Uno scandaloso scaricabarile sui poveri!

Qualche giorno fa ho preso una solenne arrabbiatura per un motivo che ora non ricordo. Ho capito però da quel sintomo che era terminato il tempo della convalescenza e che ormai sto bene.

L’arrabbiarsi non è certamente segno di virtù, almeno per me, ma è un segno di buona salute.

Oggi ne ho presa una seconda e perciò credo ormai di essere fuori pericolo! Stavo andando a pranzo, quando m’avvertirono dalla segreteria che c’era un signore che mi voleva vedere; in verità chi era al telefono soggiunse che gli sembrava uno di quelli che “chiedono soldi”. Ci andai subito e nella hall del Centro incontrai una persona corpulenta che non avevo mai conosciuto, né visto.

Cominciò, come sempre, a girare per le larghe per descrivermi la sua situazione. Lo pregai d’essere conciso perché al don Vecchi mi sento un po’ come in convento, se uno non si presenta a tavola, è segno che non ne ha bisogno, o al minimo arrischia di trovare tutto freddo!

Siccome il mio interlocutore non cessava di fornirmi nuovi particolari, gli chiesi in maniera poco caritativa. “Ma posso sapere cosa vuole da me?”
Io però lo avevo già capito, voleva soldi. Al che tentai di ricordargli che aveva una parrocchia, che in città ci sono enti a ciò preposti.

Ma lui, imperterrito, vedendo di non aver ancora tanto tempo a disposizione mi disse che era stato il suo parroco a dirgli: “A Mestre non c’è altro che don Armando che ti può aiutare”. Quel parroco lo conosco fin troppo bene, non ha in parrocchia neanche uno straccio di organizzazione caritativa, è impegnato solamente ad assicurarsi una comoda vecchiaia.

Io sono pensionato Inps da 5 anni e soprattutto risparmio fino all’ultimo centesimo per il don Vecchi di Campalto!
Per chiudere gli dissi, mettendo mano al portafoglio “non gli posso dare che 5 euro” e lui “Magari 10”!

Ne diedi 10 malvolentieri, non tanto per quel povero gramo che ha imparato fin troppo bene il mestiere del povero, ma nei riguardi di quel confratello che da una vita fa lo scaricabarile e per di più si dice di sinistra!

Quell’incontro felice con un mio vecchio scout dell’Agesci Amerigo Vespucci

Nel pomeriggio mentre stavo riordinando le ceriere della chiesa succursale della mia minuscola “diocesi” ho incontrato Roberto Marroni, uno dei miei scout del reparto dell’Agesci Amerigo Vespucci, di cui sono stato per molti anni l’assistente.

Roberto stava accompagnando la sua vecchia mamma a visitare le tombe dei suoi cari.
La mamma è ancora un po’ più piccola di quanto la ricordavo, ma manteneva, nonostante la veneranda età di più di 90 anni, la sua calda parlata toscana. Il figlio Roberto lo stesso volto rotondeggiante, gli stessi occhi vivaci, e la calda umanità di un tempo.

Del ragazzino di 50 anni fa, capo squadriglia, delle “volpi” o dei “leoni” non ricordo più, erano cambiati solo i capelli, ora grigi, però la stessa personalità calda ed affettuosa.

Parlammo del più e del meno; lui si interessò della mia salute, io gli chiesi del suo lavoro e dei suoi figli. Roberto mi disse che era già in pensione “Non le pare che a 62 anni non meritassi un po’ di riposo?”

Per me, no, ma non glielo dissi perchè so di essere uno dei pochi stacanovisti, ormai fuori corso.

Mi fece però bene sentire, che si occupava della casa in montagna costruita e gestita dagli scout adulti per i “lupetti” i piccoli del movimento scout, poi memore dell’educazione puntigliosamente impartita dal suo vecchio educatore, soggiunse “Se ha qualcosa da darmi da fare, don Armando, sono ora disponibile”. Mi ha fatto molto bene sentire che lo “spirito della buona azione” e del “servizio” avevano ben attecchito ed erano ancora vivi e vitali.

Il mio patrimonio sono i poveri

È arcinoto il racconto che ha per protagonista il diacono Lorenzo. La comunità cristiana a Roma era nata da poco, e già da subito essa aveva sviluppato la dimensione evangelica della solidarietà e dell’aiuto ai poveri. I responsabili della comunità avevano deputato il diacono Lorenzo ad occuparsi dei poveri che erano assai numerosi anche nella Roma imperiale. Lo spirito di carità che caratterizzava il vivere dei primi cristiani, infatti era identificato con la stupenda espressione: “Coloro che si amano”, forse le elargizioni ch’essi ricevevano dai fedeli e che a loro volta essi facevano, destarono l’avidità della burocrazia statale, mai sazia di denaro da incamerare e da sperperare, così che il prefetto intimò a Lorenzo di versare allo Stato i tesori della chiesa nascente. È arcinoto che dopo alcuni giorni Lorenzo presentò a suddetto funzionario una vera folla di miserabili.

Che bello il pensiero che i poveri siano il vero tesoro della chiesa, il segno delle sue scelte e della sua fede. È consolante che anche oggi vi sono dei “tesori” veramente splendidi sparsi qua e là nella chiesa di Dio, ma è anche purtroppo vero che vi sono molte comunità cristiane che a questo livello sono indigenti e talvolta miserabili, perché i poveri non sono più il loro patrimonio più prezioso.

A questo riguardo per grazia di Dio e per fortuna mi sento ricco ed orgoglioso di questo “patrimonio” prezioso, infatti non credo che ci siano parrocchie, organizzazioni ecclesiastiche ufficiali o Caritas di alcun genere in cui circolino i poveri a centinaia quanto al “don Vecchi”. Di questo sono veramente orgoglioso e felice!

L’egoismo si scaglia contro la cittadella della solidarietà!

Uno dei bersagli preferiti dai cittadini, che pensano di aver motivi per lagnarsi dei servizi sociali e in generale del funzionamento di tutta la complessa organizzazione della vita di una città, sono gli amministratori e i politici in genere.

Io scopro di appartenere purtroppo a questa gente e a questo modo di reagire a disservizi o ai comportamenti e regole che non mi piacciono o che non condivido per motivi particolari.

In questi giorni, pur tardivamente mi pare di avvertire che tutto questo non è proprio assolutamente giusto che avvenga. Da un lato perché le sfaccettature della vita sociale sono pressoché infinite, e i modi di pensare altrettanto diversificati, ma soprattutto perché ogni volta che vengono toccati gli interessi veri o presunti o semplicemente le situazioni stratificate nel tempo, la valutazione del bene comunque passa all’ultimo posto ed emergono gli interessi personali, che praticamente pare escludano in partenza ogni senso di giustizia e di solidarietà.

Le mie perplessità sono nate dal fatto che l’annuncio del sogno di creare a Mestre “La cittadella della solidarietà” ha entusiasmato un giornalista de “Il Gazzettino” ed un responsabile Rai 3, persone però che hanno dato una valutazione meramente teorica all’iniziativa, ma che ha provocato la reazione immediata di un prelato che ha ritenuta scavalcata la sua autorità e di un cittadino, che abita nei paraggi del sito proposto per la sua realizzazione, che teme che venga turbata la pace di un quartiere privilegiato e che non esitava a denunciare “l’iniquo progetto” alla stampa, al sindaco, e perfino al nuovo governatore del Veneto e al Patriarca, tutte persone che per posizione sociale dovrebbero essere i fautori più convinti di un simile progetto.

Tutto questo è avvenuto solamente per la notizia di un sogno di un gruppetto di idealisti, però ciò può dare la misura di quello che avverrebbe se si cominciasse a calare a terra il sogno! L’egoismo è mille volte più pernicioso e radicato dalla magia, ma mentre questa è osteggiata dalla forze dello Stato, l’egoismo pare possa vivere indisturbato nella coscienza dei benpensanti!

Nubi sulla Giunta

Nota della redazione: questo appunto è stato scritto prima dell’incontro avuto lunedì 10 maggio al don Vecchi tra il presidente e direttore della Fondazione, il dottor Gislon e la dottoressa Corsi per il Comune dell’assessorato della sicurezza sociale. In tale incontro sono state date le più ampie promesse che l’amministrazione comunale fornirà il personale sufficiente per rispondere al grave problema dell’autonomia limitata dei nostri anziani. Un buon inizio!
Sono passate ormai alcune settimane dalle ultime elezioni. Ogni mattina sono andato a verificare nelle pagine de “Il Gazzettino” dedicate alla città, se il sindaco Orsoni avesse scelto gli assessori della nuova giunta.

Nei primi giorni i giornalisti insistevano sulla determinazione di Orsoni di dare segnali di discontinuità, e sulla volontà di essere lui a decidere. Poi pian piano il giornale ha cominciato a riferire sulle beghe dei partiti che si disputavano i posti da far occupare ai loro aderenti. Il discorso della discontinuità e degli uomini nuovi è totalmente scomparso. Se non che sabato 17 aprile sono usciti dal cilindro del prestigiatore, i nomi di personaggi vecchi come il cucco, che da decenni hanno costretto la città a vivacchiare in qualche modo!

Io ero e sono interessato in maniera particolare all’assessore delle politiche sociali. Sempre “Il Gazzettino” informa che sarà il prof. Sandro Simionato, già presidente del quartiere Carpenedo Bissuola e nell’ultima giunta Cacciari assessore alle politiche sociali. Onestamente debbo confessare che sono preoccupato, a meno che non abbia avuto “una folgorazione sulla via di Damasco” nel passato per quanto almeno riguarda il recupero dei generi alimentari in scadenza e il don Vecchi, la sua azione è stata ben poco soddisfacente! M’è parso che non solamente non fosse disposto a spendersi per la soluzione di questi problemi, ma ne provasse perfino nausea a sentirli rammentare.

Quanto prima chiederò un incontro e qualora non si passasse dalle chiacchiere ai fatti, farò le scelte che conseguono a chi è in difficoltà.

Non sono assolutamente disposto a tollerare disinteresse ed inefficienza!

I due principi alla base delle mie inizative sociali

Nel giro di una settimana mi è stato richiesto dall’Università della terza età prima e da RAI3 dopo un’intervista televisiva sui progetti e sulle strutture di solidarietà che mi stanno a cuore e di cui mi occupo attualmente. L’Università della terza età, alla fine di un corso si riproponeva di realizzare un servizio televisivo sul rapporto tra indigenza e solidarietà a Mestre, mentre RAI3 era interessata al progetto di cui la stampa aveva parlato; cioè della “cittadella della solidarietà” ossia di un luogo in cui si diano risposte concrete ad ogni tipo di bisogno: ostello, mensa popolare, emporio di vestiti, un'”Ikea” per i mobili, di arredo per la casa, un centro di distribuzione di generi alimentari e di supporti per gli infermi.
Tutto questo esiste già, anche se non completamente, presso il Centro don Vecchi, ma esiste in maniera sacrificata ed in ambienti inadeguati, mentre noi sognamo un centro pensato e realizzato con questa finalità specifica.

In ambedue queste occasioni gli intervistatori mi hanno chiesto il movente che mi spinge a queste “missioni impossibili” e dove trovare i mezzi economici per realizzarle. Sono felice di mettere a fuoco queste due questioni di fondamentale importanza.

Primo; è mia assoluta convinzione che l’essere cristiani comporta una fede forte e convinta in Dio ed una solidarietà concreta verso il prossimo. Mi pare che su questo punto Cristo sia stato chiaro; considero quindi un aborto cristiano la pretesa e l’illusione d’essere cristiani senza essere concretamente solidali verso il prossimo.

Secondo; l’impegno a sviluppare strutture e servizi di solidarietà non deve partire ed appoggiarsi sui mezzi che abbiamo a disposizione, ma sui bisogni che il prossimo ha. Questo l’ho imparato dal miracolo della moltiplicazione dei pani. Cristo quando disse agli apostoli: “Provvedete a dar da mangiare alla folla”, conosceva bene la situazione economica inadeguata dei suoi discepoli, ma conosceva ancor meglio la fame dei suoi ascoltatori.

Questi due principi hanno sempre sorretto le mie iniziative sociali, e questi due principi si sono sempre mostrati estremamente validi!

Il testamento spirituale

Prima che io entrassi in ospedale è venuto a farmi visita, nel mio piccolo alloggio al “Don Vecchi”, don Roberto, mio fratello minore, parroco di Chirignago. Io sono il primo e lui è l’ultimo di sette fratelli che, tutto sommato, si vogliono bene e condividono i valori fondamentali della vita che i nostri genitori ci hanno trasmesso.

Più volte ho confessato la mia stima e la mia profonda ammirazione per questo mio fratello parroco. Don Roberto è intelligente, generoso, seriamente impegnato a condurre la sua parrocchia e credo che stia ottenendo degli splendidi risultati, soprattutto a livello dei ragazzi e della gioventù. Tanto che credo che egli abbia una comunità cristiana così bella come poche parrocchie, o forse nessuna, in questo momento così difficile nella vita pastorale del nostro patriarcato e della Chiesa che in genere possiede!

Don Roberto è un idolo a livello parrocchiale, ma per scelta e per indole, dialoga poco, forse troppo poco, con la città e la Chiesa veneziana, mentre io sono convinto che oggi anche nell’ambito della Chiesa, dobbiamo assumere una mentalità ed uno stile globale che parli ad ogni ceto e ad ogni componente della vita cristiana.

Chiacchierando con don Roberto, gli accennai al testamento, che in altro momento cruciale gli ho affidato, dicendogli che i tempi passano veloci, le situazioni mutano e perciò si senta totalmente libero di disporre come crede delle mie pochissime cose.

Mi ricordai che nelle mie ultime volontà non ho neppure accennato a quello che tanti chiamano ancora il “testamento spirituale”. La mia vita rappresenta in maniera fedele ciò in cui credo e che ritengo importante, se ho qualcosa da dire al mondo in cui sono vissuto, lascio a ciò che ho fatto, che ho sognato, e a ciò per cui mi sono battuto di dirlo. Se dovessi però scendere al concreto, confesso che avrei veramente delle difficoltà ad indicare il nome di un prete a cui riterrei opportuno lasciare in eredità il mio amore per i poveri, per gli ultimi, per quelli che non contano, per gli anziani. Tutto questo però non mi amareggia più di tanto perché al buon Dio non manca la capacità e la volontà di trovare gli uomini giusti per le cause giuste.

Ho dispensato quindi don Roberto dal preoccuparsi del “Don Vecchi” e del polo della solidarietà che vive in simbiosi con esso.

Ho raccontato i semi del mio sogno per gli anziani quasi-autosufficienti

Un giornalista, a motivo della sua struttura mentale e soprattutto della sua professione, è sempre più informato su ciò che sta maturando nella vita odierna. Confidavo, nell’incontro avuto con il dott. Dianese, a cui sono legato da stima ed amicizia, che una volta nominata la nuova giunta comunale, avrei tentato di organizzare un incontro coll’assessore alla sicurezza sociale e i massimi funzionari del Comune che si interessano alle problematiche sociali, ossia il dottor Gislon e la dottoressa Francesca Corsi. Vorremmo spiegare che i due progetti avrebbero solo dei fondamenti di carattere sociale ma soprattutto rappresenterebbero un “affare” per il Comune, facendogli essi risparmiare una barca di soldi. Al “Don Vecchi” abbiamo certamente più di una ventina di anziani ancora consapevoli e capaci di autogestire la propria vita, ma con forti disabilità fisiche, anziani che dovrebbero essere trasferiti in casa di riposo per non autosufficienti, dato che nella nostra società non ci sono strutture che rispondono alle esigenze dello stadio intermedio tra l’autosufficienza e la non autosufficienza, mentre questo spazio esiste nella realtà.

La soluzione che noi proponiamo oltre agli immensi vantaggi per la qualità di vita di questi anziani, farebbe risparmiare all’amministrazione comunale circa quarantamila euro al mese e alla Regione almeno ventimila, ossia 720.000 euro all’anno. Ciò significa che in tre, quattro anni il Comune e la Regione coprirebbero i costi di una struttura che poi continuerebbe l’assistenza a venti anziani con autosufficienza precaria a costo zero.

Mi auguro che queste motivazioni di ordine economico possano convincere gli amministratori che stanno entrando in carica.

Il dottor Danese mi ha confidato che Orsoni vorrebbe assegnare al dottor Bettin l’assessorato alla sicurezza sociale e al dottor Micelli l’urbanistica. Se le cose andranno così penso che avremo già ottime premesse perché i nostri sogni possano realizzarsi.

L’intervista al Gazzettino

Una mattina prima mi ha telefonato e poi mi ha fatto visita al “don Vecchi” il dott. Maurizio Dianese, una delle penne più appuntite e più graffianti de “Il Gazzettino”.

Gli interventi di Dianese sul quotidiano cittadino non passano mai inosservati perché non rappresentano mai una cronaca distaccata, asettica, che informa la cittadinanza su qualche avvenimento, ma quasi sempre suonano a denuncia, propongono problematiche presenti e vive, o mettono il dito su qualche piaga.

Il giornalista mi telefonò spiegandomi che gli erano giunte all’orecchio due cose che lo interessavano e che riteneva interessanti per l’opinione pubblica. Quasi certamente aveva letto su “L’incontro” i due progetti che attualmente mi stanno appassionando, nonostante l’età e le vicissitudini della mia salute.

Fui ben felice di incontrarlo, da un lato perché avverto che c’è in ambedue una certa assonanza di idee e una certa repulsione per una vita paciosa e senza sbocchi ideali, e dall’altro lato perché sono ancora più convinto che se non si matura l’opinione pubblica a certi valori, ben difficilmente si riescono a portare avanti certe iniziative, specialmente da parte di persone che non hanno soldi come me.

Gli ho parlato del progetto di una struttura per rispondere ai problemi degli anziani che sono in una fase di perdita di autosufficienza e che, pur idonei a rimanere ancora in una struttura di persone libere ed autonome, hanno bisogno di una struttura che essa sia ancor maggiormente protetta, per rimanere ancora padroni di casa ed autonomi nelle loro decisioni.

Gli ho parlato infine della “Nomadelfia” mestrina, ossia di una cattedrale della solidarietà in cui i cittadini in disagio economico possano trovare una risposta dignitosa ed esaustiva alle loro difficoltà.

M’è parso entusiasta sia dell’una che dell’altra cosa. Molto probabilmente almeno centocinquantamila lettori de “Il Gazzettino” sapranno che tra loro c’è chi sta sognando e lavorando per due soluzioni che faranno fare a Mestre e Venezia un passo avanti nel campo della solidarietà.

Gran parte dei confratelli forse penserà che sono un illuso o un prete con mania di protagonismo, spero però che gli uomini di buona volontà inizino a condividere questi due nuovi obiettivi.

Anche oggi ci sono le potenzialità per costruire un mondo nuovo!

Io sono sempre stato un gran sognatore, mi sono sempre prodigato con tutte le mie risorse perché convinto che sia possibile un mondo diverso e migliore.

Ricordo quasi con un’ebbrezza interiore d’aver partecipato in Piazza San Marco, appena terminata la guerra, ad un discorso di Padre Lombardi, il gesuita che predicò quasi una crociata che aveva come obiettivo “un mondo migliore”.

A quel tempo ero poco più che adolescente e il discorso di questo grande oratore mi entusiasmo al punto che mi pareva che ormai fossimo giunti all’alba di questo sognato “mondo migliore”.

Continuai sempre a sognare nuovi orizzonti per la chiesa, per la società, per la scuola, per i giovani, per le parrocchie per tutte quelle realtà con le quali via via sono venuto a contatto.

Ora mi sono appoggiato su certi uomini di chiesa ora sulle proposte ideali di certi politici ora sulle piccole comunità che ho incontrato e che ho visto crescere come per miracolo, ma sempre ho trovato materiale per accendere il sogno.

Sempre mi è parso che le realtà umane che incontravo scout, azione cattolica, maestri cattolici, gruppi spontanei del ’68, parrocchie ecc. avessero al loro interno delle potenzialità che bastava fossero riattizzate, curate con amore perché fiorissero!

Credo ancora che sia sempre così; gli uomini hanno bisogno di fiducia, di entusiasmo, di amore di incoraggiamento! Non penso più che le riforme fatte a tavolino con norme, leggi, possano cambiare il mondo.

Ho l’impressione invece che pure oggi anche le istituzioni più vecchie, più sorpassate nel tempo possano rinascere come arabe fenici se incontrano uomini di buona volontà, seri, corretti, entusiasti ed un po’ folli che le sollecitino e facciano sprizzare la scintilla che hanno dentro di sé, ma sempre ci vuole la buona volontà, il coraggio e la scelta di spendersi tutti per un ideale positivo.

Un nuovo sogno: la cittadella della solidarietà!

Sognare non costa niente ed io che di soldi ne ho sempre troppo pochi per fare ciò che riterrei necessario per il prossimo al quale ho scelto di dedicarmi, mi consolo sognando.

Poi capita che finisco di innamorarmi pazzamente dei miei sogni, ne rimango così contagiato dall’opportunità di concretizzarli tanto da finire a confidarli prima ai vicini e poi anche ai lontani.

Forse mi ha indirizzato in questo processo, una confidenza ricevuta personalmente dallo stesso Papa Giovanni, quando era nostro Patriarca a Venezia.

Diceva l’allora Patriarca: “Quando hai un progetto che ti sta particolarmente a cuore, parlane a destra e a manca, perché così è più facile che tu incontri qualcuno che ti possa dare una mano!”
Spero che questo sant’uomo abbia ragione.

Ogni giorno vengono al don Vecchi centinaia di persone italiane e straniere che cercano indumenti, mobili, arredo per la casa, generi alimentari ed altro ancora. Io sono orgoglioso e felice della carità che “profuma” il don Vecchi, ma sono anche preoccupo perché tutto è tanto inadeguato. E’ nato quasi per caso, sulla falsariga del progetto di don Zeno “Nomadelfia la città dei fratelli” il sogno di costruire sul grande campo in abbandono “la cittadella della solidarietà” un ristorante al prezzo fisso di 3 euro al pranzo, un ostello a 5 euro la notte, un grande outlet per indumenti, un’Ikea per i mobili, un banco alimentare, un gran bazar ed altro ancora.

Sognare queste cose alla vigilia dell’ottantunesimo compleanno e con un nemico in corpo può essere etichettarsi, come “illusione, dolce chimera!” o utopia!

Vi prego lasciatemi sognare, mi fa bene anche alla salute!

Politici al Don Vecchi

Il mio diario è sì un diario di incontro, di sensazioni e di riflessioni che nascono nel mio animo in un giorno ben determinato, con l’impatto con fatti e situazioni, ma questo giorno è solamente un giorno anonimo non contrassegnato da una data precisa. Motivo per cui a chi capitasse di leggerne il contenuto, ben difficilmente può far riferimento ad un giorno in particolare. Può darsi quindi che qualcuno possa scoprire che il riferimento ai fatti non coincida al momento in cui il periodico esce fresco di stampa, può quindi verificarsi che quando vedrà la luce questa pagina, ciò di cui parla sia totalmente superato.

In queste ultime settimane, il don Vecchi è stato visitato da tantissimi aspiranti ad amministrare la municipalità, il Comune o la Regione, forse spinti anche dalla mia pubblica dichiarazione che la nostra struttura rimaneva aperta ed accogliente a qualsiasi cittadino che intendeva candidarsi alla guida di suddette realtà.

A tutti io ho tentato di fornire informazioni adeguate dei bisogni e delle attese della categoria di cittadini che abitano al Centro: anziani autosufficienti o quasi, di condizioni economiche ultramodeste.

E’ mia viva speranza che chi ha preso coscienza diretta della situazione se ne ricordi quando sarà al governo della città. In questa occasione ho avuto anche modo di confrontare le campagne elettorali alle quali ho partecipato nella mia giovinezza a quella attuale.

Un tempo c’erano grandi tensioni sociali, proposte, ideali , orientamenti, scelte di fondo, grandi utopie!

Ora invece qualche progetto concreto, qualche soluzione di problemi esistenti, ma nulla più.

Mi è parso di avvertire un grande grigiore in cui tutti i colori, le proposte e i progetti si stemperavano tanto da non riuscire più a comprendere la matrice.

La rivoluzione della solidarietà per costruire il mondo nuovo!

Fin da bambino ho sentito parlare di frequente di rivoluzioni che avrebbero finalmente sistemato il mondo in maniera definitiva e giusta.

I primi ricordi risalgono alla mia infanzia di balilla, allora si parlava della rivoluzione fascista. Più grandicello mi ha investito la rivoluzione franchista e quella opposta, la repubblicana, poi presi coscienza della rivoluzione per antonomasia, quella dei soviet, la rivoluzione d’ottobre che sembrava proprio dovesse espandersi nel mondo intero. Dopo di allora ho cessato perfino di prendere nota del nome delle rivoluzioni, da Mao a Peron, da Ataturk ad Hitler ……….di rivoluzioni ne sono avvenute per tutti i gusti!

Fortunatamente per me e per l’umanità esse sono tutte miseramente fallite e tanto esse sono state più grandi e più estese, tanto più grande è stato il tonfo del cumulo infinito di rovine provocate da esse. In tutta questa porzione di secolo XIX° e XX°, l’unica che è rimasta in piedi è stata la rivoluzione di Cristo, quasi sempre incruenta, pagata col sacrificio dei suoi adepti piuttosto di quello dei suoi avversari, come avviene sempre, non troppo rumorosa e poco appariscente , essa accompagna ed irradia la vita del singolo e della società aiutandola a sognare e a vedere un mondo nuovo ed una vita più solidale.

In questo ultimo scorcio di tempo, a dire il vero, sono sempre più interessato a quell’aspetto particolare di questa grande rivoluzione pacata, incruenta e gentile che comunemente è chiamata solidarietà. Credo sempre di più che nella misura in cui si educheranno le coscienze a condividere, ed essere solidali, a pensare che solo aiutandosi si trovano soluzioni e pace, si realizzerà in maniera quasi impercettibile, ma vera, il mondo nuovo.

Sto ritornando bambino quando sognavo percorrendo il rettilineo sull’argine del Piave che da Eraclea porta a San Donà, spingendo i pedali per raggiungere il punto dell’orizzonte in cui il cielo e la strada si congiungevano.

Ora so che potrei pedalare anche per un millennio senza raggiungerlo, ma so ancora che questo sogno m’aiuta ad andare avanti!

Ho raccontato i miei sogni a un ministro…

Scrivo questa pagina di diario in un ritaglio di tempo, nell’attesa di presentarmi all’appuntamento fattomi fissare dal ministro Brunetta, che si dichiara idoneo di essere capace, non solamente di salvare l’Italia, ma anche la vecchia Repubblica di Venezia che sta ormai da secoli seguendo un declino che pare inarrestabile di decadenza, sotto ogni punto di vista.

Non capita ogni giorno di parlare con un ministro della Repubblica, a me è capitato di incontrare il professore Brunetta l’ultima volta dieci anni fa, ma allora era solamente un aspirante sindaco di Venezia, docente universitario e socialista dichiarato.

Allora sul suggerimento, di non so chi, mi chiese di accettare di fare l’assessore alla sicurezza sociale, non potei accettare ma poi non ci fu neanche bisogno di una rinuncia formale perché Brunetta fu battuto alle elezioni.

In questi dieci anni la mia vita sociale mi pare non abbia avuto grossi contraccolpi, anzi, anche grazie al mio povero impegno, siamo riusciti ad offrire alla città altri duecentocinquanta alloggi per anziani poveri.

Non ho fatto fallimenti, non ho debiti, non sono nati scandali nella gestione del don Vecchi, non ho amministratori iscritti nel libro degli indagati, spero di avere le carte in regola per chiedere a Brunetta di inserire nella parte sociale del suo programma due progetti assolutamente innovativi e soprattutto umanamente ed economicamente validi:

1) Una trentina di alloggi per anziani con autosufficienza precaria. E’ mia intenzione di poter offrire ad un anziano al limite o forse un po’ oltre l’autosufficienza un alloggio in cui vivere come un vecchio padrone di casa di un tempo e di far sì che il costo di tale vita non sia maggiore di quanto non costerebbe la vita con la sua famiglia se ciò fosse possibile.

2) La creazione di una cittadella della solidarietà, una specie di “Nomadelfia” in cui, in uno spazio ristretto e razionale, chi è in difficoltà trovi risposta ad ognuno dei suoi bisogni.

In questo discorso, che ora solamente accenno, penso che avrò bisogno di tutte le pagine del diario del 2010-2011-2012, se avrò la possibilità di scrivere queste pagine!

Seminare un’utopia

Più di una volta ho confessato pubblicamente di essere un accanito collezionista di episodi esemplari, di iniziative benefiche, di strutture assistenziali e di testimonianze di uomini che credono nella solidarietà e si impegnano a servizio dei fratelli.

Nel contempo mi faccio scrupolo di far girare queste notizie in maniera tale da fare quello che posso e riesco per maturare una cultura ed una mentalità positiva nel mondo in cui vivo. Qualcuno può pensare che questa fatica sia spesa per la riuscita delle iniziative di cui mi sto occupando, in realtà, pur avendo perfetta coscienza del mio limite, ritengo giusto e doveroso seminare a piene mani perché la società maturi a questi valori positivi.

Ciò non dovrebbe apparire così strano perché sono discepolo di quel Maestro che ha raccontato la parabola del seminatore la cui conclusione è quella, che nonostante la gran parte della semente sia andata a finir male, almeno una piccola parte che ha incontrato il terreno propizio ha prodotto il trenta, il sessanta e perfino il novanta per cento.

In questi giorni nonostante il poco tempo di cui dispongo, ho dedicato ben due giorni ad una troupe televisiva giapponese che s’è impegnata a proporre l’iniziativa delle dimore protette per anziani al lontano impero del Sol Levante. Ogni utopia ha assoluta necessità di qualche “folle” che sogni e s’impegni per un futuro migliore, per l’avvento di un mondo solidale.

Mosè pur avendo speso l’intera vita per dare una patria al suo popolo, non ebbe la fortuna di entrare nella Terra Promessa, ma senza la sua fede e la sua tenacia forse neanche la sua gente vi sarebbe mai entrata.

Ora almeno posso sognare dei vecchietti con gli occhi a mandorla vivere la loro vecchiaia in un don Vecchi di Tokio o di Nanchino!