Talvolta non basta il buon cuore

Quando mi imbatto in un problema, esso mi accompagna per lungo tempo perché la soluzione risulta sempre difficile. Spesso un affanno lo supero quando ne incontro uno di nuovo e di più urgente e di più grosso.

Ritorno quindi su un tormentone a cui ho accennato ieri, ossia l’urgente e grave necessità che nella nostra diocesi, o almeno nella nostra Mestre, venga creato un centro direzionale ed operativo che coordini i servizi caritativi esistenti, indirizzi a quello rispondente al bisogno del richiedente, accompagnandolo con una presentazione e soprattutto faccia opera di monitoraggio sulla situazione esistente segnalando alla città e ai suoi responsabili le carenze registrate perché vi si possa provvedere.

Oggi ritengo doveroso ritornare sull’argomento con un caso concreto. Da un paio di mesi peregrina per la città una famigliola rumena composta dal marito – credo poco più che trentenne – da un bimbo di un paio di anni e dalla moglie incinta che, a giorni avrà un secondo figlio. Alle spalle c’è uno sfratto per morosità, una incoscienza radicale unita a nessuna volontà di lavorare da parte del marito ed una completa e passiva incoscienza da parte della giovane sposa.

Da alcuni mesi questa famiglia sopravvive a Mestre chiedendo una casa e un lavoro ai passanti e ai preti. Una vita certamente molto grama; però essi non riusciranno mai a uscirne da soli e in città per loro non c’è una facile soluzione. Per caso li ho incontrati per strada indicando loro un possibile tentativo, ma molto probabilmente hanno trovato più conveniente continuare a vivere di espedienti. Finché si sono imbattuti in un giovane parroco della periferia, un prete intelligente, ma soprattutto generoso che momentaneamente, non sapendo da che parte voltarsi, ha offerto loro il suo garage. Fra qualche giorno sulla porta del garage della parrocchia apparirà un fiocco per “il lieto evento”.

A quest’uomo avevo suggerito di rivolgersi alla “Casa famiglia” della Giudecca che avrebbe ospitato sia la sposa che il bambino e quello nascente, oppure al “Movimento per la vita” che avrebbe aiutato questa famiglia di disperati, ma lui non ne fece nulla del mio consiglio.

Chi mai, incontrando prima o poi questa gente, potrà trovare una soluzione e chi potrà stare con l’animo in pace dopo aver incontrato un dramma del genere?

Solamente sapendo che la città e la chiesa sono così ben organizzate da poter offrire sempre una soluzione, magari provvisoria, ma sempre pronta ed esaustiva, un cittadino o un cristiano che poi contribuisca al suo mantenimento, può stare con la coscienza in pace, qualora incontrando questa famiglia le possa indicare con certezza chi è attrezzato ad aiutarla, senza che questa gente continui a pietire o ad approfittarsi del prossimo.

P.S. Al momento di andare in macchina abbiamo appreso che questa famiglia è stata aiutata a ritornare in Romania.

Un centro direzionale

Per una sensibilità, molto probabilmente ricevuta da madre natura, o dal fatto di essere nato in una famiglia di modestissime condizioni economiche, o forse per aver letto il Vangelo da un’angolatura particolare, fin da sempre sono sensibile alle condizioni dei poveri. Le situazioni di disagio incontrate lungo la vita, mi hanno sempre coinvolto e, per l’educazione ricevuta, ho sempre guardato con sospetto le grandi proclamazioni di principio privilegiando l’impegno concreto, anche se mi rendevo conto che raramente fosse risolutivo.

Quel poco che sono riuscito a realizzare è sempre nato da queste convinzioni e da questa filosofia di vita. Spesso sono stato incompreso, altrettanto spesso sono stato criticato dai vendivento del momento o da quanti predicano la carità preoccupati però d’avere la pancia piena e che le attese dei poveri non turbino la loro vita piccolo borghese.

Per grazia di Dio ho sempre tirato dritto ed ora, che sono giunto al tramonto dei miei giorni, non ho nessunissima ragione di cambiare. Mi rendo conto però sempre più che la mia Chiesa, ossia la diocesi di Venezia, avrebbe assoluto ed inderogabile bisogno di avere una cabina di regia.

Nella comunità cristiana di Mestre e di Venezia fortunatamente e per grazia di Dio vi sono numerose e belle iniziative di carattere solidale, parecchi servizi funzionanti ed un esercito di volontari che in essi sono impegnati, però sono tutte iniziative acefale, raramente intercomunicanti e per nulla messe in rete. Ritengo che la creazione di un “cervellone” – ed ora ci sono mezzi tecnici a disposizione per approntarlo – con qualche operatore a tempo pieno, magari assunto regolarmente e pagato dalla comunità, potrebbe mettere in rete e sviluppare sinergie quanto mai efficaci.

Io ho tentato di creare un sito mettendoci dentro le soluzioni per le richieste più diversificate, chiamandolo con la denominazione “Mestre solidale“, però da un lato non sono riuscito ad aggiornarlo e propagandarlo. Soluzione simile l’ha tentata monsignor Bonini del Duomo e, più di una volta, la Caritas diocesana, però questi tentativi restano strumenti freddi e inerti. Mentre credo che serva, si, uno strumento aggiornato al massimo, che fotografi le opportunità e i servizi disponibili per ogni singola situazione e sollevare il disagio degli operatori che suggeriscono ed accompagnano il povero che chiede aiuto.

I poveri di famiglia

Ieri ho fatto qualche annotazione amara circa l’organizzazione e la pratica della virtù cardinale della carità all’interno delle comunità parrocchiali. Non è la prima volta che lo faccio e certamente non sarà l’ultima. Sono ben consapevole della sorte toccata al “grillo parlante” del Collodi, però ci sono delle denunce talmente doverose, che credo si debba essere disposti a pagarle anche a caro prezzo.

Senza scomodare i termini impegnativi quali testimonianza o profezia, guai se verranno a mancare le voci scomode che denunciano storture, carenze e deviazioni.

E’ più che mai doveroso affermare a chiare lettere che una parrocchia che non abbia una lucida conoscenza dei suoi poveri – e col termine “poveri” intendo non solamente quelli che non riescono ad avere il necessario per vivere, ma anche gli infermi, gli anziani soli, le persone colpite da drammi gravi, disoccupati, ecc. – non è una parrocchia che possa fregiarsi del titolo di comunità cristiana.

La solidarietà esige conoscenza aggiornata e capacità di risposta, avendo a disposizione personale e mezzi da impiegare. In una città come la nostra c’è pure l’esigenza di strutture e servizi a livello cittadino, cosa che una singola comunità, per quanto grande e ben organizzata, non riesce a promuovere e sostenere, e che perciò devono essere promossi e gestiti dalla collettività nel suo insieme – e qui torno ancora una volta al progetto della “cittadella della solidarietà” che dovrebbe nascere ed essere gestito con la collaborazione dei singoli e delle comunità parrocchiali.

Ogni parrocchia però, se vuol essere non solo di nome ma anche di fatto una comunità cristiana, non può prescindere da un minimo di organizzazione interna, attraverso la quale si fa carico dei suoi fratelli fragili e bisognosi di aiuto. Oggi però questo avviene in un numero assai ridotto di comunità parrocchiali.

La comunità

Nella Chiesa s’è sempre parlato di comunità, ma ai nostri giorni se ne parla più di sempre.

Monsignor Vecchi, che cito di frequente e non potrei fare altrimenti, perché lui fu uno dei maestri che incise maggiormente sulla mia educazione – era solito dire che quando si cita tanto di frequente un termine, significa che la gente ha già smarrito la sostanza. Credo che avesse ragione perché le nostre comunità di fede, ossia le parrocchie, a livello di spirito comunitario sono tanto striminzite e carenti, per cui il dialogo tra i loro membri e l’aiuto reciproco sono pressoché venuti meno. Se poi si esamina con obiettività e sano realismo l’impegno che la comunità dovrebbe necessariamente avere nei riguardi dei più poveri, c’è veramente da essere preoccupati e delusi.

Un tempo la gente si conosceva all’interno della parrocchia e quasi sempre dava personalmente una mano a chi annaspava nel bisogno, ma oggi c’è una organizzazione sociale e una mentalità che esige sempre associazioni, servizi e strutture che avvertano i bisogni e diano una risposta.

Gli strumenti nati nelle parrocchie e nell’ultimo mezzo secolo, per aiutare i poveri, sono la San Vincenzo, la Caritas – che è giunta più tardi e ne è una copia mal riuscita – e, un tempo, il tentativo del FAC (fraterno aiuto cristiano) che però mi pare sia totalmente scomparso. Al di fuori di questi gruppi caritativi si possono trovare in qua e in là, altri servizi diversi, ma sono pochi e spesso sorgono ove c’è già una sensibilità ed una qualche organizzazione di solidarietà.

La situazione, a mio avviso, è semplicemente desolante. Spero che l’anno della fede, proclamato all’interno della Chiesa italiana, produca il frutto naturale della fede che è la carità. Mi auguro che quest’anno ci sia una fioritura a livello personale e parrocchiale di questa virtù. Se ciò non avvenisse vorrebbe dire che l’anno della fede sarebbe fallito.

L’anno della fede

La Fondazione Carpinetum sta perseguendo un progetto, un sogno, o forse un’utopia. Però sono convinto che essi siano i più validi per celebrare seriamente l’anno della fede, che per essere autentica e credibile deve diventare solidarietà.

La Cittadella della solidarietà sarebbe così il frutto più genuino dell’anno della fede. Per quanto riguarda il progetto, avendo la curia avocato a sé la sua realizzazione, mi pare che ai fedeli della base rimanga solamente il dovere di pungolo, cosa che speriamo facciano.

Per quanto riguarda invece il “Villaggio solidale degli Arzeroni” il finanziamento per il “don Vecchi 5” c’è quasi già. Per tutto il resto (l’ostello per i famigliari degli ammalati, degli operai ed impiegati poveri, dei senzatetto, gli appartamenti per i mariti divorziati, gli alloggi per il vecchio clero, gli alloggi per i disabili e quant’altro) penso che la Fondazione possa offrire alle parrocchie principali la possibilità di realizzare ognuna una di queste strutture. Volete che San Lorenzo, il Sacro Cuore, via Piave, non possano fare quello che Carpenedo ha già fatto? Per le parrocchie più piccole potremo proporre degli abbinamenti: San Pietro Orseolo con Santa Maria Goretti, la Favorita con San Lorenzo Giustiniani, ecc.

Se per la fine del 2013 a Mestre ci sarà questo gran cantiere della solidarietà, credo che sarà meglio del coro della Fenice per cantare la gloria di Dio.

Fuoco “amico”

Il 27 luglio il Gazzettino annunciava, con un articolo a quattro colonne, che “Il Consiglio comunale, in seduta notturna, con un voto bipartisan” aveva sdoganato il “don Vecchi 5”. Traduco: il Consiglio comunale di Venezia aveva deciso di concedere alla Fondazione ventisettemila metri quadrati di terreno in località Arzeroni in uso di superficie, ossia il suolo rimaneva di proprietà del Comune, ma concedeva alla Fondazione Carpinetum di costruire, a proprie spese e di gestire per 90 anni il “don Vecchi 5” che vi sarebbe sorto.

Un paio di settimane dopo mi è arrivato un messo comunale con il documento della comunicazione ufficiale. Da questo documento ho appreso che Bonzio, di Rifondazione Comunista, aveva votato contro, i due consiglieri della Lega si erano astenuti e un paio di socialisti, tra cui il capo dei miei chierichetti di un tempo, erano usciti in occasione della votazione.

Io sono del parere che si debba costantemente interloquire con i nostri amministratori. Ho scritto a quello di Rifondazione Comunista: “Non mi sarei mai aspettato che proprio Lei, che ha fatto la ragion d’essere della sua politica la difesa dei poveri, avrebbe votato contro”. La stessa cosa ho fatto con gli altri, non essendo però valide per questa gente, le regole della buona creanza, nessuno mi ha risposto. Ora spero che per le nuove votazioni girino al largo da noi!

Un progetto per un nuovo servizio

Una volta in occasione della Cresima o della Prima Comunione, le nostre mamme uccidevano un gallo e facevano una pastasciutta col suo sugo, oppure una gallina per fare il riso in brodo con le bollicine di grasso. Talvolta si spingevano a fare pure un dolce – qualche uova, un po’ di burro e di zucchero – si allungava la tavola per qualche parente.. ed era fatta! Per i matrimoni le cose non erano tanto diverse, forse c’era sempre pollame arrosto e bollito di manzo, ma non ci si poteva spingere troppo oltre.

Ora per i compleanni, gli onomastici, promozioni, battesimi, Prime Comunioni e Cresime a nessuno passa per la testa di festeggiare in famiglia, ma si pensa subito al ristorante o, al minimo, all’agriturismo. Le case sono piccole e le mamme, almeno per queste occasioni, si dice sia doveroso non impegnarle.

Il risultato di questo cambiamento di costume è che si va da un minimo di 25 euro a persona a cento euro e più.

Noi al “don Vecchi” abbiamo al “Seniorrestaurant” una cucina attrezzatissima, un salone da gran galà ed ora avremo un catering che gestisce la preparazione dei pasti con un cuoco provetto. Ci siamo detti: “Perché non possiamo offrire alla povera gente o anche a quella intelligente e parsimoniosa di poter festeggiare questi eventi lieti e mangiare assieme in un ambiente signorile, con un menù sobrio ma diverso dal solito, al costo di 10 o al massimo di 15 euro a testa?

Ora stiamo lavorando. Se riusciremo a mettere assieme catering, volontari e Fondazione, per l’autunno lanceremo questo nuovo servizio a favore del prossimo.

A prescindere

Ricevo almeno due telefonate al giorno da parte di persone disperate che non sanno più dove battere il capo. Quasi sempre, prima di telefonarmi, si sono rivolte al loro parroco il quale, quasi sempre, non sapendo cosa fare, fa loro il mio nome.

Non credo di essere il più amato e stimato dai miei colleghi, ma di certo so di essere spessissimo usato come una speranza o, peggio, come pretesto che li libera dall’imbarazzo di non avere soluzioni da offrire.

Io sono un pensionato, non ai margini della vita della mia Chiesa, ma anche oltre i margini, una voce scomoda che i più si rifiutano perfino che giunga presso la loro gente, però rimango un comodo pretesto nei momenti imbarazzanti posti dalle vecchie e nuove povertà.

Di certo, finché avrò fiato, non cesserò di ripetere che la solidarietà, quella concreta, spicciola, non quella che si colloca nella stratosfera, è una componente essenziale del messaggio cristiano.

Non cesserò di ripetere che la nostra Chiesa, se vuol essere fedele al messaggio di Gesù, deve farsi carico dei poveri. E rifiuto quei vecchi e superati discorsi di comodo per i quali qualcuno pensa di liberare la propria coscienza affermando che le soluzioni concrete spettano allo Stato, mentre la Chiesa può continuare ad occuparsi delle candele e dell’incenso. Non cesserò di ribadire che non soltanto è un dovere, ma che la nostra Chiesa oggi ha tutte le possibilità di dare delle risposte concrete.

Un tempo pensavo che la carità avrebbe portato in chiesa chi ha beneficiato del suo aiuto. Ora non lo penso più, però rimango convinto che la si debba fare anche se non ci fossero ritorni in pratica religiosa.

Betlemme in versione terzo millennio

Ho telefonato ad un mio collega per segnalargli il caso pietoso di un’anziana signora che vive nella sua parrocchia sola nonostante un’incipiente demenza senile. Questo, a sua volta, mi ha chiesto aiuto per una giovane coppia con un bambino di due o tre anni ed un altro in arrivo fra pochi giorni.

Non sapendo che cosa fare e a chi rivolgersi – ma nessuno di noi, per quanta buona volontà ci metta, sa cosa fare – li aveva ospitati nel suo garage. Da un paio di mesi questa famigliola ha bussato a tutte le porte civili e religiose, senza trovare risposta.

Per mangiare e vestire la nostra città ha qualche disponibilità, ma per ospitare non c’è proprio nulla. Perfino all’asilo notturno i senzatetto da qualche tempo sono costretti a turnarsi, ma comunque il rifugio dei barboni non sarebbe stato adatto per questo caso.

L’inettitudine del Comune è senza limiti. Pare che, specie ultimamente, esso si sia dedicato agli sperperi (vedi i 30 milioni per le fondamenta, inutili, del Palazzo del Cinema) o ad impedire, a chi si impegna per i poveri, di portare avanti i suoi progetti sociali, mediante una burocrazia dissennata ed irresponsabile. Non parlo tuttavia solo del Comune, ma mi riferisco pure alla mia Chiesa. Possibile che la nostra diocesi non possa affrontare qualcosa almeno per le emergenze?

La cittadella, con il relativo ostello per chi ha bisogno di un tetto da un paio d’anni è stata appesa alla “virtù della carità soprannaturale”. Oggi, come duemila anni fa, non c’è posto in alcun “albergo” per il bimbo che deve nascere!

Chisso

Chisso è l’assessore della Regione Veneto onnipresente. Non passa giorno che la stampa locale non lo presenti come protagonista di uno degli infiniti ed ingarbugliati problemi dei quali si intesse la vita della nostra città e della nostra Regione. Ha una voce pacata, un volto sempre composto e sereno e delle prese di posizione sagge. La città si è accorta della sua operosità e l’ha votato in maniera sovrabbondante.

Il nostro assessore dà l’impressione che si prenda a cuore ogni problema, come fosse l’unico e il più importante a cui offrire la sua attenzione. Io lo considero un amico vero del “don Vecchi”. La prima volta che è venuto al Centro io gli spiegai la dottrina a cui ci rifacciamo. Capì al volo che era una soluzione innovativa e vincente, infatti pochi giorni dopo ci arrivò la comunicazione che la Regione aveva stanziato centomila euro per il Centro di Marghera.

Lo incontrai poi in Regione da Sernagiotto per il “don Vecchi 5” per gli anziani in perdita di autonomia. Era venuto per perorare la nostra causa presso il collega. «Questa è gente seria di cui ti puoi fidare» disse a Sernagiotto.

Qualche giorno fa don Gianni l’ha incontrato per chiedergli di aiutarci per il problema aggrovigliato della viabilità per giungere al futuro cantiere degli Arzeroni. Ci ha promesso di darci una mano. Sono certo che lo farà perché è un amministratore galantuomo. Oggi trovare un galantuomo in politica è una fortuna e una grazia del cielo.

Da qualche tempo dico un’ave Maria per Chisso perché non “si stufi” e continui ad aiutare la sua gente e sappia che c’è chi lo stima e gli vuol bene.

La pala d’oro

Qualche anno fa il patriarca Scola diede vita ad una bella iniziativa che purtroppo non ebbe seguito; convocò a Villa Visinoni di Zelarino tutti i responsabili delle organizzazioni di carità della diocesi. In quella occasione ebbe una bellissima espressione affermando che queste strutture caritative le considerava “la pala d’oro della Chiesa veneziana”.

Non so se tutti sappiano che nella basilica di San Marco si trova una “pala d’altare”, ossia un “dosso”, che fa da parete sul retro dell’altare, di straordinaria bellezza e ricchezza (su una lastra d’oro sono incastonati innumerevoli pietre preziose che, assieme, costituiscono un ricamo di rara eleganza e armonia). La pala d’oro è certamente l’arredo più prezioso esistente in quella perla d’arte che è la basilica di San Marco, che è reputata una delle chiese più originali e più belle del mondo intero.

A quella riunione in cui i vari responsabili hanno descritto la loro struttura, le relative potenzialità e problematiche, ne seguì un’altra a cui non potei partecipare, poi la cosa morì così.

Ritengo che sia quanto mai urgente ed importante mettere in rete queste strutture in modo da coordinarle e dare finalità più precise e più rispondenti ai bisogni e alla sensibilità moderna. Penso che alla Caritas diocesana spetti questo compito, spero quindi che il nuovo Patriarca metta in moto questo organismo per superare l’arcipelago caritativo che è per fortuna esistente, ma anche migliorabile.

Suor Laura Piazzesi

La sorella di suor Laura Piazzesi mi ha telefonato per annunciarmi la morte della nostra amata e stimata missionaria nelle Filippine.

Suor Laura mi voleva bene ed io ricambiavo questo affetto ed avevo per lei una forte stima. Il legame con questa suora durava da lunga data, sono stato compagno di classe di suo fratello Giorgio e sempre vicino alle sorelle che ho incontrato quando facevo l’assistente dei maestri cattolici.

Suor Laura è stata veramente una splendida figura di missionaria, intelligente, generosa e coerente, ha amato la sua missione più della sua stessa vita. Infatti ha sempre desiderato morire tra la sua gente ed ha voluto essere sepolta in quella terra amata.

Suor Laura, che fu economa generale delle Canossiane, era una manager nata, missionaria all’antica, ma moderna allo stesso tempo. Ricordo con nostalgia le sue lettere colte ed affettuose, il suo amore materno per i suoi poveri, le sue imprese coraggiose ed innovative. Mestre, e soprattutto la Chiesa mestrina, può andare veramente orgogliosa di questa concittadina.

Spero tanto che qualcuno la faccia conoscere con parole più adeguate delle mie alla città. Il tempo non è riuscito a scalfire la sua fede ed il suo amore al prossimo. La sua bella figura di donna ricca di intelligenza e di umanità, rimane un punto luminoso di riferimento per quello che riguarda l’ansia di aiutare i fratelli più poveri, offrendo loro il pane e, nello stesso tempo, il messaggio cristiano.

“Congedali!”

Non ricordo più se sia stato l’apostolo Filippo o Andrea, o se fossero tutti e due che, vedendo la fame della folla che da un paio di giorni ascoltava Gesù, gli consigliarono di congedare tutta quella gente perché potesse approvvigionarsi personalmente.

Gesù non fu dello stesso parere. La tentazione di “scaricare” i poveri è ancora ben presente tra i discepoli di Gesù. Qualcuno si rifugia ancora tardivamente sulla concezione marxista che è l’ente pubblico che deve provvedere a tutti i bisogni dei cittadini, e non s’è ancora accorto che neanche il comunista più convinto afferma ancora questa dottrina, fallita più rovinosamente del muro di Berlino.

E’ un pretesto bello e buono chiudere il cuore e la porta quando il povero tenta di coinvolgerti nelle sue difficoltà. Oggi anche tra le amministrazioni vetero-comuniste questa dottrina è abbandonata se non altro perché troppo onerosa ed impossibile.

Oggi si parla di sinergie tra l’ente pubblico e il privato sociale. Questa virata di bordo così radicale da parte dei Comuni impegna maggiormente il privato sociale del quale le parrocchie dovrebbero essere la punta di diamante.

Scaricare il povero è sempre una bestemmia contro la società e contro la fede.

L’infallibilità non è cosa di questo mondo

Il cardinale Scola, il nostro vecchio Patriarca, era un po’ propenso alle sentenze e alle immagini che facevano colpo. Talvolta erano pertinenti ed efficaci, ma tal’altra facevano cilecca.

Disse un tempo, con una certa prosopopea: «Le vacanze non sono un diritto, ma un dovere». Spero, non essendo mai stato d’accordo in proposito, di non essere accusato di eresia. Io non credo che vacanze, orario di lavoro, riposi, siano diritti sindacali dei preti e facciano parte della tradizione o della prassi dell’ascetica sacerdotale, ma siano invece fughe per la tangente dall’impegno sacerdotale. Né sono d’accordo con quei frequenti suoi discorsi sulla “pratica del gratuito”. La frase suona bene ed è assai moderna, ma io credo molto di più a chi fa l’elemosina e pratica la carità semplicemente.

Dato poi che sono sull’argomento, vorrei aggiungere che non credo punto a quelle prediche che parlano con squisita eloquenza della “carità soprannaturale”; ad esse preferisco di gran lunga lo sporcarsi le mani per i poveri, anche se questo impegno non risolve i problemi alla fonte.

Un giorno ho presentato ad un qualificato prelato della diocesi gli operatori della solidarietà parrocchiale, ma con costernazione di tutti, e mia in particolare, questo prelato affermò che la vera carità sta nello scoprire il volto amabile di Gesù. Cosa c’entrasse e volesse dire non l’ho ancora capito!

Passato e futuro della carità

Il cardinale Scola mi pare abbia stimmatizzato l’inattività e il piangersi addosso dei veneziani, invitandoli a credere in se stessi ed a giocare il ruolo che loro compete, avendo alle spalle la tradizione gloriosa della Serenissima.

Il vecchio Patriarca alle parole ha fatto seguire l’esempio, creando dal nulla una nuova università: il Marcianum.

M’è piaciuto ed ho condiviso la sua scelta di non rimanere ai bordi dei problemi della nostra città e il suo sforzo di essere sempre protagonista negli eventi importanti della città tentando di offrire a tutti i livelli e in ogni circostanza il contributo che attingeva dal pensiero cristiano.

Spero tanto che il nuovo Patriarca gli sia complementare, sviluppando la dimensione orientale della proposta cristiana: la carità, componente essenziale del messaggio di Gesù, rianimando e mettendo in rete strutture e servizi nati nel passato. Noi del “don Vecchi” gli offriamo fin da subito due progetti ambiziosi ed innovativi: “La cittadella della solidarietà”, che è andata a finire nel limbo, e il “Villaggio solidale”, che sta “germogliando” agli Arzeroni. La componente orizzontale della Chiesa veneziana oggi ha particolarmente bisogno!