I miracoli della sagra

Sono ormai passati quasi dieci anni da quando sono uscito dalla parrocchia. Tante cose sono cambiate, comunque sono molte ancora le “vestigia” del vecchio mondo che ho lasciato; vestigia rimaste non come “magnifiche rovine”, ma come “piante” quanto mai cresciute e frondose.

In occasione della sagra, che festeggia quest’anno i ventun anni dalla nascita, m’è venuta voglia di visitare il padiglione nel quale è stata allestita una mostra fotografica che documenta l’impegno della comunità a favore del terzo mondo: India, Filippine ed Africa.

Ho incontrato alcuni veterani di quello splendido gruppo che ha realizzato delle opere imponenti e straordinarie e che ha continuato ad estendersi sia dal punto di vista geografico nel soccorso ai poveri del terzo mondo, che da quello del numero dei soccorritori.

Ho chiesto a Gianni Scarpa, veterano del gruppo e uno dei “padri fondatori” del gruppo per il terzo mondo di Carpenedo, quante siano attualmente le adozioni a distanza. Mi ha risposto che le adozioni a distanza in atto sono circa tremila, poi mi ha mostrato con legittimo orgoglio, misto a vera commozione, il primo ragazzino indiano che Edy, sua moglie, e lui, hanno adottato vent’anni fa, ora laureato e docente universitario.

Ho continuato a scorrere rapidamente le moltissime fotografie disposte in quell’ordine perfetto e pignolo che è proprio di Gianni. Ho rivisto il grande dormitorio annesso al college, costato 80 milioni di lire, costruito in India mentre ero ancora parroco, e le cucine, i pozzi, le scuole, le tante costruzioni che ora non si contano più.

Visitata la mostra m’è venuta voglia di fare quattro passi nel terreno della sagra tra i padiglioni, i giochi per i bambini, la piattaforma per il ballo, le cucine e mille altre cose ancora. Erano le 18,30 e c’era già una lunga fila in coda per prenotare la cena e un profumo quanto mai invitante di crosticine. M’è parso tutto tanto grande, tanto complicato, con tanti operatori, molti dei quali li ricordavo, ma tanti altri m’erano del tutto sconosciuti. Mi son sentito quasi smarrito in quella confusione festosa, tanto da chiedermi se io sarei mai capace di mandare avanti una “baracca” così imponente e complessa.

Poi, d’istinto, riandai alla radice di quella “quercia” tanto solida e fronzuta, al motivo che mi aveva spinto vent’anni fa a piantare il piccolo “seme di sagra”. La comunità, a quel tempo, era nettamente spaccata in due: da una parte la chiesa, dall’altra il bar della piazza e la sede del PCI in via Ligabue. Ognuno aveva i suoi fedeli, ognuno, pur battezzato, credente e sposato in chiesa, camminava per la sua strada. Quelli del prete e quelli della piazza, due binari nati con la fine dell’ultima guerra. Le salsicce ai ferri, la piattaforma e la pesca fecero “il miracolo”. Si, la sagra ha fatto il miracolo che tutti si ritrovassero assieme per alcuni giorni di festa e di cordialità.

Tornando al “don Vecchi”, un po’ stordito per quel “marchingegno” così complesso ed animato, mi son detto: «Spero proprio che la sagra continui a far miracoli!».

La zingara

Questa mattina, mentre mi stavo riordinando le idee per mettere a punto l’organizzazione degli impegni e degli incontri della giornata, mi ha raggiunto nella sagrestia della mia “cattedrale” una zingara che bazzica spesso in cimitero per questuare.

Questa giovane donna, sui trenta trentacinque anni, in atteggiamento mesto e compunto, si è seduta senza un mio invito nella sedia accanto al mio tavolo ed ha cominciato a rovistare nella borsa per presentarmi il motivo specifico della sua richiesta di aiuto: era una scatola quadrata che un tempo aveva contenuto delle medicine. Le ripetei quello che già due altre volte le avevo detto: «Venga al “don Vecchi”, là ho modo di farle avere generi alimentari, indumenti e frutta e verdura», ma mentre le altre volte, in attesa che lei approfittasse della mia offerta, le avevo sporto qualche euro, questa mattina, richiamandomi ai discorsi passati, rimasi fermo nella mia decisione, pur sapendo che il mio rifiuto m’avrebbe tormentato durante la messa che stavo per celebrare e per tutto il giorno. Lei insistette un poco, poi se ne andò, delusa, quasi l’avessi insultata o bastonata.

La zingara è una degli Udorovich che abitano nelle casette per i sinti costruite dal Comune, il villaggio che spesso tien banco sui giornali locali per i furti, le baruffe e i colpi di pistola tra i membri delle etnie diverse ed ultimamente anche per il rifiuto collettivo di pagare la luce e i venti, trenta euro di affitto.

Nonostante tutto questo ci rimasi male per il rifiuto, ricordandomi del parere espressomi anni fa da una “piccola sorella di Gesù” che mi disse che, a suo umile parere, un “piccolo segno di solidarietà” è sempre positivo.

Dissi messa male e poi, ad aumentare il mio turbamento e – confesso pure – il mio rimorso, mentre celebravo, è stata la vista di una vecchia conoscenza entrata in chiesa, una persona che normalmente mi fa delle offerte generose. Infatti, appena finita la messa, la mia amica, quasi centenaria, avendo appena ricevuto la pensione, mi ha dato 200 euro.

Ho un bel dire che non ho né vizi né capricci – infatti risparmio perfino usando più a lungo possibile la vecchia lametta per la barba e quanto ricavo lo destino tutto per il “don Vecchi 5” – però il disagio e il rimorso mi resta. Non so proprio chi possiede milioni come possa vivere tranquillo!

I miracoli di oggi

Qualche settimana fa, essendomi recato al “don Vecchi” di Campalto, ho incontrato una “mia sessantottina” che, uscita tanti anni fa dalla fila dell’Azione Cattolica della mia vecchia parrocchia di San Lorenzo, ha abbracciato appassionatamente la bandiera della contestazione.

La Provvidenza, attraverso un disegno che mi rimane sconosciuto, l’ha dolcemente e fatalmente depositata, dopo quasi mezzo secolo, sul bagnasciuga del “don Vecchi”. Io ho ringraziato e ancora ringrazio il buon Dio per questo “dono” perché la ragazzina di mezzo secolo fa ha conservato tutta la sua ricchezza umana, forte ed esplosiva, tendente ad una visione critica di un mondo che era e continua ad essere criticabile per le sue innumerevoli miserie ed ingiustizie. Mariolina – così si chiama la nostra “rivoluzionaria” di un tempo, ha ancora dentro di sé un po’ dell’argento vivo di un tempo e in fondo le è rimasto qualcosa della “passionaria” che fu.

Quando la incontrai aveva in mano un giornale che non conoscevo, “Il fatto”, periodico che aveva in copertina una foto a tutta pagina di don Gallo, con questa didascalia: “Ogni volta che allargo le braccia si realizza qualcosa di buono”. Don Gallo ha ragione!

Voglio ricordare una piccola vicenda di cui ho parlato agli amici qualche settimana fa. Matteo, un mio “vecchio” obiettore, che ha rifiutato il servizio di leva preferendogli il servizio civile, quest’inverno ha scoperto in una casa cantoniera delle Ferrovie dello Stato ormai deserta, una famiglia rumena al freddo e al buio, con in più la paura che la polizia scoprisse questa occupazione abusiva. Matteo s’è dato da fare per risolvere questo “caso impossibile”. Fra gli altri, ha bussato alla coscienza del suo vecchio “datore di lavoro”, infatti ha fatto il servizio civile al “don Vecchi”.

Io ho parlato di questo dramma nel mio “diario personale”. Una signora di Venezia che, non so come, riceve l’Incontro, mi ha mandato una e-mail offrendo gratuitamente a questa famiglia una casa restaurata in una sua azienda agricola a Musile di Piave. In questi giorni la famigliola, che poi in verità non è affatto piccola – marito, moglie e quattro figli – ha preso possesso dell’immobile.

Quando Matteo me l’ha annunciato, mi sono ricordato di don Gallo e della mia sessantottina: “Basta aprire le braccia e i miracoli avvengono ancora”, e non miracoli di seconda categoria perché questi tre – Mariolina, Matteo e la famiglia rumena, sono dei miracoli “super”.

L’ultimo raggiro

Credevo di essere ormai un esperto, ma ci sono cascato ancora una volta.

Me ne stavo tranquillo a riordinare i lumini nella mia vecchia chiesa del cimitero, quando entrò, dalla porta aperta, un signore. Sono tali e tante le persone che incontro ogni giorno, per cui ormai non mi sorprendo quando qualcuno che non riconosco mi tratta come un vecchio amico,

Questo signore, dai modi abbastanza distinti, cominciò col chiedermi come stavo. La cosa non mi sorprese, perché son solito dire ai quattro venti le ultime vicende della mia salute. Poi, quasi sorpreso, mi chiese: «Ma don Armando, non mi riconosce?». «No», gli risposi. «Ma non si ricorda proprio di me?«. «No», ripetei «Non si ricorda che mi ha dato i soldi per andare a trovare mia madre a Trieste dopo che la Caritas me li aveva negati?». «Veramente no!». E giù a ripetermi che gli avevo pagato il biglietto per andare a trovare sua madre ammalata. Sinceramente non ricordavo. In realtà non mi ricordo neanche cose più importanti, per cui non ero per niente preoccupato di non ricordare quel particolare.

Il signore continuò col dirmi che sua madre era morta, finalmente aveva potuto ereditare la casa che aveva già venduta e che l’indomani avrebbe dovuto incassare centoquarantamila euro.

Aggiunse quindi con aria buonista: «Penso di devolvere una parte ai poveri, perché anch’io sono stato aiutato, anzi – mi disse – questi soldi che intendo dare in carità preferisco darli a lei che conosco bene e che mi ha dato una mano. Vuole che le faccia un assegno a suo nome?». Io, da vecchio tonto, gli dissi che desse alla Fondazione questo denaro e gli diedi quindi gli estremi della ragione sociale della Fondazione.

Finalmente, contento, mi parve che volesse andarsene. Invece, prima di mettere il piede sul gradino della porta, mi disse, con apparente imbarazzo: «La banca mi salderà fra due giorni, non avrebbe qualcosa per le piccole spese di questi due giorni?». “Ci siamo!”, pensai. Ma di fronte ai ventimila euro promessi, pur con un tarlo nel cuore, gli diedi dieci euro. «Non potrebbe darmene altri dieci?» (aveva visto che nel portafoglio ne avevo altri dieci).

Mi salutò dicendomi che mi avrebbe portato l’assegno entro due giorni. Capii allora, chiaramente, che mi aveva imbrogliato, comunque decisi di lasciarlo andare senza rimbrotti, tanto ormai non c’era niente da fare!

Io certamente sopravviverò anche senza quei venti euro, mi spiace solamente che alla prossima richiesta – lo voglia o no – correrò il rischio di dir di no anche alla persona più onesta e bisognosa di questo mondo.

Tentativo di messa in rete

Il mio tentativo di premere perché “la carità” della Chiesa veneziana sia messa in rete ad esprimere in maniera sempre più esplicita ed evidente il volto e il cuore di Cristo verso i fratelli in difficoltà, è ormai un fatto scontato, o quasi, che non fa purtroppo più notizia.

Debbo confessare che i risultati di questi tentativi sono pressoché insignificanti. Da anni insisto perché tra tutte le strutture, i movimenti e le iniziative benefiche, o meglio solidali, si dia vita ad una federazione che raccordi, faccia interagire e parli ad una sola voce alla città e ai suoi reggitori, di tutto quello che riguarda la solidarietà. Da anni sollecito la nascita di un periodico che maturi nella Chiesa veneziana e nella città la cultura solidale, faccia conoscere l’esistenza e promuova ciò che ancora manca.

E’ da anni che spingo perché si crei un centro di coordinamento di studio, di programmazione, che organizzi al meglio e in maniera moderna l’esistente, e promuova ciò che ancora manca, cosicché le risposte ai bisogni siano rapide, puntuali, appropriate ed esaustive. E’ da anni che insisto perché si dia vita alla “Cittadella della carità”, perché ci sia un Centro in cui convergano i servizi essenziali e sia presente “il cervello e il cuore” della carità della diocesi.

Forse il prospettare la nascita di un mondo nuovo mette paura, tanto che essendo venuto a conoscenza di una iniziativa di un’associazione che raccoglie e distribuisce indumenti a chi ne ha bisogno, mi è venuto da sperare che “la politica dei piccoli passi” possa essere la vincente.

L’associazione di volontariato “vestire gli ignudi” nell’Italia settentrionale è di gran lunga la più significativa; infatti conta trentamila visite l’anno e gestisce l’ipermercato solidale che forse è il più efficiente anche a livello nazionale.

Notando un rallentamento di offerte di vestiti usati a causa della crisi ed un aumento delle richieste, sempre a causa della stessa crisi, è stato chiesto al Patriarca di destinargli almeno una parte della raccolta della Caritas che praticamente ha l’esclusiva del settore e che probabilmente vende a prezzi irrisori gli indumenti raccolti ad industriali di Prato.

Mi auguro che una risposta positiva segni l’inizio di una nuova “politica” di integrazione che spezzi la forma di individualismo esasperato che caratterizza questo settore.

Il contratto

“L’incontro” esce nella tarda mattinata di lunedì e subito, nel primo pomeriggio, comincia la distribuzione. Nell’impresa non facile, di rifornire i sessanta punti di distribuzione, a me spetta il compito di rifornire la chiesa del cimitero, l’ospedale dell'”Angelo” e le chiese di Carpenedo e delle suore di clausura. Il rifornimento di queste due ultime postazioni lo faccio il martedì mattina.

L’ultimo martedì, mentre stavo calibrando i vari pacchetti in rapporto al passaggio dei fedeli, mi raggiunse don Gianni e, prima, mi costrinse a prendere il caffè da Ceccon (nonostante per quarant’anni io e Ceccon siamo stati “coinquilini” della piazza, penso che questa sia stata la prima volta che avvenisse, data la mia atavica riservatezza) poi quasi mi costrinse a partecipare alla firma del contratto con l’impresa Eurocostruzioni che costruirà il “don Vecchi” di via degli Arzeroni.

Oltre a don Gianni e Andrea Groppo, c’era l’amministratore delegato di questa impresa e i responsabili delle imprese che cureranno l’impianto elettrico e quello idraulico.

Il clima dell’incontro è stato quanto mai cordiale ed amichevole, ma per me ha assunto quasi l’importanza di un fatto storico, tanto tribolate e lunghe sono state le premesse, quanto sorridenti e positive le speranze.

A me capita di star bene quando aiuto una persona in difficoltà, anche se so che l’offerta è inadeguata e non risolutiva, però la firma di questo contratto mi ha reso cosciente che fra un anno e qualche mese ben sessanta anziani traballanti ed incerti nel muoversi avranno un alloggio autonomo del quale loro saranno i titolari a tutti gli effetti, e perdipiù sarà loro garantita, a titolo gratuito, la pulizia del loro alloggio e della loro persona. M’è parso un atto di solidarietà veramente sacro e solenne, reso ancora più consistente dal fatto che esso si ripeterà, quasi in maniera automatica, per uno o due secoli.

Ho parlato di un gesto veramente sacro, perché credo che non vi sia “pontificale”, celebrato pur dal Patriarca e nella cattedrale di San Marco, che avrà mai la consistenza di questo contratto a cui si è arrivati con immensi sacrifici e difficoltà, supportati dal comandamento di Dio e che impegnerà tanti cristiani oggi e domani ad essere coerenti a questo atto di fede in Dio e nei figli di Dio.

L’avventura del pulmino

Lo scorso anno il presidente della municipalità ha accompagnato al “don Vecchi” una ragazza piuttosto avvenente per farmi una richiesta-proposta: ossia mi chiedeva se io avrei gradito la fornitura, a titolo gratuito, di un “doblò” attrezzato con carrello sollevatore per trasporto di persone disabili.

La cooperativa che proponeva l’operazione avrebbe fornito l’automezzo, pagato l’assicurazione e il bollo e l’avrebbe ceduto con un tipo di comandato gratuito per quattro anni rinnovabili.

D’istinto mi venne da pensare: “Troppa grazia, sant’Antonio!”.

Poi questa agente della cooperativa illustrò tutti gli aspetti dell’operazione: il Comune e la Fondazione avrebbero avallato, con atto formale, la raccolta della pubblicità presso le aziende cittadine, per cui l’automezzo sarebbe apparso come il manto di un leopardo, ma con macchie di misura e di colore diversi in rapporto alle “icone” richieste dalle singole ditte.

Sembrava che la somma necessaria – cinquantamila euro – sarebbe stata reperita in pochi mesi, ma la crisi economica rallentò decisamente la raccolta. Le aziende, anche le più sane, sono piuttosto guardinghe oggi nello sborsare denaro per farsi pubblicità. Spesso mi giungevano telefonate dalle ditte interpellate, per garantirsi che non ci fossero inganni. Comunque, anche se con una certa fatica, siamo arrivati in porto e con un rito solenne, ci è stato consegnato l’automezzo.

L’impresa m’ha fatto felice per più motivi, da un lato perché il “don Vecchi” è oggi, presso i cittadini, un ente riconosciuto, stimato e meritevole di essere aiutato, e dall’altro lato perché l’automezzo, con l’attrezzatura per il trasporto di disabili, ci è quanto mai utile per accompagnare gli anziani presso gli ambulatori per le visite mediche che oggi sono quanto mai frequenti. Ora si tratterà di reperire tra i residenti un volontario e il servizio sarà bell’e pronto ed efficiente.

Attualmente il parco macchine del “don Vecchi” e delle associazioni che vivono in simbiosi, è ormai rilevante: cinque furgoni, dei quali uno con frigo e due doblò. L’azienda sta prendendo consistenza!

La carità non è un costo ma un ricavo

Quarant’anni fa, quando decidemmo di aprire la mensa di Ca’ Letizia, uno dei problemi che maggiormente ci preoccupò fu quello di trovare i soldi per pagare la cena ai cento commensali potenziali. Per attenuare la preoccupazione, decidemmo di richiedere un piccolo compenso da parte degli ospiti. Partivamo infatti dall’idea che i concittadini che avessero voluto aiutare un povero, invece di arrischiare che questi andasse a bersi l’elemosina, prepagassero una cedola equivalente ad una cena.

La trovata funzionò solo in parte. Pochi cittadini infatti, per i motivi più diversi, aderirono all’iniziativa, mentre alcune parrocchie – quelle di via Piave, San Lorenzo e Carpenedo – acquistarono ingenti quantitativi di “buoni cena” che poi distribuivano in giorni prestabiliti ai questuanti che non mancano mai alla porta delle canoniche.

Quando iniziammo a distribuire i mobili, i vestiti, la frutta e verdura, partendo da questa esperienza ed aggiungendovi le considerazioni che la beneficenza arrischia di produrre assuefazione alla mendicità cronica e che invece fosse educativo, per creare una città solidale, che anche i poveri aiutassero chi è più povero di loro, abbracciammo la dottrina che “magari poco, ma ognuno deve dare qualcosa in cambio dell’aiuto ricevuto”. Questa dottrina portò alla conclusione che il “polo della carità” del “don Vecchi” (distribuzione vestiti, mobili, arredo per la casa ed altro) non solo non è passivo, ma in realtà risulta una delle voci più consistenti della Fondazione Carpinetum a cui vengono destinati i proventi dei magazzini. Adottai la stessa logica per il Foyer San benedetto, con lo stesso risultato.

Ora pare che il Patriarca desideri che la Chiesa mestrina crei una struttura di accoglienza notturna per chi è in disagio abitativo e penso che ci sia grossa preoccupazione per reperire i soldi necessari per fare la struttura, ma soprattutto ci sia la grave preoccupazione per il costo della gestione.

Sono convinto che se si adotterà la dottrina del polo solidale del “don Vecchi”, non solamente questo “albergo” per i senzatetto non peserà sulla diocesi o su chi lo vorrà condurre, ma dovrà invece diventare una voce attiva.

E’ tempo che si esca dalla vecchia mentalità assistenziale per aiutare ogni cittadino, ricco o povero, a “farsi prossimo” del fratello che incontra bisognoso sulla sua strada.

Il segreto dell’attivo

Le confidenze di qualche collega mi hanno turbato in quest’ultimo tempo. Sono venuto a conoscenza che qualche operazione sbagliata e qualche conduzione poco attenta ha messo in difficoltà qualche ente che ruota attorno al mio piccolo mondo.

D’istinto, più volte in questi giorni, mi sono chiesto: “Come mai il don Vecchi gode buona salute, coltiva progetti di sviluppo, come mai la sua contabilità non ha mai conosciuto il rosso? Sono ben lontano dal pensare di potermi ergere a maestro, se non altro perché mai nessuno del mio mondo mi ha chiesto i “segreti” di questa nostra realtà che, nonostante i tempi difficili e la crisi incombente, sogna, progetta e si proietta nel futuro.

Di certo io non ho mai pensato di avere capacità manageriali, ancorché qualcuno, forse per affetto o forse per spirito critico, talora mi abbia definito “l’imprenditore di Dio”.

Monsignor Vecchi, quando io, giovane prete, sognavo ad occhi aperti e proponevo progetti avanzati, mi ripeteva: «Ora, don Armando, non hai responsabilità economiche, ma quando non sarà più così, t’accorgerai quante difficoltà si incontrano!». Questo monito mi ha sempre aiutato ad essere cauto, a non essere spericolato, ma soprattutto a farmi aiutare.

Ieri pomeriggio sono andato al “don Vecchi” di Marghera per l’inaugurazione di una delle tante “personali” che si susseguono ogni quindici giorni. Una volta ancora sono rimasto incantato dal buon gusto, dalla signorilità, dalla cura del prato, come delle sale interne. I numerosi ospiti che sono intervenuti per l’inaugurazione della mostra non facevano che ripetere che quello era un hotel, non una casa di riposo! E mi guardavano come io fossi l’artefice di tanta bellezza, mentre io arrossivo di fronte a queste lodi, perché il merito di tanta armonia era ed è tutto di Teresa e Luciano, la coppia di sposi che investono il meglio del loro cuore e della loro intelligenza per questa struttura che amano e curano come fosse il loro castello, il più bel “gioiello di famiglia”.

Anch’io sono rimasto a bocca aperta di fronte all’incanto di una residenza che si potrebbe immaginare destinata a ricchi mercanti o appartenenti al patriziato veneziano.

I Centri don Vecchi sono vivi, efficienti, belli ed in attivo, perché non c’è settore che non possa contare su un numero sconfinato di persone belle e care che offrono il meglio di sé agli anziani senza censo e, spesso, senza famiglia.

La Chiesa dei poveri

Ho letto su “Gente veneta” che il nostro Patriarca ha espresso l’intenzione di creare a Mestre una struttura ricettiva per i concittadini che dormono in stazione, negli ingressi dei condomini o per strada. Ora si trattava di reperire il luogo e i mezzi economici per dar vita a questa nuova struttura, che poi sarebbe la prima che la Chiesa apre a Mestre.

Già in una pagina di diario di qualche settimana fa non solamente ho espresso tutto il mio consenso, ma pure mi sono azzardato ad offrire, pur non richiesto, dei suggerimenti. Quello di un’accoglienza dignitosa, civile e cristiana, è un problema di un’estrema gravità e di un’estrema urgenza.

Qualche settimana fa due giovani signore che attualmente lavorano al “don Vecchi” e alle quali abbiamo offerto, oltre al lavoro, anche un piccolo alloggio, in un momento di confidenza mi hanno raccontato come si sono inserite nella nostra città. Una delle due è entrata in Italia con un permesso turistico e l’altra è arrivata a piedi in venti giorni di cammino, dormendo nei fienili e chiedendo la carità. Una volta a Mestre ambedue han dormito un paio di mesi presso la stazione ferroviaria e mangiato a Ca’ Letizia e dai frati finché non riuscirono a trovare un lavoro. Oggi la situazione è certamente ancora più difficile di qualche anno fa per le donne che giungono dalla Moldavia, dalla Romania e dall’Ucraina e cercano di inserirsi nella nostra città. Per questo motivo riterrei che sarebbero necessarie due strutture: una con caratteristiche particolari per i senza fissa dimora che, per scelta, per incapacità o per malattia, sono senza tetto, ed una invece per le persone che hanno bisogno di un ambiente di prima accoglienza per inserirsi poi nel tessuto civile, avendone essi la volontà e la capacità di farlo.

A quanto si dice, ho la sensazione poi che versando la diocesi in un momento finanziario difficile, ci sia una preoccupazione di imbarcarsi in nuovi debiti. Però, se questa situazione riguarda la diocesi, non è la stessa cosa per le parrocchie che, se invitate con la richiesta di quote ben precise da parte della Chiesa veneziana, potrebbero sobbarcarsi questo impegno. La Chiesa dei poveri o batte questa strada, oppure non va da nessuna parte e si riduce ad una farsa controproducente.

Finalmente una buona notizia

“Gente Veneta”, il settimanale della nostra diocesi, arriva al “don Vecchi” il venerdì in tarda mattinata. Venerdì scorso, come sempre, l’ho sfogliato velocemente per apprendere le notizie di maggior rilievo ed anche per essere un po’ confortato: perché mentre sul Gazzettino non trovo che titoli che mettono in luce tutte le magagne della nostra città – che sono pressoché infinite – nel settimanale diocesano pare che le parrocchie, il vescovo e le associazioni cattoliche passino di trionfo in trionfo! “Gente Veneta” me lo tengo appresso perché mi è di conforto il poter apprendere che nel patriarcato di Venezia è eterna primavera.

Venerdì scorso dunque diedi un’occhiata ai vari titoli e mi soffermai un istante sul titolo a quattro colonne in prima pagina: “Il Patriarca: ricordiamoci i poveri!”. Ma soprattutto l’occhiello destò il mio interesse; diceva infatti: “per i senza fissa dimora un nuovo dormitorio a Mestre”. La cosa mi incuriosì quanto mai e andai immediatamente a pagina 10 alla quale rimandava il “titolo civetta”.

Sopra una foto a cinque colonne in cui è ripreso il Patriarca a Betania (la mensa dei poveri di Venezia) il giornalista riportava le parole del nostro vescovo: «Vorrei accrescere l’accoglienza che diamo in terraferma per quanto riguarda il dormitorio. Cercherò di fare in modo che nei prossimi mesi si individuino gli spazi e si reperiscano i fondi per realizzare una nuova struttura di accoglienza per la notte per una ventina di persone».

La mia prima reazione è stata: “Finalmente!” La seconda: “A Mestre non si farà una `nuova struttura’, perché quella sognata sarà la prima in assoluto! Perché al di fuori dei Centri don Vecchi, che attualmente mettono a disposizione 315 alloggi per gli anziani poveri, e la parrocchia di via Aleardi, che offre ospitalità per una settimana alle badanti che vengono dai Paesi dell’est, la Chiesa veneziana non offre nient’altro”.

Il mio terzo pensiero: “Speriamo non si pensi a un dormitorio come quello gestito dal Comune in via Santa Maria dei Battuti, perché quello, nonostante tutta la buona volontà di Chimisso e degli attuali gestori, è una struttura di stile ottocentesco assolutamente sorpassata”.

E ancora: “Speriamo che si riuniscano tutti gli esperti del settore, ma soprattutto coloro che si occupano positivamente di queste cose per sentire il parere di tutti”.

E non è finita: “Venti posti sono assolutamente pochi, bisognerebbe arrivare almeno a cinquanta”. “La struttura a cui puntare dovrà essere quella di un albergo, per quanto modesto”. “La gestione non solo non deve pesare sulla diocesi, ma anzi deve essere attiva se si vuole che essa continui. A questo riguardo noi del “don Vecchi” avremo più di un consiglio da offrire”.

Il testamento

Un mio vecchio parrocchiano che ogni anno, quando andavo a benedire la sua famiglia, ripeteva puntigliosamente che lui non era credente, un paio di anni fa mi ha scritto una lettera diffidandomi dal continuare ad invitare i concittadini a ricordarsi degli anziani poveri e suggerire a chi non aveva responsabilità e doveri verso dei congiunti, di far testamento a favore dei Centri don Vecchi.

Di certo non ho tenuto alcun conto di questa intromissione inopportuna, ho continuato per la mia strada ottenendo, fortunatamente, dei buoni risultati. Per timore che qualche altro concittadino mi accusi di autoreferenzialità, non faccio l’elenco dei lasciti ottenuti, però assicuro che i quattro Centri, con i relativi 315 alloggi protetti, non sono frutto di rapine in banca, ma il risultato di offerte e di lasciti testamentari da parte di concittadini saggi e generosi che hanno pensato anche a chi era meno fortunato di loro.

So per certo che altri concittadini hanno fatto questa scelta. Prego perché questa bella gente sono convinto che meriti una vita lunga e felice, ma spero che il giovane consiglio di amministrazione che governa attualmente la Fondazione, prima o poi raccolga i frutti dei semi che ho seminato, anche se non tutti i miei colleghi e i miei concittadini erano, o sono, di questo parere.

Più volte ho confidato a chi mi legge che io ho un’unica “padrona di casa” a cui mi sforzo di obbedire: la mia coscienza. Finora mi sono sempre trovato bene e perciò non ho nessun motivo per fare scelte diverse. Anche recentemente mi sono incontrato con un concittadino che ha avuto il coraggio e la saggezza di destinare a qualcuno che è in difficoltà il frutto della sua lunga vita di lavoro. Qualche settimana fa mi giunse la telefonata di un vecchio ingegnere che aveva intenzione di lasciare la sua casa alla Fondazione. Lo raggiunsi, lui si informò accuratamente sui progetti che stiamo perseguendo, sull’attività a favore degli anziani e poi mi confermò che avrebbe parlato col suo legale per perfezionare il testamento. Uscii dall’incontro edificato dalla lungimiranza e dalla saggezza di questo signore che ha avuto il coraggio di destinare il frutto del suo lavoro a coetanei meno fortunati.

Confesso che però faccio fatica a capire perché tanti altri concittadini che potrebbero farlo, senza nuocere a nessuno, non lo facciano, affinché la nostra città possa avere delle risposte adeguate alle urgenze più gravi di tante persone in difficoltà.

Un “filone d’oro”

Ho letto un’affermazione che mi ha colpito e mi ha fatto riflettere. In un libro di meditazione l’autore diceva che l’uomo è come l’acqua di una sorgente che sgorga dalla roccia e scende verso la pianura. Se quest’acqua è incanalata diventa energia e si trasforma in luce, altrimenti finisce per imputridirsi nella palude melmosa.

Ho pure letto un’altra storiella ancora più convincente, che non ricordo bene, ma che diceva pressappoco così. Il Signore versa ogni giorno sul conto corrente personale di ogni uomo un importo consistente che però deve essere speso entro la giornata, altrimenti va bruciato come avviene ogni giorno quando in banca si registrano le perdite senza che l’intestatario abbia deciso e fatto alcuna operazione. Morale: il buon Dio ogni giorno offre ad ogni uomo una “somma” consistente di intelligenza, di amore, di possibilità, ma se questa somma non la si impiega in maniera fruttuosa a mezzanotte il versamento va sprecato e non aumenta il conto in banca.

Gesù ha annunciato questa verità attraverso la parabola dei talenti, affermando che l’uomo che ha sepolto il suo talento, non solo non riceve alcun premio, ma anzi va castigato.

Oggi le persone sagge denunciano, preoccupate, e talora giustamente sdegnate, gli sperperi colossali che avvengono nella nostra società. Migliaia e migliaia di tonnellate di pane, agrumi, verdura e di ogni altro genere alimentare, che potrebbero sfamare popoli interi, vanno sprecate.

Ebbene, quando penso ai miei concittadini – pensionati, casalinghe, persone che non fanno lavori logoranti, che hanno un orario di lavoro ridotto, che sono intelligenti, capaci, forti, e che lasciano che la loro ricchezza umana si imputridisca nella palude melmosa, o sia “bruciata” dall’inerzia e dall’egoismo, mi viene da disperarmi! Quante volte i miei appelli cadono nel vuoto! Quante volte tanta gente continua a perder tempo e a buttar via questi meravigliosi doni di Dio!

Si, ci sono anche persone che fanno autentici miracoli, che “fanno fiorire il deserto”, ma ce ne sono fin troppe che si chiudono in un egoismo che le distrugge senza che se ne accorgano.

Al “don Vecchi” abbiamo scoperto un “filone d’oro” col quale potremmo distribuire ogni giorno quindici-venti quintali di frutta e verdura ed arrischiamo che vadano perduti, mentre tanti ne avrebbero estremo bisogno, perché in una città di duecentomila abitanti non riusciamo a trovarne una decina che si renda disponibile a dare una mano ai poveri e a guadagnarsi il Paradiso a buon mercato!

Ora tocca a noi!

Assai di frequente da qualche tempo faccio fatica a trovare temi convincenti su cui riflettere, tanto che confidai alla mia “Beatrice” che se non avessi trovato argomenti per me validi, e capacità di esprimerli in maniera decente, avrei chiuso con questo “diario” che ogni settimana mi sembrava sempre più logorroico e pedante.

La signora Laura, mia “maestra” di sempre, che ha la bontà di non fare segnacci con la matita rossa o blu, ma che si dà invece da fare per tentare di riordinare i miei scritti selvaggi, è stata quanto mai materna in questi ultimi tempi, dicendomi, con una graziosa bugia, che anche le ultime pagine le erano piaciute, mentre a me destavano angoscia e repulsione.

Ebbene, vi confesso, amici cari, che questo Papa ha messo le ali al cuore a me ed anche alla mia povera penna biro, tanto che mi trovo in difficoltà a scegliere i migliori tra i suoi gesti veramente profetici. Erano davvero decenni che sognavo l’arrivo di qualcuno che inverasse il discorso del Concilio Vaticano Secondo, qualcuno che indicasse, come obiettivo assolutamente necessario, quello della “Chiesa dei poveri”.

Papa Francesco ha aperto il suo discorso con i fedeli della sua diocesi e con i cristiani del mondo intero, dicendo che sognava e si impegnava per una “Chiesa povera” che cammini con i poveri e per i poveri. Questo discorso è stato delizia per il mio animo, perché non riuscivo proprio a capire chi potesse ancora credere ad una Chiesa opulenta, amica dei ricchi, che vestiva “di porpora e di bisso” come nella parabola di Lazzaro e del ricco epulone, che trafficava con operazioni speculative e spericolate con denaro di dubbia provenienza e di ancor più dubbia destinazione.

Ora almeno so, con certezza, che sono almeno dalla parte del Papa e che le scelte che ho tentato di fare finora non sono state del tutto sballate. Credo che ora nessuno mi potrà più fare osservazioni quando continuerò a ripetere quello che sono andato dicendo spesso in tanta solitudine: che la comunità parrocchiale non può illudersi di essere una comunità cristiana se non si attrezza ad aiutare in maniera seria i poveri, e così una diocesi se non impegna uno dei suoi membri migliori per stimolare, ordinare e metter in rete la carità; che un cristiano non ha diritto di arrogarsi di questo nome se non si dà da fare ad ogni livello per farsi carico dei fratelli più fragili.

So che non ho diritto di “scagliare pietre”, però spero che non ci sia più alcuno che tenti di nascondere “le sue vergogne” dietro una foglia di fico che il Papa ha eliminato fin dal suo primo giorno di ministero.

Il germoglio di una semente lontana

Qualche giorno fa la segretaria del “don Vecchi” mi ha passato una telefonata di un signore che chiedeva di me. Di primo acchito, sentendo questa voce sconosciuta che mi diceva: «Sono Matteo», rimasi un po’ disorientato. Sono infatti moltissimi i miei concittadini che conoscono me: prediche, articoli, interviste, mi hanno reso “noto” in città, mentre per me i volti e le voci, pur per scelta volendoli incontrare come volti e voci di fratelli, mi rimangono tuttavia sconosciuti.

Avvertendo la mia titubanza, quella voce virile mi precisò: «Sono Matteo Papa, l’obiettore di coscienza che ha prestato servizio civile al don Vecchi». Immediatamente mi ricordai del volto, poco più che adolescente, del ragazzo volonteroso, intelligente e sempre disponibile, che per un anno e mezzo fu di prezioso aiuto ai nostri anziani.

Matteo – certo che gli avrei dato una mano – mi raccontò una delle tristi storie di immigrati, spinti dalla miseria e dai regimi dittatoriali, nella nostra terra. Due coniugi del Marocco con quattro bambini, spinti dalla disperazione, s’erano rifugiati in una casa cantoniera della ferrovia attualmente disabitata. Freddo, mancanza di acqua, di luce, di pane e con la paura della polizia per l’occupazione abusiva, costringevano questa famigliola a stare rintanata nelle stanze buie e gelide.

Il vecchio obiettore in servizio civile se n’è accorto e, come il buon samaritano, ha subito provveduto a rifocillare questi poveri grami con un pasto caldo, poi ha continuato a guardarsi attorno per trovare una soluzione più risolutiva. S’è rivolto quindi al suo vecchio “datore di lavoro”.

Diedi a questo caro ragazzo qualche consiglio, gli offrii l’assistenza per i generi alimentari e la frutta e verdura e per gli indumenti disponibili presso il polo solidale del “don Vecchi” e, semmai, rimasi disponibile ad un qualche modesto aiuto di ordine economico. Però ero, fin da subito, conscio della estrema difficoltà a risolvere questo dramma. L’intervento immediato, la disponibilità e la seria decisione di questo giovane ex obiettore di coscienza di bussare a tutte le porte e di non scrollarsi dalle spalle questa situazione – che è terribilmente difficile anche per il più esperto di servizi sociali – mi ha fatto enormemente bene.

Quella di Matteo è stata una delle più belle “prediche” che ho sentito durante l’ultima quaresima!

La gestione degli obiettori di coscienza non è stata sempre facile, ma se quella fatica non avesse prodotto nient’altro che la testimonianza di Matteo, son ben felice di averla fatta.