Quale carità?

Pur ricevendo da una vita le confidenze di tantissime persone, non so ancora se anche gli altri sono messi in crisi da verità che, giungendo da parti le più disparate, colpiscono la coscienza.

Alcuni anni fa ricevetti in dono un volumetto, stampato artigianalmente da due sorelle. Quando lo lessi rimasi sorpreso dal loro modo di procedere nell’ascesi interiore. Queste due donne di mezza età erano seriamente impegnate a crescere spiritualmente, cercando di conoscere la volontà del Signore nei riguardi delle situazioni esistenziali in cui venivano via via a trovarsi.

Il volumetto che mi avevano donato a livello confidenziale, quale segno di stima e di amicizia, era concepito quasi come un diario spirituale; c’era una premessa che descriveva la situazione esistenziale, il problema o l’interrogativo in cui ognuna di loro veniva a trovarsi; nella seconda parte c’era quella che, secondo loro, era la risposta di Dio, l’indicazione o la soluzione che il Signore indicava loro mediante l’apertura casuale del Vangelo o semplicemente quella rappresentata dai fatti o incontri che esse interpretavano in relazione al loro problema.

Non credo che si possa assumere questo metodo a regola generale, comunque ho avuto modo di constatare che, almeno per loro, rappresentava un aiuto ed una spinta per una crescita umana e spirituale.

Ho pensato a questa testimonianza avendo, questa mattina, fatto questa duplice esperienza. Dapprima ho letto la riflessione di una cristiana del sud Africa che aveva deciso di rispondere positivamente a qualsiasi richiesta che le fosse stata rivolta, indipendentemente dalla condizione del richiedente e dall’uso che avrebbe fatto del suo aiuto.

Più tardi, nelle letture della messa che ho celebrato, mi sono imbattuto in due frasi della Scrittura: “Chi semina generosamente, generosamente raccoglie” e “Benedetto chi dona con gioia”. Questi due “incontri” nella stessa mattinata mi hanno costretto a chiedermi: “E’ giusto che io limiti al minimo la carità spicciola, per preferire la nascita di una struttura a scopo solidale? Le mie due amiche non avrebbero certamente avuto dubbi sulla opzione della carità comunque. Io invece rimango ancora in crisi e forse ho bisogno di una spintarella ulteriore per fare la mia scelta.

Gli angeli di Mestre

Tanti anni fa, certamente più di mezzo secolo fa, ho letto un bel romanzo di Cronin, lo scrittore inglese dal racconto scorrevole e persuasivo, autore di “Anni verdi”, “La cittadella”, “Le chiavi del Regno”, “Le stelle stanno a guardare”, “L’albero di Giuda” ed altri dei quali non ricordo più il titolo.

Uno di questi romanzi aveva come titolo “Angeli nella notte” e raccontava il servizio generoso e caro che le infermiere svolgevano durante il giorno e soprattutto di notte negli ospedali. Durante la notte insonne degli ammalati, di frequente questi “angeli” vestiti di bianco s’accostavano per confortare, sorridere ed aiutare e portare la dolce e calda umanità dei loro cuori di donna.

Quante volte ho sperimentato personalmente, durante i miei numerosi ricoveri, la dolcezza e il conforto di queste care creature, sempre pazienti, pronte e disponibili, e quante volte ho ringraziato il buon Dio per questi “angeli della notte”!

In questo tempo di forzato “riposo”, dovuto alla mia caduta rovinosa, ho pensato che a questo mondo sono ancora numerose e provvidenziali queste creature senza nome che svolgono il loro servizio silenzioso in tutti i settori della nostra società.

Ad ottobre inaugureremo il “don Vecchi” di Campalto, io non posso permettermi la prodigalità del dottor Padovan della ULSS, il quale ha diviso un milione tra i dipendenti che hanno trasferito l’Umberto 1° nell’Ospedale dell’Angelo, però un segno lo voglio dare a quegli angeli ignoti della città che m’hanno offerto un aiuto determinante per la realizzazione della nuova struttura. Offrirò loro le “chiavi” della “città degli anziani”. Ho già provato le chiavi e preparato la pergamena con le motivazioni. Ho cominciato a buttar giù la lista dei nomi e subito mi sono accorto che questi “angeli” sono una “legione”. Sono costretto a fare una scelta come ha fatto l’italia dopo la grande guerra portando nell’Altare della Patria “il Milite ignoto”. Ma voglio che si sappia fin d’ora, se consegnerò fisicamente le chiavi ad una ventina di concittadini, che il mio gesto vuol manifestare riconoscenza ed amore a quella moltitudine – veramente una moltitudine – di persone che m’hanno aiutato a realizzare questo nuovo “miracolo” del costo di sette miliardi di vecchie lire.

Ogni persona a cui il Patriarca consegnerà le chiavi della “città degli anziani”, rappresenterà un numero sconfinato di altri cittadini che hanno operato per la realizzazione di quest’opera a favore dei nostri vecchi. Come mi commuove, mi fa felice il pensiero che Mestre possa contare ancora su questo popolo di “angeli” che fanno da contrappeso all’egoismo, all’indifferenza, alla furbizia di qualcuno che pensa solamente a se stesso e ai propri vantaggi.

Quella caduta mi ha aperto gli occhi

I nostri vecchi, giustamente, ci hanno insegnato che ogni esperienza umana ha due facce, come ogni medaglia. Noi cogliamo per prima e di più la facciata che ci tocca più direttamente nella nostra sensibilità e siamo spesso tentati di trascurare l’altra facciata, quella in penombra, che consideriamo meno interessante, che però è parte integrante ed inscindibile della facciata più appariscente.

Tantissime volte la gente del quartiere, pensando che nel convento di clausura di via san Donà vivesse un folto gruppo di giovani donne chiuse nel loro chiostro ed intente solamente alla preghiera, mi facevano osservare: “Perché queste religiose, invece di starsene tutte chiuse nel loro convento salmodiando da mane a sera, non accudiscono agli ammalati, non si dedicano ad educare i bambini e a soccorrere i poveri?”

Confesso che queste osservazioni facevano un po’ di breccia anche nella mia coscienza. Io non sono mai stato un grande ammiratore delle mura, delle grate, delle tonacone delle suore, le figlie predilette di Dio. Le ho sempre sognate belle, luminose, giovani, avvenenti, operose e piene di entusiasmo. Capisco però che neanche le suore possono fermare l’orologio e il calendario del tempo!

Un giorno in cui con delicatezza riportavo questi discorsi alla priora del convento, ella gentilmente mi fece osservare che loro tentavano di testimoniare la facciata in penombra della medaglia della vita: il bisogno dell’uomo di stare in silenzio, di riflettere, di rapportarsi con l’assoluto. Capii che le monache di clausura non avevano tutti i torti nel fare quello che stavano facendo.

In questi ultimi tempi, in cui mi sono trovato imprigionato in un busto metallico per tenere in asse le due vertebre che mi sono rotte per una rovinosa ed inspiegabile caduta, di frequente ho pensato al discorso delle due facce della medaglia fattomi dalla suora di clausura.

Il primo pensiero è certamente banale e fanciullesco: “come facevano i soldati di ventura del Medioevo a rinchiudersi in quelle pesanti armature e a battersi pure col nemico usando degli spadoni quanto mai pesanti?” Questa però, convengo, è un’osservazione banale dell’altra facciata della medaglia offertami dalla mia caduta e dalla relativa prescrizione medica di portare il busto.

Però ben presto s’affacciò alla mia coscienza un’altra lettura che mi ha fatto pensare e perfino concludere che il mio guaio non è stato del tutto insignificante: “O felice caduta, che mi ha aperto gli occhi su una realtà che mi tocca da vicino”.

Al “don Vecchi” siamo circa 250 anziani con l’età media di 86 anni e le cadute e le relative rotture del femore sono all’ordine del giorno. Allora, osservando la seconda facciata della mia dolorosa caduta, mi sto chiedendo ogni momento: “come fanno i miei coetanei che sono soli, che non hanno soldi, ad affrontare i guai come il mio o peggio del mio?”. Soltanto quando si è “come loro” si può capire.

Conclusione: ho ringraziato il Signore della caduta perché mi ha aperto gli occhi ed ho fatto il proposito che mi impegnerò fino allo spasimo perché quando dovesse capitare ad un povero vecchio di avere questa amara esperienza abbia almeno a fianco chi gli dia una mano.

Il mio impegno solidale è la mia preghiera

So in partenza che non riuscirò a passare all’opinione pubblica le motivazioni profonde che supportano il mio impegno a creare strutture e servizi per i poveri in generale e, in particolare per gli anziani indigenti. So pure che farò ben fatica a farmi comprendere anche dai cristiani praticanti e perfino dai miei colleghi sacerdoti. I giudizi in proposito che avverto nell’aria sono disparati, ma nessuno corrisponde alla realtà.

Qualcuno, in maniera sbrigativa, pensa che abbia “il male della pietra” e perciò costruisca strutture solamente per questo istinto, indipendentemente da ogni motivazione razionale. Qualche altro, con giudizio più severo, crede che io abbia la mania del protagonismo e perciò i “don Vecchi” siano nati per procurarmi gloria certa. Infine talaltro, più benevolo, approva l’operato pensando che io faccia un’azione di supplenza a quello che dovrebbe fare la pubblica amministrazione o, nella migliore delle ipotesi, che io intenda far da stimolo e da apripista alla società che tarda a farsi carico degli anziani e dei poveri in genere.

Può darsi che la mela che offro alla povera gente e alla mia città abbia nel suo interno qualche vermiciattolo del genere, però io non lo conosco e soprattutto non lo voglio.

Una volta per tutte voglio dichiarare pubblicamente che il mio impegno nel campo della carità cristiana o semplicemente della solidarietà, è per me una espressione coerente alla mia fede, un atto di culto a Dio, come potrebbe essere la celebrazione liturgica, quale una messa bassa o un pontificale. Il mio impegno solidale è semplicemente la mia preghiera e il culto che intendo rendere a Dio come altri preti fanno con la catechesi, la visita agli ammalati o la costruzione di una chiesa.

Qualche anno fa scrissi a proposito di un mio confratello che aveva promosso nella sua chiesa l’adorazione perpetua, che io preferivo invece onorare il Cristo non sotto le specie eucaristiche, ma sotto le “specie umane”, espresse dal povero, dal vecchio o semplicemente da chi ha bisogno, perché ho fatto la mia scelta in rapporto al discorso di Gesù: “Avevo fame, avevo sete, ero nudo, senza casa, in prigione ed in ospedale e tu m’hai o non mi hai dato aiuto”.

A me pareva che la mia scelta fosse coerente, pur nulla togliendo a chi sceglie di onorare Cristo sotto le specie del Pane consacrato.

Il mio confratello non mi comprese o io non mi sono spiegato, per cui sembrò che io criticassi la sua scelta, pur rimanendo vero che ero più convinto della validità della mia.

Per me dare serenità ed aiuto ai poveri, mediante qualsiasi soluzione, corrisponde all’adorazione, alla celebrazione dei sacramenti, alla catechesi o all’azione di evangelizzazione o a quella missionaria. Spero di non sbagliare, anche perché la mia scelta è ben più faticosa di quella di chi sceglie diversamente. Mi conforta però che l’opinione pubblica in genere comprende e favorisce più me che gli altri.

La proposta che non farò

Ci sono certi eventi che producono nella mia sensibilità umana un impatto così forte da non essere capace di smaltirlo in poco tempo, anche perché ritengo doveroso tenermi nel cuore questa benefica sofferenza.

Ricordo di aver sentito di una certa querelle sorta tra gli alti ranghi del nostro Paese per il fatto che il presidente Napolitano insisteva con decisione per uno stanziamento consistente per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia – e la sfilata delle forze armate fu certamente un elemento clou di questa celebrazione.

Il presidente Napolitano è arrivato un po’ tardi all’amor di Patria perché nel suo passato le sue simpatie erano rivolte altrove, ma ora pare convinto quanto mai perché l’ho visto impettito e commosso di fronte al grande spettacolo di cinquemila soldati, ben vestiti e ben addestrati, alla sfilata (e d’altronde di tempo ne avevano a iosa per prepararsi a questa esibizione).

Io non sono estremamente esperto di conti, ma se comincio a pensare alle paghe da versare a cinquemila uomini, paghe che vanno da quella dell’ultimo volontario arruolato al Capo di Stato Maggiore dell’esercito, ai costi per i carri armati, i camion, i missili, i fucili e quant’altro, la mia mente si annebbia.

Mentre i miei occhi osservavano lo scorrere veloce dei vari corpi in armi, con le loro divise impeccabili e il portamento marziale, il mio animo andò alla proposta ingenua, ma sapiente, di Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi, che una quarantina di anni fa scrisse al presidente degli Stati Uniti e della Russia, dicendo loro: “Datemi ciascuno l’equivalente del costo di un cacciabombardiere ed io risolverò con quel denaro il problema dei milioni di lebbrosi nel mondo”. Non credo che abbia avuto risposta, era una proposta troppo saggia perché dei capi di Stato lo potessero prendere in considerazione.

Mentre io guardavo con curiosità la marcia dei vari corpi del nostro esercito, mi sono chiesto: “Se io scrivessi a Napolitano proponendogli: `Presidente, mi dia il costo della sfilata del 2 giugno, il costo delle paghe dei cinquemila uomini che hanno marciato e delle armi che orgogliosamente hanno mostrato ai ventimila romani che sono andati ad applaudirli, io le garantisco di costruirle tanti “don Vecchi” da accogliere tutti gli anziani poveri che vivono almeno da Napoli a Bologna!'”

Non ho però scritto a Napolitano perché penso che la proposta sia troppo valida perché possa essere presa in considerazione dal capo della burocrazia d’Italia!

“Infelice chi confida nell’uomo, fortunato chi confida nel Signore!”

Fra poche settimane inaugureremo il “don Vecchi quattro” di Campalto, altri 64 alloggi per anziani poveri.

Questa non è assolutamente una novità per nessuno. Da tre anni a questa parte non faccio che parlarne a destra e a manca, tanto che questo progetto credo sia diventato il progetto di tutti i miei duecentomila concittadini.

Qualche giorno fa sono stato in cantiere. Mi è sembrato una torre di Babele, ma in positivo: muratori, pittori elettricisti, addetti all’ascensore, piastrellisti, una teoria infinita di fili, di barattoli di pittura, mucchi di piastrelle, alberi tagliati e ruspe per riordinare il terreno.

Agostino, il capomastro, tesseva sorridendo il filo di questa gran ragnatela di operai con competenza e serenità.

Presto il “don Vecchi” aprirà i battenti a quasi un altro centinaio di anziani che avranno una dimora dignitosa, sicura e soprattutto alla portata delle loro magre risorse.

Mentre osservavo con meraviglia questo “miracolo” non meno entusiasmante e sorprendente di quelli di Lourdes e di Medjugorie, mi sono chiesto: “Ma dove ho trovato quei tre milioni e mezzo, ossia quei sette miliardi di vecchie lire, che sono occorsi? Ciò è avvenuto nella stessa maniera di come la fede e le preghiere provocano i miracoli nei più grandi santuari del mondo nei quali il buon Dio o la Vergine elargiscono le loro grazie?

La risposta m’è venuta immediata e perentoria dalla Bibbia: “Infelice chi confida nell’uomo, fortunato chi confida nel Signore!”. Nei miei calcoli di previsione avevo fatto conto sull’aiuto del Comune, della Provincia, della Regione, della Fondazione della Cassa di Risparmio di Venezia, delle banche, dell’Associazione Industriali, tutte realtà alle quali mi sono presentato col cappello in mano per chiedere aiuto.

Molte di queste realtà non mi hanno neanche risposto e quelle poche che l’han fatto, hanno risposto picche. Ai miei amici la voglio fare questa confidenza: dal mio chiedere la carità per i vecchi, che in Italia sono ben cinque milioni e che vivono con la pensione sociale di 580 euro, solamente il Banco di San Marco ha risposto dandomi mille euro.

Dei tre milioni e mezzo di euro occorsi per il “don Vecchi quattro”, solamente mille euro sono giunti da quegli enti la cui prerogativa è lo sperpero! Le pietre del “don Vecchi” di Campalto, tutte le pietre sono dono dei cittadini più poveri della nostra città.

Sto preparando gli inviti per l’inaugurazione; mi viene tristezza e mi sento in colpa se mi rifaccio alla prassi di “invitare le autorità civili, militari e religiose”. Credo che sia giusto che mi rifaccia alla parabola del Vangelo “Invitate i poveri, gli storpi che stanno ai margini della strada, perché essi seggano al banchetto al posto di chi ha rifiutato l’invito”.

Il mio incidente

L’appisolarmi, come al solito, di fronte ad un programma televisivo per niente interessante, m’è stato galeotto! Un brusco risveglio, in cui non m’era chiaro se fosse mattina o sera, presto o tardi, m’ha fatto balzare in piedi perdendo l’equilibrio e andando miseramente a cadere tra il televisore e il termosifone. Con fatica mi sono rialzato tutto dolorante.

Prima una lastra e poi la tac m’hanno fornito la triste notizia della rottura di due vertebre. Il neurochirurgo ha ordinato, con sentenza inappellabile, che dovevo procurarmi un busto. Ormai da qualche settimana sono imbragato in una specie di armatura metallica che mi dà la sensazione di essere stato condannato alla tortura della “Vergine di Norimberga”, l’antico strumento di tortura in cui il condannato era costretto ad entrare in una sagoma d’acciaio costellata di aculei, sagoma che, una volta chiusa, trafiggeva da parte a parte il povero derelitto.

Ora per me alzarmi è uno strazio, vestirmi peggio, a camminare sembro un robot che si muove a scatti. Povero me! Le prospettive per le ferie estive, che comunque avrei passato a Mestre compiendo il mio ministero nella mia amata cattedrale tra i cipressi, sono ben tristi e desolate. Tento di consolarmi pensando che vi sono tanti cittadini che stanno peggio di me e che il disagio e il dolore forse purificheranno il mio spirito e renderanno più bella la mia anima, ma non sempre questi pensieri sono capaci di rendere più serene le mie giornate.

Fortunatamente, in occasione di questa mia impotenza, il buon Dio ha mandato dal suo Cielo i suoi angeli perché “non inciampi il mio piede”.

Questo incidente però ha anche i suoi risvolti positivi perché mi costringe a pensare ai miei coetanei che, a differenza di me, sono soli, senza soldi e senza aiuti. Tutto questo mi rende più deciso e caparbio nel voler portare avanti il progetto pilota, voluto dall’assessore regionale Sernagiotto, che intende, tramite il “don Vecchi”, provvedere a quegli anziani poveri e in perdita di autosufficienza, offrendo loro un servizio di accudienza.

Spero di saper affermare con la liturgia “Oh felice colpa, che ha aperto il mio spirito a comprendere l’animo di Dio”. Pensare ai poveri è da sempre un gran dono.

Solidarietà a Mestre

Io sono arrivato a Mestre nel 1956 e a quel tempo la città era ancora un grosso agglomerato urbano, cresciuto in fretta a causa delle industrie di Marghera che avevano creato fabbriche e posti di lavoro.

Il conte Volpi, con una intuizione felice e con il suo coraggio di valido imprenditore, aveva intuito che sulla gronda della laguna, in stretto rapporto con l’Adriatico e con la centralità che era propria del territorio mestrino, avrebbero potuto prosperare le industrie delle quali l’intero Paese aveva bisogno.

L’intervento di Volpi ha salvato Venezia dalla miseria e dalla decadenza e, contemporaneamente, ha rivitalizzato l’interland che viveva solamente di una agricoltura frammentata e poco redditizia. Mestre però era rimasta sonnolenta e succube di Venezia a livello culturale e sociale. Monsignor Vecchi arrivò provvidenzialmente a Mestre nel momento più propizio per maturare questa crescita e seminò in maniera lucida ed intelligente nella Chiesa e nella città, il germe della consapevolezza di quello che era la vocazione naturale del vecchio borgo cresciuto troppo in fretta.

Questa semente germogliò subito ed in maniera gagliarda, ma i processi storici sono sempre relativamente lunghi e complessi, perciò la nostra città è ancora in una fase di sviluppo e di maturazione.

Su questo processo penso di ritornare in altra occasione, ma oggi sento il bisogno di mettere il dito su un aspetto di questo sviluppo ritardato. Lo faccio spinto sulla scia di una iniziativa del dottor De Faveri che, dopo aver superato la barriera corallina della burocrazia, è riuscito a restaurare, a sue spese, la vecchia cappellina del nostro cimitero voluto da Napoleone.

Mi sono chiesto come mai questo imprenditore dell’interland s’è determinato a questo intervento di carattere civico, mentre imprenditori, industriali, grossi commercianti di Mestre se ne sono stati inerti ed indifferenti di fronte al decadimento di questo umile, ma amato monumento della nostra città. Quello che di bello e di nuovo sta nascendo in Mestre lo dobbiamo alla civica amministrazione e quasi mai ad industriali ed imprenditori privati, pur danarosi! Mestre non ha ancora maturato una borghesia partecipe alle problematiche cittadine; essa rimane indifferente ai bisogni culturali e sociali della nostra gente e pare solamente preoccupata a far soldi!

Non conosco iniziativa, struttura o intervento in cui la classe benestante si sia fatto carico di qualsiasi istanza sociale. Questa è ancora una brutta toppa sul vestito buono della nostra città.

Il libro Cuore si arricchisce di nuovi racconti anche in questo nostro tempo

Non so proprio se gli attuali insegnanti delle elementari leggano o facciano leggere ai nostri ragazzini la raccolta di racconti del De Amicis contenuta nel libro Cuore.

Ai miei tempi il libro Cuore era una specie di Bibbia per i bambini della mia età. M’hanno fatto sognare i romanzi di Verne e di Salgari, m’ha colpito il bellissimo racconto dei Ragazzi della via Paal, ma il Cuore, con il suo sentimento e con quel suo pizzico di romanticismo, con cui presenta in maniera toccante gli umili protagonisti della vita semplice di tutti i giorni, mi ha sempre coinvolto, commosso e fatto del bene, tanto che i suoi personaggi sono rimasti per me delle icone splendide che m’hanno fatto conoscere il lato più bello e più pulito della vita.

Debbo anche confessare che come m’ha fatto enormemente bene l’intuizione di Mario Pomilio che afferma nel suo “Quinto Evangelio” che il testo sacro non è per nulla concluso ma cresce ogni giorno con quanto di bello e di positivo fiorisce nella nostra società, così sogno e sono felice quando scopro episodi e personaggi che aggiungano nuovi capitoli al volume di De Amicis.

Qualche settimana fa m’ha raggiunto in sagrestia una cara mamma che ogni giorno arriva al camposanto a “salutare” il suo figliolo morto tragicamente e poi viene a messa per pregare per i vivi e i defunti. Questa signora mi porse un involucro che conteneva una collana ed un bracciale d’oro dicendomi: «Sono i doni di mio figlio, io non li porterò più, glieli regalo perché lei faccia del bene». La voce le tremava e quando alzai lo sguardo sul suo volto vidi due perle lucenti che le uscivano dalle palpebre. L’abbracciai con tutto l’affetto che un prete ultraottantenne può offrire ad una creatura così bella e luminosa.

Volete che il gesto di questa donna del popolo non stia bene accanto al “piccolo scrivano fiorentino” o alla “maestrina” o alla “vedetta lombarda”?

Mi spiace di non avere una penna felice come quella di Edmondo De Amicis, per aggiungere questi episodi toccanti ai racconti di calda e vera umanità dello scrittore amato nella mia infanzia. Nel mio cuore però sono incise a carattere d’oro e credo siano le cose più preziose e care che io posseggo.

Il Centro Don Vecchi è e deve restare del popolo semplice

L’otto ottobre prossimo venturo, alle ore 11, era stato fissato che il Cardinale Patriarca avrebbe benedetto e inaugurato il “don Vecchi” di Campalto, offrendo una piccola ma confortevole dimora ad un’altra ottantina di anziani di modestissime risorse economiche. Gli appartamentini sono 64, ma alcuni sono destinati a marito e moglie o a madre e figlia.

Meno di cinque anni fa la Fondazione che ha realizzato la struttura, aveva in tasca solamente un sogno, un sogno però che nasceva dall’assoluta convinzione che ci si doveva impegnare non in rapporto alle risorse di cui si disponeva – che erano, a livello economico, nulle – ma partendo dalla consapevolezza del bisogno degli anziani meno fortunati.

In questi cinque anni scarsi, abbiamo trovato un terreno, abbiamo comperato una casa pur obsoleta, ma che aveva una preziosa destinazione alberghiera, una ricchezza, dato ch’era situata alle porte di Venezia. Abbiamo però rinunciato a questa opportunità, preferendo, coerentemente alla nostra coscienza, la struttura di solidarietà.

Abbiamo realizzato l’opera nonostante l’indifferenza assoluta degli enti pubblici, delle banche e degli amministratori della cosa pubblica. Mi correggo: il Banco di San Marco fu l’unico ente che ci ha donato mille euro, poi niente, assolutamente niente!

Ci siamo affidati al buon cuore e alla coscienza dei concittadini, quei cittadini che stanno pagando in prima persona i morsi della crisi. La gente ha condiviso il nostro progetto e ci ha finanziato con piccoli versamenti che partivano dai dieci ai cinquanta euro, da aggiungere alla generosità stupenda di alcune persone anziane, le quali hanno fatto quadrare i conti.

Chi inviteremo all’inaugurazione? Non certamente i notabili, ma soltanto la gente, la povera gente. A titolo simbolico consegneremo le chiavi della cittadella degli anziani ad alcuni operatori sociali che ci sono stati particolarmente vicini, hanno condiviso e si sono fatti carico del progetto, ma in realtà le consegneremo ad ogni cittadino perché il popolo semplice ed umile s’è impegnato in prima persona e noi vogliamo dire apertamente, il giorno dell’inaugurazione, a chi appartiene a questo popolo umile e generoso, che ci ha creduto, che la cittadella, il “don Vecchi”, è suo e come tale lo deve custodire ed amare e difendere da chi tentasse di farne occasione di lucro.

Noi scommettiamo sul Centro Don Vecchi 5!

Gli amministratori pubblici, responsabili e seri, sono consapevoli d’avere delle grosse gatte da pelare altri però a motivo di populismo, spendono in maniera dissennata, tanto si troverà a sbrogliare la matassa chi verrà eletto alle elezioni successive.

Le persone responsabili, affrontano con onestà i problemi drammatici della nostra società. L’aumento consistente dell’età, la diminuzione della popolazione giovanile che contribuisce fiscalmente al costo degli anziani in pensione e il costo, vero o gonfiato, delle rette per gli anziani non autosufficienti, ha posto l’assessore alla sicurezza sociale della Regione, dottor Remo Sernagiotto, di fronte al dramma di come affrontare una spesa che sta aumentando in maniera vorticosa, e date le proiezioni sul numero di anziani per cui si dovrà provvedere nei prossimi anni, gli ha posto il problema, veramente drammatico, di trovare una soluzione.

Questo assessore, che non proviene dalla politica, ma dall’impresa, ed è perciò un uomo con i piedi per terra, vedendo la signorilità dell’ambiente ed esaminando i costi che al “don Vecchi” sono abissalmente inferiori a quelli che sono praticati dalle case di riposo, certamente ha pensato che sia possibile trovare una soluzione intermedia, meno onerosa e più dignitosa di quelle attuali.

Da questi ragionamenti è nata l’idea di una struttura che si muova sulla dottrina economica e sociale del “don Vecchi”, ma che possa far vivere più a lungo l’anziano in un luogo in cui possa continuare a gestire la sua vita da protagonista, fruendo di qualche aiuto maggiore.

Per impostare un progetto che risponda a queste urgenze, abbiamo pensato assieme al prototipo di un anziano, aiutato da una sorella più giovane o da una nuora generosa, o semplicemente da una “serva” vecchio stampo. La Regione ci aiuterà a dare un compenso all’assistente famigliare, per tutto il resto ci si avvarrà della rete dei servizi sanitari già posti in atto dalla uls.

Questa è la scommessa di Sernagiotto e del “don Vecchi”. Io sono sicuro che vinceremo la scommessa, nonostante che i direttori delle case di riposo per non autosufficienti, i sindacati si stiano stracciando le vesti e prevedano fosche prospettive. Sono disposto a scommettere uno a dieci che il 95% degli anziani che risiederanno nel progetto pilota del “don Vecchi” 5, vivranno e moriranno in un ambiente signorile, alla portata anche di chi gode la pensione minima, amati e riveriti e serviti per quanto è loro necessario, fino all’ultimo respiro. Chi vuole scommettere si faccia avanti!

Solidarietà (non sempre disinteressata)

Qualche giorno fa si sono presentate ai magazzini “San Martino” tre suorette piuttosto anziane per chiederci due tipi di indumenti. Gestendo queste suore le docce per i poveri a Venezia, ci dissero che avrebbero avuto bisogno di biancheria intima, magliette e mutande, perché la gente che chiedeva la doccia aveva addosso indumenti sporchi ed inutilizzabili.

So da sempre che i poveri da strada fatalmente adoperano la soluzione “usa e getta”. Come potrebbero fare altrimenti, quando non hanno un luogo dove vivere, dormire e provvedere alle proprie pulizie? Pur praticando l’associazione che gestisce i magazzini “San Martino”, la dottrina che niente deve essere dato per niente e che il piccolo obolo richiesto viene devoluto totalmente per far sorgere altre strutture di servizio e al fine di creare una mentalità solidale – anche i poveri devono aiutare i più poveri – di fronte alla richiesta di aiuto a favore di chi non ha proprio nulla, non battemmo ciglio e consegnammo quanto richiesto a titolo assolutamente gratuito.

La seconda richiesta invece mi ha messo in crisi. Le suore chiedevano vestiti per i profughi del nord Africa che il governo sta seminando un po’ in tutte le regioni e un certo numero dei quali è giunto anche a Venezia. Ho letto recentemente e con sorpresa che per lo Stato italiano l’accettazione e il mantenimento di un profugo di questo genere viene a costare complessivamente 250 euro al giorno. Da ciò deduco che gli enti civili e religiosi che accettano di ospitare questi profughi non fanno un’opera buona, ma un affare! Un qualcosa come avviene per le comunità dei tossicodipendenti!

Ho visto in televisione il complesso di San Patrignano ed ho compreso che quella è una vera holding, non un istituto di beneficenza! Per i ragazzi ospitati lo Stato paga una retta e nello stesso tempo la comunità “redime” il tossico facendolo lavorare gratis. Alla richiesta delle candide, e certamente anime belle, delle suore risposi che l’ente che ha accettato i profughi, quale esso sia, deve destinare qualcosa anche per chi provvede alle loro vesti, perché la solidarietà è una cosa splendida, quando la si fa in proprio, non quando la si fa fare a gli altri, perché è giusto essere “buoni, ma non tre volte buoni!”.

Gli infaticabili lavoratori del don Vecchi

Questa mattina mi sono recato nella mia “cattedrale tra i cipressi” a deporre in segreteria “i ferri del mestiere” ed ho trovato due giovani pensionati che, a titolo di volontariato, pulivano le “vetrate” della chiesa.

Mi sono sembrati perfino più belli mentre lucidavano con pignoleria ed entusiasmo quei vetri che a me erano sembrati già puliti ma che, osservati dopo la “cura”, offrivano una splendida luce alle verdi piante di aralia che decorano stupendamente le “vetrate della cattedrale”.

Tornai in chiesa dopo le 14,30 per celebrare la messa feriale delle 15 e i due “lavoratori” stavano completando la pulitura dell’impiantito. I miei cari e generosi amici evidentemente han fatto dello “straordinario”. Non so come potrò pagarli, se già per il lavoro ordinario, nelle ore previste dal contratto della “categoria della gente di chiesa” offro il centuplo e la vita eterna. Questo per me è il guadagno!

Al mattino quando, verso le sette, esco dal “don Vecchi” per “andare a bottega”, incontro da un lato la Giovanna che con quella sua aria soave con la manichetta in mano bagna piante e fiori lungo i centoquaranta metri del lato di levante del parco del Centro, e L’Olinda che col volto sorridente e il cipiglio deciso bagna il lato di ponente.

Prima di uscire dal cancello ho sempre modo di salutare Carlo, che con la carriola e la scopa di canna d’India dà la caccia all’ultima foglia caduta durante la notte e all’ultimo pezzo di carta buttato a terra dal solito maleducato.

Carlo opera con la tensione di un chirurgo, perché dopo il pranzo viene per il rendiconto quotidiano a raccontarmi che cosa ha fatto nella mattinata.

Quando ritorno dalla messa c’è Luigi che scarica il camion di verdura che “ha mendicato” ai mercati generali di Mestre, o Padova, o Treviso, e la Marisa e la sua squadra che intervengono per la cernita prima che arrivi la “spettabile clientela”.

Entrato in casa, è già aperto il bar con il banconiere o la banconiera in divisa che serve il caffè.

Tutta questa cara gente non conosce orario, busta paga, mansionario, rivendicazioni salariali o sciopero di sorta, eppure è felice. Il lavoro per questi lavoratori che al “don Vecchi” si contano a decine e decine, è quasi un bel gioco che rende la vita lieta e veloce il tempo.

Ogni tanto però sono preso dall’angoscia che arrivino i sindacati a fare “la frittata”!

Il volontariato sta perdendo la bussola?

Molti anni fa la San Vincenzo cittadina, della quale ero assistente, invitò un responsabile a livello nazionale di un organismo che si occupava del volontariato. Non ricordo il nome di questo signore, mentre ricordo bene l’angolatura cristiana con cui affrontò il problema del volontariato, l’entusiasmo con cui parlò di questo argomento.

Ricordo pure un’osservazione che mi fece molto piacere e che ora sarebbe valutata come “il legittimo orgoglio padano”. Disse infatti, quell’animatore a livello sociale, che il Veneto era il fiore all’occhiello del volontariato per il numero degli aderenti e per il largo ventaglio di attività sociali che affrontava. Ricordo pure che affermò che all’interno di questo settore i volontari di matrice cristiana erano la stragrande maggioranza.

Ora temo che le cose non stiano più così, sia a livello numerico che, ancor più, per quello che riguarda i volontari di ispirazione religiosa.

Presso i magazzini del “don Vecchi” c’è un cartellone, fatto esporre dall’organizzazione para-comunale “Spazio Mestre Solidale” (organizzazione che ha lo sportello in via Olivi), in cui si possono leggere tutte le organizzazioni di volontariato operanti a Mestre e, con mia sorpresa ed amarezza, quelle che si dichiarano formalmente cristiane sono un’assoluta minoranza.

Ho l’impressione che ci sia nel settore qualche cedimento sia numerico che di stile. Talvolta si formano delle congreghe abbastanza chiuse in se stesse, poco disponibili al confronto e poco aperte alla crescita, allo sviluppo e all’aggiornamento. Io sono un sostenitore convinto che si deve fare il bene e che il bene va fatto bene, con apertura, con rispetto, con entusiasmo, senza interessi di sorta e con la volontà di far sempre meglio.

Qualche tempo fa sono stato casualmente presente ad un episodio che mi ha gelato il cuore. Una persona, forse con fatica, s’era decisa ad offrire la sua opera in una di queste associazioni. Ho avuto l’impressione che di primo acchito ci fosse un sordo rifiuto, quasi che lei venisse a turbare l’assetto del gruppo che viveva in un clima autoreferenziale, mentre fino ad un momento prima, e forse un momento dopo, si lagnavano perché erano in pochi e perché si domandava troppo, non pensando che il volontariato cristiano deve essere, prima di tutto e soprattutto, cristiano, quindi aperto, umile, disponibile, generoso, paziente e tollerante. Un volontario senza cuore, senza bontà e senza fraternità è solamente un manichino, non un fratello aperto alle attese degli altri fratelli.

Grazie a quanti lasciano i propri beni in eredità alla Fondazione Carpinetum!

Le risorse della Fondazione sono pressoché nulle, dato che il suo obiettivo primario è quello di permettere che anche l’anziano che percepisce la pensione sociale, cioè 586 euro mensili, possa vivere al “don Vecchi” senza pesare sulla sua famiglia, sulla civica amministrazione e senza andare a mendicare per strada. Finora ci siamo riusciti.

Ho scoperto, fortunatamente, che la stagione dei miracoli non è ancora terminata. Chi ha dubbi venga al “don Vecchi” per credere! Ma vivere vuol dire non accontentarsi di aiutare qualcuno, il nostro assillo è che a Mestre  non solamente i trecento anziani attuali abbiano la fortuna di abitare al “don Vecchi”! Noi vorremmo che non ci fosse più alcun vecchio sopportato in casa da una nuora bisbetica o recluso, solitario e dimenticato, in uno dei tanti palazzoni anonimi della nostra città.

Da questo assillo sono nati il “don Vecchi” uno, poi il due, quindi il tre, ora il quattro a Campalto, ma c’è già il progetto per il cinque.

Per realizzare tutto è certamente servita la generosità dei concittadini, ma la pioggerella costante delle offerte dei benefattori non è sufficiente, perché per realizzare una struttura che offra confort e sicurezza servono ingenti somme. Mi pare di aver capito che la strada più sicura e quella risolutiva sia quella dei testamenti e delle eredità. I quattro “don Vecchi” sono “sbocciati dalla terra” soprattutto per merito di gente generosa ed intelligente che, non avendo doveri particolari verso i famigliari, ha deciso di lasciare in eredità i suoi beni, prima alla parrocchia, ed ora alla Fondazione.

Ricordo con immensa ammirazione la signora Luigina Corrà che ci ha lasciato un miliardo di vecchie lire, la signorina Giammanco, settecentocinquanta milioni, la signora Scaldaferro, trecentocinquanta milioni ed altri ancora, i cui nomi sono ben incisi nella mia memoria.

Salderemo pure il conto dei nuovi 64 appartamenti di Campalto se riusciremo ad avere le eredità lasciateci da un’anziana di Marghera e da un vecchio di Mirano. Se la burocrazia dello Stato ci permetterà di ricevere presto la generosità di queste persone sagge e generose, avremo vinto ancora una volta!