La pigrizia da pensionati va combattuta!

Ho notato, con una certa sorpresa, che questa rubrica de L’incontro esce talvolta con la testata “Il diario di un prete in pensione” e talaltra con “Il diario di un vecchio prete”. Non so a quale criterio si attengano gli impaginatori; forse a nessun criterio, ma a quello che trovano nel “magazzino” del periodico.

Quando ho fatto questa scoperta, per nulla importante, mi sono chiesto d’istinto quale fosse la più giusta, quale io avrei preferito. Quasi subito ho optato per la seconda. Parlare di pensione ti dà subito l’impressione di una persona ormai logora, inefficiente, rassegnata a starsene alla finestra a guardare il fiume della vita che scorre veloce. Purtroppo al “don Vecchi” devo registrare spesso gente della mia età che passa tutto il santo giorno dormendo, mangiando e chiacchierando su argomenti futili.

E’ vero che taluno è in mal arnese e non potrebbe fare granché, ma è altrettanto vero che con un pizzico di iniziativa e di buona volontà si potrebbe sempre spendere più utilmente il proprio tempo. Per me il discorso “pensione” è un discorso fittizio, artificioso e di comodo perché ognuno riceve comunque aiuto dagli altri e quindi deve ricambiare con la propria disponibilità.

San Paolo, a questo riguardo, è semplicemente categorico quando afferma “chi non lavora, non mangi”. Quante volte mi rammarico per non trovare tra i 230 residenti chi voglia alzarsi presto per bagnare i fiori, chi non si renda disponibile per far la cernita della verdura, piegare “L’incontro”, servire al bar, o stare al tavolo della cortesia per fornire notizie ai visitatori o controllare gli intrusi.

Spesso poi il rammarico aumenta ulteriormente quando avverto che costoro avanzano pretese o sono i primi ad approfittare quando c’è qualcosa da ottenere.

Per quanto mi riguarda, pur non avendo cose impegnative e pesanti da svolgere, ho le giornate piene zeppe, tanto che spesso devo pigiare il tempo per farci stare qualcosa che di primo acchito parrebbe di troppo. Di questo non solamente non mi dolgo, ma ringrazio il Signore di poter essere ancora utile nonostante la mia vecchiaia.

Il peso di un sogno a quest’età

Sto tentando di fare nei miei riguardi un’operazione veramente difficile, ma che molto probabilmente altri han fatto e con successo.

Alla mia età, quando si tratta di impegnarmi per un obiettivo relativamente vicino, lo faccio e anche molto volentieri. Quando però l’operazione prevede che ci sia bisogno di anni, per poterlo concludere, allora sono tentato di negarmi, pensando che saranno altri a dover pensare, perché tanto io non avrò tempo né capacità per risolvere un problema che richiede tempo, fatica, costanza, coraggio ed un’infinita determinazione.

Si, nel passato ho sentito delle belle sentenze al proposito, mi sono piaciute e le ho anche condivise, ma ora mi dico “ammesso che io possa durare ancora dieci anni – e sarebbe un miracolo davvero straordinario – ma, a novant’anni, in che condizioni sarò ridotto?” Anche adesso fatico e mi angoscio quando mi imbatto in problemi di una qualche difficoltà o in progetti abbastanza impegnativi che devono percorrere degli iter piuttosto difficili.

In quest’ultimo tempo ogni tanto s’affacciano ipotesi sempre nuove e soluzioni diverse per “la cittadella della solidarietà”, ma ognuna delle quali comporta ostacoli e difficoltà non indifferenti da superare. Mi fa sognare che a Mestre possa nascere un piccolo mondo in cui si possa trovare una soluzione per qualsiasi tipo di povertà, ma pure mi sgomenta il pensiero di dover combattere infinite battaglie, superare ostacoli e risolvere situazioni complicate. Per ora ho tentato di dare una cornice sempre più precisa ed adeguata al sogno, giungerà però presto il tempo di dover cominciare i primi passi. Questo, purtroppo, mi preoccupa molto!

Tanta, tanta, tanta burocrazia!

Credo che il mondo intero conosca la mia allergia, anzi il mio deciso rifiuto alla mentalità della burocrazia di qualsiasi ente statale, parastatale o comunale. Purtroppo il mio disappunto è costantemente alimentato da motivi sempre nuovi. Chi ha deciso di “vivere” e di darsi da fare per il prossimo, fatalmente s’imbatte molto spesso in questo muro di gomma che si alimenta di circolari, regolamenti, ordinanze e disposizioni di legge.

Potrei riempire l’intera raccolta annuale de L’incontro per raccontare le peripezie incontrare col Gas, con l’Enel, con lo sportello unico dell’Assessorato dell’Edilizia in questi ultimi tre o quattro anni. Bollette in più, addebiti non giustificati, ritardi biblici, inghippi di ogni genere, E questo non per ottenere o gestire una villa sul Brenta o uno yacht alla Tornatore, ma per offrire un “buco” per gli anziani senza casa, per riparare le loro biciclette dalle intemperie, per permettere loro di sopravvivere nonostante la pensione di 516 euro al mese.

Detto questo, e convinto che i confessori dovrebbero dare a questi soggetti almeno dieci o quindicimila padrenostri, come don Camillo soleva fare con i “rossi”, talvolta mi viene da pensare che non è tutta cattiveria la loro, ma che spesso sono le norme confuse e contradditorie che politici ed amministratori poco intelligenti e spesso interessati, sono lì a costringere a simili comportamenti, sotto la minaccia della perdita del posto di lavoro.

Spesso sono anche i cittadini che non vogliono quasi mai prendere in considerazione il bene comune e tengono conto solamente dei loro interessi.

Ricordo a questo proposito un fatto particolare. Un tempo si pensava che i seminari non bastassero a soddisfare la richiesta di ragazzi di entrarvi. Il Patriarca Agostini pensò di aprire il seminario minore, quello per le medie, a villa Fietta, una bella villa veneta che la diocesi possedeva a Paderno del Grappa. Monsignor Vecchi fu incaricato di costruire una struttura per ospitarlo. Non so con quali sotterfugi riuscì ad ottenere dal sovrintendente ai beni culturali di costruire un obbrobrio di fabbricato innestato sulle linee eleganti della bella villa del `700 dei conti Fietta. Quando avevamo l’occasione di passare da quelle parti, monsignore mi faceva osservare con fine ironia: «non so proprio quale balordo sovrintendente m’abbia permesso di fare un simile sgorbio!»

Non sarebbe male se la burocrazia impedisse tali scempi, mentre s’impunta per farmi costruire a Campalto una facciata in vetro del costo di cento milioni!

La nostra Chiesa mestrina dovrebbe fare di più per la povertà

E’ molto difficile fare la carità. C’è chi, praticamente, anche se non lo dice, decide che gli altri, per quanto in difficoltà, s’arrangino; c’è chi invece, come me, non sa che pesci pigliare. La richiesta di aiuto sempre mi mette in crisi, anche se onestamente so dove mettere il superfluo alla mia vita, che è quanto mai sobria.

Monsignor Vecchi era assolutamente contrario alla carità spicciola, perché diceva che quando si crea una struttura di servizio per i poveri, questa continua ad essere loro di aiuto per decenni, se non per secoli, mentre quando uno fa la carità spicciola, questa, normalmente, risolve ben poco e l’indomani il povero si trova nello stesso disagio.

Ho appena firmato il contratto con l’azienda che per settembre del prossimo anno si è impegnata a consegnarmi altri sessanta appartamentini per anziani poveri e perciò tento di risparmiare fino all’ultimo centesimo per onorare l’impegno contratto. Ebbene, qualche settimana fa è venuto, come al solito, un serbo-croato magro, allampanato e malconcio, che io ho sempre assimilato ai mussulmani fatti fuori dai serbi a Sebrenica, per ricevere la solita paghetta settimanale di dieci euro. Sennonché, ancora una volta, mi ha chiesto l’aumento – cosa che è sempre solito fare, pur avendogli detto che se tutti i preti di Mestre gli dessero dieci euro alla settimana, riuscirebbe a campare decentemente. Questa volta però mi disse che non poteva più continuare così e che perciò aveva deciso di tornare in Serbia, o comunque nel suo paese nei Balcani e quindi non l’avrei più visto.

Gli diedi i sessanta euro che gli servivano, pur temendo che prima o poi sarebbe ricomparso. Infatti la settimana scorsa me lo son visto alla porta della nuova chiesa. Non ebbi proprio tempo di sentirmi raccontare la storia del ritorno, perciò gli dimezzai la diaria dandogli frettolosamente cinque euro.

Ora vivo tra gli scrupoli perché certamente non avrò grossi contraccolpi nel mutuo che ho richiesto per questa uscita non preventivata, ma ancora una volta sto tormentandomi pensando che la nostra Chiesa mestrina dovrebbe trovare delle soluzioni dignitose per questa povertà. Per ora penso che dovrò tornare alla “paghetta” dei dieci euro settimanali, finché almeno non apriremo la “cittadella della solidarietà”!

Ci sono tante difficoltà ma sono ben determinato a superarle!

Confesso che sto incontrando più di una difficoltà nel portare avanti i progetti che attualmente mi stanno a cuore.

Per il “don Vecchi” di Campalto ormai ho firmato il contratto con l’Eurocostruzioni. 2.870.000 euro, somma a cui si deve pure aggiungere l’IVA; non ci si meravigli che lo Stato tassi anche chi lavora per esso, anzi si sostituisce ad esso. Le tasse sono sacrosante e si devono pagare, anche se poi ci si accorge che chi le evade può concedersi il lusso di regalare appartamenti del costo di milioni e milioni di euro a parlamentari e ministri!

Per quanto riguarda la “struttura pilota” per prolungare l’autosufficienza, con qualche soluzione architettonica migliorativa o qualche persona di servizio in aggiunta, siamo appena all’inizio dell’impresa e prevedo ostacoli, imboscate burocratiche ed inghippi di ogni genere, ma questa è la regola in vigore, guai a fermarsi al primo ostacolo!

Un architetto, a cui manifestavo la mia sorpresa e la mia indignazione per chi non solo non favorisce, ma pare che remi contro, anche quando si tratta di opere benefiche, mi disse con salomonica saggezza: «Don Armando, non c’è da meravigliarsi quando si incontrano ostacoli, il vero motivo di meraviglia è quando non si incontrano gli ostacoli!”

Per quanto riguarda “la cittadella della solidarietà”, opera che è ancora nella fase del sogno e della utopia, finora ci sono giunte più prese di posizione negative di quelle positive. Questo però non mi spaventa. In questi giorni, sentendo che il nostro assessore alla viabilità ha proposto un nuovo progetto per il tracciato del tram, mi sono ricordato di un episodio di cui mi ero dimenticato. Non riuscendo ad ottenere la concessione edilizia dal sindaco che vent’anni fa era appunto l’avvocato Ugo Bergamo (i nostri amministratori sono eterni) per il “don Vecchi uno” avevo minacciato su “Lettera aperta”, il periodico della parrocchia, che se entro una data fissata il Comune non mi avesse dato suddetta licenza, alle 12 di ogni giorno avrei fatto suonare le campane a morto.

Qualcuno, evidentemente, si incaricò di mandare alla vecchia madre del sindaco il periodico con la notizia funebre, al che mi riferirono che questa cara donna si sarebbe rivolta all’illustre figlio supplicandolo: «Ughetto mio, non permetterai mica che quel parroco suoni le campane a morto!»

Mi arrivò la concessione edilizia! Ora mi è motivo di molto conforto il sapere che io sono ancora io, quello di vent’anni fa!

Il dono di Maria Santi

Un mese fa ho concelebrato con don Gianni, il parroco della comunità di san Lorenzo Giustiniani, il commiato cristiano per Maria Santi.

La signora Maria è stata veramente un dono del Cielo, per come l’ho incontrata, per quello che ha fatto per me e per i famigliari degli ammalati del nostro ospedale, e per il modo con cui ha concluso la sua vita quaggiù. Don Gianni mi ha chiesto se volevo dire una parola durante la celebrazione. Ho detto di no perché ero certo che avrei comunque rimpicciolito la sua bella figura e la sua storia.

L’ho incontrata in un momento di estrema difficoltà; non sapevo proprio come uscire dalla situazione quasi tragica in cui mi trovavo.

L’anziana Cleofe, giustamente, mi chiese di poter terminare il compito di fare la “padrona di casa” al “Foyer san Benedetto”, l’appartamento che offriva, e offre ancora, dieci posti letto ai famigliari che vengono da lontano per assistere in ospedale i loro congiunti ricoverati. Una vicina di casa venne a conoscenza del mio problema e mi disse: «Don Armando, ne parlerò con mia cugina che in questo momento forse potrebbe abbandonare la sua casa». Questa cugina era rimasta sola e con una pensione inconsistente. Venne un paio di giorni dopo, poco più che cinquantenne, vedova con due figlie sposate.

Si liberò di tutto, mi regalò perfino i quadri, pareva che volesse fare una scelta irreversibile a favore degli altri. In realtà si donò senza risparmio, sempre sorridente, mai preoccupata per le difficoltà, e così per una decina di anni della sua ancor giovane vita si donò a persone sempre nuove e mai conosciute, provenienti da ogni regione d’Italia.

Maria aveva sempre posto per tutti, e quando non l’aveva stendeva sul pavimento un materasso per lasciare il suo letto all’ultimo arrivato. Sembrava che non avesse mai un problema, che la vita e i rapporti con gli ospiti fossero sempre entusiasmanti, tanto che l’appartamento di 90 metri quadri pareva un albergo a cinque stelle. Era la sua calda umanità che faceva splendere il sole anche nelle giornate più grigie e nebbiose.

La malattia la colse in modo subdolo, ma ella la vinse col suo coraggio e la sua fede.

Ora che Maria se n’è andata, mi sento molto più povero da un lato, e molto più ricco da un altro, perché lassù in Cielo è certamente una delle stelle più luminose che io possa aver mai incontrato e sulla cui luce io posso contare.

Che gioia, in tanti sono interessati alla Cittadella della solidarietà!

Durante la settimana mi ha telefonato il dottor Paolo Fusco, giornalista di “Gente Veneta”, per domandarmi un incontro per mettere a fuoco qualcuno dei problemi che egli sa che mi stanno a cuore e che, per motivi professionali, ma spero anche di ordine morale, stanno a cuore anche a lui.

Era un po’ preoccupato di disturbarmi e di turbare la presunta quiete di questo prete ormai in pensione.

Gli dissi che un prete non si disturba mai, memore di un pensiero del principe del foro veneziano, l’avvocato Carnelutti. Questo uomo di cultura e di fine sensibilità cristiana affermò un giorno che non esiste lo scocciatore, ma si può invece incontrare l’uomo poco aperto e disponibile alle esigenze del prossimo. Io poi sono sempre disponibile alle richieste degli operatori dei mass-media, perché sono convinto che se non si matura una cosiddetta “cultura” attorno ad un problema, ben difficilmente si troverà chi sia disposto a dare una mano per risolverlo.

Precisato questo, tra tanti altri problemi, ho parlato al dottor Fusco della “cittadella della solidarietà”, una specie di Nomadelfia mestrina in cui si trovi “tutto per i poveri”.

Di certo la prossima settimana uscirà un servizio su “Gente Veneta” (questo, NdR), il settimanale diocesano, su questo argomento. La meta della realizzazione è certamente lontana, ma già da ora la stampa è favorevole, sono favorevoli il Patriarcato e le autorità comunali. Pare che pure la Società dei 300 Campi, proprietaria del terreno, sia disponibile ad una trattativa. Un’altra impresa ci mette a disposizione cinquantamila metri quadri per un eventuale scambio di terreno ed un’altra società ancora, che tratta di voltaico, è disposta a regalarci il “tetto” della cittadella, in cambio della possibilità di collocarvi i pannelli.

Tutto questo non è proprio poco, alla distanza di poco più di un mese dal lancio dell’idea!

Riuscire a togliere dalla vita gli spazi vuoti per fare più opere buone

Qualche giorno fa stavo percorrendo con passo veloce il “corso” del “don Vecchi”, ossia l’asse viario più importante del Centro, il corridoio dal quale si smistano gli altri corridoi minori sui quali si affacciano gli ingressi del piccolo borgo degli anziani.

Una residente, molto probabilmente influenzata dal fatto che ho subìto una recente operazione chirurgica, mi ha detto: «Ma don Armando, lei è sempre di corsa!» Un dolce rimprovero comprensibile in un luogo in cui tutti vanno piano, spesso appoggiandosi al bastone o al deambulatore, ora molto di moda. «Ho poco tempo, signora», le ho risposto. Difatti ho veramente poco tempo, da un lato perché forse gli impegni che mi prendo sono troppi, e dall’altro lato perché mi pare ovvio che una persona che ha più di ottant’anni deve essere conscia di non avere troppo tempo davanti a sé.

Neanche a farlo apposta l’indomani mi capitò di leggere, durante la messa, quel brano di san Giovanni in cui Gesù dice agli apostoli: «Ancora un poco e mi vedrete, un altro poco e non mi vedrete, perché vado al Padre».

La misura del tempo degli uomini è sempre “un poco”; l’importante però, penso, sia riempire questo “poco” fino all’orlo. Mons. Bosa, mio insegnante di fisica, ci insegnava che se potessimo togliere la distanza che passa fra atomo e atomo, la terra si ridurrebbe ad una sferetta di pochi centimetri. L’importante perciò è togliere dalla vita gli spazi vuoti tra azione ed azione, allora anche nel “poco” ci starebbero un’infinità di opere buone!

Quelli che non vogliono i poveri nelle loro strade!

Molti anni fa, quando ancora facevo l’assistente della San Vincenzo cittadina, parecchie volte ricevetti le rimostranze dei residenti di via Querini perché ritenevano uno sconcio che in una strada del centro e signorile quale essa era ci fosse un continuo andirivieni di poveraglia! È purtroppo ben vero che spesso i poveri della mensa e del magazzino vestiti erano rissosi e disordinati, tanto che non era infrequente che fossimo costretti a chiamare la polizia, i vigili urbani o i carabinieri per ridurli a più miti consigli, ma purtroppo i poveri spesso sono così.

Qualche mese fa la stampa ha pure parlato di qualche disordine che i clienti della mensa dei frati creavano nei dintorni del convento dei Cappuccini che, fedeli all’esempio del poverello d’Assisi, s’impegnano per i poveri! D’altronde è la società che produce questi “rifiuti umani” e alla stessa società spetta quindi il compito di “smaltirli” nel modo migliore possibile!

Ricordo che suddetti residenti arrivarono a incaricare un avvocato perché imponesse alla San Vincenzo di spostare la mensa in periferia, perché essi non disturbassero una via signorile del centro.
La cosa svanì come una bolla di sapone e noi vincenziani continuammo a riparare i danni della società opulenta e dei consumi.

Dopo tanti anni la cosa si sta ripetendo purtroppo nel nostro quartiere, per la seconda volta un cittadino protesta solamente per il sogno che io voglia dar vita alla “cittadella della solidarietà”.

Suddetto cittadino ha denunciato questa “infamia” ai responsabili civili e religiosi della città e della Regione, non contento oggi ha aggiunto una postilla che suona un autentico sacrilegio affermando: “L’intera parrocchia si opporrà con ogni mezzo”.
Come mai? Non sono i poveri la ricchezza della chiesa?

La bella sorpresa che riserva sempre il Don Vecchi a chi lo visita

Qualche giorno fa, con un gesto di squisita gentilezza, un mio “compagno di sventura” m’ha fatto visita al don Vecchi assieme alla moglie, il cognato e due altre cognate.

La sorte ci ha assegnato la stessa camera e per una decina di giorni siamo convissuti nello stesso luogo, lui per la prostata ed io per il rene. Il “nemico” oggi non dà tregua e continua a “sparare sul mucchio”, a chi tocca tocca!

Durante le ore infinite, perché in ospedale le ore non durano solamente sessanta minuti, ma eternità, abbiamo avuto modo di scambiarci qualche confidenza e di parlare del mondo da cui provenivano e del quale ci occupiamo. Usciti ambedue un po’ malconci, qualche telefonata ha mantenuto aperto il dialogo tanto da spingere questo “amico di sventura” a farmi una visita assieme ai suoi famigliari al don Vecchi.

L’incontro è iniziato con la partecipazione alla messa in cimitero, con la visita al Centro e all’indotto dei magazzini per gli indumenti e dei mobili e col pranzo assieme ai miei colleghi anziani.

Io sono ormai abituato alla vita negli ambienti del don Vecchi, sono orgoglioso della struttura che è certamente leader nel settore degli alloggi protetti, do per scontata la galleria di quadri, i mobili in stile, ma mi ha particolarmente reso felice il senso di sorpresa e di ammirazione di chi viene pensando di trovare una casa di riposo maleodorante, sciatta e convenzionale, scoprendo invece un “albergo di qualità”. È stato così anche per i miei amici padovani, ma spero e voglio che sia così almeno fin che io avrò respiro per imporlo! I nostri vecchi meritano questo e altro!

“Ad arrabbiarsi non è bene ma forse è l’unico modo per venire a capo di ciò che sembra impossibile altrimenti!”

Ho incontrato questa mattina i due funzionari del comune più importanti per quanto concerne l’assistenza agli anziani.

L’incontro aveva tutte le premesse per essere burrascoso, però finimmo per capirci. Io ho compreso che l’amministrazione comunale non è duttile quanto io vorrei, in quanto deve attenersi a delle norme che altri hanno stabilito e molto poco è lasciato all’iniziativa del singolo funzionario. Loro hanno compreso che le mie impennate non sono determinate da capricci e meno ancora da interessi, ma dal desiderio di un servizio quanto mai puntuale nei riguardi degli anziani in difficoltà.

Convenimmo che solamente il dialogo costante e fiducioso e lo sforzo di tradurlo in scelte concrete può risolvere i problemi sempre nuovi in cui ci imbattiamo in una navigazione che avviene quasi sempre a vista.

Il motivo del contendere è sempre quello: quando l’anziano s’avvia sempre più verso la non autosufficienza tanto più la nostra struttura si rivela fragile ed inadeguata perché improntata sulla quasi totale autosufficienza.

Come fare a risolvere questo problema che spesso diventa un dramma umano?
Da un lato le case di riposo per non autosufficienti non dispongono di posti letto adeguati, infatti ben seicento anziani sono in fila per poter essere accolti, da un altro lato gli alloggi protetti quali il don Vecchi sono un’invenzione troppo recente perché le pachidermiche amministrazioni della Regione e del comune possano dotarli di soluzioni adeguate.

La conclusione è stata che il comune ci fornirà personale in aggiunta che la fondazione gestirà in maniera più autonoma perché questo intervento possa essere efficace. Ora si studieranno le modalità per aggirare gli ostacoli burocratici e raggiungere lo scopo.

Andreotti, da quella volpe che è sempre stato, diceva: “A pensar male è sbagliato ma spesso si indovina!” Io parafraserei che: “Ad arrabbiarsi non è bene, ma forse è l’unico modo per venire a capo di ciò che sembra impossibile altrimenti!”

Il Signore mi ha impartito una pesante lezione di vita!

Il Signore anche questa volta mi ha impartito una severa lezione di vita, tirandomi le orecchie per bene!

Ho già confidato a questo diario che qualche giorno fa avevo dato, stizzito, ad un povero diavolo, mandatomi da un mio collega, 10 euro, ma malvolentieri.

La cifra era ben modesta ma, il modo di porgerla ancor più grave perché poco garbato e per di più controvoglia, da un lato perché questo prete continua a fare lo scaricabarile nei miei riguardi ed ogni volta che gli capita l’opportunità tenta di mettermi a disagio, pur sapendo che sono pensionato e che ormai non svolgo più alcun ruolo attivo nell’esercizio della carità all’interno della diocesi e dall’altro lato perché, come presidente della fondazione, sono il primo a dovermi impegnare per racimolare il denaro per pagare il don Vecchi di Campalto.

Per questi motivi avevo fatto quel misero gesto di carità nel peggiore dei modi, pur ricordandomi quello che, un tempo una piccola sorella di Gesù di padre de Foucauld mi aveva detto: “Anche un piccolo gesto di fraternità nei riguardi di un povero è sempre un gesto positivo”.

Un senso di disagio mi stava accompagnando, quando un paio di giorni dopo mi telefonò due – tre volte, un signore che pensava che io mi trovassi ancora in Via del Rigo nel cenacolo degli anziani e non riusciva a trovarmi; finalmente riuscì a raggiungermi al don Vecchi mentre stavo accompagnando alcuni signori a visitare la struttura “Le chiedo solamente mezzo minuto!”. Mi consegnò una busta piena di denaro. Tentai inutilmente di farmi dire il nome e di dirgli come l’avrei speso. Nella busta, contai, un po’ più tardi 5.000 euro.

Se n’è andato svelto, vedendomi impegnato. Subito ebbi la nitida percezione che fosse il buon Dio a punirmi per quella carità mancata di un paio di giorni prima.

Mi sto sempre più convincendo che il Signore non ha alcuna difficoltà a finanziare alcunché, ma desidera che io mi fidi e creda comunque e sempre nel comandamento dell’amore!

Spero che l’ulteriore lezione, questa volta ben pesante finalmente, mi giovi!

Le onoreficenze dovrebbero andare a chi lavora senza clamori!

Le onoreficenze dovrebbero andare a chi lavora senza clamori!

In città vi sono alcune associazioni che han scelto di dare un riconoscimento pubblico ai cittadini, che secondo il parere dei responsabili dell’associazione, meritano questa attestazione di stima per il loro impegno civile e di solidarietà.

In città ci sono certamente innumerevoli cittadini che meriterebbero questo encomio e questo riconoscimento per il loro impegno e per i servizi che svolgono con umiltà ed in silenzio.

Ma appunto da questo operare umile e discreto di molti non sempre emerge l’esemplarità del loro impegno, tanto che solo il buon Dio, che vede tutto, li premierà un giorno.
Mentre poche persone, che per l’ambito in cui sono impegnate o per il loro modo di operare emergono presso l’opinione pubblica così che queste associazioni che desiderano metter in luce l’impegno sociale finiscono per avere poca scelta e, se si esclude qualche caso, finiscono a dare sempre agli stessi questi riconoscimenti.
Questo è il mio caso, l’adoperare i mass media per denunciare cose storte o per promuovere iniziative positive ha fatto sì che, nonostante la mia pochezza, sia diventato un personaggio di una certa notorietà a Mestre-Venezia.

Alcuni anni fa fui premiato dalla scuola grande di San Rocco con una medaglia d’oro veramente consistente. Ricordo d’aver regalato a mia volta suddetta medaglia alla dottoressa Lina Tavolin che per molti anni s’è addossata l’onere di portare fuori dalle secche “Il Germoglio”; Centro polifunzionale per l’infanzia della comunità di Carpenedo e di farne con il suo sacrificio e la sua competenza la migliore scuola d’infanzia della città. La signora Lina meritava certamente più di me questa grossa medaglia dell’antica confraternita veneziana, per il suo lavoro silenzioso, generoso e quanto mai positivo.

Mi è venuto in mente questo episodio qualche giorno fa quando suor Angela Salviato, l’angelo dei poveri di Mestre, silenziosa ed instancabile m’ha regalato la medaglia che lo scorso anno la scuola di San rocco le ha consegnato in giusto riconoscimento dei suoi meriti. Avrei certamente qualcuno a cui passarla in riconoscimento delle sue virtù, ma quasi certamente sarò costretto a venderla o a cederla al miglior offerente per pagare il Centro di Campalto!

Una lettera che spero aiuti a darci una mano e a crescere in umanità

Ieri ho raccontato a questo “diario” che è diventato il confidente dei miei pensieri, delle cose che mi capitano ogni giorno e delle miei reazioni; la vicenda del furto della carrozzella che avevamo offerto ad una cara persona che sta diventando progressivamente disabile.

Il “diario” poi sommessamente, in maniera discreta, racconta a sua volta, a chi gli interessa, ciò che questo vecchio prete confida al “diario”.

Non tutto e non sempre riesco ad inserire nelle pagine bianche quello che mi passa nella mente e nel cuore. Mi sono accorto che finisco per confidare più spesso reazioni amare, precisazioni angolose e prese di posizione aspre, anche se convinte.

Nella mia vita di vecchio prete, però sono anche molte le gioie, i momenti di soddisfazione che mi ripagano di tante battaglie aspre e talvolta perdute. Qualche giorno fa ho ricevuto dalla signora della carrozzella questa lettera che trascrivo; non spero che converta i ladri ma spero che invece ci aiuti a darci una mano e a crescere in umanità.

Mestre 22.04.2010
Questo è un mondo di lupi.
Non voglio più vivere in questo mondo di lupi.
Caro don Armando, non so che m’è preso l’altro giorno quando le ho telefonato per comunicarle il furto della carrozzina, una delle vostre presa a prestito. O meglio, lo so. Ero in preda ad una collera tremenda, quella che mi faceva pensare: se li prendo li strapazzo (gli ignoti ladri).
Io stessa in quel momento ero lupo, me ne sono resa conto poi.
Lei è stato proprio gentile e largo di manica, mi ha riportato alla ragione.
Da un po’ di tempo mi sono accorta che quando ho più bisogno di pensieri positivi, mi arrivano, una conversazione, un libro (giusto al momento giusto). Ieri sono entrata nella chiesa dell’ospedale e ho preso L’incontro e il Coraggio. A casa ho trovato l’autobiografia di don Andrea Gallo (fuori catalogo, richiesto e ricevuto. Non ci speravo)
Ho letto il suo diario don Armando, forte forse più di sempre tanto che persino la carta su cui è stampato scricchiola di più. Schietto e sincero. Riconosce che non era un lupo vicino a lui ma non lo ha guardato con malanimo.
Poi ho letto il libro di don Gallo, ha a che fare con lupi, di altro genere magari, e nemmeno lui vuole strapazzarli.
Per grazia di Dio, c’è lei, c’è don Andrea c’era don Mazzolari.
Vi voglio bene (a lei di più)
Lettera firmata.

L’aiuto reciproco deve diventare un codice di comportamento scontato!

Nel tardo pomeriggio mi ha raggiunto una telefonata, a dir poco sdegnata.

Una signora, neanche troppo anziana, non riesce più a deambulare, un po’ perché eccessivamente obesa a causa di qualche disfunzione ed un po’ perchè un progressivo indebolimento delle gambe non le permette d’essere totalmente autonoma. Assidua lettrice de “L’incontro”, sapeva che tra tante altre iniziative al don Vecchi, raccogliamo e distribuiamo supporti per le infermità. A dire il vero questo nostro magazzino non è sempre gran che fornito, perché quando abbiamo dato una carrozzella per infermi ad un moldavo o ad una ucraina, l’attrezzo non ritorna più da noi per essere riutilizzato. Chi ne ha bisogno, dato che nel lontano paese ha un congiunto che ne ha bisogno e l’organizzazione sanitaria e le risorse economiche non gli consentono di avere l’attrezzo.

Comunque avevamo avuto la possibilità di offrire la carrozzella a suddetta signora, senonché durante la notte gliela hanno rubata nonostante fosse posizionata sul pianerottolo del primo piano.

Da questo furto “macabro e sacrilego” nasceva l’indignazione di chi m’aveva chiamato al telefono. Io condivisi l’indignazione, ma le dissi che ne avremmo messa a disposizione un’altra, non siamo infatti né una bottega né una banca, ma la nostra attività poggia sul concetto del servizio e della solidarietà.

Mi parve rasserenata e poi mi scrisse una bella lettera di ringraziamento, facendomi delle lodi che non merito.
Dovrebbe a mio modesto parere essere finito il tempo, per cui si dia per scontata la prassi della solidarietà e non si ritenga più un merito di chi la pone in atto.

L’aiuto reciproco deve diventare un codice scontato di comportamento, anche se purtroppo siamo ancora lontani da questa meta che dovrebbe essere ovvia per noi cristiani!