non capisce la logica di queste scelte). Le indicai alcune possibili soluzioni ma, con notevole sorpresa, venni a sapere che aveva rifiutato una stanza calda della Caritas per solidarietà con la sua cagnetta che avrebbe dovuto rimanere al freddo in automobile perché non le permettevano di portarla a letto con lei. “Risolsi” il caso dandole 10 euro!

In questi giorni, sempre su indicazione delle assistenti sociali di un Comune limitrofo, che non sono diverse dai centri di ascolto, fui invece in grado di assegnare un alloggio ad una signora con mille drammi e con la risorsa di 320 euro mensili, somma che riceve, come alimenti, dal marito da cui è separata. Anche questa signora da mane a sera piagnucola perché non le permettiamo di portare al “don Vecchi” la sua gattina. Se lo facessimo il “don Vecchi” sarebbe già diventato lo zoo di Mestre! Occuparsi del prossimo è giusto e doveroso, ma purtroppo è tanto difficile!