Prima di tutto viene l’uomo, e soprattutto l’uomo debole e bisognoso di aiuto!

Ormai s’è voltato pagina. Per evitare diatribe con il parroco e con uno dei tanti comitati a lui collegati, che di legale non han proprio nulla se non il gusto e l’arroganza di opporsi a qualche iniziativa concreta e di rappresentare, senza mandato alcuno, “la cittadinanza”, il consiglio della Fondazione ha accettato la proposta del Comune per un terreno ai margini della città, chiamato – non so perché – degli “Arzeroni”.

Credo che la decisione sia stata saggia, non solo per evitare ulteriori polemiche, ma anche perché l’area del parco che sarebbe stata concessa era veramente angusta. Si tenterà, agli Arzeroni, di dar vita ad una struttura più capiente, per poter ospitare più anziani e dar respiro ad progetto più articolato e spazioso.

Ho letto le proposte, veramente generose, che il presidente della Fondazione, don Gianni, ha fatto al comitato “rappresentato” da un “triumvirato”, ma non c’è stato nulla da fare, il “popolo” ha detto di no, basta, non si discute, ma si deve accettare la volontà (in questo caso non si può proprio dire “popolare”) ma della borghesia, come sempre poco interessata alla sorte degli ultimi, di quelli che non hanno voce, né diritto di chiedere di essere aiutati.

Ho letto sul “Gazzettino”, le conclusioni, più che concilianti, del presidente della Fondazione, don Gianni Antoniazzi, il giovane parroco di Carpenedo che, nonostante tutto, assicura che il “don Vecchi” sarà a disposizione anche degli anziani di San Pietro Orseolo, qualora ne avessero bisogno.

Questa è la decisione del consiglio di amministrazione e del suo presidente, sulla quale non ho nulla da eccepire, della quale sono veramente ammirato e che favorirò con tutta la mia volontà. A livello personale però, e per coerenza alle scelte di tutta la mia vita, sento il dovere di affermare con forza che per me questi comportamenti non solamente non sono solidali, ma certamente incomprensibili per la parrocchia e per chi si ritiene cristiano. Prima di tutto viene l’uomo, e soprattutto l’uomo debole e bisognoso di aiuto.

Credo che la gente di Viale don Sturzo, a motivo dell’intervento di qualcuno, abbia perso una buona occasione per dimostrarsi civile ancor prima che cristiana.

Nell’articolo del Gazzettino si dice che quelli del comitato hanno affermato che stanno “sopportando” i due Centri, mentre in realtà il Centro don Vecchi è l’unica realtà positiva che c’è in Viale don Sturzo. Mezza Italia s’è interessata a questa esperienza di eccellenza che dà lustro e che tutti ci invidiano.

Tutto questo sento il dovere di affermare per dire “pane al pane” e perché ognuno si prenda le sue responsabilità.

Don Vecchi 5: il nostro impegno e la burocrazia

Ho l’impressione che il dottor Remo Sernagiotto, assessore alle politiche sociali della Regione Veneto, sia un neofita in politica e, peggio ancora, nel settore amministrativo di un ente pubblico, perché mi pare che sia partito in quarta per dare una soluzione al gravissimo problema degli anziani, ma ora stia sbattendo il naso sugli sbarramenti burocratici dell’amministrazione regionale.

Mi par di aver capito che gli enti pubblici, per tutelarsi dagli imbrogli e per garantire trasparenza, finiscano invece per far allungare i tempi e far lievitare i costi, arrivando sempre in ritardo e scontentando un po’ tutte le persone di buon senso.

Sernagiotto ha certamente capito che le cose non possono più continuare come sono state impostate finora per quanto riguarda gli anziani: non ci sono case di riposo, i posti che ci sono hanno un costo insopportabile perfino per la Regione ed infine la qualità della vita offerta è assai scadente.

Quando ha visto il “don Vecchi”, e soprattutto quando gli abbiamo presentato i costi, gli è parso di aver finalmente “scoperto l’America” e ci ha detto: «Cominciate, io vi offro il finanziamento per la costruzione e vi garantisco una modesta diaria per la pulizia alle persone e agli alloggi». Noi, temerari come sempre, abbiamo accettato la sfida.

I guai però sono sbocciati immediatamente: c’è voluta una legge, s’è dovuto bandire un concorso, con regole e cavilli infiniti e nel frattempo è già quasi passato un anno. Ora ci vorrà un bando europeo per la gara di appalto e dovremo fare un percorso di guerra per ottenere a bocconi il denaro stanziato.

Ogni tanto sulla stampa esce qualche dichiarazione di Sernagiotto sugli obiettivi, sulla dottrina e quant’altro; ogni volta pare che il progetto si ingarbugli. Da parte nostra le idee sono più chiare: l’alloggio offerto diventa la casa dell’anziano che ne diviene il titolare. L’anziano paga i costi condominiali, le utenze e provvede per il suo sostentamento e il costo di tutto dovrà essere sopportabile anche per chi ha la pensione minima.

In più, agli anziani in perdita di autonomia, sarà garantita, a titolo gratuito, la pulizia dell’alloggio e della persona, e tutto questo a spese della Regione, cosa questa di non poco conto, perché così anche gli anziani poveri potranno vivere in un alloggio più che decente, potranno fruire di spazi comuni e, soprattutto, sapranno che dietro a loro c’è un minimo di organizzazione su cui poter contare nei casi di emergenza.

Spero quindi che Sernagiotto e i suoi funzionari non ingarbuglino le cose più del necessario.

Invitato a parlare del don Vecchi

Il Centro di Studi Storici di Mestre mi ha invitato a parlare al Candiani sui Centri don Vecchi. Quando il presidente di questo prestigioso gruppo culturale, con una telefonata calda e confidenziale, mi ha invitato ad esporre questa esperienza, che grazie a Dio è diventata, certamente non per merito mio esclusivo, un fiore all’occhiello della nostra città, d’istinto gli avrei detto subito di no. Io sono schivo, introverso e sono convinto di non avere le qualità del conferenziere sciolto e brillante che sa presentare l’esperienza – pur estremamente valida, ne sono convinto – in maniera convincente e soprattutto tale da non annoiare, ma anzi di entusiasmare il pubblico.

Il prof. Stevano, però, è stato così irrompente e deciso che non sono riuscito a sottrarmi all’invito che mi offriva l’opportunità di promuovere questa struttura per gli anziani e soprattutto mi offriva “peso” per poter ottenere dall’amministrazione comunale la superficie indispensabile per attuare il progetto, già finanziato dalla Regione, a favore di una struttura destinata agli anziani in perdita di autonomia.
Dissi di si proprio perché non sono riuscito a dir di no!

Il Centro Studi Storici ha fatto veramente le cose per bene. Un titolo incisivo: “Il miracolo della sfida dei Centri don Vecchi”. Un manifesto con la mia immagine, molto bello, tanto che mi sono sorpreso della mia figura armoniosa, quasi quella di un vecchio dalla capigliatura copiosa e candida, ma soprattutto dal volto ricco di bonomia e di calda umanità. Consistente la diffusione dei manifesti e notevole l’informazione sulla stampa.

Il pubblico m’è apparso subito accattivante: molti volti conosciuti ed amici, consistente la rappresentazione del popolo dei vecchi, il resto costituito perlopiù dalle solite persone anziane che normalmente partecipano a queste cose.

Mi sono subito sentito a casa, facilitato da un anfitrione che ha condotto il discorso con maestria, interrompendo quel temuto monologo che mi avrebbe affossato in un mare di noia.

La dottoressa Corsi poi, ora funzionario del Comune e mia antica allieva delle magistrali, la quale è stata praticamente l’ideologa e la “cofondatrice” di questa iniziativa innovatrice nel settore della terza età, ha costruito in maniera brillante una cornice di taglio intellettuale al mio intervento. Cosicché, tutto sommato, penso che la cosa abbia sortito un risultato positivo.

Ora, forte anche di questo avvallo civico, presenterò con più decisione ed autorevolezza la mia richiesta al Comune io mi predisporrò ad uno scontro deciso attraverso i mass-media per ottenere quello che il Comune ci dovrebbe dare in un piatto d’argento.

E’ duro toccar con mano la disperazione dei disoccupati!

Credo che nella mia lunga vita di prete abbia potuto contare a migliaia le persone che mi hanno chiesto una raccomandazione per trovare un posto di lavoro. Da quanto ricordo trovare un posto di lavoro non è mai stato facile. Un tempo poi tutti erano convinti che la raccomandazione di un prete fosse più che sufficiente per essere assunti. Non fu mai così, comunque ho sempre cercato di accontentare questa povera gente che ricorreva a me fiduciosa, tentando di essere il più convincente possibile, personalizzando al massimo le mie presentazioni e le mie richieste.

Talvolta però suggerivo: “Per cercar lavoro ritieniti assunto otto ore al giorno per bussare alle porte più disparate, vedrai che in otto giorni al massimo troverai chi ti assume”, convinto che mentre è facile cestinare una domanda o metterla sul mucchio, è molto più difficile, anzi quasi impossibile, cestinare una persona!

Ora non ho neppure più coraggio di fare queste proposte, perché sono certo che è praticamente impossibile che un datore di lavoro s’accolli uno stipendio, per quanto modesto, se non ha necessità di questo lavoratore. Confesso però che finché questi discorsi sono teorici, essi fanno male, ma riesci a voltar pagina, ma una volta che ti trovi di fronte a delle persone in carne ed ossa che affermano: “Mi hanno detto che lei può far qualcosa per me”, allora ti senti proprio sgomento e perduto.

Qualche giorno fa dei signori mi chiesero di potermi incontrare. Scoprii che erano due sposi relativamente giovani con una bimbetta di tre, quattro anni. Mi raccontarono la loro triste storia: l’una perse il posto mentre era in maternità, l’altro per la riduzione del personale della piccola azienda presso cui lavorava. Lui era di Roma, lei di Gorizia. Scorsi la disperazione nei loro occhi. La disperazione dal vivo è cosa veramente terribile!

Mentre parlavamo la bimbetta, fortunatamente inconsapevole, giocherellava nei grandi spazi della hall.

Promisi che avrei parlato con due aziende che lavorano per il Centro. L’ho fatto, ma senza risultati. Non sapendo più cosa dire, offrii l’assistenza alimentare, pur sapendo benissimo quanto sia parziale e quasi insufficiente per il bilancio famigliare. Loro però erano già ricorsi al nostro Banco alimentare.

S’allontanarono con dignità e rispetto, ma quel dramma mi fa soffrire più dell’influenza che quest’anno mi ha colpito duramente e dalla quale non riesco ad uscire. Nelle mie preghiere aggiungerò un’Ave Maria per loro, perché sono più che mai convinto che solo Dio li può aiutare.

Sinistra? Centro? Destra? Io scelgo chi saprà creare una società più equa!

Ancora una volta mi si è posto un problema che non ho ancora risolto completamente, o meglio mi si pone il dubbio se la soluzione a cui sono arrivato sia giusta.

Una arzilla signora, anziana ma ancora reattiva, entrata da poco al Centro don Vecchi, quasi per presentarsi e mettendo le mani avanti, mi disse con decisione: «Io sono di sinistra». Queste affermazioni a me non fanno né caldo né freddo, perché il mio solo ed unico interesse è quello della solidarietà e dell’impegno verso chi è in difficoltà.

Tanto per continuare la conversazione e per non lasciare il dubbio che quella affermazione costituisse una frattura o perlomeno una barriera nel nostro rapporto, tentai di argomentare che attualmente i partiti di destra o di sinistra sono quasi totalmente decantati da ideologie che un tempo erano quasi dei dogmi religiosi assoluti e sopra la razionalità e che ora invece chi pratica la politica si muove in rapporto a scelte concrete sulle varie problematiche sociali. Poi continuai a dire che una certa diversità è quanto mai positiva perché la dialettica affina, approfondisce e motiva le scelte sociali di ognuno.

Al che ella ribatté decisa: «Comunque io rimango di sinistra!» Ero tentato di ribadire “buon pro ti faccia, anche se hai trovato alloggio presso un prete e non presso la sede del P.D. o presso una di quelle tante frange che sono come il delta del vecchio partito comunista, ormai allo sfascio e alla deriva”.

Lasciai perdere perché la polemica normalmente non costruisce nulla. Comunque mi sono domandato una volta ancora: “Io sono di destra, di centro o di sinistra?” Non riesco a dare una risposta con i termini correnti usati per queste cose. Però da tempo, dentro di me, ho scelto di essere con chi riesce a dare benessere alla nazione, con chi cerca di portare concordia nel Paese, con chi è preoccupato e riesce ad aiutare i cittadini più fragili e più deboli.

Se Bersani riuscirà a trovare la formula di governo per riuscire a fare dell’Italia un Paese come, ad esempio, la Svezia, nel quale c’è un buon tenore di vita, uno stato sociale veramente efficiente, un rispetto della persona, dove lo Stato è al servizio del cittadino e non viceversa, sono con Bersani e con chi è ancor più rosso di lui. Se però Monti, con le sue liberalizzazioni, riesce a creare ricchezza, a dividerla equamente, mettendo in moto sinergie tra tutte le realtà sociali del Paese, dal sindacato ai giudici, e riesce a risolvere civilmente il problema delle carceri, il controllo delle corporazioni privilegiate, sono con Monti!

Io scelgo e voglio sostenere chi, con i fatti, sa creare una società più equa, più umana, più solidale e più libera; il resto non mi interessa.

“La fede senza le opere è sterile”

Qualche settimana fa il freddo era veramente pungente. Il vento di bora s’infilava nei vestiti e gelava le ossa. I mass-media poi, terminata la tragedia della Costa Concordia, avevano bisogno di un altro dramma per piazzare il loro prodotto e avevano “terrorizzato” i cittadini dando l’impressione che il gelo polare stesse letteralmente paralizzando l’intero Paese.

Così pensavo che il maltempo avrebbe scoraggiato i miei fedeli dal partecipare all’Eucaristia domenicale, tanto più che la mia chiesa è piuttosto decentrata e i miei fedeli non sono tutti proprio nel fiore degli anni. Mi preparavo quindi a vivere l’incontro col Signore con meno entusiasmo, non potendo avere il calore di una chiesa gremita come al solito.

Invece no! Pian piano i fedeli sono giunti a gruppetti, provando subito una sensazione di benessere fisico incontrando il tepore di un ambiente riscaldato e quanto mai accogliente. Quando tirai la cordicella del campanello di bronzo per l’inizio della messa, la chiesa era piena e la mia comunità particolare, legata da una comunione profonda che nasce da una scelta e non dalla costrizione geografica, era al completo. Anzi, prima del sermone, tanta gente se ne stava al centro e a lato in piedi. Il mio coro, formato da ultraottantenni, puntuale e completo al suo posto e i vari ministranti disponibili ad adempiere le loro funzioni come ogni domenica.

Iniziai confidando la sensazione che mi riscaldava il cuore “Fuori: gelo, solitudine, disorientamento; dentro: tepore, amicizia, fraternità e serenità”. La comunità di fratelli che si riunisce nel nome del Signore fa emergere sempre e subito i valori che danno conforto, sicurezza, pace e speranza.

Pur roco, perché raffreddato, tentai di passare, alla luce del Vangelo di san Marco, quanto la fede e la religione hanno come eterne e sapienti coordinate: la fede e l’amore a Dio e il servizio al prossimo. La solidarietà verso i fratelli in difficoltà non è quindi un optional, ma una componente essenziale e assoluta del cattolicesimo: “La fede senza le opere è sterile”. Un cristiano che non preveda e non attui nella sua vita atti di carità, in relazione alla sua condizione umana, non solamente non è un buon cristiano, ma è un cristiano monco di un arto essenziale.

La disabilità, per la carenza della componente solidale, non è facilmente visibile e verificabile nel singolo, ma è invece un elemento macroscopico che appare immediatamente nel volto di una parrocchia. Talvolta mi rifaccio al racconto del Tolstoi che immagina Gesù che in incognito visita le comunità cristiane della “santa Russia” e, deluso, non riconosce in esse, raccolte per il culto nelle loro chiese, comunità composte da suoi discepoli, perché non conformi al suo insegnamento. Non so proprio cosa accadrebbe se al nostro Maestro venisse in mente, una qualche volta, di fare una visita alle 32 parrocchie di Mestre.

I sogni che vorrei portare al nuovo Patriarca

Mi pare che i giornali abbiano detto che il nuovo Patriarca comincerà il suo servizio nella Chiesa veneziana a fine marzo. E’ veramente tardi, ma credo che di certo non sia per colpa sua, ma a causa di un apparato ecclesiastico che ha bisogno di essere oleato, o meglio ancora semplificato e aggiornato.

Spero che, essendo il nuovo vescovo relativamente giovane, imbastisca velocemente il “nuovo governo”. A pensarci mi vien da compiangerlo fin da subito, perché dovrà mostrarsi un capo veramente valido, dovendo accontentarsi della collaborazione di una compagine ben modesta.

Da parte mia, nel mio “sognerellare”, mi capita di sorprendermi a far congetture sull’azione pastorale su cui le varie componenti della diocesi premeranno perché egli vi dia nuovo avallo ed impulso. Di certo quelli che si interessano della cultura premeranno perché si prenda a cuore il Marcianum, il fiore all’occhiello che il cardinal Scola ha lasciato in eredità alla Chiesa veneziana; quelli della pastorale della famiglia faranno altrettanto, e così pure premerà per avere un sostegno chi si occupa della catechesi, della liturgia e della nuova evangelizzazione o della pastorale del lavoro.

Tutti presenteranno ciò che è stato realizzato e i progetti in corso. Tutto questo è giusto e opportuno, però anch’io, pur vecchio e lontano dal “palazzo” e dalle “stanze dei bottoni”, ho dei progetti e delle proposte che voglio fargli conoscere, magari attraverso il nostro periodico.

Per esempio il sogno della “cittadella solidale”, una struttura che esprima la carità della Chiesa veneziana e che dia risposte globali al vasto mondo degli emarginati.

E come non parlargli del “Samaritano” per dare alloggio a tutti coloro che vengono da lontano ad assistere gli ammalati degenti negli ospedali di Mestre, i fratelli che alla preoccupazione per i loro parenti ammalati, debbono farsi carico anche dei costi alberghieri proibitivi?! Come non dirgli del sogno di aiutare i padri di famiglia divorziati per i quali, al dramma dello sfascio della propria famiglia s’aggiunge anche quello della dimora e del rapporto con i figli!

Come non renderlo partecipe della splendida prospettiva di diffondere anche nelle varie zone pastorali della diocesi soluzioni analoghe a quella mestrina dei Centri don vecchi?

A mio modesto parere nella Chiesa di Venezia deve emergere e diventare più consistente la dimensione caritativa che attualmente è sottosviluppata in rapporto al culto e alla catechesi.

Spiace caricare sulle spalle del nuovo vescovo tutti questi fardelli, però sento il dovere di aiutarlo perché i carichi siano bilanciati e la solidarietà non continui a rimanere la cenerentola dell’impegno pastorale della diocesi.

Alla ricerca di un terreno per i nostri anziani

Nota della Redazione: questo articolo risale a fine gennaio. Fra quel tempo e oggi abbiamo visto il netto rifiuto di un quartiere di Mestre e il reperimento di un’area anche migliore.

L’assessore alle politiche sociali della Regione Veneto, in un incontro avuto al “don Vecchi”, ha lanciato la proposta di un “don Vecchi avanzato” per gli anziani in perdita di autonomia. La Regione darebbe un valido supporto al progetto con la concessione di un mutuo a tasso zero rimborsabile in 25 anni e con la promessa di un modesto contributo per fornire la cura della persona e dell’ambiente destinati ad anziani pur fragili, ma che possono vivere ancora una vita normale. Questi anziani non sarebbero così costretti alla “condanna” del ricovero in casa di riposo, dovendo anche pagare, come i condannati a morte in Cina, la pallottola con la quale sono soppressi (dove però, al posto del costo modesto di una pallottola pagherebbero quello ben più salato della retta mensile).

A sentire l’assessore della Regione, il procedimento doveva essere facile e veloce, probabilmente neppure lui conosceva bene il percorso di guerra a cui bisognava sottostare. La burocrazia italiana, alla quale si aggiunse quella europea, perché il “fondo di rotazione” che consente suddetto mutuo proviene da una fonte della Cee, ha preteso il suo costo in pratiche burocratiche. Comunque siamo giunti ad un esito positivo.

Ora però l’inghippo è rappresentato dall’infinita inerzia ed indecisione dell’amministrazione del nostro Comune, perché la superficie che la Fondazione dispone a Campalto è subordinata al passaggio della via Orlanda bis.

L’amministrazione ci ha proposto quindi una superficie alternativa, ma ha paura della scontata reazione dei soliti comitati o dei soliti protestatari che chiedono tanto, ma non sono disposti a dar nulla.

Io sono sempre irritato quando gli amministratori non sanno assumersi le proprie responsabilità e si lasciano condizionare dagli arroganti, dagli stupidi, dagli egoisti, dall’opinione pubblica. Comunque, essendo convinto che sarebbe un autentico sacrilegio e un peccato che grida vendetta a Dio se il Comune soltanto per pavidità non approfittasse di questa opportunità tanto favorevole, qualora non intervenisse in maniera tempestiva nel mettere a disposizione una superficie, “sparerò” a zero non solo sul mucchio, ma con un”fucile di precisione” sui responsabili ben identificabili, che hanno un nome e un cognome e che, per scelta spontanea, si sono offerti a perseguire il bene della città.

Aiutiamo i mariti divorziati anche a Mestre!

Qualche settimana fa ho letto su “L’avvenire”, il quotidiano di ispirazione cristiana, una notizia su un’iniziativa pastorale di un ordine religioso attivata a Milano.

Dei frati hanno restaurato un loro edificio non più utilizzato, ricavandone una dozzina di monolocali per mariti divorziati. Il discorso sul grave disagio in cui spesso vengono a trovarsi certi mariti la cui famiglia si è sfasciata, l’avevo sentito trattare anche da monsignor Pistolato, responsabile della Caritas del Patriarcato di Venezia.

Pare, da quanto si riferiva, che normalmente il giudice, nelle cause di divorzio, assegni quasi sempre la casa alla moglie, da un lato perché essa è considerata l’elemento più fragile, e dall’altro perché quasi sempre le sono affidati i figli. Il marito quindi, indipendentemente dalle sue responsabilità nei riguardi del fallimento del matrimonio, viene a trovarsi senza casa, per di più deve passare un assegno per il mantenimento dei figli e, talora, della moglie. Con gli stipendi attuali quest’uomo viene a trovarsi quasi sempre in una condizione di vera povertà.

A questo grave disagio si aggiunge poi che se non può dimostrare di avere un luogo idoneo dove accogliere i minori per il tempo che il giudice gli assegna per poter vedere i suoi figli, corre il rischio di essere privato perfino di questo momento di conforto per realizzare la sua paternità.

A Milano, con il concorso della Provincia e degli enti locali, i religiosi di cui parlavo hanno posto in atto la risposta, pur limitata a 12 minialloggi, assegnandoli ad una pigione pressoché simbolica di 200 euro al mese; per il resto dei costi contribuiscono gli enti succitati, in modo che questi signori possano vivere, almeno per due anni, in un luogo confortevole a costi ridotti e inoltre possano accogliere i figli in una sala e in un parco sempre messi a disposizione dai frati.

Colpito da questa bella iniziativa, l’ho offerta, attraverso un editoriale de “L’incontro” alle parrocchie del mestrino, essendo la Fondazione Carpinetum impegnata su altri fronti. S’è fatta avanti una parrocchia che ha i locali, ma anche un mutuo gravoso da pagare che le risulta insostenibile. Pare che con mezzo milione di euro e la collaborazione di questa parrocchia si potrebbe porre in atto questa iniziativa pastorale veramente innovativa, offrendo quasi una decina di alloggi ad altrettanti mariti in difficoltà.

Voglio rilanciare il progetto, ora più definito, dalle pagine di questo nostro periodico. Spero che tra le 28 parrocchie del mestrino ce ne sia almeno una che da sola, o consorziata con altre, voglia realizzare quest’opera di carità.

Frutta e verdura per i nostri vecchi

Non c’è quasi nulla che sia impossibile. Sono convinto che la rete di confine del possibile sia determinata dalla fede in Dio e dall’amore al prossimo.

Ormai tutti sanno che il criterio con cui accogliamo i nuovi residenti al Centro don Vecchi sono la precarietà delle loro finanze e dell’autonomie esistenziale. Prendiamo i più poveri e i più malandati sotto ogni punto di vista.

Ricordo che quando cominciai ad imbarcarmi nell’impresa dei Centri don Vecchi, chiesi consiglio ad un mio amico commercialista. Questo signore mi rispose senza esitazione: «Don Armando, punti esattamente sulla categoria che ha la pensione medio-alta». Per fortuna, e per grazia di Dio, feci esattamente l’opposto.

Però confesso che non è facile pagare la pigione, i costi condominiali, le utenze, le medicine con una pensione di 580 euro, e talvolta anche meno. Nei Centri don Vecchi una cinquantina di residenti sono in queste condizioni ed altri cento non superano i sette-ottocento euro mensili. Perciò ci siamo dati da fare per trovare fonti alternative e soluzioni che agevolano questi poveri vecchi.

L’ultima trovata è stata quella del chiosco di frutta e verdura. Forte dell’esperienza della Bottega solidale, ci siamo lanciati in questa impresa. La “capa” è una mia coetanea ottantatreenne che ripete a tutti che il Centro don Vecchi non è una casa di riposo ma “un centro benessere”. Il frate elemosiniere è Luigi, un meridionale capace di vendere “aria di Napoli in scatola”. Questo signore si è creato una piccola “compagnia di Gesù” e con alcuni suoi adepti parte verso le quattro e va a questuare frutta e verdura a Padova e Santa Maria di Sala; altri rimangono a casa a preparare “il mercatino”. Altri ancora offrono a 5 euro al mese la tessera che dà diritto a ritirare questa frutta e verdura di prima qualità tre volte la settimana.

Io non so se sia sant’Antonio o san Gennaro, ma fatto sta che, a giorni alterni, arrivano uno o due furgoni carichi di frutta e verdura. I vecchi clienti del “don Vecchi” la ritirano per loro, per i figli, per i nipoti e i pronipoti, perché se i vecchi dovessero mangiare tutta la frutta e verdura che ritirano, scoppierebbero come la rana di Esopo che voleva diventare grande come la mucca.

Il banco alimentare del “don Vecchi” ci mette il furgone e il gasolio, io aggiungo soltanto brontolamenti, minacce, lusinghe e mediazioni per la pace.

Questo servizio fornisce alimenti ai due Centri di Carpenedo, quello di Marghera, quello di Campalto, e contemporaneamente rifornisce il banco alimentare del Centro che assiste duemila poveri alla settimana.

Vedendo tanto ben di Dio provo solamente tanta tristezza al pensare che molte parrocchie se ne stanno infreddolite all’ombra del campanile ad aspettare “il sol dell’avvenir”.

L’Europa, l’Italia, il Comune…

Anche quando uscirà questa pagina del mio povero diario spero che le cose delle quali ho pieno il cuore, e che mi preoccupano alquanto, siano felicemente risolte.

Ho osservato il silenzio perché ora non porto più la responsabilità della Fondazione Carpinetum che gestisce i Centri don Vecchi. Ritengo giusto che chi è al timone scelga la rotta e le modalità di condurla e che chi vi collabora non lo intralci, anzi favorisca in ogni modo il suo modo di raggiungere lo scopo. Ho poi grande fiducia e grande rispetto per il giovane “capitano” e perciò spero proprio che ci porti alla meta.

Grazie a Dio siamo riusciti, pur con qualche difficoltà, ad ottenere il finanziamento per il “don Vecchi 5”, destinato agli anziani in perdita di autonomia. L’assessore Sernagiotto ha ottenuto un fondo di rotazione di cui a noi sono stati destinati quasi tre milioni di euro, da restituire in 25 anni a tasso zero.

Sarà di certo un percorso di guerra quello di incassare concretamente la somma, perché alla burocrazia italiana dovremo sottostare; in questo nostro caso si è aggiunta quella europea.

Comunque, disponendo di collaboratori ormai abituati a percorrere gli itinerari tortuosi ed assurdi della burocrazia, credo che da questo lato ce la faremo. Mentre le difficoltà insorgono a causa del nostro Comune. La fruibilità di un terreno che la Fondazione possiede a Campalto è condizionata dal fatto che il Comune decida di fare o non fare la via Orlanda bis.

Il nostro Comune, anche in questo settore, si rifà al comportamento dell’asino di Buridano, che non riesce a scegliere. Allora ci ha ventilato, in alternativa, un’altra soluzione, ma anche per questa sta manifestando indecisione.

Intanto il tempo passa ed aumenta il rischio di perdere questa insperata e splendida opportunità. Oggi è in gioco il domani e la serenità di un’altra ottantina di anziani poveri e per di più alquanto acciaccati.

Io sarei stato per lo scontro frontale, per l’assalto mediatico all’arma bianca. Avrei portato alla sbarra dell’opinione pubblica l’indecisione e l’ambiguità di certi personaggi che tengono banco nella giunta comunale di Venezia. Appartengo infatti alla categoria del piccolo David che ha fiducia nella sua fionda e nei ciottoli del torrente, piuttosto nell’armatura pesante della diplomazia.

Spero, una volta tanto, di aver torto e che il guanto di velluto del nuovo Consiglio di amministrazione raggiunga lo scopo senza ferite e “spargimento di sangue”. Sarò quindi ben felice se la Fondazione otterrà, prima della scadenza del tempo, la superficie alternativa a quella che abbiamo indicato alla Regione. Se così non avvenisse, “non ci saranno santi che tengano”: attaccherò con ogni mezzo chi si è offerto di governarci e ora non ha più coraggio di farlo.

Il Don Vecchi 5 è una lode a Dio che nasce dalla nostra fede e dalla carità cristiana

E’ arrivato il finanziamento della Regione per realizzare il nuovo Centro “don Vecchi” per gli anziani in perdita di autonomia fisica. Ora possiamo sperare di riuscire a far vivere in maniera autonoma anche gli anziani, che pur avendo ancora la testa a posto, hanno bisogno di più di un supporto per godere ancora della loro autonomia decisionale e “da persone” fino all’ultimo respiro.

La stampa locale sta dando molta evidenza a questo fatto e credo che abbia ragione perché si tratta di “un fatto epocale” che finalmente difende la libertà e l’autonomia dell’anziano, lo rende libero da dipendenze burocratiche, da un lato, e dall’altro gli permette di non pesare sui figli, che in questo momento di crisi hanno essi stessi molto da faticare per arrivare alla fine del mese.

Nello stesso tempo permette all’ente pubblico di non dissanguarsi per dover affrontare rette pesantissime ed impossibili con l’aumento esponenziale della popolazione anziana e la diminuzione della forza lavoro che si sobbarchi questo peso economico.

A questo riguardo sento il bisogno di precisare qualche aspetto che potrebbe essere frainteso. La Regione non ci regala nulla; ha costituito un fondo di rotazione col quale possiamo affrontare il costo della struttura, ma dovremo restituire fino all’ultimo millesimo ciò che ci viene anticipato.

Al Comune abbiamo chiesto “il diritto di superficie” per costruire la struttura. Neanche questo ente ci darà niente per niente: pagheremo questo diritto di superficie pur alleggerendo l’onere del Comune di pagare delle rette veramente salate alle case di riposo per non autosufficienti.

Da noi i futuri residenti pagheranno solamente i costi condominiali e le utenze e chi avesse un reddito abbastanza consistente darà un contributo di solidarietà per chi ha la pensione minima. Tutto ciò si chiama, ed è, solidarietà. Molti lo daranno volentieri questo contributo mentre gli avidi e gli egoisti invece lo dovranno fare perché questo è giusto.

Se il Comune sarà sollecito ed intelligente quanto la Regione, al massimo entro due anni la nostra città potrà disporre di quasi quattrocento alloggi per anziani poveri e questo non è poco.

Voglio precisare altre due cose che reputo importanti: le nostre strutture sono e saranno, oltre che comode, anche signorili, perché siamo convinti che “i poveri sono i nostri padroni”! Secondo: questa operazione la consideriamo una lode a Dio che nasce dalla nostra fede e dalla carità cristiana, poiché vogliamo che non si rifaccia a criteri di beneficenza e di filantropia. Stiamo facendo tutto questo solamente “perché Dio lo vuole!”.

I magazzini “San Martino”

La celebrazione del decennale dei magazzini “San Martino” ha avuto vasta eco sulla stampa e sulle emittenti televisive locali. Il direttore generale e il comitato direttivo dell’associazione “Vestire gli ignudi”, che gestisce l’ipermercato solidale a favore dei cittadini italiani e stranieri che versano in disagio economico, hanno voluto dare risalto a questa “impresa” che in controtendenza alla situazione generale del commercio, è invece quanto mai florida e vitale.

I poveri conoscono già molto bene i magazzini degli indumenti, infatti li affollano ogni giorno e “acquistano” vestiti per sé e per le loro famiglie che vivono in Romania, in Moldavia, Marocco, Algeria, Zambia o Madagascar, mentre pare che questa iniziativa benefica sia meno nota tra le parrocchie, le aziende che producono e vendono indumenti, tra le organizzazioni caritative e l’amministrazione comunale.

Si ha la sensazione che questa realtà, o per disinteresse ai bisogni della povera gente, o per inedia congenita, o forse per invidia, sia una soluzione bellamente ignorata, mentre in realtà è affermata ormai a livello nazionale.

E’ purtroppo vero che quando si parla di carità o di organizzazioni caritative, l’opinione pubblica pensa sempre ad una elemosina dalla quale il beneficiario è messo nella condizione di vergognarsi e che quasi mai risponde in maniera adeguata al suo bisogno. Questo non si può dire, fortunatamente, per la nostra organizzazione e “l’impresa solidale” che la gestisce.

Possiamo affermare, con legittimo orgoglio, che a Mestre nessun cittadino, proprio nessuno, può lagnarsi o soffrire per mancanza di indumenti, perché la nostra risposta è esaustiva per tutti. Nessuno è messo nella condizione di vergognarsi per ciò che riceve, perché lo “paga”, anzi ne può andare fiero perché il “prezzo” che esborsa diventa atto di carità per altri bisognosi.

Infine l’ipermercato solidale degli indumenti “San Martino” si regge, dal punto di vista economico, in maniera autonoma, anzi produce guadagno. Noi di “vestire gli ignudi”, per grazia di Dio, possiamo offrire un nuovo modello di solidarietà che non solamente in dieci anni è diventato una esperienza leader in campo nazionale, ma possiamo far scuola a tutte quelle organizzazioni traballanti, inconcludenti e che puzzano di beneficenza ad un chilometro di distanza.

Un pensiero quantomai attuale di don Mazzolari sulla carità

Un mio giovane collega ha pubblicato recentemente sul periodico della sua parrocchia – uno dei più degni fogli parrocchiali della nostra città – un pensiero di don Mazzolari, che io non conoscevo. Sento il bisogno di riportarlo perché avverto ancora troppa sonnolenza, disattenzione ed assenza su questo fronte del messaggio cristiano.

Dice don Mazzolari, il sacerdote che papa Roncalli definì “La tromba di Dio nella Bassa padana: «Chi ha poca carità vede pochi poveri, chi ha molta carità vede molti poveri, chi non ha carità non vede nessuno!».

Don Mazzolari è uno dei profeti maggiori del nostro tempo ed un interprete aggiornato e fedele del messaggio cristiano per la gente di oggi.

La sua sentenza perentoria può sembrare perfino esagerata, ma se ci si rifà al pensiero di san Giovanni Crisostomo, il quale afferma che è preferibile onorare e servire Cristo nella veste del povero che nella sontuosità dei templi e dei riti, si capisce subito come egli abbia ragione.

Oggi non c’è parrocchia che non abbia una chiesa più o meno bella, un campanile con le relative campane che suonano l’accolta dei fedeli per la preghiera, non c’è parrocchia che non possegga un patronato, un campetto di calcio per i ragazzi, delle aule di catechismo per educare i fanciulli all’apprendimento della dottrina cristiana.

Non altrettanto si può dire per quanto riguarda la carità. Sono ancora troppo poche le parrocchie che diano testimonianza di un’attenzione e di un servizio serio a favore dei poveri, e meno ancora quelle seriamente impegnate a dare risposte aggiornate, serie e concrete alle nuove povertà. Rifacendoci a don Mazzolari, ciò è dovuto alla grave carenza della pratica della virtù della carità, che non è solamente una delle virtù principali proposte dal messaggio di Gesù, ma rappresenta un aspetto essenziale della proposta cristiana. La sontuosità dei riti religiosi e la stessa partecipazione dei fedeli alla liturgia, non solamente non può fare da contrappeso alla pratica della carità, ma anzi può ingannare i fedeli e contrabbandare una prassi cristiana come autentica, mentre manca di un elemento essenziale.

Che gioia la prima riunione del nuovo Consiglio della fondazione!

Durante la scorsa settimana sono stato gentilmente invitato a partecipare alla prima convocazione del nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione del “don Vecchi”. Sono stato estremamente ben impressionato, a cominciare dalla convocazione.

Sotto la mia gestione l’incontro del Consiglio era una vera questione di Stato. Si cominciava con una serie di telefonate per verificare la disponibilità dei vari membri a parteciparvi e non era cosa da poco riuscirvi, per i vari impegni di ognuno. Una volta risolto questo problema, veniva mandata una E-mail con l’ordine del giorno. Infine, non fidandomi delle “diavolerie” dell’elettronica, mandavo anche una lettera. Quasi sempre mancava qualcuno e tra quelli che intervenivano c’era sempre uno o due che dovevano andarsene presto per precedenti impegni.

Con don Gianni le cose sono cominciate ben diversamente. Inviò ai consiglieri una semplice e-mail a bruciapelo, a me una telefonata per rispetto alla mia canizie. Don Gianni, presidente, ha tirato fuori il suo computerino portatile e mentre con la bocca parlava, le sue mani danzavano leste sulla tastiera.

Il nuovo presidente ha comunicato velocemente date e modalità della nomina, si è informato sui problemi più urgenti, ha fatto mettere a verbale le prime iniziative e scadenze ed ha condotto in maniera veloce e spigliata la seduta di consiglio, riprendendo in mano l’annosa discussione sulla “cittadella della solidarietà”, avviando il progetto su un binario sicuro e sgombero da ostacoli curiali.

Sono rimasto veramente ammirato dalla autorevolezza, dalla spigliatezza e dal senso di responsabilità nel prendere in mano le varie questioni. Sono uscito ringraziando il Signore della grazia che ha fatto a me e al “don Vecchi” per aver mandato questo giovane prete, perché credo che con lui il movimento della solidarietà avrà certo un domani.

Ritornando in appartamento ho ripetuto il “nunc dimittis Domine” che avevo pronunciato durante l’inaugurazione del “don Vecchi” di Campalto, dicendo l’antica frase che ripetono gli anziani: “Beati voi giovani!”. Sono convinto che nella famiglia del “don Vecchi” si siano ricomposti i ruoli e finalmente io potrò svolgere quello che mi si addice, cioè il nonno!