La solidarietà nasce dalla condivisione delle situazioni

Dovrei averlo capito almeno cinquant’anni fa, ma purtroppo solamente in questi ultimi decenni ho compreso che la forma più alta e più vera della solidarietà è rappresentata dalla condivisione. Credo che ben difficilmente si può comprendere il disagio, la frustrazione e la solitudine umana se non calandosi totalmente dentro alla condizione esistenziale di chi si vuol aiutare. Mi sorprende e mi fa arrossire tutto questo perché questa verità è stata testimoniata in maniera veramente esemplare da Gesù ben tanto tempo fa.

In occasione della celebrazione del battesimo di Gesù, ho tentato di passare questo concetto evangelico ai fedeli che gremivano la mia chiesa prefabbricata nel nostro cimitero. Gesù chiede a Giovanni il battesimo, evidentemente perché vuol condividere con i suoi conterranei la consapevolezza che il peccato è fonte del disagio sociale e della povertà di qualità di vita a livello personale. Verità che poi Gesù avrebbe ribadito durante la passione, caricandosi delle colpe dell’umanità, volendo purificarla mediante la via dolorosa.

Mi ha aperto gli occhi su questa verità la testimonianza di Charles de Foucauld, quando dice che non si può comprendere ed aiutare i poveri se non calandosi dentro la loro condizione esistenziale e vivendo “come loro”.

Ricordo al proposito tre giovani donne appartenenti alla comunità fondata da questo ex generale di Francia convertito alla fede, le quali, avendo ubicato la loro roulotte in via Vallenari nel campo degli zingari, vennero a chiedermi se potevo aiutarle a trovare un lavoro per poter sopravvivere. Io cercai un lavoro compatibile con la loro condizione di religiose. Esse rifiutarono, dicendosi disposte ad andare a lavare le scale perché ai poveri sono riservati questi mestieri e loro volevano vivere da povere per comprendere e testimoniare la loro carità.

Quando si trattò di scegliere dove abitare dopo il mio pensionamento, in forza di questa “scoperta”, non esitai un istante nel scegliere un minialloggio al “don Vecchi”, uguale a quelli che sono destinati ad avere gli anziani poveri. Il condividere ti permette di parlare, di indicare orizzonti di speranza, di acquisire una certa autorità presso i coetanei.

Chi non vive almeno con sobrietà non può illudersi di amare i poveri, anche se destina loro, come pare faccia Berlusconi, milioni di euro!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.