I costi che gravano sulla solidarietà

Per grazia di Dio in questi ultimi tempi un signore di Mirano ha lasciato in eredità alla Fondazione l’appartamento in cui viveva: un bell’appartamento, anche se un po’ vecchiotto, di 140 metri quadri di superficie e in bella posizione.

L’intenzione era di lasciarci la casa che si era costruita in una vita di lavoro, purtroppo l’imprecisione con cui ha scritto il testamento non ci ha permesso di beneficiare di tutto ciò che intendeva destinare agli anziani in difficoltà, ma solamente dell’appartamento in cui abitava. Pazienza! Quello che la Provvidenza ci ha fatto avere è stata già una vera manna del cielo che ha concorso in maniera determinante a coprire i costi del “don Vecchi” di Campalto.

Ora, espletate le pratiche non facili per la successione, affronteremo l’impresa di venderlo – in questo momento, il più infelice per alienare una casa. Oggi ho pagato la parcella del professionista che ha seguito la pratica. In Italia un povero cittadino normale viene a trovarsi in un labirinto di pratiche per cui è praticamente impossibile fare da sé; devi sempre ricorrere all’esperto che ti aiuti.

Il nostro esperto, che ci ha detto che ci ha trattato bene perché sa che cosa stiamo facendo, ci ha chiesto cinquemila euro. Il costo non si ferma qui perché su questa somma lo Stato, che pure sa quanto stiamo facendo avendoci inseriti nel catalogo delle Onlus – cioè degli enti di beneficenza – ha preteso, su questa parcella, il 20 per cento di Iva ed un altro 20 per cento per la trattenuta d’acconto.

Io so, per motivi di giustizia e di solidarietà e perché devo insegnare la morale, che è giusto pagare le tasse, ma credo che sia sacrilegio che lo stesso Stato butti questi soldi, che andrebbero direttamente ai poveri, li sprechi e li consegni ai burocrati inconcludenti che passano le giornate per complicare la vita ai cittadini che lavorano e più ancora a quelli che per scelta si fanno carico delle difficoltà dei meno abbienti.

Brunetta ha fatto qualche sparata iniziale, però ho l’impressione che ad esempio l’assenteismo, dopo il primo momento di resipiscenza, continui pacificamente – vedi Rovigo dove più della metà dei dipendenti della Regione vanno pacificamente a farsi le spese in orario di “lavoro”.

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