Calatrava

La scorsa settimana un giovane architetto mestrino mi ha mandato delle riflessioni estremamente amare sullo sperpero inerente alla cosiddetta “ovovia” che dovrebbe transitare sul ponte di Calatrava per i disabili.

Le argomentazioni sono, a dir poco, spietate, ma altrettanto lucide e puntuali, tanto che ho ritenuto opportuno pubblicarle perché la nostra gente sappia come l’amministrazione comunale sperpera il denaro che spreme alla povera gente.

In questi giorni poi la stampa locale ha pubblicato i risultati dell’indagine, da parte della suprema Corte dei Conti con i gravissimi rilievi che ha fatto sul costo esorbitante, e superiore ad ogni previsione, per un’opera assolutamente inutile – quella del nuovo ponte. Inutile perché con quattro passi in più la gente poteva tranquillamente continuare a passare il Canal Grande attraverso il Ponte degli Scalzi, come ha sempre fatto, non so se da decine o centinaia di anni.

Qualche giorno dopo, sempre “Il Gazzettino”, ci informava che il sindaco “butterebbe nel Canal Grande l’ovovia” – del costo di più di tre milioni di euro – “con dentro qualcuno e non so chi”. L’ovovia infatti continua a non funzionare e forse fa aumentare la già conclamata fragilità dello stesso ponte che già era pericolante.

Oggi, ancora il solito “Gazzettino”, ci informa che se avessero scelto una ditta olandese per il Mosè, quell’opera, costata finora decine di miliardi di euro, sarebbe costata un terzo. Sul tram non serve che la stampa locale ne scriva, perché anche l’ultimo cittadino di Mestre ha avuto modo di seguire con i propri occhi la sua tragicomica telenovela che non alletta i sogni, ma al contrario ha messo in crisi decine e decine di negozi, ha rovinato strade, costituisce un pericolo pubblico per le biciclette e serve, finora, a molto poco, perché intasa i crocevia e lambisce appena i luoghi centrali della città. Per non parlare del villaggio dei Sinti che è risultato una copia conforme dei ghetti in cui s’annida il crimine a Palermo.

L’attuale amministrazione poi non si riscatta dalle precedenti con la trovata di scoperchiare l’Osellino offrendo ai cittadini la cloaca che già abbiamo modo di ammirare presso via Pio X e alle spalle di Coin.

Sulle opportunità perdute, o che si stanno per perdere, ho già parlato. Sull’inefficienza della corposa amministrazione da quattromilaseicento dipendenti sarebbe meglio poter tacere, ma come si fa quando per avere il permesso di mettere in sicurezza l’ingresso e l’uscita del “don Vecchi” di Campalto – a nostre spese – c’è voluto più di un anno e considerando che dal 10 agosto del 2012 stiamo aspettando il permesso a costruire il “don Vecchi 5”?

A me brucia tutto questo perché a chi si fa volontariamente carico del disagio dei nostri vecchi, e a questo scopo è costretto a raccogliere euro su euro, tutto questo sembra assurdo. Non mi meraviglierei se domani un qualsiasi “grillo parlante” venisse a dire: «Tutti a casa!».

La “mendicità” del sindaco e le carenze del parroco

Qualche settimana fa ha tenuto banco sulla stampa e nelle televisioni del Veneto (ma so che pure ha fatto una puntatina fuori dalla nostra regione) una notizia di carattere ecclesiastico del tutto insolita.

Il Gazzettino, e anche Rai Tre Regione, parlando dello stato attuale dell’economia, che sta mettendo in crisi e facendo fallire molte piccole imprese, creando difficoltà alle famiglie e perfino alle parrocchie, ha informato la cittadinanza che un sindaco di un piccolo comune del padovano, non riuscendo più a rispondere alle richieste di aiuto da parte dei suoi concittadini, ha chiesto al suo parroco di poter fare un appello in chiesa, durante la messa festiva, per ottenere almeno un euro da ogni fedele per soccorrere i cittadini in difficoltà.

Non sono riuscito a capire come si sia svolta la richiesta comunale di elemosina, immagino che il sindaco sia andato sul pulpito all’offertorio per fare la singolare richiesta e poi, al posto del sagrestano, abbia fatto il giro tra i banchi della chiesa per raccogliere con la borsa le offerte.

Plaudo a questo sindaco intraprendente e fiducioso nella sensibilità dei suoi cittadini praticanti; sono però molto meno ammirato dal comportamento del parroco di quella comunità cristiana. Di certo quel prete dice messa, battezza, sposa, fa catechismo e predica, ossia ottempera al primo dovere di un cristiano, ma sospetto che ignori totalmente e non metta in pratica il secondo comandamento, che è simile al primo: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

Non s’è accorto, quel reverendo, che “Gesù aveva fame, sete, era senza vestiti, senza casa, ammalato e senza soldi?!”

Ritorno ancora una volta sullo stesso tasto che credo sia il “nervo scoperto” di moltissime parrocchie che praticano religiosità rituale ma hanno ormai, per tradizione, perduto coscienza di quello che è veramente “il cuore” del messaggio evangelico.

Negli Atti degli apostoli è scritto che a Roma i cristiani erano definiti dalla gente “quelli che si amano” e non credo che questo amore fosse “un amore soprannaturale” che non significa quasi niente, e neppure che questo amore consistesse nelle sequenze della parlata veneziana: “amor mio, tesoro, anima mia…” Le parrocchie se non praticano la carità e non si attrezzano ed organizzano per soccorrere i poveri, valgono ancor meno dell'”esercito della salvezza”. I sindaci, invece, devono munirsi di strumenti ben diversi da quello del mendicare in chiesa. Mi spiace che stampa e televisione non abbiano neppure accennato a tutto questo!

Il villaggio solidale degli Arzeroni

Il consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum, e in particolare il suo giovane e valido presidente, don Gianni Antoniazzi, sono particolarmente cari con me, tanto da farmi partecipare alle riunioni e offrirmi l’opportunità di esprimere qualche parere e qualche progetto.

Nell’ultima riunione mi sono permesso di proporre un progetto tanto impegnativo ma che, data l’intelligenza, la buona volontà e il coraggio di questo consiglio, potrebbe anche diventare una felice realtà. Dato che non si tratta di un qualcosa di riservato, ma solamente l’offerta di un mio sogno, mi permetto di renderne partecipi anche i miei amici de “L’incontro”, sperando che ci sia qualcuno che possa aiutare a “calarlo dalle nuvole” alla terra, soprattutto mettendo a disposizione un suo generoso contributo.

BOZZA PER UNA PROPOSTA DI MASSIMA PER LA NUOVA STRUTTURA DI ACCOGLIENZA DA COSTRUIRSI PRESSO: “IL VILLAGGIO SOLIDALE DEGLI ARZERONI”

PREMESSA

* La struttura abbia pressappoco la stessa cubatura del don Vecchi 5.
* La struttura si articola in maniera che ogni singolo settore sia indipendente e nello stesso tempo comunicante con gli spazi comunitari che debbano essere fruibili dai residenti.

ARTICOLAZIONE
1. 15 alloggi bilocali con angolo cottura da destinarsi a padri o madri separati e in gravi condizioni di disagio economico:

– TIPOLOGIA RESIDENZIALE

– L’alloggio sarà messo a disposizione per 2 o 3 anni in maniera che sia possibile una costante rotazione. – Retta mensile fissa da euro150.00/200.00 più le utenze. Da convenzionarsi con il Comune Provincia o Regione.
2. 10 alloggi monolocali da destinarsi a disabili fisici che auspicano una vita indipendente con angolo cottura:
– retta mensile 150 euro più utenze. – da convenzionarsi con gli enti suddetti.
– tipologia residenziale.
3. 15 stanze tipo motel col “sistema economico formula uno francese” da destinarsi ai parenti dei degenti negli ospedali cittadini.
Tipologia alberghiera conto euro.20.00 notte a decrescere in rapporto al numero dei giorni di occupazione.
4. 10 alloggi per giovani sposi durata di permanenza 2 o 3 anni
– tipologia bilocale con angolo cottura.
– costi 200 euro più utenze al mese.
tipologia residenziale.

IN ALTERNATIVA:

15 stanze tipo motel “formula uno francese”
– tipologia alberghiera da destinarsi ad operai o impiegati maschi o femmine con basso reddito – contratti al massimo mensili rinnovabili fino al massimo di 2 anni. – costo mensile di euro. 150.00. – tipologia alberghiera.
5. 2 o 3 alloggi bilocali con angolo cottura per emergenze. – tipologia residenziale.
6. Richiesta alla Curia se è interessata ad avere 5-6 alloggi di tipologia residenziale tipo Don Vecchi 5 magari articolati nella tipologia bilocale da destinarsi a sacerdoti anziani oppure impegnati nella pastorale cittadina.
Convenzione con la stessa per i costi.

SPAZI COMUNITARI

a. Un salone a stare.
b. Una sala da pranzo capace di 20 o 25 persone.
c. Un cucinotto con più fuochi utilizzabile dai residenti e contemporaneamente dal catering.
d. Un locale per lavanderia e stireria, -lavatrice ed asciugatrice a gettone.
e. Un piccolo ufficio.
f. Portineria ed ingresso unico.

Un progetto ridotto

Ritorno su un argomento che ho trattato innumerevoli volte, però che credo così urgente e necessario da sentire il dovere di ritornarvi.

Nella nostra diocesi, fortunatamente e per grazia di Dio, ci sono iniziative, enti e strutture che hanno una grossa e certa valenza di ordine solidale, ma che non sono messe in rete, non sono coordinate da una regia che, sola, le potrebbe rendere più efficienti e funzionali. Nel nostro tempo niente può essere lasciato al caso, perché esistono strumenti che possono razionalizzare anche questo comparto così importante e qualificato della Chiesa veneziana.

Oggi ognuna di queste realtà esistenti si muove in maniera autonoma, non è collegata ad altre realtà similari non si confronta, né si coordina, cosicché esistano doppioni e lacune notevoli.

La Caritas diocesana, che a mio modesto parere dovrebbe essere il cervello e il cuore di queste realtà, non so per quale motivo risulta assolutamente assente.

Abbiamo ipotizzato, in passato, la “Cittadella della Solidarietà” per razionalizzare e coordinare almeno le attività caritative di Mestre; c’erano, a questo proposito, delle opportunità particolarmente favorevoli però, sia per immaturità culturale dei responsabili che dovevano dar corpo al progetto, sia per qualche altro elemento imprevedibile – quale ad esempio il cambio del Patriarca – non se n’è fatto più nulla. Oggi il progetto è stato definitivamente sepolto e vi si è messa sopra una pietra tombale di marmo duro e pesantissimo, denominato “carenza di soldi”!

In questi giorni, fortunatamente, è sbocciata un’altra timida e seppur limitata speranza: coniugare in un’unica realtà “il polo solidale del `don Vecchi'” con le strutture caritative della parrocchia di Carpenedo, dato poi che essendo esse tra le realtà più significative della nostra città, potrebbero offrire una testimonianza – almeno a livello cittadino – quanto mai significativa.

Il seme è stato piantato alcune settimane fa, ora non mi resta che innaffiarlo ogni giorno ed in ogni circostanza, sperando che finisca per fiorire e dar frutto.

Aspettando Godot

“Quello che devi fare fallo subito!” disse Gesù incontrando Giuda, suo discepolo infedele. Io mi trovo d’accordo con lui anche su questo punto. Non mi va proprio chi va per le lunghe, trascina avanti una pratica o un discorso.

Però non è solamente per questo motivo di ordine biblico che non riesco a capire ed accettare il tiramolla del Comune di Venezia circa il progetto del “don Vecchi 5” degli Arzeroni.

In Italia la crisi economica è giunta all’estremo, decine di migliaia di aziende chiudono, il settore edilizio, che tutti dicono sia al tramonto, è fermo, eppure ora che la nostra Fondazione ha un progetto di estrema valenza sociale, che in seguito farà risparmiare al Comune milioni di euro, riducendo il costo ormai iperbolico per il ricovero in casa di riposo per gli anziani non autosufficienti e offrirà una soluzione estremamente innovativa col suo progetto pilota, Il Comune aspetta, tergiversa, aggiunge ostacoli, avanza sempre ulteriori pretese e tarda ancora a dare la concessione edilizia.

Il “don Vecchi 5” costerà pressappoco sei milioni di euro, c’è un piano finanziario definito, un progetto elaborato da uno degli studi di architettura della città tra i più noti, una coda infinita di anziani che aspettano, eppure tutto è ancora aggrovigliato nelle ragnatele della burocrazia del Comune. Il progetto è stato presentato il 10 agosto, quindi sei mesi fa e la Fondazione ha dovuto sbrogliare una matassa infinita di problemi catastali che, sempre il Comune, aveva lasciato irrisolti.

Ora tutto è pronto, è stato fatto il progetto e il piano finanziario, è stata scelta l’impresa, s’è progettata una nuova strada… Tutto potrebbe partire domani, occupando decine e decine di operai. Perché tanta inerzia? Perché queste lungaggini?

La classe politica è di certo deficiente ma, peggio ancora, la burocrazia comunale non è per nulla agile, veloce, intelligente ed attenta al bene della collettività. Rimango convinto che non basta dimezzare il numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali e comunali, ma finché non si dimagriranno questi enti di almeno due terzi di addetti, non ci sarà efficienza.

Un notissimo imprenditore della città un tempo mi ha confidato che ci sono studi americani quanto mai seri e dati scientifici che attestano che quando un’azienda supera un certo numero di burocrati, questa è destinata al fallimento perché essi producono fatalmente solamente “lavoro” cartaceo assolutamente improduttivo.

Battuto sul tempo!

Sfogliando l’ultimo mio volume “Tempi supplementari”, una delle tante critiche che gli faccio, io che ne sono l’autore, è che risulta assai ripetitivo negli argomenti trattati. Tento di giustificare questo difetto tanto evidente.

Primo: io sono un povero diavolo con tanti limiti. Secondo: ogni individuo non può avere dentro di sé una enciclopedia con tutto lo scibile umano o un archivio con un progetto per tutto. Io ho a cuore certi argomenti e coltivo alcuni progetti: uno, e forse il principale, è quello di offrire risposte adeguate al “povero” che incontro, come “il buon samaritano” mezzo morto per strada. Terzo: sono infine della scuola di Papa Giovanni XXIII che affermava a cuore un problema, deve parlarne da mane a sera a chi incontra per qualsiasi motivo.

Allora, pensando alle nuove povertà, torno su uno degli argomenti di cui ho parlato già molte volte. Ho letto che i mariti di mezza età che divorziano finiscono in un gravissimo disagio di ordine sociale ed economico perché il giudice normalmente decide di lasciare l’uso della casa alla moglie, le affida i figli e le destina una parte rilevante dello stipendio del marito. Quindi quel povero gramo spesso finisce per non avere più una famiglia, una casa e spesso di non poter neppure vedere i figli perché non riesce più a dimostrare al giudice di avere un luogo adeguato per ospitarli.

Questa mattina la Veritas mi ha chiesto di celebrare “un funerale di povertà” per un residente all’asilo dei senzatetto di via Santa Maria dei Battuti. Prima del funerale ebbi modo di sapere, da chi conosceva bene il defunto, che egli era un brav’uomo. Il divorzio lo privò del figlio, perché la moglie lo mise contro il padre, e della casa, assegnata alla stessa.

Quest’uomo, che era stato un buon agente di commercio, si ridusse a dover andare a dormire all’asilo notturno, dove si comportò tanto bene e si fece così ben volere da tutti che, meraviglia delle meraviglie, gli inquilini e i dirigenti della stessa struttura gli permisero di morire tra i suoi nuovi compagni di sventura e molti di loro parteciparono al suo funerale.

Proprio l’altro ieri avevo buttato giù un progetto di massima per costruire, presso il “villaggio solidale degli Arzeroni”, una quindicina di appartamenti per divorziati che vengono a trovarsi nella situazione di questo malcapitato. Purtroppo nostro Signore mi ha battuto sul tempo, assegnando a questo fratello una dimora eterna nei cieli.

Non desisto però dall’impresa benefica perché chissà quanti altri si trovano nelle stesse condizioni del concittadino che ho accompagnato alla “Casa del Padre”! Spero quindi che i miei concittadini non mi lascino mancare i mezzi per farlo.

La morte del “barbone”

Nota della Redazione: ricordiamo che i gli appunti di don Armando risalgono a diverse settimane fa.

La notizia della morte per assideramento di un “barbone” su un pontile dei vaporetti in Riva degli Schiavoni ha impegnato tre colonne della cronaca di Venezia de “Il Gazzettino” e quattro righette su una sola colonna il giorno dopo. La cosa credo che sia stata ritenuta di poco conto se la si confronta con i titoloni su quattro cinque colonne dedicate alla campagna elettorale con tutte le problematiche suscitate dall’immensa folla di candidati che stanno dandosi gomitate senza esclusioni di colpi per riuscire ad ottenere la possibilità di “servire il Paese” e di offrire le loro “soluzioni miracolose”.

Il cronista ebbe ben poco da scrivere perché a chi può interessare la notizia che un “barbone” è morto di freddo in una notte senza stelle a Venezia? Credo che siano stati ben pochi i lettori della cronaca nera che si siano posti la domanda su che cosa ci fosse dietro quegli indumenti stracciati e sporchi e sullo squallore di quella morte solitaria sull’imbarcadero e meno ancora quelli che si siano chiesti che cosa si possa e soprattutto si debba fare perché queste cose non avvengano più, non tanto perché non sono convenienti per la bella Venezia e controproducenti per il turismo, ma perché non è degno di una città civile e di una Chiesa di discepoli di Cristo che un figlio di Dio viva e poi muoia così come fosse una bestia indecorosa e abbietta.

Il pensiero che questo decesso miserevole sia avvenuto quasi a ridosso delle belle, luminose e calde liturgie natalizie, mi rattrista e mi avvilisce maggiormente e di primo acchito mi è venuto da rivolgermi ai veneziani e a tutti coloro che fanno soldi con i milioni di turisti perché ci offrano un milione, e forse uno e mezzo di euro, per costruire un ostello per i senzatetto.

Noi della Fondazione siamo pronti a mettere a disposizione la superficie e, in collaborazione col Comune, a gestire una struttura del genere. Nel villaggio dell’accoglienza degli Arzeroni ci starebbe bene una simile struttura, magari un alberghetto di classe uno alla francese con una stanzetta monacale ma essenziale, pulita e decorosa, per ogni senzatetto. I cittadini potrebbero acquistare dei buoni alloggio del costo di pochi euro per darli ai poveri che chiedono l’elemosina, piuttosto che offrire loro denaro del quale essi non sempre fanno buon uso.

Non mi si dica che le parrocchie di Mestre non potrebbero assumersi questo onere! Se chi è deputato a gestire la carità dei quattrocentomila cattolici della diocesi veneziana avesse un progetto ben lucido e la volontà di dare alla carità la stessa importanza della messa e del catechismo e il coraggio di proporlo in maniera seria, nel giro di un anno al massimo l’operazione potrebbe andare in porto, per poi pensare per il prossimo anno ad un altro progetto solidale.

Il contrappeso

Qualche giorno dopo l’incontro col Patriarca e i colleghi al “don Vecchi”, ho avuto modo di partecipare alla riunione del consiglio di amministrazione della Fondazione, che mi ha “ricaricato” di sogni, progetti, coraggio e di ottimismo.

Il consiglio di amministrazione della Fondazione si riunisce ogni due settimane ed è diretto da don Gianni, il giovane parroco di Carpenedo che sprizza scintille. A sentire questo prete, pare che nella vita non ci siano ostacoli o, quando si incontrano, sembra che faccia parte del gioco saltarli senza esitazione e senza paura, che anzi eccitino a pigliarli di petto.

Il Comune, dopo la sua resa di darci l’area di viale don Luigi Sturzo per l’opposizione di qualche cittadino tutto preoccupato del proprio benessere e per nulla attento e disponibile al bisogno degli altri, ci ha proposto l’assegnazione, in diritto di superficie, di un’altra area praticamente interclusa e gravata da un’infinità di problematiche a livello catastale e di legami legali. Anche le persone più coraggiose, di fronte a quella tela di ragno, avrebbero desistito, mentre don Gianni, con pazienza certosina e fine abilità, ha dipanato quella matassa quanto mai imbrogliata. Ma i suoi collaboratori diretti, il ragionier Rivola, il geometra Groppo e il geometra Franz non sono da meno. Lanfranco Vianello, pure lui consigliere, e il sottoscritto, invitato per cortesia, si sono riservati la funzione di pungolare questi “cavalli di razza”.

L’ultima riunione del consiglio mi ha, più che entusiasmato, letteralmente galvanizzato. E’ stato appena approntato il progetto e reperito il relativo finanziamento, mentre non è ancora partito il cantiere del “don Vecchi 5”, la struttura pilota per anziani in perdita di autosufficienza, che già s’è posto sul tavolo un ventaglio di proposte per una nuova struttura d’accoglienza per i mariti divorziati, i disabili che cercano una vita autonoma ed un ostello per operai ed impiegati fuori sede.

Mentre ascoltavo, deliziandomi, questo fuoco di artificio di progetti di persone che non temono il futuro, ma anzi lo sfidano e ne vanno all’assalto, m’è venuto da pensare che se il Patriarca fosse capace di reclutare una cinquantina di persone del genere che, nonostante la famiglia e la professione, sono disposte ad impegnarsi come volontarie per l’aiuto ai cittadini più fragili, potrebbe dormire sonni più tranquilli.

In passato ho letto una preghiera in cui si chiede al Signore di mandare “uomini folli” per salvare il nostro mondo. Io proporrei che alle preghiere dei fedeli se ne aggiungesse, in tutte le parrocchie e in tutte le messe, una per ottenere anche “preti folli” perché di prudenti, pii, equilibrati e benpensanti ne abbiamo fin troppi, nonostante la carenza del clero.

Resurrezione

La comunità “Cenacolo”, che io ho conosciuto tramite una cara volontaria che presta la sua collaborazione presso il Banco alimentare del “don Vecchi”, mi fa pervenire mensilmente la bella rivista “Resurrezione”, che è l’organo di una Onlus che si occupa del recupero dei tossicodipendenti.

Questa comunità è stata fondata da una certa suor Elvira, una religiosa che una ventina di anni fa ha ottenuto il permesso di uscire da una delle tante congregazioni femminili ormai ammuffite e stantie e ne ha fondata un’altra che ha come scopo il recupero dei molti soggetti che sono caduti in una delle tante devianze del nostro tempo, ed in particolare il recupero ad una vita normale dei tossicodipendenti.

Questa suora, in un tempo relativamente breve, ha aperto più di una sessantina di comunità in Italia, in Europa e in tutto il mondo. Lo sviluppo di questo istituto religioso e delle case da esso aperte, ha veramente del miracoloso. Di lei e della sua opera ho parlato più di una volta su “L’incontro” e spesso ho pubblicato delle bellissime testimonianze che la rivista riporta in ogni numero nella rubrica “Testimoni di speranza”. Sono storie raccontate in prima persona da parte di ragazzi entrati in una di queste comunità fondate da suor Elvira e che hanno trovato qui la loro “resurrezione”.

Quando mi arriva la rivista, per prima cosa guardo le foto, poi leggo i titoli, perché sono immagini e parole che sempre sprizzano vita, gioia e ottimismo. Normalmente queste foto che riportano il volto dei “redenti” e delle religiose che si occupano di loro, sono immagini di ragazzi e ragazze che esprimono allegria, ripuliti dalla vita in comunità che ha adottato, come metro per il recupero, la proposta e la vita di un cristianesimo integrale.

Ogni volta che apro la rivista ho la sensazione che il vivere seriamente le proposte del Vangelo di Gesù porti ad essere felici e a servire in letizia chi ha bisogno di un aiuto fraterno. Quando poi comincio a leggere le varie testimonianze, respiro un’aria di entusiasmo, sento come la gente ha ritrovato la strada in una vita serena, aperta e felice, raggiunta attraverso la preghiera.

La rivista “Resurrezione”, che fotografa la vita di queste comunità di recupero dei “rifiuti d’uomo”, è qualcosa che mette ali al cuore e fa capire che il vivere seriamente ciò che Gesù è venuto a insegnarci, è il modo migliore per vivere una vita libera e bella.

Ancora sull’autoreferenzialità

In relazione ad un mio talloncino pubblicato su “L’incontro” circa l’iniziativa della Caritas e della San Vincenzo di organizzare quest’anno il pranzo natalizio nella chiesa di San Girolamo, alla stregua di quello che va facendo da molti anni la Comunità di Sant’Egidio, ho ricevuto una lettera che pubblico di seguito, perché chi segue il nostro periodico comprenda meglio. Nel talloncino pubblicato dicevo semplicemente che mi faceva felice l’iniziativa del pranzo a San Girolamo, ma che mi faceva ancora più felice sapere che il Banco Alimentare del “don Vecchi” offre i generi alimentari ogni settimana a duemilacinquecento concittadini in difficoltà. Nient’altro!

Eccovi ora la lettera.

Stimata Redazione dell’Incontro,
ogni settimana vi leggo condividendo più o meno quanto scritto.
Lo stile provocatorio così esplicito mi è stato di aiuto per fare un po’ il punto sul mio percorso di fede, sul mio essere parte di una comunità e sulla mia figura di presidente di una Onlus, ma altre volte lo stile autocelebrativo è a dir poco fastidioso.
Anche sul n. 1 di domenica 6 gennaio 2013 a pagina 6 il commento della Redazione sulla grande tavola natalizia è sembrato ancora una volta voler ribadire a tutti quanto di più la Fondazione fa rispetto ad altre realtà. Madre Teresa era solita affermare che “non è importante quanto di dà ma come si dà.” Certo che poter dire di sfamare 2500 poveri alla settimana è una gran bella cosa che gratifica il lavoro di molte persone, ma anche chi ha ascoltato le pene di un ammalato in ospedale, la sofferenza di una mamma di fronte ad una gravidanza inattesa, l’angoscia dei familiari per un caro ammalato, sta svolgendo un servizio per il prossimo. Certo i numeri sono inferiori e hanno meno impatto emotivo ma sono ugualmente importanti agli occhi del Signore perchè “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 24,40) perciò, ogni tanto, carità e servizio attivo e silenzioso.

Furegon Brunella

Ed ora eccovi la risposta:

Sono d’accordo con Teresa di Calcutta e non mi è mai passato per la mente di non apprezzare quello che altri fanno in altri settori; infatti collaboro con più di un ente benefico. Mentre, essendo anch’io parte della Chiesa veneziana, voglio ribadire che non condivido “la carità spettacolo ed una tantum”, pur sapendo bene cosa fa la San Vincenzo per essere stato anch’io uno dei cofondatori della Mensa di Ca’ Letizia e poi uno dei corresponsabili per molti anni.

Secondo: sono poi del parere che si debba puntare, per quanto è possibile, ad offrire aiuti adeguati e non simbolici – vedi la vecchia abitudine del pacco a Natale e, forse, a Pasqua.

Terzo: mi sono speso ed intendo spendermi ancora per un coordinamento tra le varie attività di solidarietà all’interno della Chiesa di Venezia per una maggior consistenza di aiuti e per una copertura di tanti “spazi” purtroppo ancora non presidiati – vedi il discorso rimasto un binario morto, della “cittadella della solidarietà”.

Infine ringrazio la signora Furegon perché il dialogo e il confronto per me sono sempre utili, purché si rimanga con i piedi per terra.

Il banchetto a san Girolamo

La televisione locale, il giorno di Natale, ha dedicato qualche carrellata del telegiornale all’iniziativa della Caritas e della San Vincenzo mestrina che hanno organizzato per il giorno di Natale un pranzo per 200 poveri nella chiesa di San Girolamo. Ho così avuto modo di vedere il Patriarca e il suo seguito e i giovani e meno giovani camerieri con la casacca bianca con la scritta “Caritas” fatta confezionare per l’occasione.

Nella chiesa più antica di Mestre s’è celebrata, il 25 dicembre, una splendida eucaristia col “corpo visibile di Cristo” o, per essere intonati alla liturgia, col presepe con “il figlio dell’Uomo” rappresentato realmente dalla parte più fragile dell’umanità mestrina.

Finalmente si sono inverate, almeno parzialmente, le affermazioni di Gesù: “Avevo fame, avevo sete, era nudo, senza casa, ammalato e carcerato, e tu?” L’iniziativa m’è parsa il più bello e vero “pontificale” che si sia celebrato in occasione del Natale e sono stato felice di vederlo presiedere dal nostro Patriarca.

Tuttavia, di primo acchito, le immagini di San Girolamo mi sono sembrate una pallida fotocopia di quanto ha fatto, come ogni anno, la Comunità di Sant’Egidio a Roma e Padova e nel mondo intero. Il giornalista infatti diceva che i commensali di Sant’Egidio quest’anno hanno raggiunto i trecentomila. Ed io so che la “Tavolata di Sant’Egidio” è l’espressione di un impegno serio, quotidiano ed autentico che questa comunità porta avanti in tutti i settori della povertà.

Quella di San Girolamo mi sarebbe sembrata una parata di cattivo gusto e falsa se essa non fosse supportata dalle mense di Ca’ Letizia, dei Cappuccini di Mestre, di Altobello, del Redentore, della Tana e di altri conventi francescani. E se non sapessi che il Banco alimentare del “don Vecchi” offre generi alimentari per duemilacinquecento persone ogni settimana, quasi altrettanto la Bottega Solidale e un po’ di meno la Banca del Tempo Libero di Mestre e i frati di Sant’Antonio di Marghera.

Son felice che la carità della chiesa di San Marco sia fortunatamente presente e visibile a Mestre e Venezia. E ancora il pranzo natalizio di San Girolamo mi aiuta a sperare che il nuovo Patriarca elabori un progetto e dia un volto più organico ed efficace alla “carità” del popolo di Dio, in maniera che il “Cristo povero” presente nelle nostre città sia più amato ed aiutato e abbia almeno le stesse attenzioni che i cristiani riservano al Cristo presente nel pane eucaristico.

Volontari autentici samaritani

I miei ricordi dei tempi ormai tanto remoti in cui ho frequentato le aule scolastiche, sono spesso nebbiosi e assai sfumati. Mi spiace, ma non ricordo proprio se sia stato Mazzini, Garibaldi o Cavour ad affermare: “Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani!”.

E’ stato laborioso e difficile unire gli staterelli che formavano lo stivale, ma pare tanto più difficile “fare gli italiani” se a 150 anni dall’unità d’Italia ci stiamo ancora arrabattando per trovare un denominatore comune tra nord e sud, tra laici e cattolici, tra destra e sinistra.

Questa logora reminiscenza scolastica mi viene in mente in occasione di “scaramucce” e talvolta “guerre” all’interno delle associazioni di volontariato o tra le stesse che formano quello che io, con una certa enfasi, chiamo “Il Polo Solidale del don Vecchi”.

Tantissime volte ho parlato di questa splendida realtà nata in simbiosi con i nostri Centri don Vecchi, realtà che, a parer mio, non trova l’eguale non solo nella nostra diocesi, ma pure in altre città, sebbene intraprendenti ed operose.

La “dottrina” che fa da supporto a queste associazioni, l’efficienza, il volume di solidarietà, il numero di volontari e soprattutto la folla di fruitori, rappresentano qualcosa di miracoloso. Basti pensare che i Magazzini san Martino ritengono di avere 30.000 “visite” all’anno, che il Banco Alimentare aiuta 2500 poveri alla settimana, che “La Buona Terra” distribuisce dai 15 ai 20 quintali di frutta e verdura al giorno, per rendersi conto di ciò che rappresenta questo polo.

Io però, prete, son consapevole che “il bene va fatto bene”, perciò gli ideali che motivano questo servizio, l’armonia e la serenità all’interno di ogni associazione e tra le stesse, la gentilezza e l’amabilità verso i fruitori dei relativi servizi, il disinteresse, la letizia e serenità e, soprattutto, la carità cristiana, dovrebbero essere il distintivo e il punto di forza di questo “Polo Solidale”.

Di questo stile di servizio, di questa benevolenza verso l’interno e l’esterno, non riesco proprio ad essere né certo, né orgoglioso. Spero che qualcuno mi aiuti a fare, dei duecento e più volontari, degli autentici “samaritani”. Però perché ne siamo molto lontani per ora non mi resta che pregare il Signore.

Le nenie natalizie e i poveri

Oggi è stata una giornata di nebbia: freddo, umidità, cielo cupo. E la serata è ancora peggiore. Quando ero bambino mio padre affermava che queste erano “sere da ladri”.

Me ne sto nel mio studiolo caldo, con la lampada da tavola che illumina il foglio bianco. Ho appena letto nel Vangelo di Luca la risposta che Giovanni Battista dà alla gente che gli chiedeva che cosa dovesse fare per trovare pace: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto».

Fra pochi giorni pensai, sarà la festa di Natale: regali, pranzi con i fiocchi a casa, e nelle chiese dolci canti, ricchi di sentimento, di melodia, alleluja a non finire, pastorali e prediche sul presepe, il bambinello Gesù, la stella, i pastori e l’Incarnazione. Le donne in pelliccia, i bambini con giubbotti ben caldi e mariti messi a nuovo che per Natale non mancheranno alla messa di mezzanotte.

Però a questi suoni e a queste immagini romantiche nel mio animo si sovrapponevano quelle dei poveri della mensa dei frati, di Ca’ Letizia e di Altobello, gli ospiti dell’asilo notturno, la stazione sovraffollata di senzatetto, le prostitute discinte per le strade in attesa di offrire “amore a pagamento” e le donne dell’est in cerca disperata di trovare qualche vecchio a cui badare e, sia pure, una squallida stanza in subaffitto.

Avvertivo nell’animo uno stridore insopportabile. Si dica quello che si vuole, ma certi sermoni mi sembrano più bestemmie che atti di fede. La mia Chiesa non può continuare a vivere in questa terribile ipocrisia da farisei. Mi viene in mente l’augurio del defunto vescovo di Molfetta: «Vi auguro un Natale scomodo, un Natale da Cristo che turbi la coscienza dei benpensanti!».

Ho un bell’affermare che al “don Vecchi” si offrono ogni settimana generi alimentari a 2500 persone, che ogni giorno si rendono disponibili 15 quintali di frutta e verdura e vestiti a volontà per un euro (e talvolta anche solo 50 centesimi), che al “don Vecchi” hanno trovato rifugio quasi 500 vecchi poveri in 315 alloggi!

Questo non mi basta per mettere la mia coscienza in pace. Giovanni gridò : «Potrete scoprire e incontrare il Salvatore solamente se cederete una delle due tuniche e metà del vostro cibo!» Ho paura che noi cristiani corriamo il rischio, ancora una volta, di incontrare spesso solamente una bolla di sapone iridata, pronta a scoppiare al primo soffio di vento, piuttosto che Colui che può dare serenità all’oggi e speranza per il domani.

Il costruttore benefico

Qualche giorno fa la direttrice della sede del Banco San Marco di Viale Garibaldi mi ha telefonato annunciandomi che un certo Ernesto Cecchinato aveva versato centomila euro a favore della Fondazione Carpinetum per la costruzione del “don Vecchi 5” per gli anziani in perdita di autonomia.

Di primo acchito non riuscii ad orizzontarmi, poi pensai alla telefonata di un responsabile dell’AVIS di Marghera che, qualche tempo prima, mi aveva chiesto le coordinate bancarie perché un novantenne di Bassano voleva fare un’offerta per il “don Vecchi”. Infine chiesi in banca l’indirizzo del generoso benefattore ed allora, pian piano, capii che si trattava di una cara e vecchia conoscenza: l’ingegner Ernesto Cecchinato.

Conobbi personalmente l’ingegner Cecchinato in un’occasione particolare che mi piace ricordare. Sapevo da sempre che questo professionista mestrino, assieme ad un certo “faccendiere” di Carpenedo, aveva bonificato le cave che soprattutto un altro paesano di Carpenedo, il signor Casarin, aveva scavato per cuocere i mattoni nella sua fornace. Nella periferia di Mestre, in quello che poi fu chiamato viale don Sturzo, si trovavano e si trovano tuttora degli strati di argilla con cui si facevano tegole e mattoni a mano in quantità. L’ingegner Cecchinato progettò e realizzò tutti quei fabbricati del viale che ora ha, ai bordi, due magnifici ed imponenti filari di pini marittimi.

Fu un’operazione terribilmente faticosa ed intricata, per la solita burocrazia comunale che anche attualmente mette i bastoni fra le ruote alla costruzione della Torre Cardin, ma che pure vent’anni fa non era meno ottusa ed ingombrante. Tali e tante furono le complicazioni e gli ostacoli, che questo ingegnere finì per prendersi un grave esaurimento nervoso da cui venne fuori dedicandosi alla pittura.

Otto o nove anni fa l’ingegner Cecchinato si presentò al “don Vecchi” chiedendomi se volevo accettare i suoi dipinti. Si trattava di 150 quadri ad olio, di buona fattura, già incorniciati. Li accettai di buon grado perché sono appassionato di pittura e perché mi dava modo di ornare l’immensa sala dei 300 ove ogni settimana celebro messa per i residenti. In quella occasione l’ingegnere mi regalò pure cinque milioni.

Ora questi paesaggi, come murrine ricche di colore, mi sorridono ogni volta che dico messa. Da sempre questi quadri mi ricordavano il volto buono e caro del concittadino costruttore. Ora quel ricordo si ravviva e si impreziosisce per il rinnovato gesto di fiducia e di solidarietà.

Al “don Vecchi” una targa di bronzo ricorderà per i secoli il munifico benefattore.

Anime morte

Non passa giorno che soprattutto qualche donna dell’est, moldava, rumena o ucraina, non venga al “don Vecchi” per chiedere di poter trovare un lavoro.

Una decina di anni fa, quando “inventammo” il “Senior Service” del don Vecchi, queste lavoratrici dell’emigrazione accettavano tutto. Non conoscevano quasi l’italiano, comunque tutte si presentavano dicendosi disponibili per le 24 ore, ossia per un’assistenza giorno e notte, tutti i giorni della settimana, per 600, 700 euro al mese. Le mettevamo a contatto con la coda di richiedenti e queste giovani donne si “seppellivano” anche in piccoli e poveri alloggi, condividendo con vecchi affetti dall’Alzheimer o dal Parkinson, la triste vita, lontane dalle loro famiglie.

Poi, pian piano, presero coscienza dei loro diritti e cominciarono a chiedere un giorno di libertà, due ore di riposo al giorno, un mese di ferie pagate, per rientrare nei loro Paesi lontani, la regolarizzazione sindacale, una stanza per conto proprio o qualche altra cosetta ancora, valutando il peso dell’assistito, e il tipo di malattia. Però la coda di richiedenti si è prima assottigliata e poi è scomparsa. La crisi raggiunse anche i ceti medi che un tempo potevano permettersi la badante.

Oggi le badanti mi appaiono come “anime morte” che vagano in città in cerca di un alloggio, di un lavoro, tra l’indifferenza e il sospetto di un popolo non ancora pronto ad accogliere il diverso e a condividere il dramma che ha colpito l’Europa e il mondo.

La crisi è per tutti, ma per il popolo delle badanti è doppia, forse tripla.
Qualche giorno fa una giovane donna moldava mi supplicava di indicarle un lavoro perché, per mangiare, si arrangiava in qualche modo andando dai frati o alla San Vincenzo, ma per dormire non c’era porta che si aprisse ed anche per una stanza condivisa con altre due o tre coinquiline le domandavano al minimo duecento euro.

Le ho chiesto il numero di cellulare, pur sapendo che non la chiamerò mai, perché da settimane e settimane si accumulano sulla mia scrivania numeri di cellulari con nomi di donne ed uomini stranieri, e pure italiani, che stanno cercando con angoscia un posto di lavoro a qualsiasi titolo e con qualsiasi remunerazione, però il cumulo di richieste continua a crescere piuttosto che a diminuire.

Mi duole il cuore pensando a questa donna che, come tante altre, continua a cercare invano nel freddo e nell’indifferenza, un lavoro, mentre nella mia Chiesa si continua a pensare quasi esclusivamente agli angeli del cielo!