Calatrava

La scorsa settimana un giovane architetto mestrino mi ha mandato delle riflessioni estremamente amare sullo sperpero inerente alla cosiddetta “ovovia” che dovrebbe transitare sul ponte di Calatrava per i disabili.

Le argomentazioni sono, a dir poco, spietate, ma altrettanto lucide e puntuali, tanto che ho ritenuto opportuno pubblicarle perché la nostra gente sappia come l’amministrazione comunale sperpera il denaro che spreme alla povera gente.

In questi giorni poi la stampa locale ha pubblicato i risultati dell’indagine, da parte della suprema Corte dei Conti con i gravissimi rilievi che ha fatto sul costo esorbitante, e superiore ad ogni previsione, per un’opera assolutamente inutile – quella del nuovo ponte. Inutile perché con quattro passi in più la gente poteva tranquillamente continuare a passare il Canal Grande attraverso il Ponte degli Scalzi, come ha sempre fatto, non so se da decine o centinaia di anni.

Qualche giorno dopo, sempre “Il Gazzettino”, ci informava che il sindaco “butterebbe nel Canal Grande l’ovovia” – del costo di più di tre milioni di euro – “con dentro qualcuno e non so chi”. L’ovovia infatti continua a non funzionare e forse fa aumentare la già conclamata fragilità dello stesso ponte che già era pericolante.

Oggi, ancora il solito “Gazzettino”, ci informa che se avessero scelto una ditta olandese per il Mosè, quell’opera, costata finora decine di miliardi di euro, sarebbe costata un terzo. Sul tram non serve che la stampa locale ne scriva, perché anche l’ultimo cittadino di Mestre ha avuto modo di seguire con i propri occhi la sua tragicomica telenovela che non alletta i sogni, ma al contrario ha messo in crisi decine e decine di negozi, ha rovinato strade, costituisce un pericolo pubblico per le biciclette e serve, finora, a molto poco, perché intasa i crocevia e lambisce appena i luoghi centrali della città. Per non parlare del villaggio dei Sinti che è risultato una copia conforme dei ghetti in cui s’annida il crimine a Palermo.

L’attuale amministrazione poi non si riscatta dalle precedenti con la trovata di scoperchiare l’Osellino offrendo ai cittadini la cloaca che già abbiamo modo di ammirare presso via Pio X e alle spalle di Coin.

Sulle opportunità perdute, o che si stanno per perdere, ho già parlato. Sull’inefficienza della corposa amministrazione da quattromilaseicento dipendenti sarebbe meglio poter tacere, ma come si fa quando per avere il permesso di mettere in sicurezza l’ingresso e l’uscita del “don Vecchi” di Campalto – a nostre spese – c’è voluto più di un anno e considerando che dal 10 agosto del 2012 stiamo aspettando il permesso a costruire il “don Vecchi 5”?

A me brucia tutto questo perché a chi si fa volontariamente carico del disagio dei nostri vecchi, e a questo scopo è costretto a raccogliere euro su euro, tutto questo sembra assurdo. Non mi meraviglierei se domani un qualsiasi “grillo parlante” venisse a dire: «Tutti a casa!».

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