I frutti della semina

E’ faticoso dissodare la terra, specie quando è arida, ma con la costanza, la convinzione ch’essa ha in sé i semi che possono sbocciare, e soprattutto con la fatica, prima o poi si raccolgono i frutti.

Tante volte ho confidato ai miei amici che per me la rivoluzione che rinnova il mondo e la stessa Chiesa è la rivoluzione che si rifà alla dottrina della solidarietà. Per raggiungere questo obiettivo ho speso il meglio del mio tempo e delle mie risorse e non me ne pento.

Pian piano anche a Mestre, la nostra città senza radici e con nessuna o poca tradizione, mi pare si possano cogliere dei germogli che stanno sbocciando rigogliosi, nati da semi sparsi con tanta fatica.

Tante volte m’ero lagnato perché, a differenza di altre città, facevo fatica a cogliere nella nostra dei cittadini, con risorse economiche più o meno consistenti, cittadini benestanti che si facessero avanti con gesti generosi per permettere la nascita di strutture che dessero risposte ai bisogni della gente in difficoltà.

La gente umile e senza mezzi non ha mai fatto mancare una pioggerella di offerte minute con le quali si sono fatti autentici miracoli. Basti pensare che in questi ultimi anni, con l'”offerta della vedova” sono stati costruiti a Mestre ben 315 appartamenti in strutture appositamente pensate per la terza età. Però sembrava che la classe benestante, arricchita da poco tempo, rimanesse indifferente e solo preoccupata di custodire gelosamente quanto aveva accumulato. Oggi invece posso affermare, con soddisfazione, che la semina fiduciosa sta dando frutti ed anche frutti generosi ed abbondanti, anche da parte di chi ha possibilità più o meno rilevanti.

In quest’ultimo mese un signore m’ha portato una quarantina di milioni di vecchie lire, motivando la sua offerta col riferirmi una usanza tedesca. Mi diceva questo signore che l’abito con il quale i tedeschi seppelliscono i loro morti è, per tradizione, senza tasche. Evidentemente perché né tedeschi, né cittadini di qualsiasi altra nazione possono portare con sé nulla di quanto posseggono.

Io spero che a questo motivo aggiungano quello indicato da Gesù: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Chissà che per il primo o il secondo motivo la gente sia sempre più generosa verso i fratelli in difficoltà!

Un grande gesto di solidarietà!

“L’incontro” non dispone, purtroppo, di molte firme di giornalisti famosi, comunque può contare su un certo numero di collaboratori che sono soliti “far centro” sulla coscienza e sulla sensibilità dei suoi numerosi lettori, tanto che il periodico non solo non perde copie, come ormai avviene inesorabilmente per le testate dei periodici italiani, ma riceve spessissimo complimenti dai lettori più disparati.

Il periodico è la risultante di un mosaico di tessere tanto diverse di forma e di colore, ma sempre vivaci e capaci di attrarre l’attenzione dei nostri concittadini.

Federica Causin adopera tinte delicate e dolcissime, Adriana Cercato colloca tessere il cui colore va a cercarlo nell’alto dei cieli, Laura Novello adopera tessere che sembrano palline multicolori in mano ad un giocoliere, Giusto Cavinato si impegna con tasselli dai toni caldi e familiari, Mariuccia Pinelli si rifornisce nel mondo dei sogni e trasforma la vita in poesia, Luciana Mazzer invece intesse i suoi scritti di tessere vitree sempre rosse e taglienti che pizzicano i politici con le mani nel sacco e bollano di meschinità il loro mondo fatuo e furbastro. Qualche settimana fa ha dipinto di sarcasmo l’iniziativa di un consigliere della Regione Veneto che ha proposto ai suoi colleghi che portano a casa non meno di diecimila euro mensili, di offrirne mille per i terremotati. Con fine sarcasmo ha sottolineato come essi, ad uno ad uno, si siano defilati di fronte ad una proposta che di certo non li avrebbe spolpati.

Sono rimasto amareggiato, deluso e schifato di fronte a tanta meschinità. Sennonché, proprio in questi giorni, ho avuto modo di imbattermi in una scelta quanto mai nobile e diametralmente opposta che mi ha risollevato lo spirito e che ritengo giusto additare all’ammirazione della città. I cento volontari dell’associazione di volontariato “Vestire gli ignudi”, che opera al “don Vecchi”, hanno offerto esattamente mille e più euri ciascuno a favore della nuova struttura per gli anziani poveri della nostra città che stanno perdendo autonomia. Donne, uomini, pensionati, anziani e meno anziani, hanno messo assieme centoventimila euro e li hanno versati sull’unghia alla Fondazione Carpinetum per questa nuova struttura assolutamente innovativa.

Sei mesi di lavoro totalmente gratuito sono diventati il segno della generosità e della dignità di cittadini umili ed ignoti che, senza pensarci un istante, hanno raggiunto due scopi ugualmente solidali: fornire vestiti ai bisognosi e nel contempo offrire il denaro necessario per creare la nuova struttura.

Finché incontrerò gente di questo livello, riuscirò a sopportare anche le chiacchiere al vento di chi dovrebbe essere il segno della solidarietà.

Una predica senza parole

Per me i “I fioretti di san Francesco” conservano una freschezza tale che mi paiono appena usciti dalla penna del Poverello di Assisi. Ogni tanto me li rileggo perché sono un ristoro per la mia anima e mi aiutano a guardare al creato e alle creature con simpatia e tenerezza, perché la poesia di Francesco li sa avvolgere di candore e di semplicità.

Lo spirito dei “fioretti” mi ha pervaso talmente l’animo che spesso mi pare che “il poverello” mi offra tale lettura della vita tradotta in contemporanea. Chi non si ricorda la vicenda della predica di Francesco per le vie di Assisi? “Frate Masseo, preparati che oggi andiamo a predicare”. Per tutta la giornata i due fraticelli umili e compunti camminano con gli occhi bassi per le viuzze del piccolo borgo dell’Umbria verde. Ma sul far del vespero frate Francesco dice al compagno: «Torniamo a casa». «Ma non dovevamo predicare?». E frate Francesco: «E non abbiamo predicato mediante madonna povertà e sorella letizia!?»

Il mondo fortunatamente è del tutto cambiato. Mauro, uno dei vecchi ragazzi di Carpenedo mi disse che aveva sentito che da un grande magazzino di generi alimentari forse avremmo potuto avere i prodotti in scadenza. L’indomani mi accompagnò, attraverso un dedalo di rotonde, svincoli e rotatorie, fino a Pianiga. (da solo in quel labirinto non sarei uscito neanche dopo un secolo) Ci ricevette il capo area, percorremmo un lungo corridoio di uffici, finalmente arrivammo a quello di questo signor Tramontini.

Gli illustrai il “polo caritativo del don Vecchi” e la drammatica situazione di non aver più la possibilità di aiutare la fila sconfinata di richiedenti arrivati dall’Africa e dall’Europa del nord. Ci chiese lo statuto dell’associazione e ci accordammo sulle modalità del ritiro dei “generi alimentari possibilmente consumabili entro una certa data” /ma che in realtà possono durare ancora per mesi).

La sensibilità, la fiducia, l’immediatezza della risposta e la cordialità di quest’uomo, che fino a un minuto prima non sapevo chi fosse e cosa facesse, mi ha allargato il cuore e mi ha riconciliato con tutto il settore del commercio.

Io non so se questo signore vada a messa, se sia credente o meno, però sono sicuro che il Signore l’ha messo sulla mia strada e sono altresì sicuro che “la sua predica” senza parole m’ha fatto altrettanto bene della predica silenziosa di frate Francesco.

Fare rete?

Qualche giorno fa mi ha chiesto di farmi visita un assessore di Musile di Piave, perché era interessato a qualcosa di simile al “don Vecchi” per gli anziani del suo paese.

Mostrai a questo signore, in maniera sommaria, la struttura e gli illustrai brevemente la “dottrina” con cui la gestiamo. Da persona intelligente capì al volo, senza tanti discorsi, come stavano le cose e l’estrema validità di questa esperienza.

Questo signore di professione fa l’agente di commercio, quindi abituato per mestiere ad inquadrare il problema. Di conseguenza andò subito al sodo. Mi fece due ragionamenti che mi hanno fatto riflettere e mi hanno fatto capire come le pubbliche amministrazioni più piccole e meno pletoriche di quelle delle grandi città si siano ormai liberate da qualsiasi pregiudizio ideologico e siano mature per una gestione snella ed economica.

Mi disse: «Vede, padre, i Comuni, se vogliono i soldi, li trovano sempre. Io comincerei domani a progettare una struttura del genere per il mio paese. La difficoltà sta nella gestione. Se la mia amministrazione volesse gestire in proprio una struttura come questa spenderebbe dieci volte tanto quanto vedo che lei spende. Se lei accettasse di farsi carico della gestione, io partirei subito!»

Seconda osservazione, quanto mai intelligente e valida anche per noi.  «Oggi non tutti i Comuni possono realizzare ciascuno strutture rispondenti ai diversificati bisogni della sua popolazione; è necessario agire in rete. Se una serie di Comuni del comprensorio operassero assieme, ognuno dando una risposta che vale per sé, ma che mette a disposizione anche per gli altri, tutte le diverse strutture funzionerebbero e tutti i cittadini in difficoltà, dei singoli Comuni, troverebbero risposta all’interno del circondario senza essere sradicati e senza che le singole strutture diventino asfittiche e “in rosso” con i bilanci».

Buon discorso! Immediatamente pensai se questa dottrina potesse essere applicata al “Villaggio solidale degli Arzeroni”. Se ogni parrocchia si facesse carico di una delle strutture del villaggio, in un paio di anni Mestre avrebbe la possibilità di risposte valide per molteplici bisogni. Il mettere però in rete Comuni e parrocchie non dico che è difficile, ma impossibile!

Elemosina o non elemosina?

In merito all’elemosina – perché l’offrire 5 o 10 euro a chi ti chiede di aiutarlo non credo che possa essere considerato un gesto che fa parte della carità cristiana o della virtù civile della solidarietà – finora ho sempre agito rifacendomi a due punti di riferimento che, a livello formale, si contrappongono, criteri che mi sono stati donati da due persone che meritano stima perché autorevoli.

La prima “sponda” è quella offertami dal mio “maestro” a livello pastorale. Mi diceva mons. Vecchi, prima mio insegnante e poi mio parroco: “Vedi, don Armando, fare l’elemosina al povero che ti chiede aiuto è certamente buona cosa, ma se tu costruisci un’opera a favore di chi è in difficoltà, non aiuti solamente una persona e per una sola volta e in maniera esaustiva, ma offri aiuto a chi ha quello specifico bisogno per almeno cento o duecento anni e in maniera più consistente e più esaustiva”.

Questa dottrina, e soprattutto l’esempio, di mons. Vecchi, mi ha dato la possibilità di offrire 315 alloggi per 99 anni con la possibilità di aggiungere altri 99 anni ai concittadini che hanno bisogno di alloggio.

La seconda “sponda” me l’ha offerta “una piccola sorella di Gesù” che io un giorno ho invitato a pranzo. Quel pranzo, almeno due o tre volte, è stato interrotto da questuanti che chiedevano l’elemosina. Chiesi a quella donna di Dio che aveva scelto di condividere la condizione di vita dei più poveri, che cosa pensasse in merito all’elemosina. Questa splendida religiosa si schernì dicendo che io avevo più esperienza, ma su mia insistenza mi disse: “Vede, padre, anche un piccolo gesto, che pur non risolve il bisogno, rappresenta sempre un segno di amore e di fraternità che fa sempre del bene a chi lo riceve e a chi lo offre”.

Non aveva torto neanche lei. Motivo per cui mi trovo nella situazione dell’asino di Bulidano. Alla mia tarda età non so ancora quale soluzione prendere. L’ultimo imbroglio in cui sono caduto è stato l’altro ieri, quando un signore in malearnese mi supplicò di dargli qualcosa, dicendomi che abitava nella mia vecchia parrocchia in via Sappada. Gli diedi 20 euro, un po’ malvolentieri perché sto risparmiando per il “don Vecchi 5”. Ho fatto delle ricerche, ma in via Sappada nessuno ha mai visto il mio “povero”.

Dovrei aver ricevuto una buona spinta per la prima soluzione, sennonché ieri, ad un postulante a cui do 15 euro settimanali, quando mi chiese un’aggiunta per una medicina, rifiutai. Ma ho detto messa con un magone, quasi che Gesù, che tenni tra le mani, fosse imbronciato perché non l’avevo accontentato.

Un piccolo “miracolo” frutto della vera collaborazione fra parrocchie!

Questa mattina (rispetto a quando è stata scritta la pagina di diario, NdR), avendo favorito l’inserimento di due coniugi al Centro don Vecchi, ho provato, per una serie di motivi, una sensazione veramente appagante di benessere umano.

Da molti anni ho sempre invidiato i sacerdoti, come don Bensi, che hanno creato delle strutture aperte ad ogni naufrago della vita, preti con la porta di casa, e soprattutto la porta del cuore, sempre aperta, capaci di accogliere qualsiasi creatura che avesse bussato alla loro porta per chiedere aiuto.

Quando, una quarantina di anni fa, sono andato in Francia – che a quel tempo era la “mosca cocchiera” nel campo della pastorale, ero rimasto colpito da una scritta affissa alla porta di una canonica di uno dei poveri sobborghi di Parigi, su cui era scritto “Spingete ed entrate”, quasi a significare che non servivano appuntamenti di sorta perché il parroco era sempre disponibile per tutti.

Al “don Vecchi” purtroppo non è così, e ciò anche per colpa mia. Si, siamo aperti ai più poveri, ma devono essere anziani, autosufficienti, avere una pensione, anche se minima; devono avere un garante, versare una cauzione; devono avere il certificato medico attestante la buona salute, devono essere persone con un certo decoro! Il tutto perché volevamo creare un ambiente signorile.

Questa mattina è avvenuto qualcosa di diverso, che mi ha fatto provare una dolcezza che da molto non provavo. Una carissima e splendida signora della parrocchia dei Frari di Venezia, dapprima ci informò e poi ci ha accompagnato due coniugi sulla settantina che, per motivi che non sto a raccontare ma che appartengono alla vita, da molti mesi dormono sotto il cavalcavia di Mestre – due coperte sotto ed una sopra -, mangiano a Ca’ Letizia alla sera e a mezzogiorno alla mensa di Altobello. Lui, cassaintegrato, lei casalinga.

La signora che li ha “scoperti” e che ce li ha accompagnati, l’ha fatto con tanto garbo e con uno spirito di squisita e dolce carità, per cui era proprio impossibile tenerli fuori a causa delle nostre regole.

Il “miracolo” è avvenuto per un singolare concorso di contributi: la Chiesa dei Testimoni del Settimo Giorno arrederà l’appartamento, la parrocchia dei Frari contribuirà ad aggiungere qualcosa ai 250 euro che rimarrebbero a questi due coniugi per vivere, e noi ci metteremo il coraggio di farci carico di una situazione quanto mai precaria, che di certo nasconde più di una difficoltà.

Oggi si parla tanto di “far rete”, di aprirsi alla sinergia; purtroppo questi termini pare siano assolutamente ignoti al campanilismo e alla vita stantia delle nostre parrocchie.

“Il dado è tratto!”. Ora spero nella buona sorte.

Lasciate che chi vuol criticare, critichi…

Qualche giorno fa una signora che conosco da molti anni e che mi stima mi ha detto che lei mi difende sempre ogniqualvolta sente qualcuno che mi critica.

Non è la prima volta che mi sento ripetere questo. Immagino, anzi sono certo, che queste persone che dicono di volermi bene, mi “difendono” da persone che sicuramente mi criticano per quello che faccio – perché anche con l’esame di coscienza più accurato non trovo niente di cui pentirmi a livello del mio impegno a favore degli anziani. Penso allora che le critiche mi siano rivolte per le opinioni che io esprimo sul periodico “L’incontro”. Quindi i miei “peccati”, o ciò di cui mi si accusa, sono esclusivamente “delitti di opinione”.

Ho la sensazione che qualcuno, soprattutto qualche mio collega, mi critichi perché non la penso come lui. Ora mi dico che se qualcuno mai avesse questo diritto o questo dovere, perché non lo dovrei avere anch’io nei suoi riguardi se fosse cosa riprovevole avere opinioni diverse? Credo, semmai, che i miei oppositori dovrebbero costruirsi anche loro un periodico, assumersi spese e fatica, per dire la loro opinione diversa dalla mia.

Quest’ultima volta chiesi a questa persona il motivo della critica. Mi ha accennato solamente un motivo: a questi miei oppositori non andava che io chiedessi aiuti per le strutture che andiamo approntando a favore degli anziani in condizioni di disagio.

Una volta tanto vorrei fare una autodifesa che però so che non serve a niente perché la gente che non sa far altro che criticare non riesce a sopportare chi invece è impegnato ad aiutare il prossimo coerentemente ai propri convincimenti, alle esigenze della nostra società e al precetto evangelico.

1) I miei colleghi che sono particolarmente critici, spesso non hanno promosso, nelle loro comunità, nemmeno uno straccio di strutture e di servizi di solidarietà.

2) Io mi rivolgo sempre agli uomini e ai cittadini che hanno sensibilità umana, perché i soldi degli egoisti, di chi pensa ai propri comodi solamente, non mi interessano punto, e perciò li invito in maniera formale a continuare a non darmi niente.

3) Le strutture sociali in ogni caso costano: le faccia il Comune, lo Stato o il privato sociale, c’è solo la differenza che quando interviene la società, le paghiamo tutti, anche gli egoisti, mentre quando le fa il privato sociale le pagano solamente i cittadini che fanno questa scelta.

4) Da ultimo tutti possono constatare che vivo in un alloggio di 49 metri quadri, pago l’affitto quanto gli altri, non vado mai in vacanza, non mi sono mai comperato un’automobile e vivo molto sobriamente. Perciò non riesco proprio a capire perché non dovrei tentare di aiutare chi sta peggio di me.

Prego quindi tutti a non difendermi. Lasciate che parlino pure, tanto questa gente non si fermerà neppure di fronte all’evidenza.

Chiedo scusa al Comune, alle assistenti sociali e ad una persona che abbiamo accolto

La Chiesa con tanta sapienza, prima che i cristiani si incontrino con Dio per l’Eucaristia, li invita a confessare le loro colpe non solo a Dio, ma anche ai fratelli. Il “Confiteor” infatti dice testualmente: “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni”, e quindi il fedele è invitato a battersi il petto in segno di pentimento.

Alcuni mesi fa, proprio su questo diario, me la sono presa con certe assistenti sociali perché avevano fatto pressione affinché un’ospite dell’asilo notturno – luogo che oggi si denomina col titolo più civile “Casa dell’ospitalità”, ma il cui contenuto non cambia – fosse accolta al Centro don Vecchi di Campalto. La cosa non mi era andata giù più di tanto, anzi mi aveva irritato perché ero, e sono, convinto che ogni istituzione debba operare in maniera coerente e quindi non si riduca ad una specie di “rifugium peccatorum” valido per tutti. Semmai è opportuno creare altre strutture che diano risposte adeguate ad esigenze diverse. Col “don Vecchi” vogliamo aiutare gli anziani autosufficienti, quanto basta! Perciò non mi pareva giusto accogliere una persona che da una decina d’anni viveva con i senzatetto dell’asilo notturno e poi, perché le era venuto il ghiribizzo di avere un alloggio tutto per sé, dovessimo spalancarle le porte del “don Vecchi”.

Per affetto e per riconoscenza verso un funzionario del Comune, persona che stimo quanto mai per il suo impegno e per la sua collaborazione con il nostro ente, chiusi un occhio e, pur a malincuore, accettai questa persona perfino a condizioni di favore.

Il primo impatto è stato tutt’altro che felice e da qui è nata la mia contrarietà e la critica alle assistenti sociali, categoria di persone con alcune delle quali, in passato, avevo avuto più di un motivo per lamentarmi ed essere più che mai deluso. Di questa colpa ho preso coscienza quando, prima mi fu riferito, e poi ho avuto modo di verificare di persona, che questa persona s’era inserita bene, ha cominciato subito a mostrarsi disponibile, tanto che si comportava con l’attenzione e la premura come il “don Vecchi” fosse la sua casa e la sua famiglia. Questo inserimento, con esito così positivo, nonostante le premesse per nulla favorevoli, mi costringe a battermi il petto pubblicamente e a chiedere perdono a lei, alle assistenti sociali che si sono occupate del caso e al Comune, e mi induce a fare il proposito di trattare ogni creatura come persona unica ed irripetibile, non permettendomi più di pensare che perché uno vive in un certo luogo, debba avere tutte le caratteristiche proprie di quell’ambiente. Spero ora di ottenere il perdono.

Sogni come montagne da scalare, sogni fatti naufragare

Ci siamo ritrovati anche questa sera (alcuni mesi fa, NdR) per esaminare la planivolumetria del “Villaggio solidale degli Arzeroni” e dei problemi connessi, per farlo accettare dal Comune e dalla Regione. E’ più di un anno che ne parliamo, ne discutiamo, riempiamo carte su carte, esaminiamo soluzioni possibili ed alternative; nonostante tutto questo non siamo ancora molto lontani dai sogni. Quant’è difficile fare il bene del prossimo!

Ad ogni pié sospinto incontri una norma, un egoista preoccupato di difendere un suo presunto diritto, un burocrate che pretende che non manchi una virgola e deciso a difendere l’importanza del suo ruolo sociale, un avversario che, per partito preso o per dei princìpi misteriosi ed inconcepibili, ti vede come un nemico da cui difendersi o un soggetto che teme possa mettere in ombra la sua parte politica, o semplicemente un concittadino che gli risulti antipatico.

Tutti questi motivi, che io sono convinto siano delle assurdità di fronte al bene dei fratelli in difficoltà, diventano invece montagne da scalare, forse più impegnative del Cervino o dell’Everest per una guida alpina.

Lo staff di tecnici scelto dalla Fondazione per realizzare il progetto è, questa volta, tutto rosa: tre architette giovani, agguerrite con le norme, sciolte nel linguaggio ed accattivanti nell’illustrare il progetto.

La brochure offertaci, che riassume la loro ricerca preliminare, l’ipotesi su cui discutere, sembrava un regalo porto con un sorriso che incorniciava di eleganza e di buon garbo il contenuto, ancora avvolto nel mistero per tutti noi.

Mentre ho assistito con curiosità e vera letizia a questo incontro, in cui il dialogo tra committenti e progettiste era facilitato dalla natura, che rende sempre più facile e vivace il dialogo tra uomini e donne, qualsiasi sia l’argomento trattato, sognavo ad occhi aperti “Il villaggio solidale degli Arzeroni”, che non solo darebbe risposta a tanti disagi e a tante attese, ma rappresenterebbe finalmente un altro, seppur piccolo primato per la nostra città, che da un punto di vista urbanistico, culturale, artistico e sociale, ha così poco di cui gloriarsi.

Però questa gioia e questa speranza erano mitigate dal recente naufragio di un altro affascinante progetto che ci ha fatto sognare e trepidare per un paio di anni: “La cittadella della solidarietà”!

Le onde dell’avvicendarsi degli avvenimenti e delle persone ha già fatto scomparire ogni traccia, cosicché a tanti non interessa punto il recupero del relitto, perché ciò metterebbe in luce l’inerzia, l’imperizia e la poca fede di chi ha praticamente facilitato questo naufragio.

Un sogno possibile

E’ vero che i vecchi vivono prevalentemente di ricordi. Nel mio caso debbo confessare che, per grazia di Dio, accanto ai ricordi si mescolano ancora sogni, anche se la ragione mi dice che per me rimarranno soltanto tali. Fino a ieri mi sorprendevo da mane a sera a sognare “La cittadella della solidarietà”. Prima pensavo che questo sogno la cicogna bianca lo calasse nel grande prato vicino al “don Vecchi”. Poi gli abitanti del viale don Sturzo, che sono allergici alla presenza dei poveri e la “Società dei 300 campi”, che preferisce tenerlo morto quel prato, piuttosto che realizzare un’opera sociale che dovrebbe rappresentare la sua ragion d’essere, l’ha fatto svanire.

Per un po’ di tempo le intenzioni e i propositi del cardinale Scola, che pareva sostenesse il progetto, nonostante le perplessità dell’apparato della curia, davano da sperare che la Cittadella si potesse realizzare trasferita in via Vallenari, ove l’architetto forse poteva farci donare prima cinquantamila, poi trentamila, e infine ventimila metri quadri di superficie. Ma è svanito anche questo sogno con l’uscita di scena del vecchio cardinale.

Infine non se n’è fatto nulla e i soldi che Scola aveva promesso più volte pubblicamente sono stati dirottati per altri scopi. Purtroppo i poveri sono sempre stati destinati a rimanere in attesa fuori dalla porta col cappello in mano!

Ora sogno “Il villaggio solidale” degli Arzeroni, un sogno in cui non è coinvolta né la curia né i confratelli. Un sogno laico, ancora molto sogno, ma presente nel regno dei possibili o peggio dei futuribili.

Gli ostacoli sono veramente infiniti, qui non sono di mezzo la curia e i confratelli, ma il Comune e i burocrati, che non sono tanto migliori. Stiamo navigando a vista, controvento, “bordizzando”, direbbe la gente di mare.

Il Comune dovrebbe metterci a disposizione una superficie di trentamila metri quadri, ove sogniamo di realizzare un intero villaggio per l’accoglienza di chi è in difficoltà: una struttura di 120 alloggi per anziani poveri in perdita di autosufficienza, “Il Samaritano”, per i parenti di città lontane che hanno i loro congiunti all’ospedale dell’Angelo – sempre nella speranza che il nuovo ospedale decolli. Inoltre: una serie di appartamenti per ospitare provvisoriamente coppie di giovani sposi, per dar loro modo di acquistarsi la casa; un ostello per operai, impiegati, senzatetto; una struttura per padri divorziati sull’orlo della miseria per il fallimento della famiglia; una struttura per preti vecchi ed acciaccati.

Il villaggio solidale degli Arzeroni dovrebbe essere una realtà di accoglienza per tutti coloro che hanno bisogno di un tetto e di pareti domestiche amiche.

Il cammino è tutto pieno di ostacoli e di difficoltà, però lo staff che guida questa avventura è quello che in meno di vent’anni ha messo a disposizione ben 315 alloggi per anziani poveri e quindi ha dimostrato di saper “far miracoli”.

Una storia di vita che dimostra come nulla va perduto!

I miei amici sanno bene che io ho una sorella ormai “famosa” per la sua attività a favore della piccola comunità di Wamba, un villaggio del Kenya immerso nella savana africana, villaggio dove c’è un ospedale nel quale ogni anno il prof. Rama andava ad operare.

Come è nata questa scelta di vita di mia sorella, chi mi legge frequentemente la conosce. Lucia ha trascorso i suoi quarant’anni di vita lavorativa nel reparto oculistico dell’ospedale Umberto I° di Mestre, terminando la sua carriera con la qualifica di caposala del reparto.

La storia dell’oculistica mestrina è ormai quasi una leggenda epica. Il prof. Giovanni Rama è stato di certo un antesignano nel trapianto delle cornee e assieme al dottor Renzo Zambon, prima, e a Cesarino Gardellin dell’AIDO, poi, hanno creato un movimento di opinione tale da far promulgare in Parlamento la legge sui trapianti delle cornee e a creare un reparto all’avanguardia per questo tipo di interventi. Nei tempi “eroici” di questa impresa il reparto contava più di una cinquantina di posti letto e i trapianti non si contavano.

Rama, Zambon e Gardellin promossero un movimento di opinione ed un’organizzazione dai quali è nata la Banca degli occhi, una struttura d’eccellenza nel settore.

Rama è purtroppo morto, e sembrava che nessuno ne raccogliesse l’eredità, sennonché Lucia, attingendo coraggio e passione, qualità proprie della mia famiglia, è riuscita a mantenere vivo questo servizio, creando perfino una associazione che raccoglie fondi a Mestre e sviluppa in terra d’Africa una serie mirata di progetti che finanzia e che poi controlla direttamente con viaggi frequenti.

Questa piccola associazione di coraggiosi riesce a mantenere una scuola per infermiere, ad assistere una trentina di asili (una specie di scuole materne estremamente embrionali) e a pagare la retta ospedaliera per i bambini ricoverati nel reparto oculistica.

Qualche giorno fa Lucia è ritornata da un ennesimo viaggio ispettivo ed ha raccontato ai nostri anziani del “don Vecchi” le sue “avventure missionarie”, destando la simpatia e l’interesse della nostra gente impegnata a garantire il latte per la folla dei “suoi” marmocchietti neri come l’ebano.

Mentre, terminata la messa, ascoltavo Lucia, che faceva il resoconto ai miei anziani sull’ultimo viaggio, avvertivo che questa ragazza sessantenne, come tutti noi fratelli, non manca di certo di coraggio, grinta ed intraprendenza, e il mio pensiero andava ai miei genitori che hanno donato a noi sette fratelli, oltre la vita, la voglia di lottare, di non arrenderci, di osare sempre, e concludevo come il loro esempio continua attraverso noi, loro figli, a dare un contributo di solidarietà a questo nostro mondo. Nulla va perduto!

L’avvio della progettazione del villaggio solidale

Finalmente, dopo un’attenta valutazione delle proposte e dei costi, il consiglio di amministrazione della Fondazione qualche settimana fa ha affidato allo studio di architettura di Paolo Mar e della figlia, come capofila, e di quello delle architette Cecchi e Casaril, come associate, la progettazione del plano volumetrico del “villaggio solidale degli Arzeroni” e del Centro don Vecchi 5, come progettisti e direttori dei lavori.

Avendo partecipato al consiglio per benevola concessione del presidente e dei consiglieri, che mi hanno voluto come “padre nobile” o “presidente emerito”, o come vecchio amico, ho chiesto la parola per precisare alcuni concetti che mi stanno particolarmente a cuore e dei quali credo opportuno che la cittadinanza sia a conoscenza.

Dissi all’architetto Mar, che conosco da cinquant’anni e che appartiene ad una famiglia a me particolarmente cara: «La Fondazione vi affida a livello formale e con atto ufficiale l’incarico, ritenendovi professionisti quanto mai validi, ma in realtà vi chiediamo di lasciarvi coinvolgere totalmente nella realizzazione di questo progetto di immensa valenza sociale, in questa nostra avventura solidale. Oltre che professionisti seri vi chiediamo di essere amici e cristiani che assolvono questo compito come un atto di amore verso la nostra città, la Chiesa mestrina e soprattutto verso i concittadini in disagio.

Secondo: vorrei che foste completamente consapevoli che la realizzazione di questo villaggio di accoglienza dei concittadini che versano in ogni tipo di difficoltà, deve qualificare a livello sociale la nostra città».

E aggiunsi inoltre che sia il villaggio che il “don Vecchi 5”, vorremmo che rappresentassero un progetto pilota, estremamente innovativo, che desse vita ad una sperimentazione che dovrà essere punto di riferimento nel settore dell’assistenza sociale e della terza età, come lo è stato il “don Vecchi”, per il quale perfino dal Giappone, oltre che da molte regioni d’Italia, sono venuti professionisti ed amministratori pubblici per avere motivo di confronto e di ispirazione.

E’ nell’animo della Fondazione non solamente creare una struttura di servizio, ma soprattutto aprire la strada per soluzioni innovative più avanzate e più rispondenti alle attese dei fratelli in difficoltà e in disagio.

Una truffa ignobile!

L’altro ieri avevo appena finito un funerale, quando mi giunse una chiamata nel cellulare: «Sono un prete, suo confratello di una parrocchia di Roma, avrei bisogno di parlarle per qualche minuto per un dramma successo questa notte». «Mi dica», gli risposi subito (io non amo mai i lunghi discorsi o le attese). Lui mi spiegò che si trovava in casa di un’anziana mamma che ha una figlia disabile, che aveva appena ricevuto una notizia veramente drammatica. Il figlio di questa anziana era venuto a Mestre dove avrebbe dovuto essere ingaggiato in qualità di cuoco, ma non avendo trovato il lavoro promesso si era suicidato.

Pensai subito che si fosse rivolto a me per il funerale, dato che questo è il mio “impiego” pressoché unico. Poi capii meglio che il tentato suicidio non era “andato in porto”, insomma il giovane era incolume. Allora chiesi: «Che cosa posso fare?» Il “parroco” di Roma cambiò registro dicendo che questo aspirante cuoco aveva trovato una signora che abitava vicino al “don Vecchi”, la quale era disposta ad affittargli una camera a 300 euro al mese. Continuò dicendomi che la vecchia mamma aveva già pronta la somma e quindi mi chiedeva di anticiparla che lei avrebbe fatto subito un vaglia.

La cosa cominciò a puzzarmi, perché in passato mi era capitato qualcosa del genere; le mie avventure, o meglio disavventure caritative sono state piuttosto numerose.

Conclusi dicendo al mio interlocutore: «Mi mandi il giovane!». Quello pensò che io avessi ormai abboccato all’amo. Non feci in tempo ad arrivare dal cimitero al “don Vecchi”, cinque minuti, che l’aspirante suicida stava già aspettandomi. Mi bastò uno sguardo per capire la tresca. Cinquant’anni di militanza nel campo della carità mi hanno insegnato di tutto – però sono stato raggirato anche recentemente. Lo feci accomodare e gli dissi: «Dovrei chiamare la polizia per l’ignobile tentata truffa, non lo faccio perché chi si riduce a trent’anni a fare una cosa del genere è veramente un povero diavolo». Gli diedi cinque euro, quale “rimborso spese” ed egli se ne andò tranquillo.

Perché scrivo di questa squallida vicenda? Per informare che c’è qualcuno che in questo tempo di “suicidi da mancato lavoro” ha scoperto questo aggiornato stratagemma.

L’occasione mi è propizia per rilanciare il progetto della “Cittadella della solidarietà” che potrebbe risolvere trovate truffaldine del genere, riservando agli “specialisti” questi aspiranti suicidi.

Eredità e provvidenza

Oggi le occasioni e gli strumenti dell’informazione sono pressoché infiniti. I canali di raccolta di notizie, le famose agenzie di informazione, sono però relativamente poche; motivo per cui, durante la giornata, assai di frequente le notizie che radio, stampa e televisione trasmettono, sono sempre le stesse, anche se modulate, interpretate e proposte con stili ed angolature di lettura diverse. Basterebbe quindi, tutto sommato, ascoltare un giornale radio abbastanza corposo e, semmai, degli approfondimenti che interessano particolarmente.

Oggi però c’è la tendenza ad aprire canali generici in cui si parla di un po’ di tutto e si ripetono, durante il giorno, sempre le stesse cose, cosicché l’utente finisce per perdere alquanto tempo.

Due o tre settimane fa, di primo mattino, ho sentito una notizia che poi, durante la giornata, non sono riuscito a riascoltare né arricchita di particolari, né nuda e telegrafica come l’avevo ascoltata. Il giornalista di un giornale radio afferma che un ricco industriale, proprietario di una catena di stabilimenti che producono svariati miliardi all’anno, aveva lasciato in eredità alla Chiesa di Firenze tutto il suo patrimonio e il giornalista aveva informato di uno scarno e nobile comunicato della curia fiorentina nel quale si diceva che essa avrebbe adoperato quel grande patrimonio per le finalità istituzionali e per opere di solidarietà cristiana.

Sono stato felice e speranzoso a questa notizia, perché da sempre perseguo attivamente il sogno che certi concittadini, che non hanno doveri precisi nei riguardi di congiunti diretti, potrebbero far del gran bene destinando tutto o parte del loro patrimonio per far nascere strutture solidali.

Una notevole parte dei Centri don Vecchi sono stati pagati con eredità del genere. La più grande eredità è stata quella di un’anziana signora che mi ha lasciato un miliardo delle vecchie lire. Fortunatamente queste elargizioni hanno continuato, anche se non così consistenti, ma significative.

Grazie a questi concittadini veramente saggi quasi cinquecento anziani, scelti tra i meno abbienti della città, oggi godono di un alloggio dal quale nessuno li scaccerà e per il quale essi possono pagare un affitto possibile, anche con le più magre risorse.

Qualcuno mi ha anche criticato per queste mie proposte, ma io seguo Dante che suggerisce: “Non ti curar di lor ma guarda e passa!” Ora sto aspettando che qualcuno faccia un testamento che mi permetta di realizzare “La cittadella della solidarietà” che tanto mi sta a cuore.

Confesso che una settimana fa, non ascoltando don Gianni Fazzini, ho giocato 5 euro all’Enalotto. Non ho vinto. Ho concluso quindi che la Provvidenza preferisce il testamento perché così la carità risulta condivisa.

Vicini di casa

I vicini di casa delle strutture che si rifanno alla Chiesa non sono “croce e delizia” ma, spesso, soltanto una croce.

E’ ben vero che tutti siamo più propensi a difendere i nostri diritti che a praticare i nostri doveri, ma appunto i vicinanti delle strutture legate più o meno al mondo ecclesiastico sono ipersensibili ai loro diritti, mentre trascurano bellamente i diritti altrui, perché convinti più o meno coscientemente, che i preti devono praticare la carità e perciò subire, per amor di Dio e del prossimo, ogni affronto e quasi mai si lasciano coinvolgere nelle imprese solidali che solamente essi sentono il dovere di portare avanti.

Da un punto di vista teorico e formale questi cristiani vicini sono anche disposti a lodare certe opere umanitarie, ma guai al cielo se niente niente queste opere ledono quelle che loro ritengono essere i loro legittimi diritti. La solidarietà, per tanta gente, è competenza solamente del prete e della Chiesa, della quale pare che loro siano parte, ma in questo caso i vicinanti battezzati, cresimati e sposati in chiesa, non sono essi più Chiesa ma altro, quando hanno qualcosa da rivendicare o che pensano di subire.

Una volta tanto mi permetto di fare alcuni esempi, nella speranza che possano destare la coscienza di certi cristiani da registro dei battesimi e non altro.

Quando ero in parrocchia:

  • Guai se i ragazzi giocavano al pallone, gridavano o mettevano le biciclette davanti alle case dei vicini. Sembrava che i ragazzi fossero figli del prete e non i loro figli.
  • Guai se il coro alla sera usciva dalle prove conversando ad alta voce.
  • Le campane sembravano togliere il meritato riposo ai residenti.

Giunto alla pensione:

  • Guerra contro il “don Vecchi uno e due”. Pareva che i vecchi turbassero il viale don Sturzo.
  • Rifiuto dei magazzini, perché portano la poveraglia in quartiere.
  • Parrocchia e comitato contro il “don Vecchi”, che avrebbe profanato il verde attualmente destinato ai bisogni fisici dei cani.
  • Opposizione quando si era pensato di restaurare la vecchia cascina, con invito alla stampa e dimostrazione popolare.
  • Proteste quando si taglia l’erba perché il rumore disturba la quiete pubblica.
  • Il “don Vecchi” è causa dell’invasione dei topi (pensare che è l’unico ad avere un contratto di deratizzazione!).
  • Ora gli alberi intasano i tombini ed i cassonetti ammorbano l’aria dei palazzi vicini.
  • A Campalto denuncia perfino perché si deprezzano gli edifici del vicinato, quando il “don Vecchi” è l’unico edificio di pregio della zona.

Potrei continuare la litania. Dopo secoli di prediche sulla carità, par che certi fedeli siano convinti che questo comandamento valga solamente per la Chiesa fatta da altri, mentre essi, in pratica, si comportano come se non fossero parte della Chiesa e non avessero l’obbligo di essere solidali col prossimo più fragile.

Questo comportamento talvolta mi provoca rabbia e senso di rivalsa e, talaltra, amarezza. Mi auguro che il Signore mi aiuti a porgere l’altra guancia, ma rimane il fatto che le percosse rimangono: cattiveria ed egoismo!