Chiedo scusa al Comune, alle assistenti sociali e ad una persona che abbiamo accolto

La Chiesa con tanta sapienza, prima che i cristiani si incontrino con Dio per l’Eucaristia, li invita a confessare le loro colpe non solo a Dio, ma anche ai fratelli. Il “Confiteor” infatti dice testualmente: “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni”, e quindi il fedele è invitato a battersi il petto in segno di pentimento.

Alcuni mesi fa, proprio su questo diario, me la sono presa con certe assistenti sociali perché avevano fatto pressione affinché un’ospite dell’asilo notturno – luogo che oggi si denomina col titolo più civile “Casa dell’ospitalità”, ma il cui contenuto non cambia – fosse accolta al Centro don Vecchi di Campalto. La cosa non mi era andata giù più di tanto, anzi mi aveva irritato perché ero, e sono, convinto che ogni istituzione debba operare in maniera coerente e quindi non si riduca ad una specie di “rifugium peccatorum” valido per tutti. Semmai è opportuno creare altre strutture che diano risposte adeguate ad esigenze diverse. Col “don Vecchi” vogliamo aiutare gli anziani autosufficienti, quanto basta! Perciò non mi pareva giusto accogliere una persona che da una decina d’anni viveva con i senzatetto dell’asilo notturno e poi, perché le era venuto il ghiribizzo di avere un alloggio tutto per sé, dovessimo spalancarle le porte del “don Vecchi”.

Per affetto e per riconoscenza verso un funzionario del Comune, persona che stimo quanto mai per il suo impegno e per la sua collaborazione con il nostro ente, chiusi un occhio e, pur a malincuore, accettai questa persona perfino a condizioni di favore.

Il primo impatto è stato tutt’altro che felice e da qui è nata la mia contrarietà e la critica alle assistenti sociali, categoria di persone con alcune delle quali, in passato, avevo avuto più di un motivo per lamentarmi ed essere più che mai deluso. Di questa colpa ho preso coscienza quando, prima mi fu riferito, e poi ho avuto modo di verificare di persona, che questa persona s’era inserita bene, ha cominciato subito a mostrarsi disponibile, tanto che si comportava con l’attenzione e la premura come il “don Vecchi” fosse la sua casa e la sua famiglia. Questo inserimento, con esito così positivo, nonostante le premesse per nulla favorevoli, mi costringe a battermi il petto pubblicamente e a chiedere perdono a lei, alle assistenti sociali che si sono occupate del caso e al Comune, e mi induce a fare il proposito di trattare ogni creatura come persona unica ed irripetibile, non permettendomi più di pensare che perché uno vive in un certo luogo, debba avere tutte le caratteristiche proprie di quell’ambiente. Spero ora di ottenere il perdono.

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