Cominciamo con la “promozione”

Siamo alle solite! Le associazioni di solidarietà sono purtroppo, come scrissi già, un piccolo arcipelago di isolette abbastanza minute e non intercomunicanti. Motivo per cui nessuna di loro ha la forza di creare opinione pubblica e, meno che meno, cultura.

A Mestre, ma non solo, manca un governo che coordini e che sia in grado di parlare ed agire a nome di quel numero abbastanza consistente di associazioni e soprattutto del numero significativo di concittadini che si dedicano alla solidarietà. Anche il nostro “Polo solidale” del “don Vecchi”, pur costituito da tre associazioni e da una Fondazione che dispongono di strutture valide ed efficienti e soprattutto di più di 250 volontari, e pur potendo fruire come portavoce de “L’Incontro” e della benevola simpatia dei due quotidiani della città, “Il Gazzettino” e “La Nuova Venezia” e del settimanale “Gente Veneta”, non hanno ancora la forza di promuovere una campagna di stampa per boicottare i supermercati, i negozi e i centri di cottura che si dimostrano ancora assolutamente insensibili a qualsiasi forma di solidarietà, preferendo buttare nella pattumiera o riciclare clandestinamente i loro prodotti alimentari che legalmente non sono più commerciabili, piuttosto che metterli a disposizione di chi, in questo momento di crisi, versa in gravi condizioni di disagio.

Non riuscendo a contare sulla pubblica amministrazione, né su altri enti autorevoli, né sulla sinergia delle parrocchie, la “pressione” risulta ancora troppo debole per promuovere un serio boicottaggio verso chi pensa solo egoisticamente al suo vantaggio economico.

Potendo constatare ora il volume enorme di generi alimentari in scadenza che ci vengono forniti ad esempio dall’ipermercato Despar di Mestre e dai supermercati Cadoro, e la quantità di dolci fornitici dalle pasticcerie “Dolci e delizie”, “Ceccon” e Dolciaria mestrina”, viene istintivo domandarsi: “Dove vanno a finire i generi alimentari degli altri ipermercati e pasticcerie di Mestre?

Una campagna seria di boicottaggio verso le aziende insensibili ai bisogni dei poveri pensiamo che potrebbe sortire un positivo effetto a livello di solidarietà. Non essendo ancora attrezzati e capaci di far questo, abbiamo tutta l’intenzione di ritornare in maniera quasi ossessiva a dire ai nostri ventimila lettori: “Badate che scegliendo i negozi che hanno una qualche sensibilità sociale, non solamente vi approvvigionate dei beni di consumo che vi necessitano, ma anche, senza spendere un soldo in più, avete modo di aiutare chi non può permettersi di comperare questi generi alimentari. Perciò faremo pubblicità a titolo gratuito alle realtà che si dimostrano attente ai bisogni dei poveri.

08.03.2014

Una dottrina assolutamente innovativa

Qualche tempo fa ho sentito un politico che alla televisione ha fatto un’osservazione che di primo acchito mi ha sorpreso, ma che poi, ripensandoci, mi è apparso quanto fosse giusta, anche perché da molti anni la sto applicando anch’io con buoni risultati.

Questo politico, a proposito della grave crisi economica, affermava che potremmo facilmente risolverla se sfruttassimo i nostri immensi giacimenti di “petrolio”. Al che, le persone con cui stava parlando, lo hanno guardato, sorprese di fronte ad un’affermazione che di certo non trova riscontri nel nostro territorio (ai tempi di Mattei si tentò di trivellare qua e là il nostro Paese ma con risultati assai scarsi; neanche oggi risulta che recentemente si siano fatte “scoperte” del genere).

Allora il parlamentare affermò: «Noi abbiamo enormi “giacimenti” d’arte e di cultura; se li sfruttassimo giustamente potremmo ricavarne risorse enormi!» Il turismo è già una voce importante sul bilancio italiano, ma potrebbe diventare mille volte più ricco se sfruttassimo a dovere il patrimonio artistico pressoché infinito del nostro Paese. Purtroppo chi ci governa non valorizza minimamente quanto la natura, i nostri padri e il buon Dio ci hanno regalato in maniera più che generosa. Un discorso del genere lo vorrei fare anch’io, portando, prove alla mano, ai miei colleghi, alle parrocchie e a tutti coloro che hanno a cuore la nostra Chiesa e la povera gente. Il buon Dio ci ha donato il comandamento della “carità” che è un vero “giacimento di petrolio” a livello pastorale, a livello di credibilità, come pure a livello economico. Io posso affermare coi fatti che la carità non è una voce passiva che porta in rosso il bilancio, anzi è una delle risorse più consistenti nel bilancio di una parrocchia, di una qualsiasi associazione benefica.

La Fondazione dei Centri don Vecchi ne è la prova più lampante. In vent’anni stiamo già pensando alla sesta struttura e già mettiamo a disposizione degli anziani in difficoltà economica quasi 500 alloggi e abbiamo il Polo Solidale del “don Vecchi” che aiuta parecchie migliaia di poveri tutti i mesi e contemporaneamente tutti i bilanci sono in attivo.

E’ ora che si affermi chiaramente che la carità non fa passivi, anzi è una delle voci più sicure e più promettenti a tutti i livelli. Provare per credere!

Tante volte mi sono offerto di insegnare “la formula” che non ha nulla di magico, ma che poggia sulla verità che l’la realtà più bella e feconda esistente al mondo. Non cerchiamo altrove: il “petrolio” lo abbiamo in casa!

26.02.2014

L’ultima avventura

Io sono stato per una trentina d’anni educatore degli scout e perciò mi sono fatto una cultura e delle convinzioni in proposito. Ho frequentato a suo tempo il campo per assistenti scout a Colico, conseguendo il brevetto di capo e il diritto di portare il distintivo del “ranocchio”, simbolo di questa “università scout”.

Nello scoutismo, tra gli insegnamenti di fondo (considerare proprio onore meritare fiducia, essere fedeli alla parola data, vivere lo spirito di servizio…), c’è anche quello di considerare la vita una bella avventura; quindi non lasciarsi intimorire e sopraffare dalle difficoltà e avere il coraggio di affrontare con fiducia e serenità ogni ostacolo credendo nelle proprie risorse.

Forse per questo Matteo Renzi, che da ragazzino ha fatto la promessa scout e da grande fu educatore, credo che affronti la “missione impossibile” come una bella avventura. Solo se non la pensasse così sarebbe da pazzi sognare e tentare di mettere in piedi questa povera Italietta che, oltre alla mafia, è tormentata da politici chiacchieroni e inconcludenti. Spero che gli vada bene, però ripeto che credo ci voglia del bel coraggio ad affrontare un’impresa del genere.

Nella mia vita fortunatamente non mi sono mai dovuto cimentare in imprese così impervie, comunque di gatte da pelare ne ho avute più di una. Voglio soffermarmi sull’ultima che, confesso, sto vivendo come un’autentica avventura. Il direttore di una delle associazioni del Polo Solidale del “don Vecchi”, che è una autentica “verigola”, perché quando si pone un obiettivo non molla mai l’osso, ha ottenuto, dopo un anno di insistenze, i generi alimentari in scadenza dei cinque supermercati Cadoro di Mestre.

A giorni si aggiungeranno anche quelli di Mogliano. Pur essendoci nel Polo Solidale un’altra associazione che fa un ottimo lavoro in questo settore e aiuta ogni settimana tremila poveri, per motivi particolari non è stato ancora possibile far confluire i generi alimentari della Cadoro in questa associazione. Quindi in circa una settimana fu giocoforza impegnarsi fino allo spasimo per avere un magazzino, un luogo per collocare il nuovo “spazio solidale”, per mettere in atto la catena del freddo, per acquistare un furgone per il ritiro dei generi alimentari, per trovare un certo numero di autisti ed un numero più abbondante di volontari per la distribuzione.

Comunque, dopo otto giorni, cioè il 17 febbraio, tutto fu pronto! Non so se per il senso di avventura appreso fra gli scout o per la disperazione, fatto sta che in otto giorni il “locomotore” ha cominciato a sbuffare e a girare.

Nei primi cinque giorni di ritiro e di distribuzione abbiamo accontentato ben 470 richieste di aiuto. Se si osa, nella vita talvolta può andar bene. Ora spero che pure Renzi, che è impegnato in questi giorni in un’avventura ben più importante, abbia lo stesso successo.

25.02.2014

Almeno Papa Francesco!

Da alcuni mesi vado seguendo le vicende di un nuovo dormitorio per senzatetto che il nostro Patriarca ha annunciato ormai da molto tempo.
Da quanto ho avuto modo di apprendere da “Gente Veneta” e pure dal “Gazzettino”, il nostro vescovo, prendendo coscienza che a Mestre vi sono decine e decine di senzatetto che dormono alla stazione, sotto il cavalcavia o sotto i portici di certi palazzi della città, quale segno di solidarietà e di conversione, in occasione dell’anno della fede appena conclusosi, ha deciso di dar vita ad un altro dormitorio.

La Caritas, che ha realizzato l’iniziativa, ha ottenuto, pur con una certa fatica a causa della contrarietà della municipalità di Marghera, un piano di una scuola dismessa, l’ha restaurato ed a giorni sarà inaugurato.

Io non posso che plaudire a questa iniziativa e quindi sono quanto mai felice che si siano superati gli ostacoli e si possa dare il via a questa struttura. Sono contento anche perché in questi ultimi trent’anni innumerevoli volte si era parlato di una mensa dei poveri nel vicariato di Marghera; io stesso, almeno tre volte, sono stato invitato, come “esperto” del settore, a tavole rotonde o a commissioni di studio in merito, l’ultima volta nella parrocchia di Catene per preparare volontari che dovevano gestire la mensa. Non se ne fece nulla.

Finalmente però “la montagna ha partorito il topolino!”. In spirito di fraterna collaborazione mi permetto di osservare che forse sarebbe stato opportuno un incontro tra gli “addetti ai lavori” per un coordinamento e per inserire la nuova struttura in un progetto globale (io sono per la realizzazione di un piano organico che si occupi della carità a Mestre). Pazienza, “cosa fatta capo ha!”.

Ma l’apertura di questo dormitorio con colazione mi pone almeno due “spinosi e tormentosi problemi”. Primo: la dedica di questo dormitorio per senzatetto a Papa Francesco mi sa un po’ di culto della personalità, che mai profuma di nobiltà e di disinteresse (ma questo, anche se fosse, è un “peccatuccio veniale”). Secondo: i giornali hanno annunciato con una certa enfasi che per l’inaugurazione è stato invitato il Segretario di Stato del Vaticano, il cardinal Parolin; praticamente il vicepapa!

Ma allora, quando il prossimo maggio, la Fondazione inaugurerà in quel degli Arzeroni una struttura tutta nuova, come stabile e come soluzione per gli anziani poveri in perdita di autonomia, con sessanta appartamentini, ambulatorio, palestra, parrucchiera, lavanderia e tantissimi spazi comuni, senza domandare un centesimo alla curia, chi mai dovremmo invitare? Fosse anche Papa Francesco è ancora poco!

Mi consolo perché penso che verrà lo stesso nostro Signore!

31.01.2014

Cadoro

Spero proprio che la crepa prodottasi nella diga che sembrava impenetrabile, stia felicemente aprendosi sotto la richiesta pressante delle persone che hanno a cuore la sorte dei concittadini in maggiore difficoltà a causa della crisi economica che imperversa nel nostro Paese.

Gesù ci aveva insegnato, già duemila anni fa, come fare per ottenere quello di cui il nostro mondo ha bisogno: “Bussate e vi sarà aperto, domandate e vi sarà dato…” Purtroppo noi siamo, sì, suoi discepoli, però non abbiamo imparato ancora molto dal nostro Maestro.

E’ risaputo ormai da venti, trent’anni, che gli ipermercati e le aziende che trattano i generi alimentari devono buttare una notevole quantità di cibo, pur essendo esso ancora perfettamente commestibile: questo a motivo delle norme attuali che ne proibiscono la vendita. I giornali infatti, periodicamente, denunciano questo scandalo.

Non è sempre per cattiveria che questi generi non sono messi a disposizione di chi ne ha bisogno, ma vengono buttati; spesso è l’organizzazione della distribuzione – che deve essere la più agile e la più economica possibile – che sconsiglia queste elargizioni perché diventano un costo per l’azienda.

Noi del Polo Solidale del “don Vecchi”, ne abbiamo parlato mille volte ed abbiamo fatto quanto mai pressione presso il Comune che avrebbe strumenti per risolvere il problema. Purtroppo il nostro Comune s’è dimostrato tanto insensibile a questo problema: preferisce preoccuparsi delle “grandi navi” piuttosto che dei poveri.

Comunque, tanto abbiamo fatto che prima il “discount di Noale”, più di un anno fa, ha cominciato a consegnarci questi prodotti, poi sono arrivate alcune pasticcerie, quindi, da due mesi, la “Despar”, ed ora finalmente la “Cadoro”.

Il signor Bagaggia, direttore di una delle associazioni di volontariato del “don Vecchi”, ha bussato per un intero anno alla porta della direzione di questa catena di ipermercati e finalmente la richiesta ha superato la muraglia burocratica ed è arrivata al signor Bovolato, nostro concittadino, proprietario dei magazzini della catena della “Cadoro”.

Abbiamo avuto un incontro in cui questo signore ha dimostrato una assoluta disponibilità, anzi entusiasmo nel poter collaborare a quest’opera di bene, Ora stiamo imbastendo un’organizzazione per il ritiro dei prodotti, impresa non facilissima perché almeno due volte al giorno per sei giorni la settimana i nostri volontari dovranno passare per tutti i cinque ipermercati per il ritiro dei prodotti alimentari.

Avremmo bisogno di almeno un’altra quindicina di volontari per il ritiro e la distribuzione. Comunque sono convinto che riusciremo a farcela pensando che il numero di giovani pensionati è davvero notevole. Ai pensieri vecchi se ne aggiungono di nuovi, però la soddisfazione di poter aiutare qualcuno che è in difficoltà è già una ricompensa più che sufficiente per continuare questa bella avventura.

29.01.2014

L’esperienza dello spreco

Lo studio teorico dei problemi dell’uomo e della società è certamente importante, però finché uno non ci si cala dentro e non ne fa diretta esperienza, difficilmente ne diventa veramente consapevole.

Il volume che contiene la “dottrina” di uno degli ordini religiosi più recenti, quello dei “Piccoli fratelli di Gesù”, fondato da Charles De Foucauld, ha come titolo “Come loro”. Il testo, che può essere considerato “la Regola” o “la Magna carta” di questo ordine, prescrive a questi religiosi del nostro tempo di condividere le condizioni esistenziali degli ultimi della nostra società, vivendo come loro, nelle stesse abitazioni, con le stesse condizioni di vita. Soltanto la condivisione reale permette una conoscenza vera dei loro problemi e rende possibile la solidarietà per la quale può passare il messaggio evangelico.

Anche recentemente mi è capitato di affermare che altro è parlare dei poveri, pregare e operare a loro favore, e altro è vederli nella sofferenza della loro condizione e condividere con loro i disagi che la povertà comporta.

Io ormai da molti anni seguo le notizie riportate dai giornali circa le migliaia di tonnellate di generi alimentari e di frutta e verdura che vanno sprecate ogni giorno e buttate nella spazzatura, mentre potrebbero sfamare un numero consistente di poveri. Vedere con i propri occhi gli alimenti che solo un ipermercato o un semplice negozio destina alla spazzatura ogni giorno, è un qualcosa che turba in maniera profonda, qualcosa che mette veramente i brividi e fa nascere un senso di indignazione verso la nostra società dell’opulenza, del consumo e dello spreco.

Grazie alla mediazione di un giovane assessore del Comune di Venezia siamo riusciti a farci dare ogni giorno i generi alimentari che l’ipermercato Despar della nostra città non può più mettere in commercio per i motivi più disparati, ma che sono assolutamente mangiabili senza ombra di pericolo.

Mai avrei immaginato che un solo ipermercato fosse costretto per legge a buttar via ogni giorno tanto ben di Dio!

Circa un mese fa una signora è venuta a conoscenza che nelle pasticcerie ogni sera le paste con la crema devono essere buttate perché perdono un minimo della loro freschezza e quindi non sono più proponibili alla difficile e viziata clientela. Da allora, tramite l’intervento di questa cliente, i proprietari di due pasticcerie della città donano ai nostri Centri queste “bontà” che altrimenti andrebbero perdute. Ebbene, a queste due pasticcerie se ne sono aggiunte altre due. Penso che i cinquecento residenti dei Centri don Vecchi nella loro vita mai abbiano mangiato così tante leccornie.

Se più gente si impegnasse per i fratelli in difficoltà e ne condividesse il disagio, credo che potremmo fare ancora miracoli e operare per cambiare questa nostra società semplicemente assurda.

17.01.2014

La dottoressa Corsi

Attendevo da un paio di settimane con trepidazione questa telefonata, e purtroppo ora mi è giunta: la dottoressa Francesca Corsi, funzionario di alto livello del Comune di Venezia, è morta.

A motivo dei Centri don Vecchi in questi ultimi vent’anni il rapporto con questa donna è stato frequente, stretto e quanto mai collaborativo. Ho sognato e mi sono battuto con fatica e molta determinazione per la soluzione che col tempo è stata identificata nel Centro don Vecchi a favore degli anziani, ma ero sprovvisto di esperienza e conoscenza degli ingranaggi degli enti pubblici, mentre lei, che ha speso una vita all’interno di queste realtà, intelligente e determinata com’era, ha condiviso con me e mi ha offerto frequentemente soluzioni determinanti a livello legale e burocratico che da solo non sarei mai stato in grado di risolvere.

La dottoressa Corsi in questi ultimi vent’anni, all’interno dell’assessorato alle politiche sociali del Comune di Venezia, ha ricoperto ruoli di alto livello nel settore che riguarda gli anziani e i disabili, io l’ho conosciuta sui banchi della scuola quando insegnavo alle magistrali e lei era ancora una ragazzina.

Nacque, fin da allora, un rapporto di simpatia e di condivisione. Forse sono stato un docente anomalo, perché ho sempre tentato di passare valori piuttosto che aride nozioni dottrinali. Onestamente penso che i miei alunni abbiano colto e condiviso il messaggio di solidarietà in cui ho sempre creduto e che rappresenta il cuore del messaggio evangelico.

Francesca, da quanto ho potuto riscontrare, fu una delle alunne che recepì in maniera più seria e sostanziale questa proposta e l’attuò in maniera del tutto personale attraverso un suo itinerario spesso sofferto, ma sempre coerente.

Sulla testimonianza umana e sociale della dottoressa Corsi spero di ritornare con più calma e serenità. Ora la notizia della sua scomparsa mi turba troppo, anche perché sento rimorso per non averle detto più spesso e più apertamente il mio affetto, la mia ammirazione e la mia riconoscenza. Un sentimento di pudore e di rispetto reciproco ha sempre caratterizzato il nostro rapporto, tanto che io stupidamente le ho sempre dato del lei, nonostante le volessi tanto bene e condividessi tanto a fondo il suo modo di operare e la sua reale dedizione al prossimo, dedizione che superava in maniera abissale il suo dovere professionale.

Chi mi ha annunciato la morte della dottoressa Corsi, mi ha riferito che lei ha chiesto ad un suo collega a cui era legata da sentimenti di stima e di condivisione, che fossi io a celebrare il suo funerale. Questo mi assicura che l’intesa fu vera e profonda, nonostante il diaframma di un pudore che, soprattutto da parte mia, ha impedito un rapporto più caldo ed affettuoso.

Ora la piango, ma sono certo che la comunione di ideali con questa bella creatura mi aiuterà nel mio impegno a favore degli anziani e che assieme potremo fare ancora qualcosa di buono per i fratelli più fragili.

17.01.2014

Seminari di egoismo

Nonostante io sia perfettamente cosciente di essere un “giornalista” affatto brillante, non solamente senza una preparazione culturale di fondo, ma anche senza una preparazione specifica sui problemi sui quali mi capita di riflettere, mi pare che tanta gente segua i miei discorsi ed ho la sensazione che sia sufficientemente informata su quanto vado dicendo.

Facevo questa premessa perché probabilmente tante persone che si divertono a leggere ciò che pensa questo vecchio prete ultraottantenne, hanno seguito le vicende della mia richiesta di ottenere dai supermercati i generi alimentari non più commerciabili, vicenda che fortunatamente si è conclusa in maniera positiva qualche giorno fa. Per quanto riguarda la Despar devo confessare poi che in verità non è stata la mia bravura ad ottenere questo felice risultato, ma soprattutto la mediazione dell’assessore Maggioni del Comune di Venezia che s’è preso a cuore questo problema.

Se l’abbiamo spuntata con la Despar, il problema rimane aperto con la quindicina di altri ipermercati presenti a Mentre; soprattutto non v’è alcuna apertura con il più grande supermercato della zona, che da solo potrebbe rispondere alle attese di tutti i poveri di Mestre. Tutti sanno che la proprietà di queste grandi aziende è lontana e pressoché sconosciuta. Chi ha il pacchetto di maggioranza delle catene di ipermercati può abitare in una villa a Parigi, non sapendo neppure che esista Mestre, e meno che meno conosca i problemi della città da cui gli giungono i guadagni.

Pure la “catena di comando” sembra del tutto estranea alle problematiche sociali e ai drammi dei poveri. In uno dei miei tanti tentativi, dopo infinite richieste, una ventina d’anni fa sono riuscito ad ottenere un colloquio con un direttore. Ebbi l’impressione che fosse interessato solamente alla voce “ricavi”, che il resto gli scivolasse via sopra i capelli, e neppure lontanamente potesse toccare la corda della sua coscienza. A quel tempo mi occupavo della San Vincenzo di Mestre che aveva come presidente l’amministratore delegato di Coin. Quando gli confidai lo sdegno e la pena che questo direttore mi aveva procurato, egli mi disse che i “quadri” della catena di comando dei responsabili di queste aziende sono sottoposti periodicamente a dei seminari di ordine aziendale, che li condizionano, a livello psicologico, in maniera tanto ossessiva da far “scoppiare” i più deboli, cosicché questi funzionari sono condizionati da regole ferree con l’unico obiettivo di: produrre, produrre, sempre di più, produrre sempre a minor costo. Questa è l’ideologia infernale del mercato!

Gesù infatti l’ha detto chiaramente che non si può servire il Dio dell’amore e della fraternità e contemporaneamente il dio della ricchezza. Ritengo che questo sia il “mistero” per cui si preferisce buttare nella concimaia piuttosto che rimetterci un centesimo per darlo al concittadino che ha fame!

19.12.2013

I rifiuti d’uomo

Ci risiamo! Ancora una volta pare che nessuno voglia i rifiuti vicino a casa sua!

Quella dei rifiuti è diventata nel nostro Paese una telenovela o – per adoperare un’immagine propria dei vecchi tempi della mia infanzia – la “fiaba del sior Intento”.

Ricordo che quando ero bambino chiedevo a mio padre, che era bravo a raccontare favole, di raccontarmene una e lui non aveva né tempo né voglia di farlo. Allora mi diceva: «Ti racconto la favola del sior Intento, che dura poco tempo; vuoi che te la racconti o vuoi che te la dica?». Sia che gli rispondessi di raccontarmela, o che gli dicessi dimmela, lui ripeteva monotono: «Questa è la favola…» terminando con il medesimo finale.

Quella dei rifiuti è diventata una questione nazionale, in cui brilla in negativo, una volta ancora, in particolare Palermo, ma soprattutto Napoli e dintorni. Ora poi è spuntata, sempre nel meridione, la vicenda della “Terra dei fuochi” nella quale sono finiti i peggiori residuati delle fabbriche del nord con la complicità delle amministrazioni e degli abitanti del sud. Anche questa gente, dopo aver intascato alla chetichella i soldi, vuole liberarsi, a spese degli altri, di questi incomodi rifiuti.

Questa tragica vicenda, in cui si incrociano l’avidità, la spregiudicatezza e l’egoismo del nord, con la passività e la connivenza del sud, si ripete, purtroppo, anche a “casa nostra” per quanto riguarda “i rifiuti d’uomo”. Quando ero a Mestre la gente di via Querini non voleva i poveri di Ca’ Letizia o quelli della mensa dei frati. Quando si è parlato della “cittadella della solidarietà”, prima in viale don Sturzo, poi a Favaro, si sono rifiutati i poveri. Ora che la Curia col Comune ha pensato ad una ventina di posti letto a Marghera per chi dorme all’aperto, giunge lo stesso rifiuto.

E’ veramente tragico che un mondo che, per il suo egoismo, produce come non mai rifiuti industriali ma soprattutto “rifiuti umani”, non voglia farsi carico delle conseguenze del proprio egoismo e della propria meschinità!

18.12.2013

L’Avapo

La giovane e intraprendente presidente dell’Avapo, dottoressa Stefania Bullo, anche quest’anno ha avuto l’amabile gentilezza di invitarmi alla cena che ogni anno organizza presso il Seniorestaurant del “don Vecchi” per i volontari della sua associazione. Io sono abitualmente – e per di più per natura – schivo, motivo per cui mi costa sempre aderire a questi inviti, però, avendo una grande stima e ammirazione per questa cara gente che segue gli ammalati di tumore nella fase terminale, ho aderito ben volentieri.

La serata è stata veramente piacevole; per me è una vera gioia incontrare persone che credono alla solidarietà e che, per di più, condividono la mia visione della vita e dei miei ideali. Alla cena, fornita dal catering “Serenissima Ristorazione” e servita dalle care signore che operano al “don Vecchi”, hanno partecipato un centinaio di volontari. E’ stato un incontro all’insegna della sobrietà, scelta valida per ogni tempo, ma soprattutto in questo momento di crisi e soprattutto destinata a persone che han scelto di dedicare il loro tempo libero ai concittadini che vivono la fase finale della loro esistenza. La sobrietà poi ben si coniuga anche con la signorilità per persone che cenano assieme soprattutto per dialogare e rafforzare i legami di una reciproca conoscenza ed amicizia.

La dottoressa Stefania Bullo, presidente dell’Avapo da più di un decennio, ha introdotto la serata conviviale informando i suoi volontari soprattutto sulle iniziative in atto, ed in particolare sulla collaborazione che il mondo dello sport sta offrendo con tanta disponibilità. Mentre parlava questa cara ragazza, che sta dedicando tutto il suo tempo e soprattutto il meglio delle sue energie per l’affermarsi del nobile progetto che l’Avapo chiama “L’ospedale a domicilio”, d’istinto mi veniva da confrontare l’affermarsi di questa associazione con lo stile, i progetti e gli sviluppi di quella alla quale sto dedicando l’ultima stagione della mia vita. Sarebbe ingiusto se pensassi che al “don Vecchi” non abbiamo dei collaboratori intelligenti e generosi, però ho la sensazione che noi abbiamo sviluppato poco il rapporto con i gruppi sociali che a Mestre si muovono in altri settori della solidarietà, o perlomeno della vita associativa e del volontariato.

I Centri don Vecchi crescono, sono efficienti e quanto mai operativi, però forse hanno bisogno di un maggior dialogo ed integrazione con le forze migliori della nostra città. Mi auguro tanto che ci si possa in futuro aprire maggiormente al dialogo e alla collaborazione con chi a Mestre sta portando la primavera della solidarietà.

La serata quindi non è stata solamente piacevole per aver avuto modo di incontrare tanti concittadini buoni e generosi, ma anche stimolante per la nostra Fondazione per quanto riguarda il suo rapporto col mondo esterno ad essa.

13.12.2013

La Despar

Nota della Redazione: l’accordo poi si è fatto e anzi in questi giorni s’è fatto il bis con la catena Cadoro.

E’ da tanto che non mi succede di aspettare con tanta trepidazione un incontro con i responsabili di una grandissima catena di supermercati di generi alimentari. Domani alle 12 i dirigenti della Despar mi hanno fissato un appuntamento presso il nuovissimo ipermercato che questa società ha appena aperto in via Paccagnella accanto all’Auchan.

Questo incontro ha radici – almeno per me che sono solito vivere di fretta – abbastanza lontane ed è nato dal conoscere la drammatica situazione sia di tantissimi concittadini di Mestre che di extracomunitari che sono partiti dai loro Paesi lontani sperando di incontrare da noi la Terra promessa o, forse più banalmente, l’America.

In questi giorni la stampa ci informa che la caduta anticipata della neve sui nostri monti ha fatto aprire in anticipo le piste e già una folla si sta precipitando a sciare. Le vetrine dei negozi, e soprattutto i banchi degli ipermercati, sono pieni di ogni ben di Dio. Per la città sfrecciano bellissime automobili di ogni marca. Le donne si sono adeguate alla nuova moda che me le fa sembrare “le gru” dalle gambe lunghe e sottili di Chichibio del Decamerone di Boccaccio.

Eppure, tra tanta opulenza, tanto lusso e tanto sperpero, c’è una frangia numerosa di persone che vive nell’angoscia e non sa più come tirare avanti. Al “don Vecchi” a me capita ogni giorno di vedere lo spettacolo esattamente opposto all’opulenza, ossia quello della miseria. Mentre l’Epulone della parabola evangelica gozzoviglia e veste di porpora, sui gradini della sua porta di casa Lazzaro aspetta le briciole che cadono dalla sua tavola. Ogni giorno mi capita di vedere la processione di uomini e donne di tutte le età che scendono nell’interrato del “don Vecchi” per risalire con la borsa o il sacchetto pieni di quello che i nostri magnifici volontari riescono con tanta fatica a reperire. Ogni settimana ben tremila poveri s’accontentano delle briciole del lusso e dello sperpero di chi ha soldi. Come vorrei che tanti potessero vedere quei volti tristi, mesti e rassegnati! Ora poi anche l’Europa dei ricchi ha chiuso la borsa e ha deciso di pensare solamente ai più ricchi, riducendo di due terzi gli aiuti.

Domani finalmente saprò se dopo cinque mesi di incontri e di solleciti la Despar ci concederà i generi alimentari non più commerciabili dei suoi ipermercati. Ho profonda riconoscenza verso i responsabili della Despar, perché mi par d’aver capito che questa operazione – che per i non addetti ai lavori può sembrare semplice – comporta invece difficoltà di organizzazione aziendale e sono cosciente che neanche per loro la cosa è stata facile.

Spero quindi di poter avere, prima di Natale, generi alimentari della Despar e che la sua scelta rompa finalmente il muro di gomma e di indifferenza che ha fatto dire al dirigente di un ipermercato cittadino che preferisce i soldi dei clienti alla richiesta del Papa di pensare ai fratelli in difficoltà.

06.12.2013

Solamente il privato sociale…

Mercoledì (a fine novembre, NdR) ho partecipato al consiglio di amministrazione della Fondazione che gestisce i Centri don Vecchi.

Don Gianni, il giovane presidente, e i consiglieri, mi usano la gradita attenzione di rendermi partecipe dei problemi di questo ente che pian piano sta imponendosi in città nel settore dell’assistenza sociale. La cosa mi fa piacere perché mi sono sempre interessato ai problemi che riguardano la solidarietà, però mi capita talvolta di lasciarmi coinvolgere in maniera viscerale dai problemi trattati, cosa che da un lato mi fa star male. Dall’altro lato talvolta arrischio di finire per esagerare nel portare avanti le soluzioni che io ritengo più giuste.

Il tema principale dell’ordine del giorno dell’incontro era quello della gestione del nuovo Centro dedicato agli anziani in perdita di autonomia. Un paio di anni fa l’assessore regionale Sernagiotto ci affidò il compito di approntare un progetto pilota per una soluzione più attenta alla dignità e all’autonomia dell’anziano in perdita di autonomia, che fosse pure meno onerosa per gli utenti e per la società. Accettammo di buon grado questa sfida.

Dopo infinite peripezie, abbiamo ottenuto un’area ottimale, abbiamo messo a punto il progetto ad hoc con tre giovani architetti intelligenti e sensibili a queste problematiche, tanto che ormai la struttura è al tetto e ad aprile, maggio, sarà pronta.

Purtroppo a questo punto salta fuori la solita burocrazia che vorrebbe imporci un organigramma e delle modalità di gestione che si rifanno ai vecchi schemi che – almeno io – giudico superati, onerosi ed accettabili solamente dall’ente pubblico, abituato a spendacchiare, o dalle aziende commerciali invece, tutte tese a guadagnare comunque.

A questo punto è nata la mia ribellione: “Lasciateci far da noi, controllateci pure, ma soltanto fra un paio d’anni formulate pure un giudizio e, solamente se troverete assolutamente positiva l’esperienza, assumetela come un modello sul quale far riferimento per l’assistenza di questa tipologia particolare di anziani.

Ho la convinzione assoluta che il “pubblico” debba rifarsi al cosiddetto “privato sociale” per le sperimentazioni che sono assolutamente necessarie per approntare norme e per concedere finanziamenti. Solamente il “privato sociale”, ossia quella realtà che ha forti motivazioni sociali e non persegue fini di lucro, può aprire strade nuove e proporre soluzioni più attente all’anziano e meno gravose economicamente sia per le famiglie che per la società.

Ma per carità, lasciateci le mani libere, non intromettetevi con richieste formali che nascono da una mentalità burocratica che non può avere per l’uomo quella passione che normalmente ha solamente chi è mosso da ideali e che, pur senza stipendio, è disposto a sacrificarsi per il bene del suo prossimo!

28.11.2013

Quando e perché?

Ho la sensazione, anzi quasi la certezza, che molti miei colleghi e forse anche il mio “governo” non capiscano e non condividano il mio impegno a favore degli anziani poveri. Le insinuazioni che furtivamente mi giungono all’orecchio sono diverse e quasi mai benevole. Qualcuno mi accusa di mania di protagonismo, “mal della pietra”, voglia di emergere ed altro ancora. Qualche altro accampa motivazioni vetero-comuniste, arcaiche, irrazionali e superate, ma ancora superstiti in qualche nostalgico del passato, affermando che a queste cose ci deve pensare lo Stato o il Comune o, comunque, l’ente pubblico, perché questi compiti non sono di pertinenza della Chiesa.

Per le prime insinuazioni neanche tento una difesa: è giusto che anch’io porti la mia croce. Ma per questi ultimi mi è sempre venuto da domandarmi: “Ma che ci sta a fare la carità cristiana e, meglio ancora, il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”, se poi non si realizza un qualcosa di concreto?

Qualcuno che mi vuol bene pensa che questi giudizi malevoli siano un modo volgare per nascondere il proprio menefreghismo, il proprio desiderio di quieto vivere che viene turbato dall’impegno altrui. Qualche altro pensa che si tratti di invidia o di una reazione per giustificare il proprio disimpegno. Comunque la pensino gli uni e gli altri, è mia convinzione profonda che il comandamento dell’amore reciproco debba essere calato giù dalle nuvole e concretizzarsi in strutture o servizi, anche se questa operazione di concretizzare le scelte e gli ideali sempre si impoveriscono a motivo dei nostri limiti. Io, in questa stagione della mia vita, fra tutto il possibile e il necessario, mi sono ritagliato una piccola fetta: la residenza per gli anziani poveri, pur sapendo che il campo della carità è semplicemente immenso.

Voglio aggiungere che quando un uomo di Chiesa fa una scelta di questo genere, essa debba avere delle caratteristiche ben definite che la qualificano come autentica carità cristiana. Perciò ho eliminato fin da subito i settori che sono già abbondantemente presidiati o dall’ente pubblico o dagli enti di commercio. Ritengo invece che la Chiesa debba intervenire in presenza di queste condizioni:

  1. Quando apre una strada nuova con delle soluzioni innovative e quando, risultando questa sperimentazione collaudata e positiva, lasci pure che altri si occupino del progetto e lo portino avanti in scala più vasta.
  2. Quando l’opera è offerta alle classi più povere e quindi possono accedere a questa struttura o a questo servizio anche i soggetti meno abbienti che non potrebbero mai permettersi di fruire di realtà costose e superiori alla portata delle sue possibilità.
  3. Quando l’opera offre delle soluzioni rispondenti alle attese della povera gente, è rispettosa della persona e permette agli utenti di realizzarsi in maniera compiuta e pure rispondente agli standard del nostro tempo.

Da queste premesse credo che un prete non debba mai fare concorrenza alle strutture esistenti, non debba mai impegnarsi per le classi agiate, non debba puntare al lucro ed offrire soluzioni sgangherate, fuori tempo e non degne di essere destinate ai figli di Dio.

Questa è la mia dottrina e spero di essermi sempre attenuto ad essa nei miei impegni di ordine sociale.

16.11.2013

La differenza

Nei mesi successivi all’ultima guerra mondiale è uscito un volume: “Le ultime lettere da Stalingrado”. La lettura di quella raccolta di lettere di soldati tedeschi accerchiati dai russi a Stalingrado, mi ha spinto a rifiutare in maniera radicale ed assoluta tutta una certa retorica sull’amor di Patria, sulla necessità degli armamenti per la difesa della nazione e su tutto quello che direttamente o indirettamente riguarda l’esercito e le forze armate, reputandole tutte spese inutili, anzi dannose. Io ho ammirato in maniera entusiasta il Lussemburgo che una quindicina di anni fa ha venduto al ferrovecchio carri armati, fucili e cannoni, ha mandato a casa i soldati, conservando solamente un corpo di polizia per l’ordine pubblico.

Tornando alle lettere da Stalingrado, i responsabili della propaganda del Reich avevano fatto sequestrare le lettere che i soldati tedeschi avevano spedito con l’ultimo aereo partito dalla città assediata dalle armate russe, volendo così dimostrare il valore, il coraggio, l’amor di Patria dei soldati della Vermacht. Però, aperte le lettere, esse si dimostrarono di ben altro tono: disperazione, paura, smarrimento, fame, freddo! Ne ricordo una di un soldato che da civile aveva fatto l’attore e in palcoscenico aveva interpretato la morte eroica del soldato del Fuhrer suscitando applausi e battimani a non finire. “Qui, scriveva, questo soldato muore nel fango, nell’abiezione più meschina, ci rubiamo l’un l’altro un tozzo di pane. L’altro giorno ho visto un commilitone rimasto incastrato in un carro armato in fiamme, colpito da un proiettile russo: bruciava come una torcia e gridava disperato chiedendo sua madre! Altro è la morte nella scena, altro la morte in questo inferno!”

Qualche giorno fa, per una strana associazione di idee, ho pensato a questi eventi incontrando un giovane ventenne disabile. «Mia madre vedova lavora presso una signora del “don Vecchi” e prende 600 euro al mese, mentre ne vogliono 500 di affitto. Io non riesco a trovare nulla. Un’associazione mi ha proposto un impiego ad un euro e mezzo l’ora»

Altro è parlare dei poveri, fare studi, organizzare l’assistenza da parte di funzionari con paga sicura, altro sono i poveri veri! Io purtroppo, o per fortuna, presso le associazioni di volontariato del “don Vecchi” incontro i poveri reali e vi dico che sono una disperazione, un dramma tragico. Qualcuno ogni tanto mi fa capire che sono “troppo forte”, che adopero “parole dure”, che nei miei interventi accuso in maniera tagliente. Credetemi amici: altro è parlare dei poveri, altro è incontrarli in carne e ossa. Vi vorrei elencare una litania di drammi a cui non so dare risposta alcuna. Allora l’apparato burocratico, le beghe e i discorsi politici e perfino l’apparato ecclesiale mi destano rabbia, ribellione, rifiuto.

Oggi c’è troppa gente senza voce, che è piegata dalla miseria, mentre altra gente sguazza nello sperpero nascondendosi dietro un perbenismo ed una retorica assurda ed omicida.

Naufraghi

La vigilia della festa di “tutti i santi” ho incontrato sul piazzale del cimitero una mamma con quattro bambini piccoli: uno in carrozzella, due gemelli di quattro anni ed uno di cinque. Dei bambini bellissimi (e quando mai non sono belli i bambini!?), ben curati, puliti, con dei vestitini che li rendevano ancora più cari e simpatici. Questa signora, una rumena che vive a Mestre da otto anni e che parla benissimo l’italiano, mi chiese se la potevo aiutare a trovare una casa. Era terminato il contratto di locazione e perciò è dovuta uscire di casa, una conterranea la stava ospitando da qualche giorno, ma lei stessa capiva che la situazione era assolutamente precaria ed improrogabile.

Una suora a cui era ricorsa le aveva detto di rivolgersi a me, pensando forse che tra i quattrocento alloggi per anziani poveri potessi offrirne uno anche a questa famigliola. Le suore sono care creature, ma camminano spesso sulle nuvole e soprattutto sono molto sollecite ad avviare agli altri le persone che sono in difficoltà, piuttosto che pensare a quello che le loro comunità possono e dovrebbero fare per il prossimo. Al “don Vecchi” tutti gli alloggi sono occupati e c’è una fila di richiedenti che piuttosto che accorciarsi continua ad allungarsi di giorno in giorno.

Tornando alla signora, mi disse che le varie agenzie quando sentono dei quattro figli, neanche aprono il discorso. Forte di un’esperienza simile a questa, cioè di una famigliola pure con bambini, che l’inverno scorso aveva occupato abusivamente una casa cantoniera dismessa dalle Ferrovie, avevo scritto un appello su “L’Incontro” e una signora di Venezia mi ha messo a disposizione gratuitamente una casa appena restaurata in quel di Musile di Piave.

Vista l’urgenza e sapendo che una moltitudine di “cristiani” sarebbe venuta in cimitero per i “santi e i morti”, ho scritto un appello sulla bacheca davanti alla chiesa. Risultato: un signore, noto per la sua generosità, s’è offerto per dare un contributo, ma nulla più. Ho pensato: la predica del Patriarca, le mie sofferte omelie, il messaggio che ci viene dai santi, dai morti, dalle tombe, dal cimitero, da quant’altro, a che cosa sono serviti?

Torno ancora una volta su un discorso che dura da duemila anni e che san Giacomo ha formulato in maniera così lapidaria: “La fede senza le opere è sterile!” Andare a Messa, ricordare i morti, pregare il buon Dio, se non conducono a farsi carico in qualche modo di quattro bimbi innocenti e di due poveri genitori in difficoltà, a che possono servire?

Amici miei, è inutile che piangiamo tanto sui tempi tristi e sulle malefatte dei politici, se ognuno di noi non si mette una mano sul cuore e tenta di fare la sua parte!

04.11.2013