Il Don Vecchi di Campalto è nato senza l’aiuto dalle istituzioni ma dal cuore della gente comune!

Il “don Vecchi” di Campalto è stato finito anche nei minimi particolari. Il 15 ottobre l’abbiamo inaugurato in maniera solenne davanti a cinque-seicento persone che sono sopravvissute ad un vento di bora che tirava glaciale, pur di vedere “il miracolo” sbocciato, come per incanto, sulla gronda della laguna.

All’inaugurazione ha partecipato la più bella gente di Mestre e dintorni, in un clima di entusiasmo e di ammirazione. C’era ben donde essere entusiasti di fronte ad un complesso di 64 alloggi, con servizi di prim’ordine, luoghi ampi e ben arredati, con lo scoperto vasto e già seminato e verde, con piante ed arbusti in fiore, pannelli solari e fotovoltaici già funzionanti.

Dalle autorità presenti non abbiamo avuto sostegni economici di nessun genere, ma noi, gente alla buona, ci siamo accontentati anche del dono dei loro complimenti e dell’invito ad andare avanti.

Questo miracolo è stato concepito, voluto e cresciuto nel cuore della povera gente, nonostante la crisi economica e i prelievi fiscali, il crollo delle borse e il dramma di Berlusconi che, col cuore sanguinante, ha dovuto mettere le mani nelle tasche dei poveri e che per darci il permesso a costruire questa struttura per gli anziani più poveri della città, per questo “lusso” che ci siamo presi, ha preteso il 21% del costo, ossia seicentocinquantamila euro – un miliardo e trecento milioni delle vecchie lire! Questa è l’Italietta per la quale più di un migliaio di parlamentari si danno da fare onde garantire serenità e sviluppo per i più poveri.

Credo che sia davvero doveroso da parte mia informare i miei concittadini su come le istituzioni hanno concorso per il “don Vecchi” di Campalto. Ebbene, ve lo faccio sapere chiaramente: tra la Regione Veneto, la Provincia, il Comune di Venezia, la Fondazione Carive della Cassa di Risparmio, l’Associazione Industriali, la Camera di Commercio, la Banca Antoniana, la Cassa di Risparmio di Venezia, solamente il Banco San Marco ha elargito 1000 (diconsi mille) euro, gli altri zero!

Sono quasi costretto a concludere che la crisi ha colpito solamente i ricchi ed ha risparmiato i poveri. Per fortuna!

Un passaggio del testimone tutto in positivo

In quest’ultimo tempo è avvenuto il passaggio delle consegne alla presidenza della Fondazione che gestisce i Centri don Vecchi. Questo passaggio è stato da me deciso e fortemente voluto per i motivi che più volte ho confidato ai miei superiori: la mia età avanzata, gli acciacchi della mia salute e la convinzione che soltanto chi è di questa generazione la sa comprendere compiutamente e la può gestire in maniera adeguata.

In questo passaggio del testimone mi pare di essere stato particolarmente fortunato perché don Gianni, il mio successore, è un prete giovane, intelligente ed intraprendente, ha tutta la mia fiducia e sono inoltre convinto che darà un domani ai Centri don Vecchi e ciò non è poco per chi, come me, ama perdutamente la “sua creatura”.

Quando cinque anni fa si è deciso di costituire una fondazione, con la sua autonomia dalla parrocchia, don Danilo ebbe la cortesia di permettermi di essere io a scegliermi i consiglieri, cosicché la conduzione risultò facile e positiva. Ora il nuovo Consiglio ha deciso che io partecipi alle riunioni svolgendo ancora un ruolo attivo.

Sarà mio impegno essere assolutamente discreto e facilitare il nuovo Consiglio perché si muova in maniera assolutamente autonoma, non volendo diventare la suocera seccante ed impicciona. Sono anche tanto felice di poter collaborare con discrezione e misura aiutando questo giovane parroco che di impegni ne ha fin troppi. Sto quindi finalmente assaporando la stagione del nonno: poche responsabilità, però impegno serio per alleviare il peso di chi deve combattere la dura battaglia del quotidiano.

Mi convinco sempre più che la mia vita è stata particolarmente benedetta e che debbo veramente ringraziare il Signore che è stato tanto benevolo e comprensivo con me.

“Ama il prossimo tuo come te stesso” è un comandamento non sempre vissuto appieno

L’apertura del “don Vecchi 4”, impresa che mi ha impegnato alquanto in questi ultimi tre anni di vita di pensionato formale, è stato un evento che mi ha coinvolto quanto mai, non solamente perché queste imprese sono estremamente complesse e costose, ma soprattutto perché ha rappresentato per me il tentativo di raggiungere un obiettivo ideale che va ben oltre il fatto di poter offrire serenità e sicurezza ad un’ottantina di anziani.

Ormai da molti anni mi cruccia il fatto che nella Chiesa in generale, ma soprattutto nelle comunità locali, mentre si recepisce “il primo” comandamento di Cristo “Ama Dio con tutte le tue risorse” e si tenta di portarlo avanti attraverso la catechesi, l’omiletica e la nuova evangelizzazione, il “secondo”, che gli è estremamente connesso, così da farne un tutt’uno, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, mi pare sia abbastanza negletto e praticamente considerato marginale nella proposta pastorale.

Bene o male le nostre parrocchie hanno messo in piedi un’impalcatura che va dagli edifici sacri ai discorsi di carattere religioso per parlare ed amare Dio, mentre in generale pare venga ritenuto quasi un optional del messaggio cristiano il comandamento della carità. Le nostre comunità hanno eretto delle chiese decorose, hanno un apparato per la catechesi, ben raramente però sono attrezzate in maniera seria per dare volto e sostanza alla solidarietà, elemento che esprime e trasforma in servizi concreti il comandamento dell’amore fraterno.

Non mi illudo minimamente di avere la capacità e le risorse per operare questo bilanciamento, ma almeno sento il dovere di premere perché la solidarietà abbia maggiore consistenza, perché convinto che il messaggio cristiano senza la componente assolutamente essenziale, la solidarietà, sarebbe monco, deforme e difficilmente accettabile dall’uomo di oggi.

Sono sempre più convinto che nel nostro tempo per i cristiani, presentare il biglietto da visita con scritto “solidarietà” sia più accettabile e comprensibile che presentare quello con scritto “fede”. Per questo motivo ho parlato del “don Vecchi” come “cattedrale di Dio” e della sua inaugurazione come “pontificale della solidarietà”.

Non è facile “amare Dio con tutte le proprie forze”, anche si corre il rischio di illudersi di farlo, mentre è altrettanto difficile “amare il prossimo come se stessi”, ma in questo caso è più facile verificarne le relative mancanze.

Il passaggio del testimone

Chi desidera che una stagione abbia le caratteristiche di un’altra stagione sarà sempre illuso e deluso. L’uomo d’oggi ha trovato sì dei surrogati perché d’inverno si possa godere del tepore della primavera o perfino dell’estate o, viceversa, che si possa vivere una stagione estiva che abbia le caratteristiche dell’autunno o perfino dell’inverno, però questi surrogati costano sempre cari e non hanno mai la totalità della ricchezza propria di ogni stagione.

Credo che questa legge della natura valga anche per le stagioni della vita dell’uomo. Una persona anziana può anche illudersi di avere la lucidità, la forza, la capacità di leggere i tempi nuovi; in realtà però avrà sempre l’impronta del suo tempo, farà quindi molta più fatica di un giovane e riuscirà sempre meno bene di lui ad affrontare i problemi della vita e ad adeguarsi alla nuova stagione della società in cui vive.

Il giorno dell’inaugurazione del “don Vecchi” di Campalto, quando ho ufficialmente annunciato il mio abbandono della presidenza della Fondazione e ho presentato don Gianni – appena quarantenne – come mio successore, pur col rimpianto per l’avvicendamento che ho voluto decisamente, ho provato pure una sensazione di liberazione per un compito che mi stava diventando idealmente sempre più pesante; ho avuto la sensazione di esprimere amore vero per ciò in cui ho tanto creduto e che ho amato, e nello stesso tempo la sicurezza di aver fatto quello che era giusto e saggio fare.

Per questo passaggio del testimone, in un momento in cui, fortunatamente, godo ancora di un po’ di lucidità e di energia, non mi riterrò minimamente dispensato dall’impegnarmi per quello che ho sempre creduto doveroso. Però il fatto che la barra del timone sia ora nelle mani di un sacerdote giovane ed intelligente mi dà pace e mi fa sentire coerente con le mie profonde convinzioni.

Storia di un “invito a nozze”

Confesso: non so se sia una tentazione maligna o, finalmente, un lampo di onestà. E’ successo qualche settimana fa quando, su mandato del Consiglio di Amministrazione che mi ha incaricato di invitare, secondo la prassi, “le autorità civili, militari ed ecclesiastiche” per l’inaugurazione del “don Vecchi” di Campalto, ho trovato qualche difficoltà a reperire un elenco di tutti i notabili che normalmente si invitano in queste occasioni. Allora m’è venuta la “tentazione” (ma, ripeto, non ho ancora capito se sia stata tale o sia stata una “ispirazione del Cielo”) di mandare ai giornali e alle televisioni locali il testo della parabole evangelica dell'”invito a nozze”.

Tutti ricordano quel re che desiderava che le persone più ragguardevoli del paese partecipassero alle nozze del figlio, nozze che egli aveva preparato con tanta cura ed amore. Purtroppo i notabili di allora, con una buona dose di ipocrisia, si scusarono e lasciarono cadere l’invito: “ho preso moglie e perciò abbimi per iscusato, ho comperato un paio di buoi, devo andare a vedere i campi, ecc.” Quel re, deluso e sdegnato, mandò l’invito a ben altre persone, dicendo ai suoi servi: «Andate per le strade, nei sobborghi, raccogliete i poveracci, gli storpi, gente che non conta, e fateli venire alle nozze di mio figlio».

A suo tempo avevo invitato la Regione, la Provincia, il Comune, gli industriali, la Camera di Commercio, le banche, i ricchi di Mestre a partecipare alla nobile impresa di far festa agli anziani, offrendo loro una dimora confortevole. Nessuno, proprio nessuno ha partecipato neppure con un euro. Mi sono rivolto allora ai poveri, ai mestrini e agli extracomunitari, che non si possono permettere non solo di andare per gli acquisti alla boutique, ma neanche in negozio, e perciò vengono al “don Vecchi” ai magazzini “San Martino”.

Loro hanno risposto a centinaia, a migliaia, con i loro spiccioli – cinquanta centesimi, un euro, cinque euro – e con questi contributi della Mestre povera ed emarginata abbiamo costruito il “don Vecchi” di Campalto.

La mia “tentazione”, o la mia “illuminazione” era quella di dire ai giornali e alle televisioni: «Invitate a nome mio i più poveri, i mestrini che non contano, le moldave, le donne ucraine, le badanti, perché chi aveva soldi s’è “scusato” a causa della crisi, mentre i poveri hanno risposto a migliaia. Sono quindi questi ultimi che meritano d’essere invitati “a nozze”, ossia all’inaugurazione.

Ora spero nella rinascita del sogno della “Cittadella della solidarietà”!

Da un paio di anni sogno “La Cittadella della solidarietà”, ossia un piccolo borgo ove si tentasse di dare la risposta alle attese dei cittadini che sono in disagio per i motivi più diversi.

Vedendo il gran bene che si va facendo nel polo solidale del “don Vecchi”, nel quale ogni giorno decine e decine di volontari incontrano ed aiutano centinaia e centinaia di poveri, ho sognato che finalmente si potesse dar vita ad un qualcosa di organizzato e coordinato a livello manageriale.

Il gran campo non coltivato che costeggia il Centro “don Vecchi” mi sembrava il sito ideale per l’ubicazione, per la grandezza della superficie e per i mezzi di trasporto vicini. Non avevo neppure preoccupazioni di ordine economico, perché rifacendomi alla dottrina che supporta i grandi magazzini della solidarietà che operano al Centro – ossia che è importante impostare l’organizzazione in maniera tale che ognuno sborsi quello che può e il ricavato sia totalmente devoluto per mettere in atto altri servizi, strutture di solidarietà. Per questa scelta non solamente suddetto polo solidale non è in rosso, ma anzi in cinque anni è riuscito a creare 64 nuovi alloggi per gli anziani.

La Società dei 300 Campi, che pure è nata per beneficenza del vescovo di Treviso e che dovrebbe per statuto operare a vantaggio del popolo, preferisce lasciare il suo terreno incolto ed improduttivo piuttosto che dedicarlo ai concittadini bisognosi. Gli abitanti del quartiere, poi, si sono messi di traverso, preoccupati che “la poveraglia” non squalifichi il loro ambiente piccolo-borghese.

Ad un certo punto parve che il patriarca Scola ambisse a tradurre la sua crociata a favore del “gratuito”, ma i prelati a cui ha affidato il progetto non son parsi né troppo convinti né operativi, tanto che hanno lasciato passare i mesi senza concludere nulla. Ora poi che il Patriarca se n’è andato, anche le più deboli speranze sono del tutto svanite.

Io però credo ancora al motto latino “In spem contra spem” perché anche quando mi sono accorto che enti pubblici, banche e fondazioni mi hanno voltato le spalle, la Provvidenza non s’è per nulla scomposta; e infatti stiamo chiudendo la partita del “don Vecchi” di Campalto perfino in positivo.

Chissà che il mio giovane successore non faccia il miracolo! Caso mai io gli darò una mano offrendogli l’ultimo euro, memore del patriarca Agostini che disse a don Valentino Vecchi: «Parti, io ti assicuro che ti darò l’ultima lira!»

Non abbandono il campo!

Ho un gruppo di giovani giornalisti che fanno a gara per pubblicare qualche notizia inerente le mie imprese e le scelte che faccio in rapporto agli eventi e alle questioni che coinvolgono la nostra società e la nostra Chiesa. Ognuno tenta di carpirmi la notizia che in qualche modo possa rappresentare uno scoop nel nostro piccolo mondo.

Alvise Sperandio ha avuto qualche indizio della mia volontà di passare la mano circa la presidenza della Fondazione, Pur avendogli detto che non c’era nulla di ufficiale a questo proposito e che i tempi non erano maturi, ha steso l’articolo ed in aggiunta il titolista de “Il Gazzettino” ha buttato giù il titolo ad effetto: “Don Armando lascia!”

C’era da vederlo: è scoppiata la “tempesta” nel solito piccolo bicchiere d’acqua. Residenti al “don Vecchi”, amici, ambienti ecclesiastici, si sono meravigliati di un presunto abbandono del “potere”. Le domande sono tante e varie, tanto che credo opportuno fare qualche precisazione. Io non abbandono il campo e sono deciso a portare avanti fino alla fine la mia visione del credere, la testimonianza che la solidarietà è una componente essenziale del vivere cristiano e che non basta l’enunciazione di princìpi, ma bisogna tradurre il messaggio in scelte concrete. Però ritengo da un lato di non avere più né la lucidità, né le risorse fisiche per stare al timone ulteriormente.

Dall’altro lato sono altresì convinto che bisogna far spazio ai giovani perché si misurino con la vita, perché riescano ad interpretare al meglio i tempi nuovi e perché essi hanno il vigore per battersi per i progetti in cui credono.

Io non voglio abbandonare ciò in cui ho creduto e in cui credo, ma desidero farlo in seconda linea, come supporto e come rinforzo, nella misura in cui si riterrà opportuno il mio contributo. Ho sempre ritenuto giusta la massima che “non si può essere uomini per tutte le stagioni” e di certo la mia stagione è ormai agli sgoccioli, e forse già tramontata.

Quale futuro per la solidarietà cristiana che sembra non attrarre più i giovani?

C’è un problema che mi preoccupa a livello ecclesiale: non vedo all’orizzonte della vita ecclesiale l’arrivo di rinforzi in generale e, in particolare, nel settore della carità. Mi può far anche piacere che spesso i giornali locali si interessino delle mie imprese caritative, ma sarei molto più contento se ci fosse quasi una gara tra preti nel far di più e nel far meglio.

Io penso di essere un attento osservatore di ciò che avviene nel campo della solidarietà cristiana. Non dico che non ci sia nulla, perché ogni tanto mi capita di leggere che nella parrocchia della Gazzera ci si fa carico dei cristiani del Libano, che a Chirignago si ospitano dei profughi dell’Africa subsahariana, che a Catene si accolgono i bambini di Chernobil, che a Carpenedo c’è un bel gruppo di persone che aderiscono all’iniziativa delle adozioni a distanza, che riesce a portare degli aiuti consistenti per dare una cultura di base ai ragazzi e ai giovani di certe regioni dell’India, delle Filippine e dell’Africa; che nelle due parrocchie di viale San Marco, una è impegnata per finanziare l’ospedale di Wamba e l’altra raccoglie fondi per gli affamati del Sudan; che ad Altobello si fa funzionare una mensa per i poveri, ai Cappuccini un’altra e a San Lorenzo un’altra ancora. Tutto questo è molto bello, però mi pare che manchino i rincalzi del mondo dei giovani.

Un tempo c’era, a Mestre, un gruppo numeroso della gioventù francescana, un altro chiamato “gruppo del martedì” ed un altro ancora della San Vincenzo, tutti veramente impegnati sul fronte della carità, e dei giovani preti e frati che guidavano questi giovani generosi ed entusiasti. Ora ho l’impressione che le strutture caritative poggino soprattutto sugli anziani e il mondo giovanile sia piuttosto assente, facendo così mancare, da un lato l’entusiasmo e la passione tipica dei giovani, e dall’altro la speranza dei rincalzi e dei ricambi.

Io poi ero fino a poco tempo fa preoccupato di non vedere a chi lasciare i miei sogni e i miei progetti non ancora realizzati e che non riuscirò di certo a realizzare, ora però è arrivato don Gianni.

Quelle settecento lampade sono frutto di un dono d’amore

Chi in questi giorni non segue l’andamento della borsa? Piazza Affari la sto immaginando come il falò dei Pezzin in via Ca’ Solaro. Perché mentre i nostri amici invocano prosperità bruciando fascine di sterpi per l’Epifania, a Piazza Affari si bruciano ogni giorno milioni di euro. Tante volte ho tentato di farmi spiegare questo rebus di carattere economico, però non sono mai riuscito a capirci niente.

Qualcosa però ho finito per “capire” dei fenomeni collegati: ad esempio che cala il prezzo del petrolio e pare che tutti siano preoccupati di questo fatto come fosse male che la benzina cali di prezzo, o meglio che dovrebbe calare, mentre invece, per un altro mistero, cresce.

Stanno dicendo inoltre che l’oro continua a salire, raggiungendo prezzi mai visti, perché la gente investe su questo bene “rifugio”. Io invece, in controtendenza, ho approfittato per mettere sul mercato le mie “riserve auree”.

In passato, quando mi regalavano qualche oggettino d’oro, quando andavo a venderlo me lo pagavano quasi niente perché dicevano che era “oro vecchio”! Ora ho approfittato dell’occasione favorevole e del bisogno di pagare le fatture che mi giungono ininterrotte per il “don Vecchi” di Campalto. Questa volta avevo una collana, un bracciale e qualche altra cosetta che una dolcissima e cara mamma aveva ricevuto in dono dal figlio e che, essendo egli morto precocemente, ella mi disse che non avrebbe mai portato e perciò me li offriva per le opere di cui mi occupo.

L’orefice me li ha pagati duemila euro, meno qualche spicciolo. M’è dispiaciuto quanto mai privarmene, perché per me rappresentava un vero “tesoro” l’oro che questa mamma mi ha donato con le mani tremanti e gli occhi lucidi.

Neanche dopo un’ora, con la somma ho pagato le settecento lampade che illumineranno il “don Vecchi” di Campalto.

Lo so che per i vecchi che vi risiederanno e per gli ospiti quelle saranno soltanto delle lampade; per me, invece, nella loro luce, vedrò solamente il cuore di questo giovane che amava sua madre e di quella madre che ha voluto che il dono di suo figlio diventasse amore.

L’esempio di un’Italia migliore

Ricordo che quando da bambino andavo a catechismo, c’erano sulla parete dell’aula dei cartelloni molto elementari che illustravano la dottrina cristiana. Ce n’era uno che raffigurava una bilancia: su un piatto c’era una grossa pietra, quasi un macigno, su cui c’era scritto “vizio”, mentre sull’altra c’era scritto “virtù”. C’era invece un sassolino quando chiesi all’insegnante come mai i due pesi si bilanciavano, mentre uno era tanto pesante e l’altro tanto leggero, essa mi rispose che agli occhi di Dio il bene vale molto di più che il male. Imparai in seguito il discorso sul peso specifico, per cui non è l’ingombro che determina il peso, ma il contenuto.

Quella lezione mi ha aiutato per tutta la vita a non lasciarmi disperare per tutta la cattiveria che i giornali mi mettono ogni giorno sott’occhio, perché sono certo che in qualche angolo del nostro Paese ci sono persone che in umiltà e silenzio producono virtù dal peso specifico enormemente maggiore agli occhi di Dio del male, per cui si mantiene l’equilibrio, pur precario, tra vizio e virtù.

L’altro ieri ho fatto una riflessione amara sulle quaranta o trenta auto blu al servizio del Quirinale, nonostante il nostro presidente da una vita si proclami difensore dei lavoratori e dei poveri. Oggi una signora che vive “in esilio” al quinto piano, perché non ce la fa a scendere le scale, avendo ricevuto dai suoi parenti, in occasione dei suoi 87 anni, una somma per lei quanto mai consistente – 250 euro – ha incaricato una signora della sua parrocchia di portarmeli tutti per Campalto perché, a suo dire, lei con la pensione sociale può vivere anche senza quei soldi.

Io conosco la sua storia: vedova giovanissima con due bambine, allora senza pensione, perché i soldati americani che avevano messo sotto con la loro auto suo marito, non erano in servizio! Fu costretta a mettere le sue bambine in collegio a Mantova, ove le andava a trovare una volta al mese e, “per fortuna” riuscì a trovare un posto come lavandaia in un albergo a Venezia (a quel tempo si lavava tutto a mano e perciò da mattina a sera era al mastello, estate e inverno) e dormiva nella soffitta dell’albergo perché non aveva casa. Una storia di sacrifici, lacrime, solitudine, mentre dove lavorava, vedeva il lusso, lo sperpero e il disordine morale dei clienti dell’hotel.

Questa donna che vive sola, quando racimola qualche soldo, pare che non possa resistere senza darmelo per i vecchi poveri. M’ha telefonato dieci volte perché desiderava che i suoi 250 euro – una ricchezza per lei – mi giungessero il più presto possibile.

Questo cuore di donna, le sue parole disadorne ma calde e generose, mi ricordano la pietruzza che faceva da contrappeso al masso nel cartellone dell’aula di catechismo. Dopo l’ultima telefonata ho concluso che nonostante Napolitano, la casta, i faccendieri e gli uomini di partito corrotti e corruttori, posso ancora sperare in un’Italia migliore.

La visita del Sindaco Orsoni al don Vecchi

Il dottor Boldrin, membro della Fondazione che governa i Centri “don Vecchi”, qualche tempo fa ci ha portato il sindaco Orsoni.

Il noto avvocato veneziano era già venuto al “don Vecchi” per la campagna elettorale. In quella occasione gli avevamo prospettato le problematiche del Centro, ma m’era parso così sperduto, frastornato per i tanti incontri, per i tanti problemi che il Comune di Venezia ha da sempre.

In verità gli avevo già mandato nei mesi scorsi, quando ero pressato dalla gran paura di non farcela a pagare Campalto, due lettere accorate per chiedere aiuto. Non avevo ricevuto risposta alcuna e ciò mi aveva un po’ indispettito e deluso. Poi, leggendo i giornali, che da mesi e mesi non hanno fatto che parlare della crisi finanziaria in cui il Comune di Venezia si dibatte, e conoscendo purtroppo, per esperienza diretta, la burocrazia comunale, dispersiva ed inefficiente – infatti i giornali in questi ultimi tempi ci hanno informato che è pure corrotta – ho provato un po’ di pena, immaginandolo indifeso ad annaspare fra infiniti problemi. Motivo per cui l’ho risparmiato dalla mia critica che non vorrebbe guardare in faccia nessuno e che esige efficienza, servizio e attenzione particolare per i più poveri.

Il sindaco ci ha ascoltato paziente; mi è sembrato che abbia condiviso i nostri sforzi tesi solamente a dare una mano al suo e nostro Comune, per cui l’amministrazione dovrebbe esserci eternamente riconoscente, perché noi facciamo presto, a poco prezzo e in maniera efficiente, quello che per il Comune richiederebbe anni e a costi astronomici.

In verità l’avvocato Orsoni non si è compromesso più di tanto, comunque credo che almeno egli ci abbia aperto la porta perché il discorso possa continuare con i suoi collaboratori.

Anche in questa occasione il sindaco mi ha ripetuto che gli ho fatto catechismo quando era bambino. Io non ricordo il bimbetto di cinquant’anni fa, ma di certo gli ho insegnato che il buon Dio vuole che amiamo il nostro prossimo, specie quello più indifeso e quello più povero. Spero tanto che egli non abbia dimenticato questo insegnamento del suo prete-catechista e mi dia una mano per aiutare i poveri.

I costi che gravano sulla solidarietà

Per grazia di Dio in questi ultimi tempi un signore di Mirano ha lasciato in eredità alla Fondazione l’appartamento in cui viveva: un bell’appartamento, anche se un po’ vecchiotto, di 140 metri quadri di superficie e in bella posizione.

L’intenzione era di lasciarci la casa che si era costruita in una vita di lavoro, purtroppo l’imprecisione con cui ha scritto il testamento non ci ha permesso di beneficiare di tutto ciò che intendeva destinare agli anziani in difficoltà, ma solamente dell’appartamento in cui abitava. Pazienza! Quello che la Provvidenza ci ha fatto avere è stata già una vera manna del cielo che ha concorso in maniera determinante a coprire i costi del “don Vecchi” di Campalto.

Ora, espletate le pratiche non facili per la successione, affronteremo l’impresa di venderlo – in questo momento, il più infelice per alienare una casa. Oggi ho pagato la parcella del professionista che ha seguito la pratica. In Italia un povero cittadino normale viene a trovarsi in un labirinto di pratiche per cui è praticamente impossibile fare da sé; devi sempre ricorrere all’esperto che ti aiuti.

Il nostro esperto, che ci ha detto che ci ha trattato bene perché sa che cosa stiamo facendo, ci ha chiesto cinquemila euro. Il costo non si ferma qui perché su questa somma lo Stato, che pure sa quanto stiamo facendo avendoci inseriti nel catalogo delle Onlus – cioè degli enti di beneficenza – ha preteso, su questa parcella, il 20 per cento di Iva ed un altro 20 per cento per la trattenuta d’acconto.

Io so, per motivi di giustizia e di solidarietà e perché devo insegnare la morale, che è giusto pagare le tasse, ma credo che sia sacrilegio che lo stesso Stato butti questi soldi, che andrebbero direttamente ai poveri, li sprechi e li consegni ai burocrati inconcludenti che passano le giornate per complicare la vita ai cittadini che lavorano e più ancora a quelli che per scelta si fanno carico delle difficoltà dei meno abbienti.

Brunetta ha fatto qualche sparata iniziale, però ho l’impressione che ad esempio l’assenteismo, dopo il primo momento di resipiscenza, continui pacificamente – vedi Rovigo dove più della metà dei dipendenti della Regione vanno pacificamente a farsi le spese in orario di “lavoro”.

Il don Vecchi 4 nasce grazie a tanti gesti d’amore dei semplici

Era nei progetti che fra un paio di mesi – e precisamente alle ore 11 dell’8 ottobre, il Patriarca, cardinale Scola, avrebbe benedetto ed inaugurato il “don Vecchi” di Campalto – altri 64 alloggi per anziani poveri costruiti secondo la formula innovativa e vincente degli alloggi protetti.

Le cose però non andranno così perché a quel tempo il Cardinale sarà già a Milano. Il centro di Campalto si inaugurerà comunque: la benedizione del nostro vecchio patriarca Marco Cè o del giovane vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, o comunque di monsignor Bonini o del neo monsignor Danilo Barlese, penso sia altrettanto efficace perché i nostri anziani si trovino bene nel nuovo Centro e vivano una vecchiaia serena.

Spesso in queste mie “confidenze”, ho parlato dei guai, degli ostacoli e delle difficoltà incontrate in questo ultimo paio d’anni in cui è compendiata la storia della nuova struttura. Io sono abituato a giocare allo scoperto e a parlare apertamente ai miei concittadini che considero da sempre miei compagni in questa avventura; non vorrei perciò che essi pensassero che io abbia incontrato solamente spine in questo percorso, perché in verità questa storia è stata una bella storia in cui non sono mancate “le rose”; anzi dovrei dire che in questo tempo il sogno è diventato un autentico roseto.

Voglio solamente accennare a qualche “sorpresa” bella, anzi affascinante, colta durante questo percorso. Da quella dello scultore veneziano Enrico Camastri, che ci ha offerto “La Madonna dell’accoglienza”, un altorilievo di due metri per uno in terracotta – impresa quasi leggendaria per uno scultore – alla signora dottoressa Elena Vendrame, mai vista e mai conosciuta, che ci ha regalato cinquantamila euro, alla nonna Rossi di Marghera, che ci ha lasciato un’eredità del valore di quasi mezzo milione di euro, al signor Mario Tonello di Mirano, che ci ha donato il suo appartamento, alla signora Amelia Conte che ci ha fatto un lascito di ventimila euro, all’Associazione “Carpenedo solidale” che ci ha messo da parte mobili pregiati da arredare un castello, all’altra associazione di volontariato “Vestire gli ignudi” che ci ha donato un finanziamento così consistente da portarci fuori dalle preoccupazioni e dai guai.

Accanto a queste “rose” così straordinarie ed esemplari, c’è stata poi un’infinità di “roselline” più modeste ma altrettanto belle e profumate: dalla pioggerella continua di offerte che da mesi continua a cadere dolce come quella “di marzo” del poeta della nostra infanzia, alla signora che s’è tolta i denti d’oro e ci ha mandato l’equivalente (100 euro per Campalto), alla giovane collaboratrice dal cuore d’oro e dalle mani prestigiose che sta restaurando, con una incredibile maestria, i vecchi lampadari che impreziosiranno la nuova struttura.

E’ stato un ininterrotto succedersi di gesti cari e gentili con i quali la città ha dato volto bello e cuore caldo alla nuova dimora per i nostri nonni.

Se questa è la civiltà dell’Europa…

La gran parte degli aiuti alimentari che “Carpenedo solidale”, l’associazione di volontariato che ruota attorno ad “don Vecchi”, eroga ogni settimana a più di duemila concittadini in difficoltà, proviene dal “Banco Alimentare”. A sua volta il “Banco Alimentare”, che opera in tutta Italia e che per noi ha sede a Verona, ritira suddetti prodotti dalle grandi catene di distribuzione di generi alimentari e dalle fabbriche relative.

Si tratta quasi sempre di prodotti non più vendibili, o di produzioni eccessive che il mercato non riesce ad assorbire, o di prodotti che hanno qualche difetto nell’involucro o nei contenitori. Però la gran parte degli alimenti più importanti e più necessari, quali la pasta, il latte, il riso, il formaggio, ecc., provengono dalla Cee, organismo europeo.

Il banco alimentare, organismo collegato alla Compagnie delle Opere, a sua volta emanazione di Comunione e Liberazione, ha avuto una felice intuizione ed ha realizzato una poderosa ed efficiente organizzazione, gestita da volontari, la quale recupera migliaia e migliaia di tonnellate di generi alimentari più diversi e li distribuisce attraverso enti che si consorziano con questa organizzazione e che a loro volta distribuiscono direttamente alla popolazione in difficoltà quanto il Banco riesce a raccogliere dalle grandi aziende alimentari e soprattutto dall’Europa.

Qualche giorno fa, il responsabile della “agenzia del don Vecchi” mi ha comunicato, con preoccupazione, di aver saputo che a causa della crisi economica, l’Europa aveva deciso di tagliare di un terzo l’erogazione di questi prodotti di prima necessità e mi pregava di sensibilizzare, per quanto mi fosse stato possibile, l’opinione pubblica di questo pericolo incombente.

La notizia mi ha amareggiato quanto mai perché altro è parlare dei poveri in astratto, altro è vedere ogni giorno la lunga fila multietnica di persone che, pazienti e silenziose, scendono nell’interrato ove ci sono i magazzini e risalgono con le borse piene di quanto si riesce a dar loro.

Dopo l’amarezza è subentrata però la delusione e la rabbia: “Perché questa vecchia Europa, panciuta e mai sazia di rapinare le ricchezze ai popoli in via di sviluppo, arrogante per la sua presunta civiltà che dice che trae origine dal messaggio di Cristo, non ha pensato di ridurre i suoi eserciti, di tagliare sulle armi, di smobilitare i suoi aerei da guerra costosi e dispendiosi piuttosto che togliere il piatto dei suoi “rifiuti” non solamente alle nazioni che ha sfruttato, ma perfino alla sua gente meno fortunata?”.

Se questa è civiltà, credo che i poveri, che non sono pochi, non sappiano proprio cosa farsene della civiltà dell’occidente e alla prima occasione presenteranno il conto, che non sarà di certo leggero.

La fiducia che in tanti mi danno è uno stimolo a continuare

Qualche giorno fa mi ha telefonato un commercialista che, a suo dire, mi conosceva bene, preannunciandomi che una sua cliente, morta da poco, s’era ricordata di me nel suo testamento.

Il mio interlocutore mi ha anche fatto il nome di questa generosa creatura che si è ricordata di questo vecchio prete ma, sia perché sono un po’ duro d’orecchio, sia perché di primo acchito non sono stato capace di inquadrare la persona di cui mi parlava, essa mi rimane a tutt’oggi sconosciuta.

Il signore della telefonata mi ha anche informato che la pratica, giustamente, dovrà fare il suo iter e che la cifra si aggira sui ventimila euro, e quando gli chiesi se il beneficiario fosse la Fondazione, mi rispose, con mio dispiacere, che invece sono io l’erede. Il mio dispiacere nasce dal fatto che lo Stato, affamato di denaro come sempre, si prenderà una buona fetta di questa eredità, mentre se fosse stata destinata alla Fondazione, che è una ONLUS, tutto l’importo sarebbe giunto a giusta destinazione.

Più volte ho detto e scritto che, vivendo io al “don Vecchi”, anche la mia modestissima pensione mi basta e che tutto quello che ricevo a qualsiasi titolo lo passo al “don Vecchi” perché venga destinato agli anziani più poveri di me. Non nascondo però che la notizia mi ha fatto piacere perché essa mi rassicura che non ci sono, nella nostra città, solamente persone che diffidano o che criticano sempre, ma ci sono pure concittadini che condividono il mio sogno di creare una città solidale nella quale ognuno collabori ad aggiungere il suo piccolo tassello per vivere una vita più fraterna.

Talvolta vengo a conoscere critiche malevole e preconcette, ma più spesso mi giungono attestazioni di fiducia e di affetto. Ringrazio sempre il Signore perché i miei concittadini sono fin troppo buoni nei miei riguardi dimostrandomi tanto di frequente una fiducia ed un affetto che talvolta mi fanno perfino arrossire, perché sono cosciente che potrei e dovrei fare di più e di meglio perché, credenti o meno, anche in questo nostro tempo c’è bisogno di incontrare sacerdoti che si schierino con i più poveri e, soprattutto, escano allo scoperto, diano testimonianza tentando di giocarsi interamente sul valore della fraternità.

Queste attenzioni che, fortunatamente, non sono infrequenti, mi giungono come uno stimolo ed un invito ad un servizio sempre vigoroso e appassionato a favore dei fratelli.