Un dialogo difficile

Una concittadina del rione don Sturzo ha telefonato al “don Vecchi” per denunciare che un extracomunitario aveva buttato via i tortellini che gli erano stati appena donati e poi aveva finito per rompere un vetro della pensilina dell’autobus che era già stato sfondato da chissà chi!

Non avendomi trovato, mi ha ritelefonato il giorno dopo per ripetermi, con dovizie di particolari, il misfatto a cui aveva assistito. La voce era abbastanza calma e gentile, ma il rifiuto verso questa gente irriconoscente, incivile e maleducata era quanto mai fermo e deciso.

Io ebbi un bel dirle che fra centinaia di persone che vengono ogni giorno al “don Vecchi” si trova certamente anche la persona poco corretta, che la povertà non è sinonimo di “santità”, che i paesi di provenienza, le consuetudini, la vita emarginata a cui sono costretti a vivere non li aiutano ad assumere i migliori comportamenti del paese che li ospita, ammesso e non concesso che da noi non ci siano mascalzoni di ogni specie: drogati, bulli, sfaticati ed imbroglioni.

Non riuscii però a far minimamente breccia nella sua esecrazione, cortese a parole, ma tagliente nella sostanza. Ingranai quindi la seconda marcia, dicendole che l’integrazione è un problema che riguarda tutti, che i poveri nel mondo sono prodotti soprattutto da noi occidentali, che noi cristiani abbiamo un dovere particolare nel comprendere, aiutare e perdonare.

M’accorsi però che non incidevo niente di niente, perché probabilmente in una certa fascia del nostro quartiere s’è formata la mentalità che non siamo la periferia ma “i Parioli” della città, per cui i poveri, i diseredati, gli stranieri, sono come la spazzatura del meridione, che non deve notarsi per le nostre strade.

Ci siamo lasciati civilmente, lei però è rimasta nelle sue posizioni ed io pure!

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