Sono con la Severino

Una volta ancora ribadisco che ammiro quanto mai la Severino, ministro di grazia e giustizia del governo tecnico. L’ammiro talmente da temere di finire per innamorarmi di questa cara donna che ragiona col cuore e con la testa tra tanti parlamentari balordi e senza senno.

Una volta ancora ella ha ribadito anche in questi ultimi tempi che è opportuno adottare soluzioni alternative al carcere, perché da un lato le sfoltirebbero da un sovraffollamento crudele ed incivile, e dall’altro recupererebbero ad una vita ordinata e civile tanti condannati che nelle patrie galere sono praticamente costretti ad iscriversi alla “Università del malaffare” perché le carceri italiane sono tali, benché si dica che hanno il compito di rieducare i detenuti.

C’è un solo punto su cui dissento, osservando che da tanto tempo annuncia provvedimenti del genere, ma poi finisce per rimandarli a motivo degli ostacoli che incontra da parte dei parlamentari che avrebbero, loro, più di un motivo per essere messi dentro. Sarei più contento se dicesse a tutti, bianchi, rossi o verdi: «O mi autorizzate a far così, altrimenti ritorno al mio mestiere!».

Qualche tempo fa raccontai agli amici che incontrai “un galeotto” che aveva scontato la sua pena e s’era fortunatamente trovato un lavoro dignitoso e forse, vivendo da mane a sera tra le tombe, aveva compreso il vero senso del vivere: in una parola s’era redento. Sennonché lo Stato aveva scoperto che gli mancavano ancora da scontare venti giorni di galera e non ci sono stati santi a evitarglieli: “la giustizia deve fare il suo corso”, come affermano i forcaioli Di Pietro e Bossi! E’ andato in carcere, lo Stato ha speso almeno cinquemila euro per mantenerlo ed è uscito, fortunatamente, senza rancore.

Ora, nel tempo libero dal lavoro, fa il volontario al “don Vecchi”. Termina all’una, mangia un panino in piedi e poi porta carrelli di vestiti da un magazzino all’altro del “don Vecchi”.

Qualche giorno fa l’incontrai durante il tempo del suo doppio lavoro, mi sorrise con tenerezza ed affetto, quasi a dirmi “non sono quel mostro che la giustizia mi reputa”. Allontanandomi pensai che più di un secolo fa Victor Hugo aveva insegnato questo ne “I miserabili”. La nostra società, purtroppo, rimane sempre più ottusa ed incapace di credere nell’uomo.

“Nessuno è profeta in patria”

Qualche settimana fa è venuta al “don Vecchi” una delegazione della Caritas diocesana di Trieste per prendere visione dell’impostazione del polo caritativo che in questi ultimi anni s’è sviluppato attorno al nostro Centro.

E’ normale che la notizia di certe iniziative di solidarietà si diffonda, portata sull’onda dell’etere o della carta stampata e ci sia chi voglia verificare sul campo la consistenza, le modalità ed i traguardi raggiunti. Chi ha a cuore certi problemi sta con le orecchie sempre tese e lo sguardo aperto per sentire e vedere ciò che avviene fuori dal suo piccolo mondo.

Anche a me capita spesso di apprendere dalla stampa ciò che sì sta facendo altrove e talvolta mi lascio andare a sentimenti di invidia nell’apprendere iniziative più o meno originali, ma sempre utili per chi è in difficoltà e spesso mi angustio per non essere capace di coinvolgere colleghi e comunità cristiane in questo sforzo di affrontare sempre nuovi servizi per tentare di dare dette risposte adeguate alle vecchie e nuove povertà.

Confesso poi che provo una certa amarezza nel constatare come il mondo cattolico della Chiesa veneziana sembri spesso indifferente ai tentativi, i progetti e soprattutto alle realizzazioni di solidarietà che sono nate attorno al “don Vecchi”.

Credo che siano pochi a Mestre che non sappiano dell’esistenza di questa iniziativa a favore degli anziani poveri, della quale s’è perfino interessata una rete televisiva del Giappone, mentre è un numero assai esiguo quello dei concittadini che hanno sentito il dovere di mettere il naso dentro at “don Vecchi” e ancor meno i preti, i responsabili delle parrocchie e degli organismi caritativi ufficiali detta diocesi che abbiano preso visione e si siano confrontati e che abbiano tentato di mettersi in rete per una indispensabile sinergia se si vuole contrastare il bisogno e dar corpo alla carità concreta.

Ho visto con piacere questa gente che, come la regina di Saba, viene da lontano per vedere. Altrettanto mi spiace che i concittadini e i fratelli di fede vi rimangano indifferenti. Quando mi prende questa malinconia mi consolo con la parola di Gesù: “Nessuno è profeta in patria” e tiro avanti in solitudine.

La “veste nuziale”

Nel mese dì novembre due delle principali associazioni di volontariato che operano al “don Vecchi” e che hanno fatto di questo Centro uno dei poli più significativi e consistenti della solidarietà nel Triveneto, hanno giustamente ritenuto opportuno invitare ad un incontro conviviale i relativi associati.

Papa Giovanni, quando era Patriarca a Venezia, affermava di sovente che il modo migliore per intendersi e risolvere incomprensioni e diffidenze, era quello di “mettere le gambe sotto la tavola”; il mangiare assieme facilita l’intesa e la comprensione.

Al “don Vecchi” lavorano circa 250 volontari nei vari comparti e il relativo reclutamento non avviene mediante un esame preliminare con lo psicologo o il sociologo dell’ufficio personale, ma le porte dello “stabilimento” sono aperte a tutti: a persone che maturano la scelta seria di donare un po’ del proprio tempo, della propria esperienza professionale al prossimo, ma sono egualmente aperte a chi cerca di passare il tempo in compagnia di qualcuno, a chi è esaurito, a chi è mandato dai servizi sociali del Comune o del tribunale per un reinserimento nella vita sociale, a chi non sarebbe mai assunto in nessuna azienda per un deficit mentale e perfino a chi spera di portare a casa qualcosa.

La mia gente consiste in una specie di esercito di Brancaleone talvolta irrequieto, individualista, che convive con anime elette che sanno accettare anche i “figli prodighi”. Mi pare ogni giorno dì più che esso possa continuare a stare in piedi e a produrre carità, forse non di prima qualità, ma pur preziosa e necessaria.

Mentre qualche tempo fa ho partecipato ad uno di questi incontri conviviali, mi sono sentito dentro, fino in fondo, alla parabola degli invitati a nozze.

Quando gli invitati ragguardevoli che, per un motivo o per un altro, declinavano l’invito con pretesti vari, concludendo “Abbimi per iscusato”, il re che voleva gente alle nozze del figlio, disse ai servi: «Andate per le strade ed invitate ciechi, zoppi e sciancati perché ci sia festa».

Io non ho mai pensato di realizzare la parabola evangelica, però fortunatamente, senza pensarci, mi ci sono trovato felicemente dentro. La vita non è facile neanche da noi, perché alcuni neppure sanno della “veste nuziale”, pero spero tanto che, magari ognuno a modo suo, lo impari, prima o poi.

Il problema dei bossoli e delle candele

La diocesi di Venezia ha avuto delle splendide figure di Patriarchi, due dei quali, Roncalli e Luciani, nel lasso di pochi anni sono stati chiamati a sedere nella cattedra di Pietro. Io però ricordo con grande ammirazione pure altre figure di Patriarchi che credo non sia giusto definire minori.

Di questi ultimi ho conosciuto, solamente per fama, il cardinale La Fontaine, mentre ho conosciuto di persona i cardinali Piazza, Agostini, Urbani. Mi piacerebbe dar testimonianza del valore di ognuno di essi perché hanno guidato la Chiesa di Venezia in tempi difficili. Cito solamente il veneziano cardinal Urbani, cui toccò in sorte il tempo amaro della contestazione. Di questo vescovo ricordo una sua particolare massima per dire a tutti quanto gli fosse difficile mettere il prete giusto al posto giusto. Con arguzia tipicamente veneziana, affermava: «Talvolta mi capita di avere una candela grossa, però ho un bossolo piccolo e talaltra ho un bossolo grande ma una candela fina”.

Quant’è difficile trovare il posto giusto a chi ti offre la sua disponibilità a dare una mano nelle opere di bene!

La mia ammirazione per questo vescovo certamente non è determinata da questo suo fiorito modo di argomentare, ma spesso mi sovviene quando qualcuno mi offre la sua disponibilità.

C’è sempre un grande bisogno di collaborazione, però il compito più difficile è quello di trovare il posto giusto per il tipo di persona, di attese e di competenze di chi si offre, perché spesso “il bossolo” per mettere la candela non è il più idoneo.

Ho gruppi che si lamentano di essere in pochi, d’aver troppo lavoro, però quando metto a loro disposizione il nuovo o la nuova venuta fanno subito i difficili e pare che invece di spalancare le braccia ad un’accoglienza cordiale ed affettuosa, si chiudano a riccio, quasi gelosi che qualcuno rubi loro il posto e che non sia idoneo o che tolga loro la corona del martirio per la causa a cui si dedicano.

Spessissimo mi trovo imbarazzato perché quando qualcuno risponde all’appello, incontro difficoltà pressoché insuperabili per l’inserimento. Il volontariato è una delle imprese più ardue e difficili per chi deve condurre questo esercito raccogliticcio, volubile e pretenzioso. Dico questo non per farmi commiserare, ma solo sperando che qualcuno comprenda il difficile “mestiere” che ho accettato di fare.

Il punto ove trovare il cristiano

Qualche settimana fa il parroco di Tessera ha pensato bene, nel quadro dell’anno della fede, di organizzare un incontro nella sua comunità per evidenziare che la fede, per essere tale, deve sfociare nell’alveo della carità.

All’interno di questa paraliturgia ha ritenuto opportuno che io portassi la mia testimonianza per quanto s’è fatto a Mestre negli ultimi cinquant’anni a livello di solidarietà.

Nonostante la cosa mi risultasse gravosa, però a motivo della stima che nutro per questo parroco e della mia totale condivisione per questa linea ideale, ho accettato, pur con disagio per la preoccupazione di poter essere giudicato uno che si fa bello per aver tentato di fare quello che ogni prete deve fare.

Ho iniziato la mia testimonianza dicendo che se si vuole scoprire dove sta il cristiano, nel guazzabuglio di idee che spumeggiano in questo mondo, bisogna usare le famose coordinate: la longitudine e la latitudine. La prima: la longitudine, il cristiano è uno che crede in maniera totale a Dio, a Gesù che ci ha parlato in suo nome e nella Chiesa che custodisce e trasmette il messaggio di Cristo. La seconda: la latitudine è costituita dalla carità, “ama il prossimo tuo come te stesso”. Nel punto di incrocio fra queste due dimensioni si trova il cristiano.

Ho tentato quindi di parlare degli eventi di solidarietà in cui mi sono trovato coinvolto e a cui ho tentato di dare il mio apporto.

A San Lorenzo dal 1956 al 1971: la mensa di Ca’ Letizia con cena e poi colazione – il magazzino degli indumenti – docce – barbiere – vacanze estive dei vecchi e dei ragazzi – il mensile “Il prossimo” – i gruppi per la casa di riposo e per l’ospedale – il “Caldonatale” – gruppi caritativi nelle parrocchie di Mestre, il settimanale la Borromea.

A Carpenedo dal 1971 al 2005: il Ritrovo degli anziani – Villa Flangini, la Malga dei faggi e il mensile “L’anziano” per i vecchi e la rivista Carpinetum per le famiglie – radio Carpini – il gruppo “Il mughetto” per i disabili – il gruppo “San Camillo” per gli ammalati – i gruppi di adulti e di giovani della San Vincenzo – il gruppo per il terzo mondo – le prime residenze per gli anziani (Piavento, Ca’ Dolores, Ca’ Teresa, Ca’ Elisabetta e Ca’ Elisa).

Da pensionato dal 2005 al 2012: i Centri “don Vecchi” – due a Mestre, uno a Marghera e uno a Campalto. La fondazione del settimanale L’Incontro, Il polo solidale del “don Vecchi”, costituito da tre associazioni di volontariato:

  • “Vestire gli ignudi” (i magazzini dei vestiti cui convergono 30.000 persone l’anno);
  • “Carpenedo solidale” per il ritiro di mobili ed arredo per la casa e i supporti per gli infermi e il “Banco alimentare” con 2500 assistiti alla settimana;
  • “La buona terra” per la distribuzione di frutta e verdura (15 quintali al giorno).

In complesso più di 200 volontari sono impegnati in queste attività. Ora stiamo lavorando per il “don Vecchi 5”.

Guardando indietro devo constatare che il buon Dio mi ha donato una bella avventura, so bene che “tutto è grazia” e che basta lasciarsi condurre sempre dalla Provvidenza e divenirne l’umile braccio operativo.

Le soluzioni ci sono ma…

Qualche giorno fa, di primo mattino, mentre riassettavo le ceriere ed i lumini della chiesa della mia “diocesi” popolata da non moltissimi vivi, mi ha raggiunto una inaspettata telefonata dall’Agordino. Un signore mi chiedeva di potermi incontrare per avere più precisi ragguagli sulla nostra meravigliosa realizzazione nei riguardi degli anziani.

Per caso aveva scoperto in internet il “don Vecchi” come una delle “nove meraviglie del mondo”. Spinto dalla curiosità, il mio interlocutore telefonico mi confessò pure che un giorno, in incognito, era venuto a “spiare” il nostro Centro ed aveva visto la hall animata da tanti anziani che gli sono parsi tanto vivi e contenti. Da questa “scoperta” gli era nata l’idea di poter trasformare un suo condominio ad Alleghe, di cui era comproprietario con altri soci, in un Centro per anziani simile al nostro.

A me è venuto il sospetto che la sua sia stata un’operazione commerciale che non ha avuto buon esito, soprattutto a causa della crisi che ha falcidiato le richieste di affitto, durante la stagione estiva ed invernale, di questi costosissimi appartamentini di montagna. Comunque rimango convinto che sia sempre opportuna ogni operazione che sia posta in atto a favore dei nostri vecchi.

Gli risposi che sarei stato ben felice di incontrarlo per mostrargli più direttamente la nostra struttura, ma soprattutto la dottrina che la supporta, cioè offrire un alloggio protetto agli anziani meno abbienti, tanto che anche chi ha una pensione sociale possa abitarvi e vivere, o almeno a sopravvivere, dignitosamente.

Purtroppo ho già incontrato un numero consistente di imprenditori che pensavano di fare un business con questo tipo di alloggi, poi però, quando ho parlato loro di quanto pagavano gli utenti, “è cascato l’asino” perché la nostra è un’operazione sociale con motivazioni ideali e quindi non è realizzabile per chi non accetta la logica della solidarietà.

Ora non mi resta che sperare che il Signore di Alleghe e i suoi amici, magari con qualche aiuto del loro Comune, vogliano entrare in questa logica squisitamente cristiana di concepire il nostro vivere su questa nostra terra.

L’ultimo miracolo

Mi ha amareggiato e preoccupato quanto mai quando una scheggia impazzita è schizzata da una delle associazioni di volontariato che ogni settimana offrono generi alimentari e frutta e verdura a duemilacinquecento concittadini che non hanno denaro sufficiente per sopravvivere in questo tempo di crisi che colpisce soprattutto i più deboli.

Temevo che i contrasti interni finissero per danneggiare la folla di poveri che quotidianamente raccoglie presso il “don Vecchi” la “manna” che fortunatamente cade dal cielo.

Ho tentato con tutte le mie forze e le mie risorse di imbrigliare questa “scheggia” perché non solo non disperdesse la sua energia ma, una volta incanalata, finisse per offrire più luce e conforto. L’impresa non è stata facile, perché è sempre stato difficile guidare quello che nasce dal sospetto e dal dissenso. I primi tempi sono stati tribolati ed incerti, ma poi, pian piano, la cosa ha cominciato a funzionare ed ora sembra davvero promettente, anzi provvidenziale.

E’ vero che la sinergia rappresenta la soluzione ottimale, ma quando risulta impossibile ci si deve accontentare almeno di una concorrenza non belligerante. Così è nata al “don Vecchi” la nuova associazione di volontariato che è stata battezzata col nome augurale e riconoscente “La buona terra”. Essa conta già una quindicina di volontari, ha un presidente, un codice fiscale, gestisce ogni giorno una quindicina di quintali di frutta e verdura, possiede un furgone, ha un “fatturato” di un migliaio di euro mensili e accontenta tre, quattrocento bisognosi alla settimana e, meraviglia delle meraviglie, riesce anche a fornire frutta e verdura alla mensa della San Vincenzo e a quella dei frati.

Una volta tanto una calamità è diventata un’opportunità ed una bella prospettiva per il futuro. Di certo questo evento ha ulteriormente aggravato il cuore già affaticato di questo vecchio prete.

Ci sono ancora campioni

Non sto qui a ripetere una vecchia storia che per me è stata una bella avventura, ma che al “mio mondo” può non interessare o essere addirittura noiosa. La riassumo brevemente.

Essendo venuto a conoscenza che presso l’ospedale oncologico di Aviano della gente volonterosa aveva aperto una foresteria per accogliere i parenti degli ammalati provenienti da lontano e sapendo che tantissime persone salivano dal sud più profondo per cure presso l’oculistica di Mestre – allora c’era il primario Rama, che rappresentava una delle eccellenze in questo settore – tentai di ripetere l’iniziativa anche a Mestre. Acquistai un appartamento presso l’ospedale, lo suddivisi in sei stanzette, tanto da ricavarne 10 posti letto, aggiunsi un bagno, cercai una direttrice e lo chiamai “Foyer San benedetto” in memoria della proverbiale virtù dell’ospitalità dei seguaci di san Benedetto da Norcia.

All’inizio la conduzione risultò alquanto tormentata perché, pur essendoci a Mestre duecentomila battezzati che ritengono di essere discepoli di Gesù, è difficile trovarne anche uno, o una sola, disposta a diventare “padre e madre di famiglia”, capace di aprire la porta di casa all’ultimo naufrago della vita e condividere la propria dimora con un’altra decina di persone sconosciute che cambiano più volte la settimana.

Fui fortunato come sempre. Dopo i primi infortuni arrivò la Cleofe, vedova da poco, mingherlina e fragile, ma dal polso fermo come un ufficiale prussiano. Quindi, andata in pensione per vecchiaia, arrivò la Maria, una carissima donna dal volto sorridente e dal cuore d’oro, che non solo condusse avanti in maniera splendida il Foyer per anni, ma si preparò perfino chi le succedesse (forse nell’inconscio intuì che il Signore l’avrebbe chiamata presto in cielo, infatti fu così).

Ora c’è Teresa, una maestrina del sud che ha raccolto l’eredità di Maria come un tesoro autentico. Teresa è una ragazza che sa veramente far miracoli. Ogni volta che il mare agitato della nostra società abbandona sul bagnasciuga un “relitto” che mi capita di raccogliere, ricorro a lei, che riesce a trovare sempre una soluzione.

Qualche giorno fa mi è stato riferito che non avendo posto, concesse il suo letto all’ospite e lei ha dormito in una brandina da campo. Il giorno dopo, essendo occupato anche il letto di fortuna, ha chiesto ad un’amica di ospitarla, per non rifiutare l’ultima venuta.

Quando seppi, mi ricordai di Giacobbe che ottenne la salvezza della città facendo presente a Dio che in quella città c’erano ancora 10 giusti.

Finché a Mestre ci saranno ragazze del genere credo che, nonostante tutto, Dio avrà pietà di noi.

Il commerciante benefico

La segretaria di un noto commerciante di Mestre mi ha telefonato per informarmi della morte del suo titolare. A pochi minuti di distanza un’agenzia di pompe funebri mi confermò la notizia e mi chiese di fissare giorno e ora per il commiato. Queste tristi notizie sono frequenti per me e per tutti perché nella nostra città ogni giorno se ne vanno, più o meno silenziosamente, una dozzina di concittadini per raggiungere la “casa del Padre”.

La notizia di oggi però ha per me connotati ed impatto un po’ diversi dal solito. Questo commerciante lo conoscevo indirettamente da molti anni perché i miei collaboratori nel settore della carità me lo avevano segnalato per la sua particolare generosità ed anche quando si è ritirato dal commercio aveva talmente insegnato ai suoi dipendenti il valore della solidarietà che chi gli successe nella sua azienda continuò ad essere generoso.

Lo conobbi invece di persona circa un paio di anni fa. Egli infatti mi invitò a casa sua, si informò delle mie attività a favore dei vecchi e dei poveri, mi chiese la ragione sociale della struttura con cui opero e poi si lasciò andare ad un discorso del tutto confidenziale. Mi disse che ormai era vecchio, assai acciaccato e sentiva che la fine doveva essere prossima, così aveva deciso di destinare il suo patrimonio in maniera lucida. Continuò dicendo che ammirava il mio impegno solidale e che aveva pensato di destinare il suo appartamento per le opere in cui sono impegnato, perché questo servizio verso i poveri potesse continuare a svilupparsi. Gli lasciai i dati della Fondazione Carpinetum e uscii dalla sua casa edificato da tanta lucida saggezza e generosità.

Non ci sentimmo mai più, solamente oggi mi giunge la notizia della sua morte pressoché improvvisa. Non so se abbia dato corso ai suoi propositi nei riguardi della Fondazione, so invece che più volte ha beneficato l’Avapo, in cui pure aveva fiducia e di cui ammirava la giovane ed intelligente presidente.

Comunque vadano le cose, la testimonianza discreta ed appartata di questo concittadino generoso è per me motivo di consolazione e di stimolo a ben pensare.

P.S. Ha destinato il suo appartamento alla Fondazione.

“Temi lo Stato anche quando ti fa doni”

Un giorno, scherzando con degli amici, sono arrivato a definirmi come un anarchico individualista; poi, a scanso di equivoci, perché non si pensasse che io sognassi di buttar bombe contro le istituzioni, aggiunsi che però, contemporaneamente, credevo e volevo praticare la non violenza gandhiana.

Traduco in chiaro questi discorsi che sanno di paradosso. Lo Stato, così com’è articolato e come si muove attualmente, mi sta molto, molto stretto. Della destra berlusconiana sposo un pezzettino di dottrina, molto piccolo, ma significativo, che si traduce con lo slogan “Meno Stato e più libertà”. Ho la sensazione che la burocratizzazione delle istituzioni pubbliche sia così legnosa, macchinosa ed opprimente che ti avviluppi in maniera tanto ossessiva, così da scoraggiarti in ogni iniziativa e soffocarti con le sue lungaggini, le sue carte, i suoi regolamenti e i suoi burocrati, talmente stupidi da costringerti ad infiniti adempimenti formali piuttosto che facilitate più limpide iniziative di carattere sociale.

Non dico che mi conforta il fatto che gli imprenditori esteri non investono in Italia a motivo delle lungaggini e del balzelli degli enti pubblici, ma ciò mi riconferma nel rifiuto che provo verso questo Stato burocratico.

Vengo al motivo che giustifica questa premessa. La Regione ci ha concesso un mutuo di due milioni ottocentomila euro per l’esecuzione di una struttura “esperimento pilota” a favore degli anziani in perdita di autonomia, ma per darteli realmente e per assicurarsi che tu li spenda come pattuito, ti costringe ad una fideiussione del costo di cinquanta-sessantamila euro, oltre una marea di carte di tutti i tipi.

Quando l’altra sera al consiglio di amministrazione della Fondazione sono venuto a conoscere questi discorsi, m’è venuta in mente una massima dell’antica Roma: “Timeo danaos et dona ferentes”, temo i greci anche quando mi portano un dono!, tanto erano astuti e interessati. Questa volta vedo nei greci la Regione, però di tutti gli enti pubblici si può dire la stessa cosa.

Confesso con amarezza che lo Stato e i suoi derivati sono per me dei “nemici”.

Il seme vive nel tempo

Molti anni fa conobbi in parrocchia una splendida coppia di sposi profondamente religiosi. Mi pare di vederli ancora! Si mettevano ogni domenica nel solito banco e partecipavano devotamente alla santa messa. Lui era un ottimo medico, lei, nata in Algeria o in Tunisia, s’era convertita da adulta al cristianesimo, però aveva una fede tanto semplice, ma altrettanto luminosa. Crebbero tre figli, come si diceva un tempo, “Nel santo timor di Dio”.

Una volta in pensione il marito fece volontariato, dedicando mezza giornata alla settimana al Ritrovo parrocchiale degli anziani. I miei vecchi gli chiedevano consigli sui loro immancabili acciacchi e lui, con voce pacata e sommessa, dava delle indicazioni, che di primo acchito sembravano elementari, ma in realtà erano ricche di saggezza. Egli, da medico, usava poco le medicine, convinto che il paziente ha in se stesso le risorse per reagire ai suoi malanni.
Morirono tutti e due santamente.

Ebbi modo di conoscere i figli, riscontrando sempre in loro lo stile sobrio e sereno dei loro genitori. Recentemente cercavo un negozio per aprire un mercatino in occasione del Natale per finanziare la nuova struttura per gli anziani in perdita di autonomia. Un’azienda ci ha donato una camionata di addobbi natalizi e perciò pensavamo di venderli a prezzi simbolici perché le famiglie possano dare un tono festoso alla loro casa in occasione della nascita di Gesù.

Fortuna volle che puntammo gli occhi su un grande negozio libero in una zona centrale della città. Altra fortuna: ci imbattemmo in un amministratore che dona tempo e capacità alla parrocchia e perciò ci rese facile il contatto con i proprietari che scoprii essere i figli dei due vecchi parrocchiani che, nel frattempo, avevano raggiunto i loro cari in Cielo.

Essi ci offrirono il negozio quasi fossimo noi a far loro un piacere. L’iniziativa ha ottenuto un buon risultato.

Comunque ritengo già un dono aver incontrato persone così disponibili e fiduciose che aprono il cuore per consentirci di impegnarci a favore di chi ha bisogno. Una volta ancora sono riconfermato nella validità dell’invito di Cristo a seminare sempre, comunque e dovunque, perché il seme prima o poi attecchisce e produce frutto.

Credo che i miei vecchi amici dal Cielo saranno di certo felici della scelta dei loro figli.

Il Seniorestaurant si apre alle famiglie

Qualche giorno fa abbiamo avuto un incontro perché il Catering “Serenissima ristorazione”, che da qualche anno fornisce i pasti ai Centri don Vecchi, possa approntare un centro di cottura presso la cucina del Seniorestaurant. Si trattava di accordarci sul come impostare questo nuovo rapporto.

Da parte del “don Vecchi” erano presenti don Gianni, il nostro giovane presidente, un nostro tecnico preparato nel settore della ristorazione e due nostri consulenti nel campo amministrativo. Con noi il dirigente di questa azienda che si occupa della ristorazione e che sforna ogni giorno più di venticinquemila pasti.

L’incontro è stato quanto mai positivo perché m’è parso che il dialogo per trovare il punto di incontro sia stato portato avanti con estrema correttezza e con un senso di calda umanità. M’è parso che nessuno volesse “fare l’affare” e che si cercasse veramente una soluzione che potesse andar bene per tutti.

Io sono stato particolarmente felice del risultato sia perché avremo “in casa” un servizio quanto mai importante, ma soprattutto per due aspetti collaterali al problema che qualificheranno ulteriormente il polo solidale del Centro don Vecchi.

Ho chiesto se ci avrebbero messo a disposizione ciò che avanzava delle vivande e questo responsabile ha accettato con calore e positivamente la richiesta. Attualmente riusciamo a destinare ai poveri ogni giorno una trentina di confezioni, avendo una quarantina di commensali, spero che in futuro, con 300 pranzi, gli “avanzi” siano in quantità veramente maggiore.

Abbiamo inoltre abbozzato il progetto per offrire alle famiglie di modeste condizioni economiche l’opportunità di poter pranzare, in occasione di battesimi, prime comunioni, cresime e nozze, compleanni ed onomastici, al Seniorestaurant, con menù di tutto rispetto per la cifra di 10-15 euro a persona.

La cosa mi ha fatto veramente felice perché oggi possono dirsi veramente poveri anche gli operai con uno stipendio di 1000-1200 euro al mese. Con un po’ di buona volontà le possibilità di far del bene sono pressoché infinite.

P.S. Purtroppo l’operazione non è andata in porto a causa della solita burocrazia, pignola e ottusa.
Speriamo però di “salvare” almeno “i pranzi low cost” per feste e ricorrenze famigliari della povera gente.

Un cittadino benemerito

Io non ho mai saputo che in via Zanella n°6 vivesse, fino ad un paio di anni fa, un agente di finanza in pensione. Ma un bel giorno un amico di questo concittadino, radioamatore come lui, mi telefonò raccontandomi che questo suo amico gli aveva confidato di voler lasciare la sua casa in eredità al Centro don Vecchi.

La cosa era vera, infatti un paio di mesi dopo la morte, avvenuta a Tolmezzo, suo paese natio, il notaio del luogo mi comunicò che la Fondazione aveva ricevuto in eredità dal defunto Enrico dei Rossi, la sua casa in via Zanella 6 a Mestre.

La pratica seguì il suo iter burocratico, tortuoso come sempre, comunque all’inizio di quest’anno siamo entrati in possesso della villetta. “Villetta” è forse un termine un po’ esagerato, perché chiamare con questo nome vezzoso che ti fa pensare ad un edificio di pregio con giardino, è certamente esagerato per questa casetta, un modesto fabbricato in malarnese, bisognoso di un restauro radicale; pur tuttavia la vicinanza al centro, l’entrata unica, l’ambiente medio-borghese, l’hanno reso appetibile fin da subito.

Abbiamo incaricato un’agenzia che ha valutato l’edificio in 170.000 euro, importo a parer mio un po’ esagerato sia per la condizione dello stabile, ma soprattutto per la crisi attuale dell’edilizia.

Comunque abbiamo concluso il contratto per 124.000 euro – contento l’acquirente e più contenti noi, che disponiamo così di denaro sonante per il Centro don Vecchi 5 per anziani in perdita di autonomia.

Ho fatto un po’ di conti: tenendo conto che il “don Vecchi 5” verrà a costare quattro milioni, ognuno dei 60 appartamenti costerà 50.000 euro. Col suo testamento il concittadino Enrico dei Rossi metterà quindi a disposizione di anziani poveri e in difficoltà, a rotazione, quasi due alloggi e mezzo, in una struttura con servizi e spazi comuni, per almeno cent’anni.

Notizie come queste dovrebbero occupare le prime pagine dei nostri giornali, al posto di quel ciarpame e quella spazzatura di cui sono pieni!

Il diritto alle vacanze e il dovere della carità

Ricordo che quando ero assistente alla San Vincenzo sono arrivato al limite della rottura con i seppur bravi volontari. Per quanto tentassi di ripetere che i poveri d’estate han più bisogno di sempre, non ci fu verso che riuscissi a far desistere qualcuno dall’osservare “il comandamento delle ferie”.

Una trentina di anni fa arrivai alla minaccia: «Se voi continuate a voler chiudere la mensa dei poveri ad agosto, io chiamo le suore della città a mantenerla aperta». Fu un fiasco, perché non ci fu suora che avesse risposto al mio appello. Il risultato massimo che riuscii a raggiungere fu quello di ridurre la chiusura a venti giorni piuttosto che tutto il sacro mese di agosto.

Quest’anno non è andata meglio degli altri. Hanno guadagnato la medaglia d’oro solamente la “Bottega solidale” e il “Chiosco di frutta e verdura del “don Vecchi”, mentre per il resto il KO è stato più o meno vistoso.

Comunque sempre KO è stato: per il Ristoro, la mensa della San Vincenzo, per la mensa dei Padri Cappuccini di via Olivi, per il Banco Alimentare di Carpenedo Solidale. Ancor più grave la sconfitta della mensa dei Somaschi di Altobello, la cui chiusura è arrivata al record di un mese e mezzo.

Proprio questa mattina ho letto nel breviario l’omelia di san Giovanni Crisostomo, il quale, ancor millesettecento-ottocento anni fa ammoniva i cristiani che era illusorio spender denaro per il corpo di Cristo che è in chiesa, mentre si trascurava quello che sta in mezzo a noi nelle vesti del povero.

Anche la Chiesa del nostro tempo ha tanta strada da fare per mettere in pratica l’insegnamento di Gesù. Io non ho l’autorevolezza del Crisostomo, comunque sento il dovere di dare questa deludente notizia.

I miracoli de “L’incontro”

Tantissime volte, a motivo dei costi esorbitanti, dell’impegno gravoso a livello personale e del sacrificio che “impongo” ai miei collaboratori, sarei tentato di chiudere “L’incontro”. Ad 84 anni mi sembrerebbe legittimo sperare che la gente più giovane e più preparata di me dia voce alla coscienza critica dei concittadini e soprattutto dei cattolici mestrini e ponga alla loro attenzione problemi gravi ed impellenti della solidarietà.

“L’incontro” però non adempie solamente a questo compito importante, ma riesce ancora a proporre nuove iniziative, nuove strutture e servizi ed inoltre riesce a stimolare la città a farsi carico dei problemi dei poveri ed a recuperare quei mezzi finanziari necessari a dar volto a servizi e strutture solidali.

Dobbiamo di certo a “L’incontro” le numerose eredità che finora ci sono state destinate e le centinaia di migliaia di euro di beneficenza che hanno reso possibile la costruzione dei 315 alloggi per anziani poveri.

Se non ci fosse stato “L’incontro” a sensibilizzare i concittadini, chi mai sarebbe stato capace di reclutare le centinaia di volontari dei quali dispone “il polo solidale” del don Vecchi e a portare a conoscenza dell’opinione pubblica quel polo solidale a cui ricorrono almeno trenta-quarantamila concittadini in difficoltà?

Vorrei oggi far conoscere uno degli innumerevoli risultati che questa rivista, modesta finché si vuole ma cercata e letta a Mestre, ci ha offerto in questi giorni. Un’azienda ci ha offerto un camion intero di oggetti e decorazioni per Natale. Si trattava di trovare un negozio che a titolo gratuito ci fosse messo a disposizione per organizzare un mercatino natalizio a favore del don Vecchi degli Arzeroni. Neppure due giorni dopo l’uscita del periodico ci è stato offerto un negozio di 150 metri quadri alla rotonda di viale Garibaldi.

Abbiamo trovato i volontari per allestire e gestire il negozio nei mesi di novembre e dicembre. Una persona si è offerta di ottenerci tutti i permessi necessari e c’è perfino un commerciante disposto ad acquistare una parte della merce.

L’incontro fa questo ed altro, non è un rotocalco a colori, però riesce a far miracoli pure in questo nostro tempo così scettico ed egoista.