Il mio insuccesso

I miei successi personali hanno fortunatamente come risvolto positivo il costringermi ad essere più tollerante e comprensivo nei riguardi degli sforzi che le singole comunità cristiane e la Chiesa italiana compiono per generare l’uomo nuovo.

Quando il fariseo Nicodemo – il quale avvertiva che Cristo aveva un messaggio valido per la vita, ma tentennava per incertezza e titubanza – si decise, ma solo di notte, ad andare a incontrare Gesù, questi gli disse che ha la vita se non chi nasce nuovamente.

Il discorso di Gesù lasciò perplesso questo povero galantuomo, tanto da spingerlo a fargli la domanda banale; come avrebbe potuto quest’uomo nuovo recuperare il processo fisico avvenuto con la nascita. La rinascita di cui parla Cristo consiste nel nuovo modo di vedere la vita, di interpretarla, di dare alle sue varie espressioni il valore che si rifà al Vangelo, non a quello della tradizione atavica, dell’opinione pubblica o dei mass media.

L’uomo nuovo è quello che accetta la profonda rivoluzione che fa subentrare all’individualismo l’altruismo, all’egoismo la solidarietà. L’uomo nuovo è quello che fa suo il Vangelo di Gesù predicato da Lui con la sua parola e con la vita.

Avevo sperato, con l’infinito ripetermi su questi concetti nei miei sermoni, e con la mia seppur povera testimonianza, d’aver pensato più agli altri che a me stesso; il fatto poi che a più di ottant’anni i miei coetanei mi vedano ancora impegnato per aiutarli, speravo avesse fatto breccia; speravo che questo modo di agire, diverso da quello corrente, avesse toccato le loro coscienze. Invece mi pare che li abbia scalfiti un poco, ma molto poco; ho l’impressione che pensino soprattutto a se stessi, ai loro vantaggi, al loro benessere, ai loro figli e alla loro famiglia. Di certo il “Don Vecchi” non è abitato da “uomini e da donne nuove”.

Stando così le cose bisogna che impari ad essere più cauto nel pretendere che gli altri riescano in quello in cui io ho fallito.

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