Le strade moderne della provvidenza

Talvolta mi è capitato di lasciarmi scappare qualche cenno di preoccupazione per i due milioni di euro che debbo reperire per finanziare la costruzione della nuova struttura protetta per anziani autosufficienti da costruire in quel di Campalto.
A chi posso confidare le mie preoccupazioni se non al mio diario?
Cosa che ho fatto trapelare tra le mie riflessioni che spaziano tra il sacro e il profano.

Talvolta mi viene da credere che i miei pensieri siano dispersi dal vento gelido di questi mesi d’inverno, invece no, spesso sono raccolti con affetto da qualcuno e talvolta c’è perfino chi sente il bisogno di dire una parola di consolazione a questo vecchio prete che si carica di fardelli forse troppo pesanti per le sue spalle.

Qualche giorno fa m’è giunta questa e-mail: “Caro don Armando, riguardo le sue preoccupazioni per il denaro occorrente a costruire il Centro don Vecchi 4 le invio un aneddoto della vita di don Bosco che stava costruendo la grande chiesa di Maria Ausiliatrice a Torino, tratto dalla sua biografia.

Intanto, per l’acquisto del campo e del legname per le recinzioni si erano spese 4.000 lire; l’economo don Savio, rimasto senza soldi, consigliava di aspettare, ma don Bosco gli replicò: “Comincia a fare gli scavi; quando mai abbiamo cominciato un’opera avendo già i denari pronti?
I lavori, affidati all’impresa del capomastro Carlo Buzzetti, iniziarono nell’autunno del 1863. terminati gli scavi, nell’aprile del 1864, don Bosco disse a Buzzetti: “Ti voglio dare subito un acconto per i grandi lavori”.
Così dicendo tirò fuori il borsellino, l’aprì e versò nelle mani di Buzzetti quanto conteneva: otto soldi, nemmeno mezza lira.
“Sta tranquillo la Madonna penserà a provvedere il denaro necessario per la sua chiesa”.

Ringrazio vivamente il mio interlocutore per l’incoraggiamento, ma vorrei ricordagli che io non ho la statura e la santità di don Bosco.

Certamente il santo della gioventù era un cliente privilegiato della Divina Provvidenza e perciò penso che la sua linea di credito sia stata ben più consistente del fido ch’essa voglia concedere ad un cliente molto meno affidabile quale io sono. Comunque ho l’impressione che la Provvidenza abbia scelto avvalersi per darmi una mano o della Banca Prossima che mi chiede lo 0,60%, o del Monte dei Paschi di Siena disposto a darmi i due milioni con l’interesse attivo dell’1%!
Mi pare che sia già un buon trattamento!

Il prete ed il banchiere

La Fondazione Carpinetum che ho l’onore ma soprattutto l’onere di presiedere, si qualifica un po’ pomposamente, mentre in realtà è molto più modesta di quanto non appaia.

Quando la parrocchia di Carpenedo diede vita a questo ente, in pratica affidò la gestione dei Centri don Vecchi, ma si tenne la proprietà.

L’operatività della Fondazione è estremamente condizionata dal fatto di non aver beni immobili, la considerazione e la stima pubblica non fanno certamente male, ma quando entro in contatto con enti ed imprese di ordine finanziario, che sono quanto mai guardinghe ed hanno i piedi posati a terra, prima di arrischiare ci pensano mille volte e poi non arrischiano per quanto ti possono stimare e per quanto apprezzino l’impegno solidale che vai svolgendo.

Tempo fa mi sono incontrato con un funzionario di primo piano dell’antica Banca Senese “Il Monte dei Paschi” una delle più antiche e prestigiose banche del nostro Paese.
Questa banca ora controlla l’Antonveneta e non so chi altro.

La proposta fattaci per metterci a disposizione il denaro occorrente per il don Vecchi di Campalto, m’è parsa vantaggiosa tanto che la proporrò al Consiglio di Amministrazione.

Mentre questo signore mi illustrava l’operazione finanziaria che ci proponeva, non potei non ammirare la competenza, la lucidità del ragionamento, l’estrema disponibilità a trattare, a mettere a punto il rapporto, a valutare anche la nostra situazione per trovare la soluzione più idonea possibile. Confrontavo questo comportamento professionalmente eccellente e umanamente caldo e cordiale con la normale prassi della mia categoria.

Purtroppo il confronto non reggeva. Noi preti abbiamo un ottimo “prodotto” ma lo presentiamo nella maniera peggiore possibile e poi ci meravigliamo se non sfonda!

Il peso del comando

Quando mi capita di scoprire sui giornali o riviste qualche bel pezzo incisivo che mette a fuoco un problema, taglio il giornale per inserire o su “L’incontro” o sul mensile “Il sole sul nuovo mondo” questi pezzi, nella speranza che possano far riflettere i lettori, come fanno riflettere anche me. Spesso però non riesco più a reperirli nell’ormai vasto archivio di volumi che raccolgono lavoro e fatica di anni.

Ricordo di aver letto e messo via due pezzi veramente significativi sulla figura e il compito del “capo”. L’uno aveva un taglio piuttosto ironico in cui si smitizzava quel tipo di capi che finiscono per diventare dittatori e già da vivi si costruiscono, almeno a livello ideale, monumenti in pose eroiche come persone che sfidano il destino, conducono sicuri verso “il sole dell’avvenire” la gente loro sottomessa. A questo proposito il grande comico Chaplin ha dato volto a Hitler in un film che credo rimarrà un capolavoro nel mondo della cinematografia.

L’altro pezzo invece descriveva in maniera seria, o meglio ancora sapiente, i requisiti e le qualità che debbono guidare l’azione di chi ha responsabilità sociali.

Credo che una frase che il Cardinale Roncalli ripeteva di frequente ne traduca lo spirito: “Miles pro duce et dux pro victoria” Il dipendente deve seguire il capo e il capo deve impegnarsi per raggiungere il risultato positivo.

In questo ultimo tempo ci sono ritornato in maniera un po’ tormentata su questo argomento, dovendo prendere delle decisioni che credo doverose per il buon andamento delle realtà delle quali mi occupo, ma che so in partenza che non saranno capite, condivise e che susciteranno certamente reazioni e giudizi amari nei miei riguardi. Quanto sarebbe più facile lasciare che le cose vadano per il loro verso, nella speranza che si risolvano da sole, pur sapendo che non avverrà mai nulla di positivo!

Fare i capi, nel senso cristiano del servizio, è sempre stato difficile, farlo ora, in cui quasi nessuno lo fa in maniera disinteressata, è più difficile ancora, farlo da vecchi è pressoché impossibile, però finché uno detiene la responsabilità della guida credo che lo debba fare!

Io credo che stia ancora pagando il prezzo del comando di quando ero giovane parroco, ora temo di contrarre altri debiti nei riguardi della simpatia a buon mercato!

Vogliamo dare una risposta al problema dell’autosufficienza limitata negli anziani

Io non ricordo granchè dei miei studi classici; sono passati troppi anni e troppe vicende dai tempi ormai del secolo scorso quando ho frequentato il liceo del seminario.
Ogni tanto emerge dalle nebbie fitte del passato qualche reminescenza.
Ricordo la massima del filosofo greco Eraclito “Panta rei” tutto si evolve nulla rimane fermo.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere la lapide di marmo rosso di Carrara che ho posto il giorno dell’inaugurazione nell’ingresso del Centro don Vecchi; 1 ottobre 1994.

A quel tempo scrissi a destra e a manca che aprivamo un’esperienza pilota per quello che concerne il problema della residenza degli anziani, specialmente poveri. Credo che senza motivi referenziali e senza vanaglorie si possa affermare che ci è andata bene che, tutto sommato, abbiamo fatto scuola. Gli “alloggi protetti” costituiscono certamente un passo avanti per quanto concerne la terza età.

Il Comune, la Regione e lo Stato, pur con velocità diverse stanno recependo e facendo propria la soluzione abitativa che noi abbiamo sognato e realizzato, felici di avere aperto una nuova “via”.
Sono passati appena 16 anni ed avvertiamo il bisogno di fare un passo avanti.

Tutte le epoche, ma soprattutto il presente non permettono la staticità.
La moda muta ogni anno, ma anche le strutture seguono un ciclo evolutivo veloce e necessario.

In questi ultimi mesi al don Vecchi stiamo lavorando per dare una risposta “all’autosufficienza limitata”.

Riteniamo che umanamente socialmente ed economicamente, dobbiamo ritardare ulteriormente l’ingresso nelle strutture per non autosufficienti, strutture che sono comunque poco rispettose della persona, della loro autonomia decisionale, nel loro diritto di vivere con persone autonome, e della possibilità di porre in atto tutte quelle funzioni delle quali dispongono ancora.

Stiamo lavorando attorno a dei moduli abitativi, integrati con la struttura per autosufficienti, che permettono con opportuni ulteriori servizi, agli anziani con autonomia funzionale, a rimanere nel mondo delle persone vive e non essere costretti ad entrare nel mondo delle anime morte costituito dalle case di riposo per non autosufficienti.

Mi hanno offerto un castello normanno!

Fino alla mia veneranda età ho sempre sentito parlare di un “sogno di mezza estate”, però in queste ultime settimane ho incontrato anche un “sogno di mezzo inverno!”

Qualche tempo fa ho ricevuto in maniera un po’ rocambolesca una lettera spedita da Rapallo il giorno della befana.

Siccome durante i viaggi assurdi che l’organizzazione postale fa fare alle lettere, pensate se da Carpenedo voglio scrivere alla Bissuola, le poste mandano la lettera a Padova e il Centro di Smistamento di Padova la manda alla Bissuola! La lettera spedita da Rapallo il 6 gennaio, rimase sgualcita e semiaperta durante questa trasferta perigliosa. Così che il postino per consegnamela mi ha fatto firmare, secondo il regolamento, che nella lettera c’era tutto quello che il mittente ci aveva messo, come se io avessi affermato che dentro c’era un assegno di qualche milione di euro, le Poste l’avrebbero risarcito!

La befana però quest’anno è stata particolarmente generosa con me, infatti mi ha messo dentro la calza un castello normanno.

Un signore che aveva visto alla televisione una mia intervista in occasione del “Paradiso bond” mi scrisse che condivideva il mio progetto e perciò mi metteva a disposizione un castello normanno che lui possedeva in Calabria.

Con l’ausilio di internet dalla Calabria arrivai fino a Vibo Valentia, a Mileto, al comune di San Calogero ed infine alla frazione di Calimera ove si trova il castello normanno.

Quel che mi è rimasto della mia fantasia di adolescente si scatenò facendomi subito sognare ponte levatoio, fossati, merli, torri, saloni con armature e bombarde.

Internet però mi informò pure delle distanze e pian piano emerse che il castello normanno era stato rimaneggiato e ricostruito tante volte riducendosi ad una bicocca di una ventina di stanze irregolari, sconnesse ed inabitabili che fino a non molti anni fa erano abitate dalla povera gente del paese.

Il proprietario mi assicurò che il posto era bello, che il mare si trovava solo a 5-6 chilometri e che con un pulmino, convenzionandomi con un albergo, avrei potuto portare al mare i miei vecchi.

Ben presto, dopo molte telefonate all’apparato comunale che, a mio modesto parere è rimasto al Regno delle due Sicilie di re Franceschiello, ho paura che dovrò, pur con dispiacere, rinunciare al castello normanno!

Le mie proposte ai candidati sindaco di Venezia

Brunetta ci riprova a Venezia!
Mi pare che il nostro concittadino di Castello stia vivendo un momento euforico nella sua vita politica e personale. L’aver trovato la “medicina” giusta per guarire i dipendenti dello Stato e la serie di provvedimenti a raffica per moralizzare l’elefantiaco apparato burocratico statale e parastatale l’hanno portato alla ribalta dell’attenzione dell’Italia e forse dell’Europa. Spero che il virus burocratico non si evolva e renda vani questi provvedimenti!

Non so però se ai 4600 dipendenti del Comune di Venezia garbi troppo questo “sergente di ferro” e gli diano il voto anche se hanno il posto garantito. Ora però che il nostro aspirante sindaco ha pur trovato la fidanzata credo che nell’euforia dell’amore tenterà il tutto per tutto per battere il record di sindaco-ministro o di ministro-sindaco.

Per motivi d’istinto e per simpatia umana mi sarei sentito un po’ più tutelato e sicuro per quanto concerne vecchi e poveri, da Bettin, che da assessore ha impostato tutta la struttura assistenziale del Comune di Venezia, ma comunque sia ad Orsoni, candidato di Centro-sinistra, che a Brunetta, candidato del Centro-desstra farò lo stesso discorso e chiederò di inserire nel programma soprattutto due proposte:

1) la valorizzazione e l’ulteriore perfezionamento degli alloggi protetti, in maniera tale da assicurare una vecchiaia sicura ed umana agli anziani meno abbienti. Proponendo un elemento innovativo per prolungare fino all’estremo l’autosufficienza.
2) la creazione di un grande centro per recuperare il “superfluo” ossia quello che altrimenti andrebbe buttato, dando sistemazione organica, moderna ed efficiente a quella realtà che viene definita con la brutta parola “beneficenza”.

Brunetta dieci anni fa mi aveva proposto di fare l’assessore per questo settore. Ora sono troppo vecchio, perciò mi offro io a fornire a lui e al suo competitore Orsoni idee e progetti da mettere in programma!

Grazie all’assessore Bortolussi per aver concretizzato il “Last minute market”!

Ho ricevuto l’invito ufficiale dell’assessore alle attività produttive, commercio, tutela dei diritti dei consumatori, nuove professionalità e lavoro atipico, dottor Giuseppe Bortolussi, a prendere parte alla conferenza stampa di presentazione dell’avvio ufficiale del progetto “Last minute market” indetta presso la sede municipale di Mestre, sala del Consiglio.

Credo che per l’assessore Bortolussi, che si appresta ad essere candidato a governatore del Veneto, sia questa una bella soddisfazione e soprattutto sia quanto mai contento d’essere riuscito a liberarsi da questa brutta gatta da pelare.

Farò di tutto per poterci andare. questo invito però mi ha riempito l’animo di un sentimento, spero di legittimo orgoglio.

Ho scoperto la possibilità del recupero dei cibi in scadenza almeno sei sette anni fa leggendo la notizia sulla stampa sull’iniziativa del Comune di Bologna.

Nella sostanza si tratta che gli ipermercati mettono a disposizione i cibi in scadenza ed in cambio il Comune abbassa la tassa di smaltimento.

Ho tentato subito l’avventura in solitaria senza alcun risultato. Mi sono rivolto in Comune, ricevendo promesse che sono poi risultate campate in aria senza alcun fondamento.

Sono passato di assessore in assessore da funzionario a funzionario ottenendo promesse, ma non risultati. Finalmente un anno fa sono approdato a Bortolussi, il quale probabilmente pensava che la cosa fosse più semplice, d’altronde non poteva che andare avanti, dietro c’era il fuoco incrociato dei giornali di Mestre, sollecitati da un certo “don Camillo” ora l’uno, ora l’altro sono interventi ed un cecchino costante e fastidioso sempre pronto a sparare un colpo!

Si prenda chi vuole il merito, a me interessa che i poveri abbiano almeno “le briciole” che cadono dalla tavola dell’Epulone!

Grazie ai “Paradiso bond” ho fatto conoscere a tutti gli alloggi protetti per anziani!

L’onda lunga dei “Paradiso bond” continua a lambire l’opinione pubblica, non c’è stata testata giornalistica o televisiva che non abbia raccolto la notizia e non l’abbia rilanciata ai propri ascoltatori o spettatori.

Come ripeto, i mass-media non sono stati interessati più di tanto dal fatto che un vecchio prete stia tentando di racimolare i quattrini per aprire una nuova struttura per anziani poveri e che voglia far prendere coscienza alla propria città che non può lavarsi le mani di fronte al problema che i vecchi, con le loro pensioni modeste, non ce la fanno a pagare l’affitto e a mantenersi e quindi non è giusto che si sentano mortificati di pesare sui figli.

L’interesse invece è nato perché il ragazzino di un tempo, diventato intelligente giornalista, ha avuto la sensibilità e l’intuizione che la richiesta di sottoscrivere “un’azione fasulla” di 50 euro e peggio ancora la richiesta di un’offerta di questa cifra modesta alla portata di tutti, sarebbe stata più incisiva se tradotta in un linguaggio d’avanguardia “bond” e fosse stata avvicinata al concetto rifiutato dalla cultura corrente, della famigerata “vendita delle indulgenze” al tempo della Riforma Protestante. (acquisto del Paradiso mediante il vil denaro)!

L’operazione ha funzionato fin troppo, e alla distanza di quasi un mese ricevo ancora richiesta da parte di testate soprattutto televisive.

Molto probabilmente non incasserò euro a palate, e quindi dovrò continuare a mettere via centesimo su centesimo, ma almeno avrò fatto conoscere all’intero Paese l’iniziativa del don Vecchi, con la sua soluzione così attenta e rispettosa al diritto degli anziani di vivere gli ultimi giorni e di morire senza dipendere dalla carità degli altri in strutture signorili e serene.

L’eredità che lascerò

Il nostro mondo mi pare che assomigli sempre più ad un rullo compressore, che stritola tutto quello che trova e rende appiattite ed irriconoscibili le persone anche quando sono personaggi notevoli.

Fino ad una ventina di anni fa era nota a tutti la bella e singolare figura di Raoul Follerau, l’apostolo dei lebbrosi.

Questo francese con la faccia rotonda e dalla “farfalla vistosa” al posto della cravatta, quasi sempre in compagnia della moglie, il quale appoggiandosi al bastone da passeggio, girava in lungo e in largo il mondo per portare avanti la sua impegnativa e provvidenziale “guerra” contro la lebbra, quella terribile malattia che fino a poche decine di anni fa imperversava in particolare in Africa, ma anche nell’America del Sud e nei paesi dell’Estremo Oriente.

Raoul Follerau, oltre che ad essere un apostolo, che si è assunto la splendida missione di liberare i lebbrosi del mondo dalla malattia che deforma il loro corpo e li costringe ad una vita penosa ed infelice, era anche un brillante scrittore, una prosa scorrevole era la sua, ma soprattutto usava immagini e pensieri estremamente incisivi.

In questa stagione della mia vita, in cui tutto mi rende frequente il pensiero dell’aldilà, mi è capitato in questi giorni di ricordare un passaggio del testamento ideale di Follerau: “Giovani del mondo vi lascio in eredità i progetti che non sono riuscito a realizzare, le imprese che non ho portato a termine, i miei sogni che sono rimasti solo sogni”.

Riflettendo su questo singolare testamento, mi sono scoperto tanto ricco, una specie di Rockefeller che possiede un immenso patrimonio del genere di questo apostolo, che in realtà ha realizzato dei progetti veramente colossali.

Credo che ogni uomo che ama il mondo, nonostante il suo impegno, si rende conto che, sono sempre infinite le cose che rimangono da fare e che comunque lasciamo incompiute.

Va a finire che prima o poi dovrò andare da un notaio per lasciare in eredità alla chiesa di Venezia, ai suoi sacerdoti e alle tantissime persone che ho conosciuto, questo immenso patrimonio di sogni e di progetti che mi appassionano dei quali sono riuscito a realizzare solamente una piccola parte.

La mia umile ricetta per vivere bene gli 80 anni

La gente si sorprende quando dico con tutta tranquillità che tra un paio di mesi compio 81 anni.

La gente è spesso buona e soprattutto vivo tra persone che mi vogliono bene e perciò immagino facciano finta di complimentarsi per la decisione con cui tento di andare avanti, questo fa onore a loro e bene a me!

Io mi ritrovo quasi nella stagione in cui si domanda alle persone anziane la ricetta per la presunta vitalità e il segreto per aver raggiunto tale meta.

Io certamente non mi metto a dispensare ricette perché comincerei a compatirmi, a ridere di me stesso!

Posso però affermare e credo di non scoprire l’acqua fredda, che l’impegnarsi, il continuare a sognare, a lavorare fisicamente ed intellettualmente costituisce di certo un aiuto anche se non elimina tutti gli acciacchi della mente e del corpo perchè essi continuano a crescere pian piano e in maniera inesorabile. La seconda confidenza che mi sento di fare e che aiuta molto è il fatto di accettare i miei limiti, la mia età, di scegliere di impegnarmi totalmente finchè si riesce e di sfruttare principalmente quei settori in cui riesco a far qualcosa. Da ultimo, ed è una cosa che ho imparato solamente qualche settimana fa, è quella di cercar di godere delle cose che ancora si riesce a cogliere, piuttosto di crucciarmi di ciò che ormai non è più alla mia portata. Io credo di non essere ancora pronto per “partire”, penso che farei molta fatica ad accettare stoicamente ed in maniera imperturbabile se mi dicessero che la partenza è fissata fra qualche settimana o fra qualche mese, pur sapendo che attualmente il buon Dio sta mandando la “cartolina di precetto” alle classi vicine al 1929, la classe a cui appartengo.

Comunque mi distrae, mi fa passare serenamente il tempo il preparare settimanalmente “L’incontro” ogni 15 giorni il “Coraggio”, ogni mese “Il sole sul nuovo giorno”. L’impegnarmi per abbellire la chiesa della Madonna della Consolazione e soprattutto far crescere la comunità che si riunisce settimanalmente per la lode al Signore, realizzare il don Vecchi di Campalto e tutto quello che va dietro a questa avventura che credo sia ancora alla mia portata.

Non mi illudo per nulla, né mi turbo quando la stampa cittadina mi descrive come un prete vulcanico, solo io conosco bene i miei limiti, i miei acciacchi e le mie paure. Comunque vorrei impegnarmi, finchè posso, a spendere bene e generosamente il mio tempo e le mie risorse!

I “bond del paradiso”

Veramente non è la prima volta che mi sia capitato di trovarmi coinvolto in una avventura mediatica quale quella che sto vivendo da qualche giorno.

Dopo essermi scervellato per trovare una soluzione per la copertura finanziaria del costruendo don Vecchi di Campalto, mi è parso di comprendere che, se io avessi messo in vendita dei certificati di parziale proprietà, anche se a livello sostanzialmente simbolico del don Vecchi di Campalto, facendo sottoscrivere azioni della Fondazione che lo gestirà, molto probabilmente avrei ottenuto qualche risultato, sempre che fossero quote a prezzo accessibile.

Fissai il costo in 50 euro. Poi mi feci stampare dai miei collaboratori un certificato di forma un po’ spagnolesca, che si rifà ai certificati di credito delle poste italiane di una volta che avevo visto per caso.

Lanciai l’iniziativa finanziaria dalle colonne de “L’incontro”.

La cosa ebbe immediato successo, dato anche delle numerose spintarelle che io non ho cessato di darle.

Ad esempio quando uno mi faceva un’offerta di 50 euro o un suo multiplo, stampavo il nome come se mi avesse chiesto un’azione. Mi sentii legittimato a farlo avendo dichiarato pubblicamente che tutto quello che ricevevo l’avrei messo sul conto del don Vecchi quater.

Compresi però ben presto che il bacino de “L’incontro” era troppo piccolo per avere un risultato adeguato al bisogno. Allora preparai una documentazione abbondante con elementi che interessano i mass-media e la spedii agli amici de “Il Gazzettino”, della “Nuova Venezia”, di “Gente Veneta” del “Corriere della Sera” e di “Rai Tre”.

Il primo che ha risposto è stato il “Corriere del Veneto” con un articolo di Alberto Zorzi dal titolo così stuzzicante che ha fatto il “miracolo”. Una vecchiaia tranquilla con i “Bond del Paradiso”.

Probabilmente il titolista dell’articolo tradusse la parola “azione” con quella più moderna e corrente di “Bond” e la congiunse al “paradiso”, Io infatti a scanso di equivoci mi sono garantito da possibili richieste di risarcimento col dire che le azioni erano esigibili solamente al momento del giudizio finale che tutti sanno segue la morte.

E’ nato subito un putiferio; ha telefonato l’Ansa, Antenna Veneta, Rai Tre, un’agenzia milanese e tutti i quotidiani cittadini.

Non credo d’aver scoperto ed essermi appropriato dell’oro dell'”Eldorado” comunque il “lancio” ha rimesso in moto tutta l’operazione.
Così va la vita!

Un esempio che ogni mestrino dovrebbe seguire!

Io sono sempre stato esigente con me stesso e purtroppo lo sono anche con gli altri. Non riesco né a comprendere, né a tollerare che dei sessantenni – o perché sono andati presto a lavorare, o perché sono stati occupati presso enti statali o parastatali, o perché hanno avuto, per motivi diversi, degli abbuoni – se ne vadano in pensione e vivano il resto della vita oziando, trascinandosi da una sedia all’altra o da una passeggiata alla visita ad un ipermercato.

Nella vita ognuno deve dare il suo contributo sempre, viva vent’anni o ne viva cento, e questo indipendentemente dalla pensione “legale”. Ognuno mangia, respira, cammina per strada, beneficia del lavoro degli altri, e perciò è giusto che ricambi, occupando il suo tempo ed impegnando le sue capacità a favore del suo prossimo. San Paolo, a questo proposito, è perentorio: “Chi non lavora non mangi!”

C’è un lavoro retribuito con lo stipendio, e c’è pure un lavoro che deve accontentarsi della riconoscenza o del benessere del suo prossimo. Preferisco infinitamente chi lavora in nero – dicano pure quello che vogliono sindacati o politici – a chi perde il tempo facendo nulla.

L’altra domenica indicai alla ammirazione dell’assemblea che gremiva letteralmente la nuova chiesa del cimitero, il signor Nino Brunello che, a novantadue anni, ogni domenica si presenta puntuale col suo amato violino, quel violino che lui ha suonato per la sua intera lunga vita, per accompagnare il canto del gruppetto di anziani del Don Vecchi che aiutano l’assemblea a lodare il Signore col canto.

Quella mattina il vecchio violinista, che aveva suonato con altri orchestrali fino a mezzanotte all’hotel Gritti di Venezia, alle dieci s’era presentato, sereno e sorridente, a compiere gratuitamente e con entusiasmo, il suo servizio all’altare. Sentii il bisogno di indicare all’ ammirazione dell’assemblea questa bella testimonianza di fede e di laboriosità. Tutti gli batterono le mani.

Quanto sarei felice che ogni mestrino meritasse l’applauso dei suoi concittadini per il dono del proprio tempo e delle proprie capacità.

Abbagliante, Divina Provvidenza che testimonia il grande passo di un giovane

Già qualche settimana fa ho sentito il bisogno di fissare sulla carta un incontro particolarmente significativo che ho fatto al termine della messa celebrata in cimitero. Si trattava di uno di quegli incontri che fanno più bene degli esercizi spirituali di sant’Ignazio, che durano un mese intero in meditazioni, verifiche, silenzio e preghiera.

Un giovane mi domandava i riferimenti bancari perché aveva deciso di fare una donazione al Don Vecchi per la nuova struttura che sogniamo di aprire a Campalto, volendosi egli spogliare di una ricchezza inutile.

Non li ricordavo, perché ora che abbiamo adottato la prassi europea, per versare anche quattro soldi occorre ricordare mezza pagina di numeri e di sigle. L’Europa forse ci ha caricati di tutta la pignoleria della burocrazia francese e soprattutto tedesca. Forse i tedeschi si sono abituati al “chiodo” da secoli; io, che amo la “finanza creativa” e la vita senza legami, sento sempre più spesso il bisogno di mandare a quel paese questa pignoleria europea.

Il giovane mi fece capire che la sua decisione non nasceva da un colpo di filantropia, ma derivava da una scelta lucida di disfarsi di ciò che appesantisce la vita per “cantare la gloria di Dio, come gli uccelli dell’aria e i gigli del campo”.

Passarono alcune settimane e non successe nulla, pensai che a questo mondo si incontrano spesso persone strane, sennonché, qualche giorno fa, il mio “direttore”, che frequenta la banca come io faccio la visitina al Santissimo, mi ha riferito che erano stati accreditati sul conto corrente della Fondazione ben settantacinquemila euro da una persona che chiedeva l’anonimato.

Capii immediatamente chi aveva donato quei centocinquanta milioni! Dentro la mia coscienza s’accesero immediatamente due fari. Il primo mi fece capire che grazia e che fortuna sia constatare che a questo mondo ci sono ancora giovani che si giocano la vita sulla proposta di Cristo; averne incontrato anche soltanto uno è per me come aver incontrato Giovanni Battista, Elia o san Paolo! Il secondo faro, che mi ha abbagliato gli occhi, m’ha fatto vedere il volto della Divina Provvidenza. E per me, uomo di poca fede, questo è un miracolo super!

Non faccio distinzioni politiche quando si tratta di far del bene!

Qualche giorno fa mi ha telefonato un signore di Marghera per offrirmi delle arance. Al Don Vecchi possediamo volontari, mezzi e volontà di recuperare ogni cosa per i poveri. Dissi immediatamente di si. Il signore però volle raccontarmi la genesi di questo dono, alludendo alle informazioni della stampa. Purtroppo la suora, nei giorni peggiori del maltempo, non era uscita verso le 5,30 per portarmi le notizie “fresche” di giornata, per cui non ero al corrente dell’iniziativa.

Il signore mi raccontò, con un certo malcelato orgoglio, che il suo partito “Rifondazione Comunista” aveva fatto arrivare dalla Sicilia una certa quantità di arance da vendere per dare il ricavato ai numerosi operai che a Marghera stanno lottando, purtroppo inutilmente, per non perdere il posto di lavoro. Nel passato verdi e rossi, forse in maniera giusta, ma imprudente, hanno tirato troppo la corda e così hanno accelerato lo smantellamento del polo industriale di Marghera.

Comunque non tutte le arance erano andate vendute, motivo per cui questo signore, che probabilmente conosce il Centro Don Vecchi di Marghera, si è rivolto a noi perché ne beneficiassero dei “poveri” diversi da quelli in lotta in fabbrica.

Nella cordiale conversazione telefonica è emerso un antico “peccato originale” non ancora rimesso col “battesimo”. «Sa, don Armando, anche se noi siamo sulla sponda opposta alla vostra, anche noi apprezziamo quanto sta facendo per i vecchi».

Lo bloccai immediatamente: «Quando si tratta di aiutare i poveri io da sempre mi trovo sulla sponda di quelli che tentano di farlo. Sono con voi per i vecchi, come lo sono per gli operai delle fabbriche di Marghera».

Non l’ho chiesto, ma non avrei nessuna pregiudiziale nell’accettare una tessera del Partito Radicale, se questo significasse impegnarci a fondo per una solidarietà concreta e reale. Come accetterei anche quella del P.D.L. se mi dimostrassero che sono più buoni e generosi nell’aiutare i poveri.

Se solo tutti i mestrini si lasciassero coinvolgere dall’utopia della città solidale!

Quant’è difficile proporre valori positivi! Ormai da molti anni sento il dovere di promuovere ad ogni costo la solidarietà come valore che può rendere più vivibile e civile la vita a livello cittadino. Faccio una gran fatica a comprendere ed accettare che chi dispone di mezzi economici più o meno considerevoli non senta, prima che il dovere, il bisogno di aiutare chi è in difficoltà, specie se è anziano e quindi non è più in grado di puntare all’autosufficienza.

In questi giorni sono intervenuto presso i mass-media della città perché mi aiutino a collocare “le azioni della Fondazione Carpinetum”. In fondo non si tratta che di raggranellare solamente due milioni di euro! Per una città come la nostra questo obiettivo è ben modesto, eppure son certo che dovrò sudare sette camicie per recuperare questa somma.

Il problema più grave non è poi tanto questo, quanto la messa in moto di una mentalità solidale, ossia la mentalità di far proprio un meccanismo per il quale ognuno fa quel che può, o riesce, per aiutare chi è in maggior difficoltà. Dove questo meccanismo funziona, veramente fioriscono “miracoli” veri e propri.

Le due associazioni di volontariato che operano al Don Vecchi e si ispirano a questa dottrina, in qualche modo “costringono” i concittadini ad entrare in questa catena solidale. Centinaia, migliaia di persone indigenti ogni giorno ritirano vestiti, coperte, bigiotteria, mobili, “pagando” prezzi pressoché simbolici e sempre alla loro portata. Centinaia di volontari offrono gratis qualche ora alla settimana, senza faticare più di tanto, arrivando così a recuperare cifre notevoli (più di duecentomila euro a fine dicembre), con le quali contribuiscono a creare 60 nuovi alloggi per anziani poveri.

I mestrini più poveri stanno realizzando questo “miracolo”; se a questo sistema di solidarietà si unissero anche i cittadini più abbienti, più intelligenti, professionalmente più preparati, potremmo offrire alla città servizi di prim’ordine beneficiando i più poveri e gratificando i più ricchi.

Il problema rimane però quello di convincere tutti a lasciarsi coinvolgere dall’utopia della città solidale. Splendida utopia, che però ha bisogno della “fede” per essere intrapresa.