La mia vita nei tempi supplementari…

Molte mattine mi sveglio molto prima delle fatidiche 5,30 quando suona la sveglia. Talvolta mancano 10 minuti, qualche altra volta una o due ore. Normalmente evito di premere il tasto che illumina il quadrante della sveglia, sperando o illudendomi che la notte non sia tutta passata e nella speranza d’avere ancora tempo da dormire.

Fino a qualche tempo fa davo uno sguardo alle tapparelle per vedere se filtrava un po’ di luce, ora è sempre tutto buio. Questo giochetto mattutino, condotto tra me e me, lo faccio più lucidamente di giorno. Passati gli ottant’anni si è sempre e comunque vicini al “giorno nuovo”, talvolta tento di assaporare il tempo che mi manca, vivendo intensamente e godendo di ogni minuto e di ogni cosa, talvolta mi sento preoccupato perché da tanti segni mi vien da pensare che suoni il campanello per “il passaggio”.

E’ un po’ particolare la vita nei tempi supplementari. Da alcuni anni so che la partita è praticamente finita e che sto vivendo il tempo breve dei recuperi. Al “don Vecchi” mi è abbastanza facile incontrare i novantenni, ma sono molto pochi e quasi sempre mal ridotti. Ora sto centellinando i giorni, talvolta perfino le ore, e mi pare bello anche quello che un tempo mi sembrava banale. Soprattutto avverto sempre urgenza di concludere quello che sto facendo, pur essendo certo che la vita mi tenta facendomi sognare e prospettandomi altre cose belle ed interessanti e facendomi rammaricare di non averci pensato prima, di non aver posto in atto, quando avevo tempo, imprese che ora ho perfino paura ad iniziare, perché temo di non poter portare a termine o di dover lasciare come un onere pesante sulle spalle degli altri.

Spesso mi capita di pensare come un sogno splendido ma impossibile la “cittadella della solidarietà”. Ora poi, che perfino il Patriarca mi ha scritto che è interessato al progetto, mi spiace quanto mai sapere che comunque rimarrà per me una visione lontana, e guardo al progetto come Mosè alla Terra promessa.

Due tesori di questo 2010

Un tempo, quando facevo il parroco e mi avvalevo del settimanale “Lettera aperta” per comunicare con i miei parrocchiani, curavo una rubrica che avevo intitolato, in maniera un po’ romantica e sentimentale “I fioretti del 2000”. Questo sull’abbrivio del poverello di Assisi, ma con la differenza che lui era un poeta e un santo, mentre io ero e rimango un povero diavolo; cercavo e pubblicavo tutti quei gesti belli e luminosi che scoprivo qua e là durante la settimana.

La cosa andò avanti per parecchi anni e mi pare fosse accolta con piacere, non so però se facesse anche del bene, e convincesse il prossimo che nella nostra società non tutto è deludente, sporco o, perlomeno, fatuo.

Ora faccio fatica a vedermi col cesto di vimini in braccio a raccogliere, seppur metaforicamente, i fiorellini sul prato della vita. Rimango però sempre voglioso e in ricerca di qualcosa di più consistente, che mi rassicuri che proprio tutto non è perduto e che il mondo reale non è così inconsistente e tragico come ce lo presenta la stampa e la televisione.

Questa settimana ho fatto due begli incontri che mi han fatto veramente del bene. Ho ricevuto la confidenza di un giovane manager che ha lasciato una brillante e lucrosa carriera per accompagnare lungo il percorso di sei anni la sua adorata sposa al “gran passaggio”, poi ha diviso le sue risorse destinandole metà all’unica figlia e metà all’Avapo che aveva curato con amore sua moglie e infine ha deciso di spendere d’ora in poi il suo tempo e la sua professionalità per gli anziani poveri della nostra città.

Il secondo incontro l’ho fatto in preparazione al commiato cristiano di un’anziana signora nostra concittadina. Questa creatura, assistita e sorretta da una sua cugina, che l’ha aiutata a portare a termine il suo progetto, ha lasciato tutto il suo patrimonio in eredità alla stessa associazione Avapo che si avvale di alcuni professionisti e di una novantina di volontari per accompagnare gli ultimi giorni gli ammalati terminali di tumore. Se in questo 2010 non facessi altre scoperte del genere – ma son certo che non sarà così – avrei già scoperto due “tesori”!

A Carlo, che accende la speranza

Questa mattina, uscendo di casa per iniziare il mio servizio giornaliero, ho incontrato Carlo, incontro che m’ha offerto un pizzico di ottimismo. Carlo è un dono fattomi da una giovane e simpatica assistente sociale della zona di Mestre Centro.

Non so dove abbia raccattato questo povero gramo, che assomiglia tanto, non so se più a Banfi o a Fantozzi. Comunque questa addetta ai servizi sociali ha scoperto questo naufrago della nostra città e ha tentato l’impresa, pressoché impossibile, di metterlo in sesto. Come ci sia riuscita è stato veramente un miracolo, perché liberare qualcuno, quasi affogato dal mare insidioso di Bacco, è impresa quasi sempre perduta.

La giovane donna, con l’entusiasmo della sua fresca giovinezza, venne a parlarmi per un caso di reinserimento sociale. Dissi di si, perché anch’io, come lei, sono rimasto un sognatore sprovveduto ed inguaribile.

Il soggetto ha cominciato “il suo servizio” di un paio d’ore due volte alla settimana. Mi lambiccai il cervello per trovargli un lavoro e finii per dargli una scopa in mano ed una pattumiera per raccogliere le carte nei dintorni del “don Vecchi”.

Forse, ad affezionarmi a Carlo, è stato il modo con cui scopa anche i fuscelli di fieno o le briciole di carta anche negli angoli più remoti; lo fa con una serietà, con un impegno ed una decisione, come andasse all’assalto all’arma bianca gridando “Savoia!” Pian piano ha appreso altre mansioni, tanto che ormai viene ogni mattina.

Terminati i due mesi fissati dai regolamenti dei servizi sociali, trovammo modo di rinnovargli il contratto del Comune: 100 euro al mese, più le eventuali mancette di suor Teresa, che lui oggi riconosce come “principale”, e le mie.

Ora Carlo è ormai di casa, si muove con disinvoltura, si consulta ed aiuta Gragory, il giardiniere ad ore del “don Vecchi”. Qualche settimana fa mi disse, un po’ mogio mogio e titubante: «Don Armando, i frati chiudono la mensa fino alla prima settimana di settembre; vengo da voi?». Ha cominciato a venire, e dopo due giorni mi ha fermato per dirmi: «Don Armando, non vado più alla mensa dei frati, vengo da voi»!

Mia sorella Rachele, inconsapevole dei progressi, gli ha offerto un quartino di vino. Carlo ha rifiutato. Ho capito che ormai era sulla via della redenzione.

Oggi Carlo fa parte della nostra famiglia e, per quanto dipende da me, continuerà a farlo, se non altro perché ogni volta che lo vedo, con gli arnesi da lavoro in mano, mi fa l’effetto di una iniezione di speranza e di ottimismo. Nulla è perduto!

Per fortuna ci sono poveri che aiutano i poveri, perché chi potrebbe latita

Un mese fa ho spedito, molto speranzosamente, una serie di lettere raccomandate con risposta pagata, per essere certo che esse arrivassero a chi di dovere e che nel nostro mondo tiene le chiavi della cassaforte, per chiedere un contributo a favore dei nuovi 64 alloggi per gli anziani poveri della città.

Quasi due terzi del costo li ho raccolti, o li sto raccogliendo, goccia a goccia, tra la povera gente: le persone dallo stipendio di “mille euro al mese”, quelli che hanno la pensione minima di 516 euro, e chi perfino molto meno. Supponevo quindi che chi manovra le grosse cifre della finanza pubblica ci avrebbe aggiunto, senza grande fatica – constatando ogni giorno l’infinito, ripeto l’infinito, spreco di denaro pubblico – l’ultimo tassello.

“Illusione, dolce chimera sei tu!”.
La prima risposta è stata quella dello Stato, il quale, mentre dichiara mediante il Governo e perfino mediante i suoi uscieri, quanto abbia a cura i poveri, mi dice che non solamente non è disponibile a scucire un centesimo, ma anzi pretende il dieci per cento della spesa, chiamando IVA il furto!

Lo Stato di Napolitano, di Berlusconi, di Bersani, di Di Pietro e di Bossi pretende ben trecentocinquantatremila euro (settecento vecchi milioni), perché mi fa il benevolo piacere di permettermi di aiutare i vecchi più poveri della mia città!

La Chiesa mi invita spesso a pregare per “le autorità del nostro Paese”. D’ora in poi pregherò più insistentemente e più devotamente perché il buon Dio conceda loro quel che si meritano.

Allo Stato finora ho versato già 14.500 euro, pari a quasi trenta milioni, sempre di vecchie lire, per la prima trance.

Seconda risposta in ordine di tempo e di mia speranza: Fondazione Venezia. La vecchia Fondazione della Cassa di Risparmio che per il “don Vecchi 2” aveva contribuito con l’acquisto dei blocchi cucina (mi pare con trecento milioni di vecchie lire), m’ha risposto, medianta una lettera del suo presidente, prof. Segre, che per statuto e scelte della Fondazione stessa, non può assolutamente accogliere la mia richiesta. E due!

In attesa delle altre risposte alle mie richieste – ma se dal mattino si può arguire cosa ci riserverà il giorno – credo che ci sia poco di buono da sperare.

La prima e parziale mia conclusione è questa: per fortuna a Mestre ci sono ancora i poveri disposti ad aiutare i più poveri! La seconda: mi procurerò una bisaccia da frate da cerca ed andrò di casa in casa a domandare, per amor di Dio, qualche soldino per la casa dei nostri nonni!

Gli “amici” ossequiosi che rovinano la politica a tutti i livelli

Non ho mai stimato coloro che non hanno i coraggio di confrontarsi con chi non è della propria corrente e anche con chi gli è notoriamente contrario. Il dialogo, il confronto e perfino lo scontro onesto, sono convinto che siano sempre un fatto positivo che produce libertà, democrazia, giustizia e benessere. Purtroppo chi detiene il potere, forse per comodo, o per l’illusione di essere più libero di fare una politica efficace, si circonda di lacchè e di collaboratori sempre ossequiosi.

Monsignor Vecchi – e qui mi scuso con chi mi dirà che lo cito perfino troppo di frequente (d’altronde lui fu uno dei maestri più incidenti) – ogni tanto mi ripeteva: «Armando, circondati di persone libere ed intelligenti, perché se anche non sono del tuo stesso parere, ti criticano e si spingono fino a contrariarti ed opporsi dialetticamente ai tuoi giudizi o alle tue disposizioni, con essi potrai trovare sempre un punto di accordo, mentre tienti lontano dagli stupidi, perché questi facilmente ti pugnalano alle spalle o comunque non fan nulla perché tu non sbagli».

A tal proposito, non sono riuscito a capire i motivi veri, non quelli dichiarati per gli allocchi, del divorzio tra Berlusconi e Fini. A parte che hanno messo in un bel pasticcio il Paese, ma non so perché non hanno voluto trovare un punto d’incontro. Tra persone intelligenti, amanti del bene della collettività, c’è sempre un punto di intesa. Probabilmente, uno e l’altro, hanno ascoltato solamente “amici”.

Un giorno ho sentito uno che affermava che le liti ad oltranza, i ricorsi alla magistratura e in particolare le guerre, sono sempre assurdità, perché dopo una lite dannosa per tutti, in ogni caso salta fuori una soluzione, altrimenti saremmo ancora a proseguire le guerre puniche o quelle del Risorgimento! Tanto vale trovare l’intesa o il compromesso fin da subito!

Ma tornando a noi, ormai la civica amministrazione di Venezia ha celebrato i primi cento giorni di governo. Non so proprio dare un giudizio sul bilancio di questa nuova amministrazione, ma da quanto mi risulta e per quanto mi riguarda, non penso che l’assessore, che dovrebbe occuparsi dei poveri e dei vecchi, abbia mai convocato gli addetti ai lavori, chi si gioca su questi settori, per sentire una proposta o una critica. Forse ha parlato con i suoi burocrati, la carriera dei quali dipende da lui. Anche se questo assessore fosse intelligente, preparato, ed avesse accanto una buona squadra di tecnici, non solo non farebbe male, ma anzi avrebbe tutti i vantaggi, a concordare con chi ha lunga e diretta esperienza un progetto, da verificare con una certa frequenza.

Spesso l’amministrazione pubblica opera in solitudine e cala dall’alto norme inefficaci e perfino ingiuste. Giorgio Gaber affermava intelligentemente, che oggigiorno operare socialmente significa “partecipare”; le soluzioni migliori spesso sono quelle che emergono da un crogiolo di pareri diversi.

Le chiacchiere dei ricchi (e i soldi dei poveri)

Oggi m’è arrivata la seconda risposta alla richiesta che ho fatto agli enti pubblici per avere un contributo per la costruzione di 64 alloggi per gli anziani poveri della nostra città.

La risposta è quella della Banca Antonveneta che, fra l’altro, noi del “don Vecchi” usiamo per depositare gli affitti dei 300 residenti e per le operazioni bancarie che la nostra Fondazione deve fare. L’Antonveneta ha risposto con un NO, espresso con parole cortesi, ma che rimangono nitidamente e praticamente ancora un NO. La domanda l’avevo pensata con estrema attenzione, misurando ogni parola ed ogni virgola, però, nonostante tutto il mio sforzo, essa ha ottenuto soltanto un bel NO rotondo e preciso!

Un mio recente amico, che ha una preparazione universitaria specifica in questo settore e che ha pure passato la vita a fare questo mestiere, mi ha detto che probabilmente ho impostato male la mia richiesta. A suffragio della sua tesi m’ha raccontato una storiella che aveva appreso a sua volta da una lezione di un suo docente universitario. Eccola!

Due frati si incontrarono per la preghiera. Il primo recitava il breviario fumando tranquillamente, mentre l’altro si rodeva l’animo e friggeva dal desiderio, non potendo fumare perché l’abate, alla sua richiesta, gli aveva risposto di no; perciò disse al confratello: «Come mai l’abate ti ha dato il permesso di fumare durante la preghiera e a me l’ha proibito?» L’altro, pronto, rispose: «Perché hai mal impostato la domanda; mentre tu hai chiesto il permesso di fumare durante la preghiera, io ho chiesto se posso pregare mentre fumo e l’abate perciò mi ha detto di si».

Dopo questa argomentazione quanto mai logica, ho deciso di chiedere al mio amico di interessarsi lui della richiesta di aiuti a livello economico presso gli enti pubblici, mentre io mi riservo il compito di chiedere, come meglio so, alla povera gente, di aiutarmi a pagare i 64 alloggi di Campalto per gli anziani poveri della città.

Penso di andare sul sicuro ricordandomi di un’altra storiella. Il parroco della grandissima chiesa di Montebelluna si dice che abbia apposto una lapide sul suo tempio con la scritta “Questa chiesa è stata costruita con i soldi dei poveri e con le chiacchiere dei ricchi”. Finora è così anche per il “don Vecchi” di Campalto!

Di tempo ne hai, usalo!

Michel Quoist ha composto una bellissima preghiera sul tempo. In pratica questo sacerdote francese, morto una ventina di anni fa, offre la parola a nostro Signore per dire a noi poveri uomini che spessissimo affermiamo “non ho tempo”, perché siamo convinti di non averne a sufficienza per aiutare gli altri, per ascoltare un po’ di musica che rassereni lo spirito, per visitare una persona in ospedale, per pregare, per meditare e per mille altre cose che sarebbe bello ed opportuno fare.

Quoist mette in bocca al Signore la risposta per chi si nega affermando ad ogni pié sospinto “non ho tempo”: «Non è vero che tu non hai tempo. Io infatti ti garantisco ogni anno tutti i 365 giorni, ogni giorno con tutte le 24 ore, ore con tutti i sessanta minuti, minuti con tutti i loro sessanta secondi… Non è vero che non hai tempo, forse è più vero che non lo sai usare bene o forse lo sprechi per cose di poco conto!»

Un paio di settimane fa ho trovato, in una delle tante riviste che sfoglio ogni giorno, una bella storiella a proposito di questo argomento. Un insegnante mostra un grosso vaso di vetro e lo riempie di palle da tennis. Poi domanda agli allievi: «E’ pieno il vaso?» Tutti rispondono di si, ma l’insegnante butta dentro sassolini che riempiono gli interstizi e poi domanda: «E’pieno?» «Si» rispondono. Al che egli versa della sabbia e richiede ancora «Ora è pieno?» Il “si” diventa ancora più convinto e definitivo. Allora l’insegnante tira fuori due birre e le versa affermando : «Vedete, ci vuole saggezza per occupare bene e fino in fondo il proprio tempo. A chi usa bene il proprio tempo resta perfino la possibilità di bere due birre con gli amici!»

Come si fa a dire al Signore che ha torto? Come mi posso giustificare dicendo “non ho tempo”? Ho ricordato più di una volta che il cardinale Urbani, nostro Patriarca, diceva al proposito: «Quando hai bisogno di un piacere, non chiederlo a chi è sempre libero, perché di certo ti dirà di no, chiedilo invece ad uno che è molto occupato, perché lui troverà un po’ di tempo anche per te».

Ora, ogni volta che sarei tentato di dire “non posso, non ho tempo”, mi calano avanti queste due sbarre che mi impediscono di passare. Ho scritto tutto questo nella speranza che queste sbarre si calino anche per gli altri.

Cosa mi insegnò la parabola del Samaritano

Qualche Domenica fa ho tenuto il sermone della parabola del buon samaritano.

Confesso che in quell’occasione avrei preferito il tono del comizio a quello della pia meditazione. Vi sono dei passaggi del Vangelo che non dico che mi entusiasmano, perché questo è troppo poco, ma che mi caricano di un’ebbrezza interiore.

Io ho avuto modo di ascoltare un commento al “Laurentianum” di Mestre, da parte di Padre David Maria Turoldo, nel quale è venuto fuori il meglio dell’attore, del sacerdote e del poeta che questo frate, servo di Maria, assommava nella sua personalità ricca e appassionata, e non dimenticherò mai la lezione di vita e di Vangelo che è emersa dalla sua parola piena di passione religiosa e civile.

Qualche anno dopo, ebbi modo di leggere una delle migliori lettere pastorali del Cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, che aveva come tema “Farsi prossimo” e che ruotava tutta attorno alle tematiche della parabola evangelica. Porto ancora con me alcune verità che sono diventate punto di forza nella filosofia della mia vita. Il “prossimo” non è colui che ti è vicino, ma colui a cui ti accosti con pietà e con partecipazione al suo dramma. E ancora: la religiosità non è quella teorica del dottore della legge, del sacerdote che tira dritto e del levìta, il quale aveva altro a cui pensare che soccorrere il malcapitato.

La salvezza non è per chi appartiene ad un certo schieramento, per chi è iscritto in un certo registro o si definisce con una certa terminologia formale, ma per chi si sporca le mani per soccorrere il prossimo, seppur incontrato per caso.

Ricordo un pezzo un po’ spregiudicato in cui si ipotizzava che in Cielo può accadere che vicino ad una monachella tutta pudore e preghiera, possa sedere il Ché Ghevara con il mitra sulle ginocchia perché anche lui, pur a modo suo, ha tentato di soccorrere il suo prossimo sfruttato!

Altra verità: nessuno può rifarsi solamente all’organizzazione sociale, alle competenze e tentare di scusarsi dicendo “non è compito mio!”, ma ognuno deve compromettersi col prossimo che ha bisogno.

Forse, se non avessi letto con questo cuore la parabola del samaritano, il “Don Vecchi” e tante altre cose sarebbero rimaste nella sfera delle utopie o, peggio ancora, dei futuribili.

Un “fioretto” fortunato

Recentemente ho avuto, a Villa Querini, un colloquio quanto mai importante per la vita del “Don Vecchi”, con il dirigente che è il responsabile dell’amministrazione comunale per quanto concerne l’assistenza agli anziani.

Non eravamo soli, perché ognuna delle due parti era accompagnata da una piccola delegazione di tecnici: iI funzionario del comune dalla dottoressa Corsi, che credo sia il tecnico più preparato e soprattutto più appassionato di questo problema; da parte mia avevo il ragionier Candiani, che da una quindicina di anni vive le problematiche del Centro, e dalla signora Cervellin, che fino a poco tempo fa ha guidato tutto il personale infermieristico dell’Ospedale dell’Angelo, donna di una logica stringente, accompagnata da una calda familiarità.

Il motivo del contendere: il mantenimento, quanto più a lungo possibile nella residenza protetta, degli anziani in perdita di autonomia. Io a sostenere che senza personale adeguato la cosa era impossibile, il rappresentante del Comune preoccupato della situazione finanziaria del Comune, non certamente rosea, pur sapendo che per ogni anziano al “Don Vecchi”, il Comune eroga un euro e venticinque centesimi al giorno, mentre in casa di riposo la spesa è di 50 euro più 50 della Regione.

Io ho premesso che andavo all’appuntamento nel convincimento e con la volontà di cercare assieme una soluzione possibile. Il “duello” è avvenuto armati ambedue di “fioretto”, ma muniti di corpetto e di visiera, perché in ambedue c’era l’intenzione di non “ferire” l’altro.

Ci fu un “assalto”, però sempre corretto, ma deciso. Credo che se dovessi dare un punteggio, dovrei dire che l’incontro si è risolto alla pari; ognuno, credo che sia rimasto soddisfatto di come ha portato avanti le sue tesi e di certo nessuno ha arretrato di un millimetro. Ambedue abbiamo portato avanti le nostre tesi, convinti di dover raggiungere il meglio e il possibile. Alla fine entrambi abbiamo delegato i tecnici a tradurre in numeri e in cifre l’operazione comune.

Al momento in cui annoto nel diario quest’incontro, non sono in grado di misurare gli obiettivi raggiunti o meno; di certo il discorso sulle dimore protette per anziani ha fatto un passo avanti ed io e il dottor Gislon ci siamo conosciuti meglio come persone che non mollano facilmente, ma che dialogano, magari in maniera dura, ma onesta.

Proverò anch’io la “cerca” modernizzata!

Quando a maggio sono stato in pellegrinaggio, con i residenti del “Don Vecchi”, al santuario della Madonna dell’Olmo a Thiene, ho avuto il piacere di incontrare e dialogare un po’ con un ragazzo del nostro quartiere, che ha mollato tutto, s’è perfino “liberato” del gruzzolo che aveva messo da parte, per vedere se era adatto a seguire le orme del poverello d’Assisi, san Francesco.

Chiesi, com’è naturale, come si trovava e che cosa faceva. Tra l’altro mi disse che si occupava della mensa dei poveri, com’è tradizione in quasi tutti i conventi dei cappuccini. Il discorso si allargò perché ero, e rimango, interessato a scoprire come si possono trovare gli approvvigionamenti, essendo questo un grosso problema per il Banco alimentare del “Don Vecchi”. Lui mi disse che c’era un frate addetto alla “cerca”. La frase dapprima mi evocò il personaggio dei Promessi Sposi, fra Cristoforo, che s’era imposto questa penitenza per espiare i suoi trascorsi non tutti virtuosi, poi mi ricordai di un fraticello francescano che fino ad una trentina di anni fa passava per le calli di Venezia a raccogliere e mettere nella bisaccia che portava a tracolla le elemosine dalle donne dei vari quartieri.

Il nuovo giovane amico mi disse che nel suo convento la cerca s’era aggiornata, il fraticello addetto partiva col suo motocarro e andava presso i suoi “clienti”, un “portafoglio” che il frate precedente aveva acquisito e trasmesso a lui.

Questo episodio mi diede un’idea! Anch’io ho la necessità di raccogliere almeno due milioni di euro; finora ho fatto la cerca alla vecchia maniera, stendendo la mano mediante “L’incontro” e portando a casa “pan vecchio e alimenti di poco conto”. Penso che sia giunta l’ora di aggiornarmi, di fruire del portafoglio di clienti che ho acquisito in questi ultimi quarant’anni: Chisso per la Regione, il sindaco Orsoni per il Comune, Segré per la Fondazione Carive, l’Associazione Industriali di Venezia, il Banco San Marco, la Banca Antonveneta e qualche altro.

A quanto mi disse l’aspirante frate della Madonna dell’Orto, il suo confratello che modernamente va alla cerca col motocarro da clienti prestabiliti porta a casa una quantità di alimenti. Speriamo che la cosa funzioni anche nel mio caso!

Solidarietà: chi protesta e chi dialoga; io vado avanti!

In una notizia apparsa sul “Gazzettino” di alcune settimane fa, non so se giustamente o meno, m’è sembrato di leggere che il vicesindaco, nonché assessore, tra l’altro, alla sicurezza sociale, prof. Simionato, fosse intervenuto ad un’assemblea tenuta in ambienti della parrocchia di San Pietro Orseolo, assemblea in cui alcuni cittadini avevano protestato in maniera violenta contro l’andirivieni di poveri che nel pomeriggio dalle 15 alle 18 vengono al “Don Vecchi” per ritirare indumenti, generi alimentari e mobili.

Il giornalista, tra l’altro, pareva riferisse che il prosindaco aveva promesso di regolamentare tale afflusso al “Don Vecchi” non visto di buon occhio dai suddetti residenti. Molto probabilmente si trattava degli stessi residenti che un tempo s’erano opposti, riuscendoci, alla costruzione di case popolari, quindi s’erano opposti alla costruzione del “Don Vecchi due”; infine, quando al “Don Vecchi” si pensò di creare un Centro per anziani non autosufficienti nell’ex cascina Mistro, si opposero col pretesto di voler costruire un Centro giovanile. Quando poi il “Don Vecchi” rinunciò al progetto perché la struttura sembrò non idonea, e perciò avevano la possibilità di costruire quel Centro giovanile, non si sa perché, desistettero dall’impresa.

Ora, molto probabilmente, temendo che si attui il sogno della “Cittadella solidale” si sono rifatti vivi. Queste reazioni non mi interessano per nulla perché chi non accetta i più poveri e i più deboli, non solo non ha le mie simpatie ma, meno ancora, la mia stima, come uomo, come cattolico, come cittadino e come cristiano. Però che il vicesindaco avesse abbracciato questa causa non m’andava proprio giù.

Quando questo amministratore mi chiese un colloquio, ci andai con spirito quanto mai bellicoso. Incontrando però il dottor Simionato, l’indignazione sbollì come per incanto, in quanto egli mi disse che per coscienza, cultura e convinzioni personali, non aveva che stima per quanto andiamo facendo al “Don Vecchi” per i poveri.

L’incontro servì anche per fare un giro di orizzonte sui problemi sul tappeto – anziani in perdita di autonomia, “Don Vecchi” di Campalto, “Cittadella della solidarietà” e generi alimentari in scadenza – trovandoci d’accordo su tutto il fronte.

Sono grato all’assessore, nonché vicesindaco, per la ritrovata intesa con la civica amministrazione e per la volontà di lavorare in maniera sinergica a favore dei meno abbienti. Per quanto riguarda i concittadini, posso rassicurarli che tento di avere rispetto per tutti, ma grida, firme e quant’altro non mi scompongono affatto, quello che ritengo giusto e doveroso lo perseguo nonostante tutto e credo d’averla finora sempre spuntata.

Solidarietà chiusa per ferie

Siamo alle solite. Finita la scuola il mondo nostrano entra nel periodo delle vacanze. Crisi o non crisi, bisogna andar via, o perlomeno far finta di andar via!

Io che sono abitudinario e perciò non amante delle variazioni dei ritmi della mia vita, non amo le vacanze e non vado in vacanza, anche se il nostro Patriarca ha detto che le vacanze non sono un diritto ma un dovere! Confesso però che mi è più difficile e faticoso giustificarmi del mancato assolvimento del dovere delle vacanze, nonostante l’impegno evangelico della povertà e del fatto che siamo in un periodo di crisi e che tutti dicano che operai, impiegati e classi medie non arrivano alla fine del mese.

Questo però è per me un problema marginale, perché ormai mi sono così abituato ad essere solo e controcorrente. Ciò che invece mi dispiace è che proprio nel periodo in cui tutti, o almeno tanti, vanno in vacanza, si chiudono le mense dei poveri e i punti di distribuzione dei viveri. Ciò vuol dire che i poveri diventano ulteriormente più poveri.

Da mezzo secolo combatto questa battaglia, mi sono inimicato i responsabili degli enti caritativi e sono stato sonoramente battuto. Quest’anno mi trovo ad essere responsabile di “Carpenedo solidale”, l’ente più grosso del settore, l’ente che assiste il numero di poveri più consistente di tutti gli altri enti cittadini del settore. Ho convocato il responsabile, perché la coscienza ha cominciato a tormentarmi. Ho insistito che almeno in questo settore, magari un gruppo ristretto di volontari mantenesse l’erogazione dei generi alimentari alle tre-quattromila persone che bussano alla nostra porta ogni settimana.

Non c’è stato niente da fare. Da qualche anno le vacanze estive sono state proclamate da cristiani e non cristiani l’undicesimo comandamento al quale non si possono far deroghe.

Per fortuna sono arrivato fortunatamente ad un compromesso abbastanza onorevole. La chiusura durerà due settimane, l’ultima settimana prima delle fatidiche vacanze si consegnerà un quantitativo doppio di generi alimentari. M’è parso di dover accettare questo compromesso senza arrivare, come sindacati e Fiat, ad un referendum tra i volontari.

La collaborazione fra Comune e privato sociale è un bene prezioso

Per molti anni, soprattutto quando la sinistra era “pura”, cioè non annoverava nelle sue fila solamente qualche “comunistello di sagrestia”, avevo la netta sensazione che i cattolici fossero considerati come cittadini di serie B, perché pareva che la sinistra pensasse di possedere il monopolio della democrazia, della resistenza della cultura, del progresso, della libertà, dell’economia e di tutti i valori importanti della vita. Allora amministrazioni del nostro comune evidentemente si adeguavano a questi orientamenti nazionali, motivo per cui sembrava che il Comune dovesse gestire direttamente tutto e perciò non ci fosse più alcuno spazio per le parrocchie, per il privato sociale, per le organizzazioni di base. Dottrina che in pochi decenni si dimostrò onerosa, farraginosa e fallimentare.

In quel tempo io, che ho sempre voluto essere partecipe alla vita sociale, elaborai nel mio piccolo una dottrina che permettesse il confronto, o perlomeno la sopravvivenza di tutto l’apparato solidale che si rifaceva alla Chiesa, e per quanto sono stato capace, mi sono impegnato fino allo spasimo per creare una organizzazione parallela che si rifacesse ai valori portati avanti dalla Chiesa.

Il crollo del muro di Berlino non fu rovinoso solamente per quelle maledette ed insanguinate pietre di confine, ma per tutta la dottrina, la prosopopea e l’apparato pigliatutto della sinistra. Quando fui ben certo di questo, sempre nel mio piccolo, cominciai una mia politica di collaborazione critica, ma fondamentalmente sinergica con l’amministrazione pubblica.

Per il settore che mi riguarda, la collaborazione con Bettin e Cacciari mi pare sia stato quanto mai proficua. Tuttora perseguo questo indirizzo, nonostante la burocrazia comunale, che è perfino più tarda della politica, presenti ancora qualche difficoltà per un impegno paritario.

Vi sono dei problemi che è opportuno risolvere assieme, o perlomeno tentare delle soluzioni innovative di comune accordo. Talvolta però ho ancora la sensazione che la burocrazia comunale tenti di porsi in posizione di privilegio e di padronanza, piuttosto che di servizio e di incoraggiamento al privato sociale che è più snello, ha certamente più inventiva, è più economico, ma che ha pur bisogno della “mano secolare” per realizzare più velocemente e meglio il servizio a favore degli ultimi. Voglio però giocarmi sulla speranza!

Dove punta la bussola della religione oggi?

C’è un pensiero che mi tormenta come un tarlo e non mi dà pace. Mi spiace e nello stesso tempo sono felice che proprio ora, che sono nei tempi supplementari, mi accorga che i criteri con cui, ormai da molto tempo, si qualificano i discepoli di Gesù, non solo sono difettosi, ma forse falsi.

Ricordo che nei tempi ormai remoti in cui leggevo avidamente Emilio Salgari,  in uno dei suoi innumerevoli romanzi (forse “Capitano a quindici anni”) il timoniere scoprì che la rotta seguìta non era quella giusta, perché qualche marinaio galeotto aveva collocato vicino alla bussola di bordo una massa ferrosa che condizionava in maniera determinante la lancetta della bussola. La bussola segnava il nord, ma era un segnale falso, perché in realtà la rotta reale era quella del sud e quindi non avrebbe mai condotto il veliero in porto.

Il tarlo della mia analisi sulle qualità della religione oggi, mi fa sospettare che il criterio di orientamento sia profondamente falsato. La bussola della religione indica che la salvezza si ottiene tenendo la barra del timone a nord, ossia dicendo le formule della preghiera, andando a messa, dichiarandosi cristiani, mentre In realtà quella indicazione è assolutamente mendace, perché quello indicato non è il vero nord (ossia l’amore a Dio misericordioso, giusto, che ama i pacifici, gli uomini che lo cercano con cuore sincero, che sono solidali, veri, autentici, liberi e perseguono con ogni mezzo la redenzione), ma il sud, ossia una rotta che non si rifà né al bene di Dio, né a quello dell’uomo, ma soltanto una indicazione sfalsata per motivi di tradizione, di vantaggi di qualcuno, semplicemente di comodo.

Credo che i criteri di distinzione tra buoni e cattivi, tra credenti ed atei, tra vicini e lontani, tra praticanti e credenti, vadano verificati in maniera seria e sincera. Infatti sta scritto: “Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio” ed è certo che la volontà del Padre è certamente quella che prima di tutto siamo onesti, ci vogliamo bene e ci aiutiamo a vicenda.

Oggi ho paura di non aver capito per tempo chi siano quelli che “Dio ama”.

La splendida realtà del Don Vecchi Marghera

Nella “Galleria san Valentino” del “Centro don Vecchi” di Marghera, viene allestita, grazie alla buona volontà di alcuni volontari, una mostra di pittura ogni 15 giorni. Questa iniziativa rende più vivace la vita del Centro, permette ai visitatori non solamente di ammirare l’estro, il buon gusto e talora l’arte dei nostri pittori, ma anche di “scoprire” il Centro.

Purtroppo nell’opinione pubblica vi sono ancora molte persone che pensano il “don Vecchi” come una delle tante case di riposo, in cui vegetano in attesa della morte dei poveri vecchi, spesso rimbambiti, in balìa di inservienti, in ambienti maleodoranti, di cattivo gusto.

Il regolamento della Galleria prevede che la Fondazione si faccia carico di ogni spesa, motivo per cui all’artista la mostra non costa un centesimo. Si chiede solo che il pittore regali una tra le opere scelte dal responsabile del settore. Questo dipinto sarà destinato ad ornare il nuovo Centro di Campalto.

Nel pomeriggio mi sono recato a Marghera per salutare gli ospiti, per vedere la mostra e per scegliere l’opera tra quelle attualmente esposte. Sono stato particolarmente felice nel trovare il prato rasato come un tappeto verde, i fiori ben curati, gli anziani sparsi a crocchi nella grande struttura, chi nel parco, chi nella hall, chi nella sala giochi, ma soprattutto nel riscoprire un ambiente pulitissimo: quadri alle pareti, un mobilio appropriato e di buon gusto ed un clima sereno e disteso.

A Marghera si pratica finora l’autogestione in maniera integrale; i residenti, coordinati da due volontari pensano a tutto: telefono, fiori, guardina e quant’altro serve in un condominio di 57 alloggi.

Confesso che sono orgoglioso dei nostri Centri; sono orgoglioso che gli anziani più poveri possano vivere in un ambiente veramente signorile, sono orgoglioso perché ad ogni anziano è richiesto un contributo possibile anche per chi ha le entrate più modeste.

Mi spiace solamente che le comunità cristiane delle diocesi siano coinvolte solamente in modo molto marginale e che la civica amministrazione, con la quale ci sono pur buoni rapporti, non collabori ancora in maniera adeguata perché gli anziani in difficoltà possano godere di questa soluzione.