Le insidie della burocrazia

Mercoledì scorso, in occasione del consiglio di amministrazione della Fondazione che gestisce i Centri don Vecchi, il giovane presidente, don Gianni Antoniazzi, ha anticipato i propositi della burocrazia regionale circa la gestione del “don Vecchi 5”. L’abbozzo di progetto del funzionario preposto al settore mi ha fatto a dir poco imbestialire, constatando, ancora una volta, la protervia e il limite della burocrazia di qualsiasi ente pubblico.

Sento il bisogno di ritornare su discorsi già fatti per illustrare come si stia correndo il rischio di creare un altro carrozzone macchinoso superato ed in balia della burocrazia regionale. Come si ricorderà, l’assessore regionale alla sicurezza sociale, dottor Remo Sernagiotto, che stava inseguendo l’ipotesi di trovare una soluzione per quella zona grigia della terza età che sta tra l’autosufficienza e la non autosufficienza, avendo scoperto con sorpresa ed entusiasmo la realtà del “don Vecchi”, ha affidato alla Fondazione il compito di progettare e di porre in atto un’esperienza pilota per evitare di collocare nelle già intasate ed enormemente onerose strutture per non autosufficienti, gli anziani in perdita di autonomia fisica.

Il “don Vecchi”, forte della sua riuscita esperienza dei Centri, ha accettato questa nuova sfida. A questo scopo Sernagiotto ha messo a disposizione un milione e ottocentomila euro a tasso zero da restituire in venticinque anni. La Fondazione in questi due anni ha reperito una superficie di quasi trentamila metri quadrati, ha creato un progetto ad hoc e sta già costruendo 60 alloggi per anziani in perdita di autonomia con la dottrina collaudata che l’anziano rimanga “il padrone di casa” e che possa, pur con le sue povere risorse economiche, essere “autosufficiente” da un punto di vista finanziario e fisico.

Sennonché dalla relazione di don Gianni ho appreso che il solito funzionario della Regione proporrebbe di finanziare solamente quaranta alloggi, dei quali il settanta per cento sarebbero assegnati dalla ULSS e che non sarebbe più la Fondazione a vagliare le richieste e a decidere l’accoglimento; che il contributo per anziano sarebbe solamente di 22 euro al giorno ed infine che il finanziamento sarebbe erogato a mezzo della ULSS che è proverbialmente in ritardo con i pagamenti.

I patti non erano questi. Se fossero stati questi non saremmo neanche partiti. L’elaborazione e la sperimentazione era stata chiesta alla Fondazione da parte dell’assessore Sernagiotto. Se ora si volessero cambiare le carte a questo modo, a mio parere sarebbe opportuno rifiutare decisamente la proposta e partire per conto nostro, rifiutando ogni contributo regionale.

Siamo sempre alle solite: la burocrazia che si dimostra ancora una volta di corte vedute, di stampo statalista, incapace di innovazione, per nulla fiduciosa del privato sociale; il quale invece si dimostra sempre più agile, più economico e soprattutto più aderente alle attese degli anziani e delle loro famiglie.

19.10.2013

L’abito senza tasche

Un mio caro amico, che conosce il tedesco e, meglio ancora, la storia, i costumi, la tradizione di quel Paese, un giorno, parlando del rapporto col denaro, mi raccontò di una strana usanza del popolo tedesco. Non ho avuto modo di approfondire se ciò che mi disse fosse “una sentenza” o un detto popolare, o un’autentica usanza. Mi disse infatti: «Lei, don Armando, che ha come ministero principale il commiato ai concittadini che ci lasciano, sa come i tedeschi vestono i loro morti?». Pensai di primo acchito che gli mettessero o meno le scarpe nella bara, oppure avvolgessero la salma in un lenzuolo come assai raramente, ma talvolta, capita anche da noi (un po’ dappertutto c’è qualcosa di stravagante; io, ad esempio conoscevo un mio vecchio parrocchiano molto generoso – infatti mi lasciò in testamento svariati milioni di lire per i poveri – ma un po’ originale, che visse tutta la sua vecchiaia con la cassa da morto, con la quale l’avrebbero sepolto, sotto il suo letto).

Il mio amico, vedendo che non riuscivo a dargli una risposta esatta, mi disse che i tedeschi vestono i loro morti con un vestito privo di tasche. Al che rimasi più curioso di prima e allora lui, come mi raccontasse la cosa più saggia di questo mondo, mi informò che i tedeschi vestono così i loro morti perché essi non portano proprio nulla con sé quando vanno all’altro mondo.

Tante volte mi è venuto in mente questo discorso quando invito i miei concittadini che non hanno dei doveri diretti verso parenti prossimi, a ricordarsi, almeno nel testamento, delle persone che sono in grave disagio economico, specie se anziani, perché loro non hanno più la possibilità di un inserimento lavorativo. Comunque in città c’è sempre qualcuno – e magari fosse soltanto qualcuno – che, per i motivi più diversi, non riesce a sbarcare il lunario, mentre ci sono persone più fortunate, o forse più intraprendenti, che lasciano dei patrimoni grandi o piccoli che poi, alla fin fine, sono motivi di scontro e dissapori tra i pretendenti che in vita non li hanno quasi conosciuti.

In questi ultimi anni, grazie alle mie insistenze, e soprattutto alla testimonianza palpabile dei Centri don Vecchi, la Fondazione ha ricevuto più di un lascito. Però quanta più gente potrebbe ben meritare, di fronte a Dio e ai concittadini, se si ricordasse che vestendo per l’ultimo viaggio vestiti con o senza tasche, non può portare via assolutamente nulla se non la gratitudine del prossimo e i meriti presso Dio.

28.09.2013

Ad ognuno il suo

Talvolta mi capita di dover masticare amaro a causa di certe insinuazioni e talvolta pure di qualche giudizio malevolo che mi arriva da parte di alcuni colleghi o di qualche concittadino che ha poca fiducia nei preti. Il colmo l’ha raggiunto un giornalista de “Il Gazzettino” che, circa due anni fa, ha scritto che in città io sono noto come un affermato “palazzinaro”. In altra occasione c’è stato qualche altro che però, con più benevolenza, mi ha chiamato “l’imprenditore di Dio”.

Io so invece di essere solamente un povero diavolo che ha sempre tentato di aiutare il suo prossimo, come credo dovrebbe fare ogni cristiano e soprattutto ogni prete. Mi sono sempre arrabattato per aiutare i poveri. Forse questa sensibilità mi è arrivata dall’esser nato in una famiglia assai modesta, o forse dalle letture che ho fatto: non ho mai nascosto infatti che il mio punto di riferimento ideale, come prete, è stato don Mazzolari, sacerdote che nel nostro tempo credo sia stato uno dei più significativi testimoni in questo settore.

Devo anche dire, per onestà, che i discorsi sulla “carità”, come virtù soprannaturale, li ho sempre ritenuti “aria fritta”. Credo soprattutto alla solidarietà che diventa struttura o servizio, quella che sporca le mani e che si paga di tasca propria; quella che invece vola sopra le nubi la lascio ai mistici o, peggio, agli imbonitori.

Sono pure convinto che uno che vuol fare qualcosa di bene deve porsi un obiettivo ben definito e a quello deve tendere senza lasciarsi sviare da altri obiettivi più apprezzabili ed urgenti.

In questi ultimi vent’anni lo scopo di tutti i miei sforzi è stato il domicilio per gli anziani poveri e in disagio abitativo, ma non vi so dire quante e quali sono state le spinte per allargare il campo e per inserirvi situazioni e tipi di povertà diverse. Le assistenti sociali, i funzionari comunali o le persone dal cuore tenero, ma che non intendono sporcarsi le mani, spesso insistono per inserire nelle strutture che abbiamo pensato per questa categoria di persone, anche altri elementi che hanno fatto esperienze diverse e che sono andate a finire all’asilo notturno o che hanno girovagato da un alloggio all’altro lasciando “buchi” con i proprietari i quali hanno affittato la loro casa.

L’inserimento, spesso “sostanzialmente coatto”, di questi personaggi, è sempre stato un buco in acqua, mettendo a disagio i residenti per i quali abbiamo destinato i nostri attuali 315 alloggi protetti.

Io sono più che mai convinto che la società e la Chiesa debbano in qualche modo farsi carico anche dei senza fissa dimora per “vocazione”, per scelta o per la loro struttura mentale, però per questa gente si deve pensare a strutture che tengano conto di questa loro condizione esistenziale. Se ho ancora qualche anno di vita mi piacerebbe quanto mai tentare un’esperienza di questo genere, per ora però devo limitarmi alla nuova tipologia di alloggi per chi si trova in perdita di autonomia fisica.

26.09.2013

La scommessa

Ieri mattina (varie settimane fa, NdR, prima della messa, sono andato presso il futuro “Villaggio solidale degli Arzeroni” per visitare il cantiere, assieme al presidente della Fondazione, don Gianni, e al suo manager Andrea, per vedere come procedono i lavori.

Pensavo, quando Andrea mi invitò, che si trattasse solamente di vedere la distribuzione degli spazi, dato il fatto che io non riesco bene a leggere i disegni e ad immaginarmi come essi si traducano nella realtà delle pietre. Ma ben presto scoprii che c’era un motivo ulteriore. Andrea aveva invitato i responsabili del pool di imprese che stanno realizzando la struttura: una quindicina di specialisti – dai muratori al responsabile della sicurezza, dagli idraulici agli elettricisti, dai progettisti (che poi sono tutte donne) agli addetti ai pavimenti – per fare una proposta che mi ha fatto quanto mai felice. Proponeva di anticipare la consegna del manufatto ad aprile del prossimo anno piuttosto che a novembre come è previsto dal contratto, riconoscendo, ben s’intende, un’aggiunta al prezzo fissato per i maggiori oneri che questa anticipazione arreca ai costruttori.

Per me, che vedo il calendario che gira i giorni sempre più velocemente, la proposta non può che far piacere, perché mi piacerebbe vedere la conclusione del “don Vecchi 5” e l’inizio del “don Vecchi 6”, struttura che avrebbe una diversa destinazione, ma sempre di tipo sociale.

Quando vent’anni fa abbiamo progettato il primo “don Vecchi”, siamo partiti con estrema preoccupazione, scommettendo sulla validità del progetto, assolutamente innovativo sulla domiciliarità degli anziani di modestissime risorse economiche, mediante gli “alloggi protetti”, con spazi comuni per la socializzazione e costi economici alla portata di tutti, perfino di chi “gode” (in realtà poco) della pensione sociale. La scommessa è stata vinta, tanto che la nostra soluzione è diventata mosca cocchiera per tanti Comuni ed organizzazioni sociali.

In questi giorni abbiamo fatto una seconda sfida nei riguardi degli anziani poveri, ancora del tutto coscienti ma con disabilità fisiche più o meno gravi. Siamo ai primi passi di questa scommessa, e li stiamo giocando con oculatezza, ma pure con una certa preoccupazione. Sogniamo il vecchio che rimane il padrone di casa sua, potendo godere di un aiuto che la società gli assegna e con la presenza di persone che lo supporteranno con un sentimento di profonda e calda solidarietà.

Collaudata questa fase intermedia di uomini verso il tramonto, rimarrebbe la terza scommessa, alla quale altri hanno dato risposta, taluno per fare business e talaltro appoggiandosi all’apparato burocratico degli enti pubblici che tutti conoscono per la poca efficienza e per il costo elevato.

Per ora mettiamo questa sfida come obiettivo remoto, ma sarebbe esaltante poterla fare con il nostro stile e la nostra mentalità che è ben differente da quella degli operatori del settore. Chi vivrà vedrà!

20.09.2013

Non basta più l’innocenza

Io devo fare uno sforzo in più dei nostri giovani preti perché ho ricevuto un’educazione ormai datata che di certo aveva i suoi pregi, ma altrettanto certamente, aveva i suoi limiti.

Qualche giorno fa ho avuto un incontro, assieme ad alcuni amici collaboratori, con l’assessore della Regione Remo Sernagiotto. Il motivo dell’incontro era il desiderio e il bisogno di un franco confronto sul progetto della Fondazione di dar vita ad una struttura che risponda alle problematiche del disagio abitativo per certe categorie di persone; ad esempio padri o madri separati, disabili desiderosi di indipendenza, giovani fidanzati che non possono sposarsi per difficoltà finanziarie, lavoratori fuori sede, famigliari dei degenti in ospedale, vecchi preti ed altri ancora. Il nostro sogno è quello di creare una soluzione assolutamente innovativa, perché diventi provocazione per l’ente pubblico e per la società e crei una nuova e più avanzata cultura in questo settore.

Assessore, architetti, collaboratori hanno aperto il confronto dandosi immediatamente del tu. Io sono rimasto imbarazzato quanto mai, tanto che Sernagiotto dovette provocarmi dicendomi: «Se non mi dai del tu, anch’io sono costretto a darti del lei!». Oggi ho capito che il confronto deve avvenire a tutto campo, deve avvenire un po’ alla pari, senza reticenze e con estrema franchezza.

Ci trovammo subito d’accordo nel constatare che i vecchi schemi abitativi sono ormai del tutto sorpassati e che si devono trovare strade nuove per socializzare e per creare supporti umani più autentici. Una volta ancora il confronto apre le porte al dialogo e ad una sinergia oggi assolutamente necessaria.

Mentre il discorso procedeva spedito, scorrevole, collaborativo e franco, mi veniva da pensare alle nostre parrocchiette arroccate dietro i loro confini, il loro linguaggio, i loro schemi mentali e ai relativi parroci; anche i più pii e i più zelanti sono chiusi nelle loro chiese, nei loro patronati e nelle loro canoniche, con una forma di spiritualità, devota si, ma anche avulsa dalla vita, una realtà nebulosa con un’idea di dottrina sociale della Chiesa, tagliata fuori dal mondo. Questo tipo di cristianesimo sa ormai di muffa, s’avvia alla sterilità, sia da un punto di vista umano che sociale e pure religioso. Il cristianesimo che si arrocca dietro lo steccato, che non osa uscire dalla trincea, che non si sporca le mani con le nuove idee, la nuova sensibilità, lo stile di vita e cultura d’oggi è destinato all’asfissia o comunque a non crescere e a non contribuire affatto al domani.

Don Milani ebbe a questo riguardo una frase fulminante: “a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?” E Gaber, che sta su una sponda opposta, ma altrettanto significativa e provocatoria: “Vivere è partecipare!”.

Sono tanto vecchio, ma per fortuna sento ancora il desiderio e il bisogno di stare sulle barricate!

16.09.2013

Non è proibito sognare

Ringrazio il Signore perché, nonostante la mia tarda età, sento ancora il bisogno di sognare e di perseguire qualche altro progetto. Ricordo bene un’affermazione del mio vecchio Patriarca, il cardinale Roncalli, il quale confidava a noi seminaristi che quando aveva un progetto da realizzare ne parlava a destra e a manca, da mattina alla sera, perché era convinto che prima o poi si sarebbe imbattuto in qualcuno che gli avrebbe dato una mano per realizzarlo.

E ricordo pure monsignor Vecchi, mio parroco a San Lorenzo, che affermava che una iniziativa o una struttura non sorgono mai dal nulla per generazione spontanea, ma hanno bisogno di un’opinione pubblica, o meglio di una cultura che maturi e sensibilizzi la gente a questo problema, perché quando c’è questo supporto di ordine sociale, prima o poi qualche iniziativa troverà modo di essere realizzata.

Io, per un sogno o un progetto che coltivo ormai da qualche anno, sono allo stadio di creare opinione pubblica favorevole. Perciò mi sto dando da fare per costruire questa sensibilità perché esso abbia una qualche probabilità di vedere la luce. Ecco il progetto. A Mestre funzionano tre mense dei poveri: Ca’ Letizia della San Vincenzo, la mensa dei Cappuccini e quella dei Padri Somaschi ad Altobello. Tutte e tre funzionano bene e svolgono un servizio di alto livello sociale per la povera gente. Forse in questo momento, in cui morde più duramente la crisi, sono insufficienti; inoltre esse servono il centro di Mestre e la parte sud, mentre la parte nord della città non ha questo presidio sociale. Il mio sogno non è solo quello di servire questa parte del nostro territorio con un’altra mensa, ma pure di offrire un servizio un po’ diverso da quelli che hanno le attuali in funzione.

Io sognerei di puntare su un “ristorante” oppure su una tavola calda di carattere popolare, sempre con la dottrina di offrire un servizio a pagamento, però alla portata delle persone meno abbienti. Penso ad una struttura nella quale, convenzionandosi con uno dei tanti catering esistenti e coinvolgendolo in questa opera umanitaria, il pranzo o la cena sia preparata da questa organizzazione gastronomica al massimo per tre euro al pasto, mentre il servizio sia svolto da volontari.

Sogno inoltre che questo “ristorante” dal volto pulito e signorile non sia destinato solamente o principalmente ai mendicanti, ma che vi possano accedere singole persone o famiglie che devono lottare per arrivare alla fine del mese. Come mi piacerebbe che un operaio con moglie e con uno o due bambini, e con uno stipendio di 1200 euro al mese potesse dire ai suoi cari: «Questa sera vi porto a cena fuori!».

Per la realizzazione di questo sogno ho, come vedete, il progetto, ho individuato un terreno in cui possa sorgere ed ho perfino messo da parte qualche soldarello. Manca ancora qualcosa ed è per questo che ne parlo.

01.09.2013

Scusatemi ma non riesco a fare di meglio

Mi pare sia Bertolt Brecht che ha scritto: “Quando nel `De bello gallico’ si legge che Cesare conquistò la Gallia, penso che non fosse proprio solo ma che avesse con sé almeno un barbiere”, per dire che Cesare fu un brillante condottiero, ma che disponeva delle poderose legioni di romani per vincere Vercingetorige e così conquistare il paese d’oltralpe. Da sempre si dà per scontato che il merito e pure il demerito di grandiose imprese sia solo del capo.

Più volte, nei miei discorsi di inaugurazione delle strutture o delle attività in cui mi sono cimentato, ho sentito il bisogno e il dovere di affermare pubblicamente che con me c’era stata una intera comunità che ha, almeno globalmente, condiviso l’obiettivo che poi è stata indispensabile nel suo realizzo. Credo che per ogni impresa umana avvenga tutto questo. Spesso mi sento lodato o ringraziato per un’opera che è stata realizzata dall’apporto determinante di una intera comunità. Ed altrettanto spesso mi si imputano sbagli, errori e fallimenti che invece sono dipesi dalla balordaggine, dalla indisciplina dei miei collaboratori.

Vorrei pur far presente che mentre nell’esercito o in fabbrica la catena di comando è ferrea, per cui il subordinato deve eseguire gli ordini pena la perdita del posto di lavoro, con i volontari le cose sono ben diverse. Al “don Vecchi” e nei suoi derivati “lavorano” almeno duecentocinquanta volontari, assunti a scatola chiusa, senza alcuno skimming preventivo. Motivo per cui ho con me un po’ di tutto: gente fortemente motivata da valori ideali, gente che non sa come passare il tempo, gente che spera che gliene venga qualche utile, gente che pensa che un volontario possa permettersi di fare quello che crede, e via di seguito. Comunque e sempre sono “lavoratori” spesso splendidi e generosi, però qualche volta povera gente che fa quello che può. In ogni caso il volontario può piantarti in asso quando vuole e per qualsiasi motivo. Sono ben cosciente di avere con me una specie di esercito di Brancaleone, però solamente con queste truppe devo combattere la mia “guerra”.

Un tempo, quando facevo l’assistente della San Vincenzo, avevo come presidente l’amministratore delegato di COIN, il quale inizialmente pensava di poter disporre di un personale selezionato, intelligente, sempre sull’attenti, ma ben presto capì che con i volontari era tutt’altra cosa.

Faccio questa lunga premessa sperando che i concittadini mi perdonino tutte le gaffes, i contrattempi, i malintesi e le furberie che sono tentati di addebitarmi. Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera di protesta, giustissima nel suo contenuto, che mi faceva rilevare le deficienze della mia gente. Dovetti scusarmi e dire: «Grazie signora, so bene con chi ho a che fare, però spero che, tutto sommato, sia preferibile fare qualcosa con questo volontariato che far niente senza di esso. Forse per questo motivo alcuni miei colleghi hanno deciso di starsene con le mani in tasca.

29.08.2013

Delusione!

Oggi l’amministratore dei Centri don Vecchi mi ha informato che due giorni fa sono stati accreditati sul conto corrente della Fondazione Carpinetum ventiduemila euro provenienti dal cinque per mille. Sono rimasto di stucco essendomi impegnato fino all’ultimo sangue per conquistarmeli, tanto che nel piano di finanziamento del nuovo Centro per gli anziani in perdita di autonomia avevo assicurato all’amministrazione che potevano contare sull’entrata di almeno centomila euro.

Per tutto il 2012 e 2013, ogni settimana, ho fatto un inserto su “L’Incontro”, il nostro settimanale, per invitare accoratamente i lettori a destinare il cinque per mille alla Fondazione perché in questo momento ho particolarmente bisogno di liquidità. Affermai ogni volta che il pensare ai nostri anziani meno abbienti è un sacro dovere e soprattutto insistei che i cittadini possono verificare ogni giorno e senza fatica come vengono impegnate le loro elargizioni. Sarei tentato di dire, se non suonasse a vanteria, che nella nostra città non si possono trovare delle strutture d’ordine solidale così signorili, così attente alla dignità dell’uomo e soprattutto con rette così basse come quelle praticate al “don Vecchi”. Potremmo sfidare tranquillamente chiunque a dimostrarci che nell’Italia settentrionale riescono a trovare strutture simili alle nostre con rette inferiori.

Tante volte ho ribadito tutto questo ai lettori de “L’Incontro”, che pare siano ventimila; ora mi ha amareggiato il fatto che questa mole di lettori ci abbia voltato le spalle ed abbia preferito altre realtà, pur benefiche, però non al livello delle nostre.

L’amministratore mi ha riferito che quella cifra del cinque per mille riguardava probabilmente il 2011, quando la nostra richiesta non era stata tanto accorata e tanto assillante, quanto invece quella che ho fatto nel 2012 e nell’anno corrente; questo mi ha rappacificato un po’.

Temo che i mestrini non si siano ancora bene accorti che i Centri don Vecchi sono uno splendido fiore all’occhiello della nostra città e che per ottenere questi risultati bisogna che tutti concorrano con la destinazione del cinque per mille, perché questa soluzione la possono fare senza che nessuno “metta le mani nelle loro tasche!”.

22.08.2013

Il testamento dell’apostolo dei lebbrosi

Penso che Raoul Follereau sia morto dai quindici ai venti anni fa. Questo francese della media borghesia dalla faccia rotonda che portava sempre il fifì, è diventato famoso perché ha dedicato tutta la sua vita al tentativo di guarire i malati di lebbra.

Follereau era un autentico apostolo e benefattore dell’umanità. Girò cento volte in lungo e in largo l’Africa nera e l’India, la Cina, l’Oceania e l’estremo oriente alla ricerca dei lebbrosi e dei lebbrosari, convinto che questa orrenda malattia che deturpa il corpo e che fino a poco tempo fa era assai diffusa nel mondo, si potesse guarire con un po’ di buona volontà e con pochi soldi. Follereau affermava che i veri ed autentici “lebbrosi”, difficilmente guaribili, erano gli Stati e gli uomini talmente egoisti che non pensavano ad altro che al denaro e ai propri interessi.

Follereau era sposato, ma senza figli, cosicché, novello missionario, poté spendersi totalmente senza risparmio di sorta per portare avanti questa crociata. E possiamo dire che ci riuscì perché la lebbra, pur essendo ancora presente in qualche remoto villaggio dell’Africa nera, praticamente è pressoché scomparsa.

Il mondo deve a questo grande apostolo moderno la vittoria su una delle malattie più ributtanti: egli ha dimostrato che se uno ha veramente amore per l’uomo, anche oggi può fare “miracoli”. Follereau vinse questa “guerra” soprattutto influendo sull’opinione pubblica e promuovendo una cultura della solidarietà. Questa impresa riuscì a questo testimone del nostro tempo perché era un giornalista brillante ed un uomo d’azione concreto e determinato.

Ricordo quando scrisse al Presidente degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica chiedendo che gli regalassero l’equivalente del costo di una superfortezza volante, di cui entrambi disponevano a migliaia ed egli con quel denaro avrebbe salvato dalla lebbra milioni di ammalati. Ricordo ancora i suoi appelli appassionati ai giovani perché non si rassegnassero a questo mondo ingiusto ed egoista, perché si ribellassero ad un perbenismo borghese ed indifferente e ad una fede che illude di potersi salvare da una vita insulsa ed inutile e di potersi guadagnare il Paradiso solamente pagando la tassa della “messa festiva”.

Ricordo ancora il testamento sublime con cui l’apostolo dei lebbrosi lasciò in eredità agli uomini di retta coscienza e soprattutto ai giovani, i progetti che egli non era riuscito a concludere.

Talvolta verrebbe anche a me la tentazione di lasciare ai miei confratelli e alla mia città i progetti perseguiti con passione ma che sono rimasti solamente sulla carta. Ho però tanta paura di morire senza trovare eredi disposti ad accogliere questa straordinaria ricchezza, senza il beneficio d’inventario.

15.08.2013

Chi la dura la vince

C’è molta gente cara nei riguardi di questo vecchio prete: sarà la mia canizie, sarà il fatto che scrivo molto o che i Centri don Vecchi mi hanno dato qualche notorietà, comunque sta di fatto che da mattina a sera non faccio che ricevere telefonate per i bisogni più diversi. Mi fa molto piacere che la gente abbia fiducia nella mia disponibilità e farò di tutto per aiutare il mio prossimo, perché questo lo ritengo un dovere, sia a livello personale che a quello ecclesiale. Mi rendo sempre più cauto però che per dare una risposta men che meno seria sarebbe necessaria una qualche organizzazione.

Oggi la vita è complessa, perciò senza un supporto organizzativo che abbracci tutti gli aspetti delle vecchie e soprattutto nuove povertà, e tutte le zone della nostra diocesi, i tentativi fatti da un singolo, o perfino da una parrocchia, per quanto motivata e attrezzata, sono destinati a rimanere velleitari e per niente risolutivi.

Questo problema non mi ha mai lasciato indifferente, però finora i miei tentativi sono andati a vuoto. Per un paio di anni ho premuto con tutte le mie forze per la realizzazione della “cittadella della solidarietà”, nel cui progetto rientravano non solo i servizi, ma pure un centro direzionale, un “cervello” che pianificasse in maniera moderna sia il coordinamento dei servizi, ma pure facesse un’analisi seria di chi si rivolgeva ad essi per offrire la risposta più idonea. Il progetto fallì; non ripeto i motivi di questo flop perché ne ho parlato più volte. L’individualismo estremo del mondo veneziano, la fragilità del governo, le scarse risorse finanziarie e soprattutto la mancanza di una cultura della solidarietà ne ha determinato la disfatta.

Non rassegnato, ho tentato un’altra strada. Con l’aiuto di esperti abbiamo creato un sito internet denominato “Mestre solidale“, ove appaiono tutti i servizi e gli enti benefici della città, con gli indirizzi, i numeri di telefono e le prestazioni che possono offrire. La soluzione però si è dimostrata forse prematura perché soprattutto il mondo del bisogno ignora ancora il mondo digitale e gli operatori del settore sono talmente impegnati nel servizio a cui si prestano da volontari, da non aver tempo e preparazione per entrare in questa rete solidale.

Ora non mi resta che sperare nel nuovo direttore della Caritas diocesana; infatti la Caritas ha come compito precipuo non tanto di gestire in proprio i servizi caritativi, quanto di promuovere nuove soluzioni e coordinare le strutture già esistenti. Non appena vi sarà questa nomina patriarcale mi darò da fare per proporre finalmente una organizzazione più adeguata.

La Chiesa veneziana deve avere, verso i concittadini in difficoltà, un progetto e delle soluzioni più avanzate delle attuali.

10.08.2013

Illuso o incapace

Una decina di anni fa si diceva che il volontariato era il fiore all’occhiello della Chiesa e della società del Triveneto. Oggi pare che questo fiore sia un po’ appassito e comunque non sia più così fresco e profumato qual’era un tempo.

Sono infinite le specie di fiori: ci sono le rose ma pure ci sono i cardi e i fiori di zucca. Ho qualche perplessità nel definire la specie di volontariato di cui mi avvalgo: talvolta ho creduto che i numerosi volontari che girano attorno al “don Vecchi” e costituiscono la forza del “Polo Solidale”, fossero quanto di meglio si possa trovare in un prato fiorito a primavera, ma qualche volta – specie quando ho la sensazione che alcuni volontari lo siano per interesse, altri per passare il tempo, altri ancora per una forma di autoaffermazione o quando si lasciano andare a beghe infinite – mi vien da pensare non solo ai fiori di cardo, ma pure a quelli di ortica, a quelli dei rovi o perfino a quelli velenosi.

Per indole e per costume sono però portato ad imputare la cattiva riuscita al giardiniere, piuttosto che alle piante, memore del detto della gente di mare che dice che “il pesce puzza dalla testa”. Mi capita assai spesso, in queste occasioni, di chiedermi: “Sono un illuso o un sognatore o, peggio ancora, un fallito?”

Proprio in questi giorni mi è capitata fra le mani un’affermazione di san Francesco di Sales: “Il bene è bene se è fatto bene”, affermazione a cui non posso non essere consenziente. Perciò, una volta ancora, mi pongo la domanda se vale la pena spendermi se non sono riuscito che a racimolare un esercito di Brancaleone, numeroso si, ma disordinato, irrequieto e in mal arnese.

Da sempre sono convinto non solo che è giusto, ma doveroso che i cristiani siano seriamente impegnati sul campo della solidarietà, virtù che, sola, esprime e rende credibile la fede, ma quando sono costretto a registrare divisioni, comportamenti arroganti, scontri ed insinuazioni maliziose, allora si affaccia alla mia coscienza, sempre forte ed amaro, il dubbio di essere un povero illuso nel credere ad un efficientismo poco fraterno e poco motivato e, peggio ancora, mi vien da pensare di non essere riuscito a passare uno stile nobile, dignitoso e motivato da valori alti.

In passato ho avuto modo di incontrare volontari della Comunità di sant’Egidio, riscontrando in loro una forte passione fraterna ed una grande spiritualità. Per ora credo che non mi resti altro che testimoniare i miei convincimenti, nonostante tutto e pregare perché il buon Dio perfezioni e completi la mia “incompiuta”.

07.08.2013

Una grazia insperata

Il Banco solidale del “don Vecchi”, gestito dall’associazione di volontariato “Carpinetum solidale”, ha emesso finora circa 900 tessere a livello di famiglia e conta di assistere, con l’erogazione di generi alimentari, circa 3000 persone alla settimana. Le richieste di aiuto sarebbero ben superiori, ma la disponibilità di generi alimentari non è tale da poter soddisfare tutte le richieste.

I generi alimentari sono erogati a persone che abbiano meno di 700 euro di entrate mensili, e tutto questo deve essere documentato con dati ufficiali. Attualmente è sospesa – però almeno fino a settembre – la concessione di nuove tessere, facendo eccezione solamente per chi dimostra di avere bambini piccoli a carico, appunto per la limitata quantità di alimentari che l’associazione riesce a reperire da fonti varie, quali il Banco alimentare di Verona, gestito dalla “Compagnia delle opere” di Comunione e Liberazione, dal discount Dico di Noale e da tante altre realtà di minor consistenza ma che, tutte assieme, fanno giungere una quantità abbastanza rilevante di prodotti.

Da quindici e più anni mi sono battuto strenuamente perché il Comune di Venezia, come tanti altri Comuni della Romagna, del Veneto e del Milanese, stabilisse dei protocolli di intesa con gli ipermercati, detassando i rifiuti ed ottenendo in cambio i generi alimentari non più commerciabili per i poveri.

Con l’assessore Giuseppe Bortoluzzi ero arrivato finalmente ad impostare questo discorso, senonché con l’arrivo dell’assessore Sandro Simionato il discorso si inceppò senza che sia riuscito a farlo procedere. E’ non un peccato, ma un sacrilegio, che ogni giorno vada buttata nella spazzatura una quantità tale di alimenti che sarebbe più che sufficiente a soddisfare tutte le richieste di vecchi, disoccupati ed extracomunitari che attualmente versano in estrema difficoltà.

Il discorso era in stallo da troppo tempo perché potessi sperare in una qualche soluzione positiva, ma per fortuna l’assessore Maggioni, che si occupa di tutt’altre cose ma che, da vecchio scout s’è sentito in dovere di fare “la sua buona azione” come gli ha insegnato Baden Powel, mi ha messo in comunicazione con i responsabili del nuovo ipermercato che la catena Despar ha aperto nella zona commerciale vicina all’Ospedale dell’Angelo. L’incontro di questa mattina è stato estremamente positivo essendosi i responsabili dichiarati disposti non solamente a fornirci gli alimenti non più commerciabili del nuovo ipermercato, ma anche quelli dei loro ipermercati che noi riusciamo a raggiungere con i nostri furgoni.

Scrivo ancora una volta queste cose perché ritengo giusto segnalare alla città sia l’assessore Maggioni che i responsabili della Despar, ma anche perché ognuno prenda coscienza che se ogni cittadino si rendesse disponibile a fare quello che può, molti problemi troverebbero soluzione.

20.07.2013

“Fa questo e vivrai”

Questa sera dovrò commentare il famoso brano del Vangelo che inizia con la domanda di un dottore della legge”, ossia di un laureato in diritto canonico: «Maestro, che cosa devo fare per guadagnare la vita eterna?». Gesù gli risponde con un’altra domanda: «Che cosa dice la Bibbia in proposito?», una domanda semplice. E questo risponde pronto: «Ama Dio ed ama il prossimo!» E aggiunge: «Ma chi è il mio prossimo?» Troppo complicato impegnarsi, darsi da fare per tutti, anche per gli extracomunitari, per chi s’è mangiato tutto, per chi gioca alle macchinette, per i barbanera, gli accattoni, per chi va a donne, per chi è vissuto come una cicala, ecc. ecc.

Per gli ebrei d’allora, ma anche per quelli di oggi, non appartenevano certo al “prossimo” i palestinesi, i “gentili” e – diciamolo pure – tutti quelli che sarebbe stato faticoso e impegnativo aiutare; allora come oggi ci si può dar da fare anche con qualche sacrificio, per un figlio, una persona cara e amica, ma non certamente per “chi non merita” e, per moltissimi, non merita niente e mai nessuno!

Gesù allora raccontò la parabola dell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico e s’imbatté in uno sconosciuto mezzo morto per strada… (Credo che i miei vecchi, ma non solo, ci hanno fatto l’orecchio a questo racconto e molti l’abbiano messo nella raccolta delle favole insieme a Pinocchio e Cappuccetto Rosso). Perciò ho reso attuale il racconto con personaggi veri e con episodi reali che tutti possono conoscere, basta che vadano al “don Vecchi” di Campalto; a volte poi forse questa è la storia di ognuno dei residenti ai Centri don Vecchi.

L’anno scorso una signora dei Frari, che ho incontrato nuovamente due giorni fa ai magazzini “San Martino”, venne da me e mi disse: «don Armando, due persone di una certa età da otto mesi dormono sotto il cavalcavia di Mestre; lui è in cassa integrazione, hanno perso la casa e si sono ridotti in questa situazione. Cosa possiamo fare per loro?». Prima lei e poi io avremmo voluto dire: “Che cosa c’entro io?”, come nella parabola hanno detto il sacerdote e il levita. Così di certo se lo sono detto decine e decine di persone che di certo sono venuti a conoscere questo fatto.

Questa signora sicuramente non sarebbe stata capace di fare da sola “il miracolo” perché solo un miracolo poteva risolvere una situazione del genere. Io rimasi turbato, non sapendo che pesci pigliare e lei allora aggiunse: «Sono andata a vederli, dormono per terra, con una coperta sotto e due sopra». Andai da Candiani, il direttore del Centro; la signora telefonò al frate parroco dei Frari, il quale stanziò duecento euro al mese; i volontari del magazzino dei mobili arredarono l’alloggio; quelli dei vestiti procurarono il resto. Così, in pieno inverno, questi due malcapitati trovarono caldo e ristoro. Ora il marito ha ripreso a lavorare e quindi vivono serenamente in maniera più che dignitosa. Nessuno della filiera di chi si è interessato avrebbe potuto risolvere da solo il problema, ma facendo ognuno quello che poteva fare, abbiamo ridato vita a queste due creature.

Concluderò la predica dicendo: «Nessuno di noi tenti mai di giustificare il suo egoismo dicendo `che cosa ci posso fare?’, se non altro perché, se tanti altri concittadini si fossero comportati così, neppure noi abiteremmo in questo Centro».

14.07.2013

Dove sta il giusto?

Questa mattina è cominciata veramente male. Come al solito alle 7,30, orario di apertura del nostro cimitero, ero pronto per riordinare la “cattedrale” e la vecchia chiesa succursale. Verso le 8,15 ero già in sacrestia a fissare sulla carta qualche riflessione per questo mio appuntamento quotidiano con i miei amici.

Il primo impegno l’avevo alle 9,30 per accompagnare in cielo una mia vecchia parrocchiana. Senonché, mentre rigiravo la biro tra le mani per scegliere l’argomento, entrò dalla porta – che lascio sempre aperta – un giovane vestito dignitosamente e dal volto pulito. Mi chiese un aiuto per pagare la bolletta della luce. Cominciai a tentare di inquadrare la persona e la situazione (chi legge le mie vicende ricorderà come, non più tardi della settimana scorsa sono incappato in uno dei tanti raggiri che i “poveri di professione” sanno imbastire in maniera magistrale).

In breve, questo giovane era di Favaro, la bolletta era di 90 euro: 50 – disse – gliele aveva date il suo parroco, quindi ne rimanevano 40. Gli chiesi come mi aveva scoperto; infatti, in passato, uno dei professionisti della questua mi mostrò una listarella di preti con gli euro che erano soliti dare ai poveri, listarella che aveva comprato da un suo collega più intraprendente di lui: nella lista c’ero anch’io! Gli chiesi come mai alla sua età non lavorava, dato che avrà avuto circa vent’anni. Gli diedi due euro, sempre per via della decisione di dare quello di cui dispongo ad una struttura che, come mi ha insegnato mons. Vecchi, avrebbe continuato a far del bene per almeno altri cent’anni. Mi salutò dicendomi “grazie”. Dopo mezz’ora l’avrei rincorso e gli avrei dato anche il portafoglio!

Neanche dieci minuti dopo, sempre dalla porta aperta, entrò una ragazza, pure lei sui vent’anni, chiedendomi aiuto perché aveva una bambina e il suo compagno l’aveva mollata. Anche lei era di Favaro, però l’avevo vista domenica mattina alla porta della chiesa di Carpenedo ed un po’ più tardi armeggiare con un signore. E poi lei stessa mi ricordò che un giorno le avevo detto che mi facesse telefonare dal suo parroco e, se lui l’avesse fatto, gli avrei mandato un’offerta perché gliela passasse. Don Alfredo mi telefonò. In verità non aveva molti più elementi di quanti non ne avessi io, comunque gli mandai 30 euro. Pure a questa ragazza diedi due euro, ma non provai rimorso perché aveva un fare un po’ malizioso e perché ebbi la sensazione che questuasse per mestiere.

Celebrai male la messa e la coscienza mi tormentò per tutta la giornata. Tentai di rasserenarmi dicendomi che quando a questa gente offri generi alimentari, frutta e verdura e vestiti, normalmente lasciano cadere il discorso. So però, per esperienza diretta, che per vivere ci vogliono anche soldi contanti. A me non costa dare; confesso che mi farebbe lo stesso dare ai questuanti e alla Fondazione per i Centri don Vecchi. Resta il fatto che se avessi fatto la prima scelta più di 500 anziani oggi non avrebbero una casa. Però neanche questo mi dà totalmente pace.

Un “sacrilegio” senza reazioni di sorta

Qualche giorno fa ho letto su “Gente Veneta”, il settimanale del patriarcato di Venezia, un servizio intelligente, puntuale e, perché no?, tragico su quanto va buttato dagli ipermercati, dalle botteghe, dai ristoranti e dai centri cottura e distribuzione alimentare della nostra città.

Siccome sono particolarmente sensibile a questo problema che spesso è denunciato dalla stampa cattolica, ogni volta che vedo un titolo su questo argomento leggo con avidità l’articolo e provo rabbia. Questa volta la reazione è stata ancora più forte perché lo spreco denunciato non avviene in America, ma proprio a casa nostra.

Io credo d’aver fatto quanto era nelle mie possibilità per ottenere quello che avviene in tante altre città, però confesso di sentirmi sconfitto; tanto che mi sono ormai arreso senza condizioni.

Su questo argomento la storia è stata lunga e quanto mai tormentata. Sto mendicando un aiuto dall’assessore della sicurezza sociale del Comune di Venezia almeno da quindici, venti anni, da quando ho aperto la “bottega solidale” per la distribuzione dei generi alimentari per i poveri. Avendo letto poi quanto si è fatto a Bologna prima, ma poi a Milano, Verona, Vicenza, non c’è stato amministrazione comunale di Venezia che si sia succeduta in questo tempo a cui non abbia bussato la porta, perché il problema rimane sempre quello: le catene della distribuzione sono disponibili a concedere i viveri in scadenza solamente a patto che il Comune sia disponibile ad abbattere, almeno per un po’, la tassazione sui rifiuti.

Le società, per organizzare lo smaltimento dei generi in scadenza, devono sopportare un costo e, secondo la logica ferrea delle leggi di mercato, non sono disposte a sopportarlo se non lo recuperano con lo smaltimento dei rifiuti.

Con l’assessore Giuseppe Bortolussi pareva che questo processo si stesse avviando, senonché con l’assessore che gli è succeduto, il dottor Sandro Simionato, tutto s’è bloccato nonostante le mie suppliche. E si che costui è del PD, partito che a differenza del reazionario Berlusconi, afferma di essere aperto socialmente!

A questa insensibilità comunale si aggiunge quella della Caritas diocesana che dovrebbe essere l’organo che promuove la solidarietà nella Chiesa veneziana e che dovrebbe muoversi in questo settore come il rappresentante del Patriarca il quale, nella Chiesa, si dice sia il presidente della carità, ma che su questo fronte pare che essa sia assolutamente assente!

Al “don Vecchi” si aiutano quasi 3000 persone la settimana, però se ci fosse una qualche collaborazione da parte del Comune e della curia, potremmo fare cento volte di più.