Sono con la Severino

Una volta ancora ribadisco che ammiro quanto mai la Severino, ministro di grazia e giustizia del governo tecnico. L’ammiro talmente da temere di finire per innamorarmi di questa cara donna che ragiona col cuore e con la testa tra tanti parlamentari balordi e senza senno.

Una volta ancora ella ha ribadito anche in questi ultimi tempi che è opportuno adottare soluzioni alternative al carcere, perché da un lato le sfoltirebbero da un sovraffollamento crudele ed incivile, e dall’altro recupererebbero ad una vita ordinata e civile tanti condannati che nelle patrie galere sono praticamente costretti ad iscriversi alla “Università del malaffare” perché le carceri italiane sono tali, benché si dica che hanno il compito di rieducare i detenuti.

C’è un solo punto su cui dissento, osservando che da tanto tempo annuncia provvedimenti del genere, ma poi finisce per rimandarli a motivo degli ostacoli che incontra da parte dei parlamentari che avrebbero, loro, più di un motivo per essere messi dentro. Sarei più contento se dicesse a tutti, bianchi, rossi o verdi: «O mi autorizzate a far così, altrimenti ritorno al mio mestiere!».

Qualche tempo fa raccontai agli amici che incontrai “un galeotto” che aveva scontato la sua pena e s’era fortunatamente trovato un lavoro dignitoso e forse, vivendo da mane a sera tra le tombe, aveva compreso il vero senso del vivere: in una parola s’era redento. Sennonché lo Stato aveva scoperto che gli mancavano ancora da scontare venti giorni di galera e non ci sono stati santi a evitarglieli: “la giustizia deve fare il suo corso”, come affermano i forcaioli Di Pietro e Bossi! E’ andato in carcere, lo Stato ha speso almeno cinquemila euro per mantenerlo ed è uscito, fortunatamente, senza rancore.

Ora, nel tempo libero dal lavoro, fa il volontario al “don Vecchi”. Termina all’una, mangia un panino in piedi e poi porta carrelli di vestiti da un magazzino all’altro del “don Vecchi”.

Qualche giorno fa l’incontrai durante il tempo del suo doppio lavoro, mi sorrise con tenerezza ed affetto, quasi a dirmi “non sono quel mostro che la giustizia mi reputa”. Allontanandomi pensai che più di un secolo fa Victor Hugo aveva insegnato questo ne “I miserabili”. La nostra società, purtroppo, rimane sempre più ottusa ed incapace di credere nell’uomo.

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