Due scuole di pensiero a confronto

La dottrina che supporta i Centri don Vecchi è frutto di una intuizione felice e positiva sulla quale si è poi lavorato molto di cesello per metterla a punto. Nella “carta dei servizi” di questi Centri non ci sono solamente i motivi ispiratori, ma pure il tentativo di metterli a punto costantemente. Nulla è mai definitivo nella vita e poi, quando lo diventasse, sarebbe la morte certa dell’intuizione che diventerebbe tanto presto un ramo secco e infecondo.

La nascita, ad esempio, degli ordini religiosi, è certamente un fatto che sa di portento, però col passare degli anni, quando questa dottrina si sedimenta senza rinnovarsi il movimento sopravvive ancora per decine di anni e forse secoli, ma diventa sempre più stanco, inerte e spesso inutile.

Tra coloro che seguono lo sviluppo dei Centri don Vecchi ultimamente si è aperto un dibattito quanto mai vivace ed avvincente nel mettere a punto la dottrina dalla quale poi nascono gli orientamenti e le regole. C’è qualcuno, come me, che è orientato a dare agli anziani residenti il più possibile sotto ogni aspetto, per rendere più serena ed agiata la vita a chi è vissuto in tempi difficili ed amari. Mentre altri sostengono che è negativo agevolarli troppo perché essi finiscono per diventare sempre più esigenti e dare per scontato, quasi non costasse nulla, il benessere che ci si sforza di donare loro.

Queste due “scuole di pensiero” finiscono per scontrarsi e capita che ogni Centro, anche a questo riguardo, abbia un suo stile specifico. Qualcuno è arrivato a dirmi che non tengo conto del “peccato originale” che inclina l’uomo al disimpegno. Se fosse vera questa tesi, penso che dovrei far ribattezzare la maggioranza dei residenti perché, come inclinazione all’impegno e al servizio verso il prossimo, lasciano moltissimo a desiderare. E’ tanto difficile trovare giovani impegnati, ma ora sto scoprendo che è altrettanto, e forse più, difficile trovare anche anziani che facciano la scelta del servizio.

L’utopia della solidarietà purtroppo trova tanti ostacoli in ogni tempo e in ogni età.

20.06.2014

Il prete che la gente sogna

Nota della redazione: questa riflessione è stata scritta quasi tre mesi fa e non ha nulla a che fare con le polemiche attuali sull’opportunità o meno di fare l’elemosina.

La produzione cinematografica deve essere enorme, però le emittenti e le ore di trasmissione sono altrettanto numerose e perciò è comprensibile che, specie le reti minori, ricorrano alle cineteche e mettano in onda film datati per coprire le ore di minor ascolto.

A me non dispiace, talvolta, imbattermi in certi film americani tutto ottimismo, sempre a lieto fine, in cui il buono, o l’eroe, ha sempre la meglio, perché sono stufo di pessimismo. Non mi dispiacciono pure quei film romantici, sentimentali, degli anni trenta e quaranta, sempre un po’ ridondanti, romantici, scontati ed ampollosi. Nel nostro mondo ormai la vita corre così veloce per cui si fa tanto presto ad essere lontani dalla sensibilità dei nostri giorni e perciò mi capita di vedere con occhi da turista che mette preventivamente in conto il dover guardare e giudicare il film, ma con i criteri del passato.

Qualche giorno fa, vagabondando ozioso fra le reti e “suonando a campanelli di sconosciuti”, mi capitò di intuire che la “storia” che andava in onda mi riconduceva a quella conosciuta ormai molti decenni fa. Dopo pochissime scene ho capito che si trattava dei “Miserabili”, del celeberrimo autore francese Victor Hugo. Credo che quel racconto, così ricco di umanità, sia conosciuto assai bene dalle generazioni sopra i cinquant’anni.

Quando intercettai la pellicola la proiezione era già avviata e quando dovetti abbandonarla era il momento in cui il “forzato” era diventato un sindaco ricco e generoso e si incontra, o si scontra, con uno sbirro spietato, astioso e meschino, che lui aveva conosciuto, bambino, accompagnato dal padre, pure gendarme nella cava ove lui era stato condannato ai lavori forzati.

Feci però in tempo a vedere la scena in cui lui, fuggitivo ed affamato, è accolto e rifocillato dal buon vescovo. Così ho visto pure la scena in cui i gendarmi lo pescano con i candelieri rubati e lo riportano nella canonica ove li aveva sottratti e il vescovo – cristiano come questo autore filantropo ed illuminista sognava i sacerdoti – dice agli sbirri di averglieli regalati lui i candelieri e che anzi se n’era dimenticato uno e quindi approfittava per dargli anche quello.

Confesso che fui contento di vedere, almeno in parte, quel film, anche se era raccontato in maniera innocente e scontata. Come sarebbe bello se tutti i preti la pensassero e facessero come quel bravo vescovo!

Il film mi fece così bene che quando il mattino dopo il solito tipo che sta alla porta del cimitero mi chiese, ancora una volta: «Don Armando, mi darebbe cinque euro?», aggiungendo poi uno degli infiniti motivi che inventa di volta in volta, glieli diedi volentieri, anzi gliene avrei dati anche cinquanta se me li avesse chiesti, e fui particolarmente felice quando mi disse, mettendoseli in tasca: «Dio ti benedica, don Armando».

Io ci tengo alle benedizioni dei poveri, anche se sono certo che sono alquanto interessate come in questo caso.

16.06.2014

Città amica

Ho imparato dal patriarca Roncalli che quando si ha a cuore un problema bisogna parlarne un po’ con tuti, perché da qualche parte c’è di certo qualcuno che è disposto a darti una mano; l’importante è incontrare questo qualcuno. Monsignor Vecchi mi ha poi ripetuto mille volte che i soldi meglio spesi per un prete sono quelli che lui investe nei mass media per passare il suo messaggio.

Penso di aver fatto tesoro di questi insegnamenti. Ho speso una barca di soldi per comunicare ai concittadini i miei sogni e i miei progetti. Ho speso un patrimonio per Radio Carpini, le riviste parrocchiali, il mensile “Carpinetum” e “L’Anziano”, il settimanale “Lettera aperta” ed ora “L’Incontro”. Dire che stampiamo e distribuiamo ogni settimana cinquemila copie del periodico può sembrare quasi una notizia banale; vedere però una pila alta un metro e mezzo di fogli A3 è tutt’altra cosa! Eppure ogni settimana si ripete anche questo “miracolo”.

Le spese sono davvero notevoli, ma il “ritorno” è di gran lunga superiore; se non fosse altro la ventina di miliardi spesi per i cinque Centri don Vecchi ne sono la riprova. Non passa giorno che qualcuno si offra di collaborare, che i funzionari delle varie società non agevolino le pratiche, che qualche altro non offra denaro, piante, mobili, tappeti. La superficie dell’ultima struttura è immensa, perfino troppo grande, però non c’è angolo che non offra qualcosa di bello.

Questo riscontro poi, a livello materiale è solo un aspetto, quello però a livello umano e sociale è di certo di gran lunga superiore. Non c’è luogo dove non incontri gente che mi saluta con affetto e deferenza, forse illudendosi che io sia un personaggio che in realtà non sono. Credo di riconoscermi solamente una certa coerenza, un impegno serio e costante al lavoro ed una disponibilità assoluta alle richieste del prossimo. Ho sempre preso sul serio la parabola della pecorella smarrita perché ho scelto che la sorte di nessuno mi sia indifferente. Sono pure convinto che da ognuno abbia qualcosa da ricevere e a cui donare.

Però, per fare tutto questo, bisogna abbassare il ponte levatoio, abbattere lo steccato attorno alle parrocchie, esser coscienti di avere il messaggio più valido e soprattutto aprire un dialogo con tutti. Io non mi sono mai arreso a pensare che la parrocchia sia costituita da quel 10, 15…… per cento che viene a messa alla domenica, perché tutti gli uomini indistintamente sono figli di Dio e fratelli nostri. Sono immensamente grato ai miei “maestri” e mi piacerebbe tanto poter passare anche ai colleghi vecchi e giovani, queste convinzioni che danno respiro alla vita.

06.07.2014

“La moltiplicazione dei pani”

Rifacendomi al discorso di ieri debbo pur dire che leggo con attenzione, ma soprattutto sento il dovere di “decodificare” da un certo modo di pensare, di descrivere gli eventi proprio di una mentalità e di una cultura molto datata, perché si tratta di fatti avvenuti ben duemila anni fa in un popolo e in una terra tanto lontana dalla nostra cultura occidentale. Mi riferisco alla moltiplicazione dei pani.

Io non sono uno storico, ma ritengo che anche questo miracolo lo si debba rileggere in chiave di attualità. E’ quasi superfluo raccontarlo perché almeno un paio di volte all’anno la liturgia della Chiesa lo offre alla nostra meditazione, però a scanso di incomprensione, lo riassumo in maniera pressoché telegrafica. La folla segue Gesù per due giorni interi per ascoltare i suoi discorsi. Gli apostoli suggeriscono al Maestro di congedarle la gente perché ormai la fame si faceva sentire. Gesù li provoca dicendo: “Date voi da mangiare alla folla”. Il dialogo è quanto mai interessante perché offre infiniti spunti per una seria riflessione. Comunque Gesù si rivolge al Padre e invita gli apostoli a distribuire la merenda di un ragazzino diventata inesauribile: i cinque pani e i due pesci messi a disposizione dal ragazzino si moltiplicano all’infinito.

Purtroppo il mio razionalismo ancora una volta fa capolino e tentenna di fronte a queste modalità e a questi numeri: cinque pani e due pesci da una parte e dall’altra cinquemila uomini, più le donne e i bambini- mangiare a sazietà – dodici sporte avanzate! Però c’è poco da interpretare, i numeri sono numeri!

A questo proposito ho l’impressione che il Maestro mi tiri le orecchie con un fatto che è in atto da qualche mese al “don Vecchi” dove vivo anch’io, fatto che sa di portento e di miracolo facendomi arrossire perché di questo evento io stesso sono coinvolto.

Cari amici, avete tutto il diritto di essere increduli come san Tommaso, però venite pure al “don Vecchi” e verificate quanto vi sto riferendo. Dal 18 febbraio di quest’anno al 27 giugno di questo stesso anno, ben diecimilaottocentosessantacinque persone in difficoltà sono venute al “don Vecchi” a ritirare gli alimenti che i sette supermercati della Catena Cadoro hanno messo a disposizione della Fondazione Carpinetum e che essa ha ritirato e distribuito. Tutto è partito dall’insistente richiesta di un volontario, Danilo Bagaggia, che ha ottenuto ascolto presso la direzione di Cadoro e dalla fiduciosa collaborazione di un gruppetto di volontari.

Credo che se un tempo ho nutrito qualche dubbio sul miracolo della moltiplicazione dei pani e qualche riserva sul modo di “leggere” il miracolo, ora il Signore “mi ha tagliato l’erba sotto i piedi” ripetendo anche a me, come a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e non essere incredulo ma credente”.

04.07.2014

Non sempre “i poveri sono santi”

La mia campagna in favore degli anziani in difficoltà sta per finire a motivo dell’età incalzante. Consapevole di ciò, già un paio di anni fa ho chiesto e ottenuto dal Patriarca che affidasse ad un sacerdote più giovane la presidenza del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Carpinetum che gestisce i Centri don Vecchi. Ho pensato che questo fosse l’unico modo perché l’impegno della Chiesa veneziana nei riguardi di questo nuovo tipo di povertà – ossia l’estremo disagio degli anziani in difficoltà – potesse avere un seguito.

Attualmente il mio impegno è ormai marginale, però mi sta ancora a cuore perfezionare la “dottrina” che fa da supporto a questa esperienza pilota. Le problematiche aperte sono molte, ma man mano che affiorano, prima rifletto e poi suggerisco, a chi sta mettendo a punto questa dottrina, le soluzioni che ritengo più opportune, in modo che chi vuole approfittare della nostra esperienza possa avere un modello quanto mai valido.

Ma fra i tanti problemi affiorati in questi vent’anni di sperimentazione c’è anche questo: coinvolgere attivamente gli anziani che hanno ottenuto un alloggio al “don Vecchi” nella gestione del Centro, non solamente per tener bassi i costi di gestione, ma anche per costruire una comunità solidale di mutuo aiuto. La proposta viene fatta in maniera quanto mai esplicita al momento dell’accettazione della domanda e purtroppo non viene mai evasa se non da un gruppetto sparuto di beneficiari. Una volta ancora rimane vera la battutaccia meridionale “grazia ottenuta, gabbato lo santo!”.

Tanti residenti si impegnano per figli e nipoti, che praticamente li hanno cacciati di casa, altri si danno alla bella vita oziando e pensando ai fatti loro. Si, ci sono “i soliti”, ma sono pochi e, poverini, sono sempre quelli!

Mio padre, di fronte a questa constatazione che sono stato costretto a fare già da parroco in altri tempi, mi disse: «Armando, non preoccuparti, su un centinaio di persone ce ne saranno tre o quattro che hanno la “mania” di lavorare, punta su quelle».

Mi ero illuso che il “don Vecchi”, a livello religioso, fosse una specie di convento, ma presto è scoppiata questa bella bolla di sapone. M’ero pure illuso che i Centri diventassero delle grandi famiglie in cui ognuno collaborasse per il bene comune: “Illusione, dolce chimera sei tu!”. I miei maestri però, don Mazzolari e Madre Teresa di Calcutta, mi insegnano che devo impegnarmi comunque, anche se gli altri non lo fanno, anche se chi ne beneficia ne approfitta in maniera potente.

07.06.2014

L’origine remota

Ho già raccontato che al liceo ebbi per un paio d’anni un insegnante di storia assai originale nel modo di ragionare, ma che comunque era un uomo assai saggio ed intelligente. Si trattava del professor Angelo Altan, personaggio di cui ho raccontato che comperava il Gazzettino, lo metteva nel suo scrittoio e lo leggeva dopo settimane dicendoci che così aveva modo di valutare l’intelligenza dei giornalisti e la consistenza dell’evento di cui scrivevano. Questo professore, quando faceva lezione su un particolare evento storico, cominciava sempre con l’inquadrarlo citando le ragioni remote e prossime che avevano prodotto quell’evento. Il suo discorso era di certo intelligente e colto, ma noi studenti talvolta, celiando, dicevamo che avrebbe sempre dovuto partire da Adamo ed Eva e dal relativo peccato originale, e lui, stando al gioco, affermava: Perché no! Ogni evento dipende sempre dall’origine da cui è sorto!Ÿ.

Mercoledì scorso, 14 maggio, durante l’inaugurazione del “don Vecchi 5” è intervenuto anche il consigliere regionale Gennaro Marotta, il quale si arrogò un certo merito nei riguardi della nuova struttura per anziani in perdita di autonomia. Ne raccontò la genesi che io avevo totalmente dimenticato.

Le cose andarono così: il dottor Bacialli, direttore dell’emittente “Rete Veneta”, mi invitò a partecipare ad un dibattito sulla residenzialità degli zingari, forse sapendo che io avevo affermato più volte che quella del sindaco Cacciari di costruire a Favaro le casette per gli zingari mettendoli tutti assieme era stata una grossa “castroneria”: ghettizzandoli era come favorire certe loro abitudini malsane.

Lo studio televisivo è alla periferia di Treviso. All’andata mi accompagnò Bacialli stesso e per il ritorno chiese al consigliere Marotta di portarmi a casa, perché da solo mi sarei di certo perso nel labirinto delle strade della Marca Trevigiana.

Nei tre quarti d’ora di strada fu giocoforza parlare e io gli parlai degli anziani, argomento che mi stava a cuore. Marotta mi promise di darmi una mano per come poteva. Infatti qualche settimana dopo accompagnò il dottor Remo Sernagiotto, assessore alle politiche sociali della Regione Veneto, al “don Vecchi”. L’assessore rimase “folgorato” dalla struttura, dalla dottrina da cui nasceva e dall’economicità della gestione. Sposò immediatamente il progetto di affrontare una esperienza pilota per risolvere il problema degli anziani che si trovano in quella zona grigia che sta fra l’autosufficienza e la non autosufficienza. Attualmente le strutture che provvedono alla non autosufficienza, sono strutture costosissime per la società e per di più di stampo, tutto sommato, ottocentesco, che privano il soggetto di ogni rimasuglio di autonomia.

Da quell’incontro nacque la sfida della Fondazione di sperimentare un progetto assolutamente innovativo che rispetti la persona e le permetta di rimanere tale anche nel disagio della vecchiaia. Da quell’incontro nacque la proposta del mutuo a tasso zero in 25 anni e l’offerta di una modestissima diaria per offrire un minimo di assistenza agli anziani che sarebbero stati accolti.

Il mio piccolo sacrificio di dedicare una serata a quel dibattito ha prodotto una struttura del costo di quattro milioni di euro che per almeno cent’anni metterà a disposizione degli anziani poveri di Mestre 65 alloggi. Ne è valsa la pena!

22.05.2014

I proprietari del “don Vecchi 5”

Non sempre i discorsi di carattere legale e giuridico rispettano e dichiarano la realtà. Ritengo però che da un punto di vista morale sia più importante “il reale” che ciò che afferma la legge, anche se per la società i titoli validi sono quelli legali.

Vengo ad un discorso concreto che riguarda il “don Vecchi 5”. Mercoledì prossimo (14 maggio 2014, NdR) sarà festosamente inaugurata la nuova struttura a favore degli anziani poveri in perdita di autonomia. Qualcuno ha chiesto di chi sia la proprietà del nuovo grande manufatto. La risposta, per la mia parte, è molto semplice, mentre da un’altra parte rimane più confusa per la differenza tra titoli di proprietà di tipo giuridico e quelli reali.

Sento il dovere di fare questa precisazione perché è tempo che i cittadini prendano coscienza dei loro diritti nei riguardi delle strutture di carattere pubblico e di quelle “appartenenti al “privato sociale”, ossia quelle realtà che operano in maniera disinteressata a favore della società.

Una parte del “don Vecchi” appartiene alla Regione, che ha fatto un prestito di duemilioniottocentomila euro, soldi che la Fondazione dovrà restituire fino all’ultimo centesimo mediante rate annuali.

L’altra parte della proprietà, cioè l’altro milioneduecentomila euro è di proprietà “reale” dei cittadini che hanno sottoscritto una o più azioni di cinquanta euro ciascuna di che la Fondazione ne ha decretato la cessione per poter realizzare la nuova struttura…

Mercoledì, giorno dell’inaugurazione, la Fondazione consegnerà pure “certificati di deposito” di 100 azioni l’una a concittadini che hanno contribuito in maniera decisiva alla realizzazione del “don Vecchi 5”. Per qualcuno questo discorso potrà forse apparire come un espediente per raggranellare il denaro occorrente, in realtà sotto questa operazione c’è pure la filosofia che tende a far prendere coscienza alla città che le strutture di ordine sociale non sono fruibili a sola discrezione di chi ha il titolo legale di possesso, ma sono autentica proprietà dei cittadini sottoscrittori che con i loro contributi, piccoli o grandi, hanno reso possibile la realizzazione dell’opera. Ci sono dei cittadini che posseggono un’azione ed altri che ne posseggono perfino ottomila, avendo sborsato ben quattrocentomila euro.

L’operazione della cessione delle azioni non è quindi un espediente di ordine finanziario, ma di ordine culturale e sociale per far crescere la consapevolezza del diritto e dovere di essere partecipi a tutto quello che riguarda la comunità.

10.05.2014

Il discorso che vorrei fare

Mercoledì prossimo (il 14 maggio 2014, NdR) verrà inaugurato il “don Vecchi 5” in quel degli Arzeroni, alle spalle dell’Ospedale dell’Angelo.

La nuova struttura è un’opera veramente notevole: quattro milioni di euro, dieci mesi di lavoro pressante, 65 alloggi per anziani in perdita di autonomia. Un passo avanti in relazione agli altri Centri “don Vecchi” nei quali, almeno ufficialmente, vivono anziani autosufficienti, ma che in realtà terminano i loro giorni nell’alloggio dove han trascorso, a loro dire, i giorni più sereni della loro vita, in un ambiente signorile, con infinite agevolazioni a tutti i livelli e soprattutto non dovendo pesare, da un punto di vista economico, sui loro figli. E’ sempre stato un punto d’onore, prima della parrocchia e poi della Fondazione, che anche gli anziani con la pensione sociale potessero vivere con gli stessi confort dei colleghi con pensioni più consistenti.

Questa è la prima volta che non devo presentare alla città e ai suoi reggitori la nuova impresa di carattere solidale: sarà don Gianni, il mio giovane successore, che avrà questo compito che per me è sempre stato faticoso. Non so se mi chiederà di dire una parola, andrà bene in ogni caso, ma se mi fosse richiesta, direi queste cose al sindaco, alla Regione e ai concittadini.

  1. Quest’opera non è costata nulla alla società civile né alla Chiesa. La Regione ci ha anticipato duemilioniottocentomila euro, ma le saranno restituiti fino all’ultimo centesimo. Neppure alla diocesi è costato un solo centesimo perché il milione e duecentomila euro che mancano ai quattro milioni lo ha regalato la popolazione.
    L’opera è stata realizzata in dieci mesi mentre per la “rotonda” del nostro cimitero sono occorsi 14 anni!
    Il costo è stato di quattro milioni, mentre per l’ente pubblico sarebbe costato almeno sei. In conclusione l’ente pubblico dovrebbe sempre avvalersi del “privato sociale” perché più agile, più economo, più veloce.
    Durante questi mesi era una festa vedere trenta, quaranta operai lavorare sereni ed altrettanto le ditte che hanno appaltato il lavoro, perché i soldi sono arrivati sempre puntuali; neppure con un giorno di ritardo.
  2. Questa struttura appare già ora elegante e signorile, ma fra due tre mesi lo sarà molto e molto di più. Arrederemo con quadri, mobili di pregio, tappeti, piante; per i poveri la signorilità non è mai troppa.

Aggiungerei con infinita decisione: «Questo luogo è destinato ai poveri, se mi accorgessi che si deviasse da questo scopo, verrei anche dopo morto a “tirare i piedi” a chi facesse altrimenti. La Chiesa ha il dovere di impegnarsi sempre e comunque per i fratelli più poveri e più in disagio».

Infine aggiungerei ancora, con convinzione e con forza, che è tempo ed ora che l’ente pubblico snellisca la sua burocrazia; se il Comune ci mettesse al massimo un mese per rilasciare la concessione edilizia, fra un mese sarebbero nuovamente messe in moto le gru per costruire la “grande casa per i cittadini in disagio”.

Non so se mi sarà data l’opportunità di fare questo discorso, comunque lo porto nel cuore e farò di tutto perché pungoli l’ente pubblico ancora lento, farraginoso e spesso inconcludente.

08.05.2014

Il racconto di Buzzati

Sperequazioni ce ne sono state in ogni tempo. Quando pensi agli splendidi palazzi di Venezia, alle chiese meravigliose, alle ville venete, verrebbe da concludere che quei tempi sono stati tempi di una ricchezza particolare, mentre poi vieni a sapere che chi li ha costruiti, i maestri d’arte, erano pagati miseramente: si e no potevano mangiare e mangiare da poveri, mentre patrizi e mercanti si potevano permettere lusso e servitù a volontà.

Oggi purtroppo niente è cambiato sotto il sole. Forse oggi, a differenza del passato, i mass media informano con dovizia di particolari sul lusso, sulle rendite d’oro e sugli sperperi di ogni genere, dai generi alimentari ai viaggi, ai ristoranti di lusso, dalle automobili agli abiti dai costi iperbolici. Ed oggi, come per il passato, è sempre la povera gente a dover pagare lo sperpero dei ricchi.

Fino a qualche anno fa avevo sognato e sperato che le sospirate riforme avrebbero riordinato un po’ questo mondo. Qualcosa in verità è stato fatto, ma ancora poco, troppo poco. Ora temo che dovrò aspettare la giustizia del “Giudizio finale”.

Dello sperpero da ricchi ho sentito parlare e ne sono cosciente da sempre e in tutti i campi, non ultimo quello alimentare che mi indigna quanto mai, però non avevo mai preso coscienza che c’è pure un altro tipo di sperpero: quello in cui sono coinvolti anche i poveri. Pure i poveri possono e sono spesso sperperoni! Mi ha aperto gli occhi su questo versante un racconto di Dino Buzzati che ho letto recentemente e che subito ho pubblicato su “L’Incontro”.

La prosa di Buzzati non è solo piacevole, ma pure avvincente; egli colora le immagini del racconto così da renderlo vivo e capace di coinvolgere il lettore rendendolo intensamente partecipe del messaggio esistenziale che contiene.

Riassumo in due righe quanto Buzzati denuncia in maniera veramente magistrale.

Un signore nota che un camion versa ogni giorno degli scatoloni di diversa grandezza in una enorme discarica. Incuriosito, domanda al trasportatore che cosa contengano quegli scatoloni sigillati che ogni giorno smaltisce in quel luogo. L’autista confida che alcuni, i più piccoli, contengono le ore che il buon Dio ha regalato ai singoli cittadini e che loro non hanno adoperato, cosicché, ancora “vergini”, vengono buttati al macero perché ormai “scaduti” e quindi inutilizzabili. Gli scatoloni più grandi contengono i giorni perduti; gli altri, di dimensioni superiori, i mesi e i più grandi in assoluto, contengono gli anni perduti: una ricchezza tanto preziosa e di prezzo inestimabile, buttata in discarica perché ormai inservibile.

Anche i più poveri posseggono una ricchezza inapprezzabile e purtroppo si liberano in maniera tanto dissennata del bene più prezioso che posseggono.

Finito il racconto, mi è venuta una voglia matta di andare in quella discarica per vedere se ci sono scatoloni a me intestati, comunque sono assolutamente certo che là troverei una montagna di tempo perduto con cui i mestrini potrebbero essere dei Paperon dei Paperoni!

16.04.2014

“Date voi da mangiare”

La pagina del Vangelo che tratta della moltiplicazione dei pani è nota a tutti. La riassumo telegraficamente perché mi facilita il discorso sull’argomento su cui oggi voglio fare una semplice riflessione.

La gente da due giorni interi ascolta Gesù. Gli apostoli si rendono conto, anche per esperienza personale, che bisogna mangiare e perciò chiedono a Gesù di congedare la folla perché possa andare a ristorarsi nei villaggi vicini. Con loro sorpresa il Maestro risponde: «Date voi da mangiare!». Loro si guardano attorno e obiettano che costerebbe troppo per le loro tasche e che tra i presenti, per quanto ne sanno loro, c’è solo un ragazzino che ha in saccoccia la merenda preparatagli da sua madre. Gesù tira dritto e dice: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta» (la folla è davvero immensa: cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini), poi prende il pane del ragazzino, invoca l’aiuto del Padre e dice: «Distribuite!». Il Vangelo conclude che tutti ne mangiarono a sazietà, tanto che Cristo invitò a “raccogliere gli avanzi” perché nulla andasse sprecato.

In quest’ultimo mese di aprile m’è capitato di assistere al “don Vecchi” a qualcosa di molto simile e credo che di “miracolo”, proprio di miracolo si tratti. L’associazione che, pur ogni settimana, distribuisce generi alimentari per tremila persone, è costretta ad aiutare solamente chi ha un reddito inferiore ai 600 euro mensili e, talvolta, non può accettare la richiesta di altri bisognosi perché non ha viveri a sufficienza. La logica umana è, anche oggi, quella degli apostoli: “Mandali via perché provvedano da sé!”.

Per fortuna anche oggi il buon Dio trova qualcuno per fare “il miracolo”! Un signore, dopo un anno di bussare ad una porta, ha ottenuto la risposta sperata. I sette magazzini Cadoro hanno messo a disposizione i loro prodotti legalmente non più commerciabili. In una settimana si sono rese disponibili due stanze, attrezzate con congelatore e frigoriferi industriali, s’è comprato un furgone, si è trovata una ventina di volontari, si è organizzato il ritiro e la consegna e s’è studiato pure un modo per reperire il denaro necessario per far funzionare “lo spaccio” (così chiamo il nuovo miracolo).

Un benefattore s’è accollato l’intero costo iniziale dell’operazione ed attualmente lo “spaccio” si autofinanzia non gravando da nessuno. La soluzione adottata mi pare sia di assoluto gradimento a tutti. Per un euro ogni richiedente si sceglie quattro pezzi di ciò che c’è a disposizione, più il pane che gli serve. Alla data odierna si sono aiutate 3453 persone in difficoltà. Nel contempo, col ricavato, si è riusciti a pagare il pranzo ad una persona in difficoltà e l’affitto ad un’altra.

Le persone che han reso possibile il miracolo, come il ragazzino del Vangelo che ha messo nelle mani di Gesù la sua merenda, sono parecchie e non ne cito i nomi perché i loro nomi dal 18 febbraio “sono già scritti in Cielo”. Però sento il bisogno di dire a tutti che “anche oggi è tempo di miracoli”, basta che qualcuno accetti di diventare un umile strumento nelle mani di Dio.

14.04.2014

Volontariato di serie B?

Ho già scritto della mia contentezza perché la diocesi, tramite la Caritas, ha realizzato a Marghera una mensa ed un dormitorio per una quarantina di persone in grave disagio economico.

Un prete che da una vita ha sognato “una Chiesa povera per i poveri” e che ha speso ogni sua risorsa per mettere almeno qualche piccola pietra per realizzare questo progetto da Vangelo come potrebbe e dovrebbe non essere contento che altri fratelli di fede sono riusciti a metterne anche loro qualcuna?

Già mezzo secolo fa con monsignor Vecchi abbiamo avvertito questo grave problema per Mestre ed abbiamo dato vita al “Ristoro” di Ca’ Letizia che in questo lasso di tempo ha preparato la cena e la prima colazione a decine e decine di migliaia di poveri. A Ca’ Letizia si è aggiunta da tempo la mensa dei frati e quella di Altobello che, in maniera autonoma ed in silenzio, hanno fatto altrettanto e forse più della mia San Vincenzo. Però questi punti di ristoro in questo momento di grave crisi economica, nonostante la “Bottega solidale” di Carpenedo, il “Banco alimentare” del “don Vecchi”, che offre ogni settimana generi alimentari a più di tremila poveri, ed ora lo “Spaccio solidale” che in un mese e mezzo dalla sua apertura ha aiutato più di duemilacinquecento bisognosi, c’è spazio, e molto, per altri interventi. Ben venga quindi la “mensa-dormitorio” di Marghera.

Alcune settimane fa ho fatto qualche rilievo su alcune modalità marginali di questa apertura che è avvenuta nonostante continui rinvii. Mi è parso che si sia suonata un po’ troppo la tromba e fatti rullare eccessivamente i tamburi della stampa con annunci che sono stati poi smentiti purtroppo dalle difficoltà incontrate.

Il fatto poi di aver invitato il vice-papa per un’apertura precoce e formale, m’è parso un po’ eccessivo. Infatti, ancora una volta, si è verificato che “la montagna ha partorito un topolino”. Comunque è ben vero che è bene quello che finisce bene. Purtroppo è stato un po’ amaro e deludente che la parziale apertura della mensa con la fornitura della cena da parte del catering Serenissima Ristorazione, nonostante la presenza del Patriarca e di venti camerieri, sia andata deserta per l’assoluta mancanza di commensali. Tanto che, come avvenne per la parabola evangelica degli invitati a nozze, fu giocoforza andare ad invitare “i poveri ai crocicchi delle strade”.

Quello poi che mi ha turbato un po’ e fatto pensare, è che tre, quattro persone che probabilmente lavorano presso strutture solidali preesistenti alla mensa di Marghera, siano venuti a portarmi i ritagli del Gazzettino e della Nuova Venezia parlandomi del flop dell’iniziativa della Caritas. Sinceramente io sono spiaciuto dei contrattempi e del faticoso avvio di questa iniziativa benefica. Però confesso che ho pensato che simile comportamento denunci un certo disagio da parte dei volontari che da anni offrono il loro servizio in strutture ben più consistenti ed efficienti, mentre hanno la sensazione di essere considerati volontari di serie B nella Chiesa di Venezia perché sono autonomi e camminano con le loro gambe.

08.04.2014

“Lo spaccio solidale”

A questo mondo ci sono dei bambini che nascono quasi per caso e nelle condizioni peggiori; alcuni nascono perfino nonostante il disappunto dei loro genitori e nonostante tutto questo sono diventati degli uomini in gamba.

Ricordo di aver letto un articolo contro l’aborto che forniva i nomi di personaggi, diventati illustri, che avevano corso il pericolo di non vedere neppure la luce, o perché le loro madri si erano trovate tali per caso o perché certi medici le avevano scoraggiate di portare avanti la gravidanza.

Qualche tempo fa ho appreso la commovente ed esemplare testimonianza di un grande cantante, Bocelli, il quale ha affermato pubblicamente di esser nato solamente perché sua madre l’aveva tenacemente voluto, nonostante i suggerimenti di un autorevole ginecologo che l’aveva sconsigliata decisamente di proseguire la gravidanza per le gravi conseguenze che essa comportava.

Ben s’intende: fatte le debite proporzioni, è avvenuto qualcosa del genere anche per l’iniziativa benefica sorta da poco tempo all’interno dal “Polo della solidarietà” del don Vecchi, che è stata chiamata “Spaccio solidale”. La nascita di questo centro di distribuzione ai concittadini bisognosi dei generi alimentari non più commerciabili dei cinque supermercati Cadoro, generosamente concessi alla Fondazione Carpinetum da parte dell’imprenditore signor Cesare Povolato, è avvenuta nelle condizioni peggiori possibili. Mancava di spazi, poi sono nati contrasti, avversità, polemiche a non finire. Ma nonostante tutto questo in neppure un mese si è reclutata quasi una ventina di volontari, si è allestito un magazzino con un frigorifero ed un congelatore di grandissime dimensioni, comperato un furgone ed allestito lo “spaccio”, ossia un luogo per la distribuzione. Inoltre si è messo a punto un progetto di valenza solidale. I “clienti” infatti, che sono accorsi a centinaia, per un euro, destinato ai costi di gestione e alla carità, possono scegliersi cinque pezzi della raccolta dei prodotti alimentari appena arrivati dai magazzini Cadoro.

Ebbene, nei primi quattordici “giorni lavorativi” (si fa per dire), si sono aiutate 963 persone in difficoltà e con i relativi 963 euro non solo si sono pagate le spese di gestione, ma contemporaneamente si è pagato l’affitto mensile ad una persona che non aveva mezzi ed il pranzo per un altro nelle stesse condizioni. Infine si è data la possibilità ai quindici volontari di sentirsi appagati per il servizio intrapreso e di guadagnarsi il Paradiso. A credere alla Provvidenza non si sbaglia mai!

12.03.2014

Incontro con Bettin

Qualcuno potrà pensare che la mia sia ormai una fissazione, comunque in ogni caso io sono profondamente convinto, per quello che concerne “la carità cristiana” (o se vogliamo dirlo con un termine più moderno, più laico e più comprensibile, la solidarietà) che ci vorrebbe un coordinamento a livello cittadino o, meglio ancora, a livello diocesano. Ci sono state delle proposte, magari un po’ velleitarie, ma con l’uscita di scena del patriarca Scola, non se n’è sentito più parlare e pare che non ci siano più nell’agenda della diocesi.

Soprattutto a Mestre – dico Mestre perché è la città che conosco di più – per quello che riguarda la solidarietà, esiste attualmente un arcipelago di isolette, un po’ più piccole e un po’ più grandi, non comunicanti tra loro e tutte inadeguate ad affrontare problemi che hanno ormai un respiro di Chiesa mestrina. In città siamo alla situazione in cui si trovava l’Italia del sette-ottocento, composta da staterelli formalmente autonomi, ma assolutamente incapaci di affrontare le nuove problematiche del disagio e della povertà. Mestre avrebbe bisogno, a livello di solidarietà, di quello che rappresentarono Mazzini, Garibaldi, Cavour o Gioberti per il Risorgimento italiano.

Da noi la Caritas, per motivi che non conosco, è assolutamente latitante e nessuno dei gruppi di volontariato esistenti ha la capacità di guidare gli altri, forse perché non ha la forza per imporsi. In questo settore, anche chi ha a cuore il disagio e la povertà, fa quel poco che può ed è nella situazione di aspettare Godot, l’ipotetico “redentore” che non è neppure certo che esista.

Questo per la Chiesa. Per quanto concerne il Comune si è forse un passo più avanti, però quanto creato una decina di anni fa dall’allora assessore Gianfranco Bettin s’è impantanato in un apparato burocratico quanto mai oneroso e non sempre efficiente.

Grazie al dottor Bettin però, alla sua preparazione, alla sua lungimiranza e alla sua determinazione, l’amministrazione del wellfare del Comune di Venezia è ancora all’avanguardia per quanto riguarda la sicurezza sociale.

Qualche tempo fa noi della Fondazione abbiamo chiesto un incontro con questo eminente sociologo ed una volta ancora ho avvertito la sua forza morale e la sua determinazione a farsi carico dei cittadini più fragili. Ho riportato dall’incontro la sensazione di un amministratore pubblico deciso a battersi per la causa degli ultimi, cosa non facile ai nostri tempi perché i politici sono sempre possibilisti, fanno mezze promesse ma non si spingono un millimetro più in là quando avvertono che determinate scelte potrebbero nuocere loro a livello elettorale.

Attualmente l’orizzonte, in questo settore, mi pare totalmente chiuso e, pur amareggiato per il disinteresse dei più per un problema tanto umano e cristiano, non mi resta che soffrire e pregare perché la Provvidenza ci mandi l’uomo giusto che avverta fino in fondo l’urgenza di occuparsi dei “rifiuti d’uomo” almeno quanto ci si adopera per i rifiuti urbani.

20.02.2014

Il mio parlamento

Monsignor Vecchi non è stato il mio unico maestro, però è stato uno di quelli che più hanno inciso sulla mia formazione. Sento il bisogno e il dovere di fare questa premessa per giustificare le mie frequenti citazioni sul pensiero di questo prete intelligente e, per molti aspetti, innovatore.

Monsignor Vecchi mi ripeteva che non è il singolo che esprime la società, ma è la società che esprime gli uomini. Per fare un esempio non è che Mussolini abbia fatto il fascismo, ma sono state le condizioni della società di allora, disorientata, irrequieta e sbandata a causa della grande guerra e da altri motivi, che hanno espresso il dittatore.

Faccio questo discorso per ripetere che non è colpa di un singolo o di un gruppo sociale o di un partito se siamo nella condizione di non avere un parlamento che costruisce, dei parlamentari in eterno e viscerale disaccordo, in continua contrapposizione. Sono invece le componenti della nostra società – l’economia, la globalizzazione, i paesi emergenti e quelli in via di sviluppo o sottosviluppati – che producono personaggi irrequieti, poco costruttivi, incapaci di dialogo e di collaborazione.

Se le cose stanno così, e credo che sia vero, anche nel mio micromondo si ripete questo fenomeno e quindi, pur disponendo di volontari capaci, disponibili e volonterosi, si avvera una continua situazione di antagonismo, di scontro e di incapacità di coordinamento e di collaborazione. Questa è la situazione che mi tocca cavalcare.

Io parlo sempre con entusiasmo del “Polo solidale” del don Vecchi, della sua efficienza, della gran mole di attività e di opere solidali che riesce ad esprimere e sottaccio, per amor di Patria, gli antagonismi, le contrapposizioni, la mancanza di integrazione e di complementarietà delle associazioni che vi operano all’interno. Tanto che la maggior fatica che incontro è quella di metter d’accordo i singoli all’interno di questa magnifica holding della solidarietà costituita dal Polo solidale del don Vecchi.

All’interno di questo discorso devo ammettere che le sconfitte superano le vittorie. Spesso mi sento stanco e sarei tentato di mollare, ma poi vedo il fiume di poveri che ogni giorno “acquista” vestiti, mobili, generi alimentari, frutta e verdura ed ogni altro ben di Dio e finisco sempre per metter toppe, suggerire e tollerare compromessi, pazientare e supplicare, e allora, anche al di là della preoccupazione per i poveri, c’è pure la constatazione che solo là dove non si fa niente, c’è la pace. Ma quale pace? Quella del nulla! Ma che pace è questa?

Mi rassegno quindi a continuare col mio esercito di Brancaleone, irrequieto, scomposto e bellicoso fin che si vuole, ma che tutto sommato realizza qualcosa. Penso che Napolitano abbia i miei stessi guai, ma che ambedue ci dobbiamo rassegnare perché questa è la nostra nemesi storica.

19.02.2014

Il prete e i soldi

Ho già raccontato che in quest’ultimo tempo ho fatto due incontri che mi hanno aiutato (sarebbe meglio dire “mi hanno costretto”) a fare una seria e rigorosa verifica sul mio rapporto col denaro. Su questi due incontri ho già riferito, ma li riprendo perché sono una premessa indispensabile al pensiero che voglio esporre.

Il primo incontro è stato con un collega che si era offerto di prendersi cura della vita religiosa dei residenti al Centro don Vecchi di Campalto. Ho tentato di fargli avere un compenso, com’è nella prassi consolidata da una tradizione più che secolare. Dapprima ho provato a farlo secondo le modalità consuete, ma lui si è cortesemente rifiutato di ricevere quella mercede che un po’ ipocritamente, nel mondo ecclesiastico, è definita “offerta”, ma che in realtà è un compenso. Ho tentato pure anche con soluzioni più eleganti, dicendo che era per la sua parrocchia e per i suoi poveri, ma il rifiuto è stato altrettanto netto e deciso. Infine mi disse chiaro e tondo che aveva fatto una scelta personale di non accettare in alcun modo qualsiasi offerta in occasione di un suo “servizio religioso”. Di fronte ad una testimonianza così bella non potei che essere estremamente ammirato e fare un esame di coscienza sul mio comportamento al riguardo.

Secondo incontro, sempre a riguardo del prete e il denaro, è stata la recente lettura casuale di un volume di un prete della Brianza che dava la stessa testimonianza del collega di cui ho appena riferito, ma che in più teorizzava questa scelta documentandola in maniera veramente seria con testi della Sacra Scrittura e della tradizione patristica.

Al che ho fatto un altro esame di coscienza ancor più serio e rigoroso riguardo il mio comportamento. Sono giunto a queste conclusioni che fanno il punto su questo argomento che spesso costituisce il tallone di Achille per molti preti e su cui l’opinione pubblica è quanto mai sensibile. Penso di non aver mai chiesto un centesimo per il mio servizio sacerdotale (messe, battesimi, funerali, matrimoni, benedizioni varie). Ho sempre accettato quello che spontaneamente i fedeli mi hanno offerto e mi offrono, però in passato l’ho in parte devoluto per le necessità della chiesa e delle sue strutture pastorali e il resto per i poveri.

Attualmente non ho più alcuna struttura a cui pensare, quindi destino tutto ai poveri. Vivendo al “don Vecchi” la mia pensione, pur modesta, mi basta, anzi ne avanzo. Come ho già scritto nel passato, preferisco destinare il denaro sempre a chi ne ha bisogno, però investendolo in strutture, piuttosto che favorire l’accattonaggio di mestiere e non risolvere alcunché.

Raramente ho la possibilità di fare queste precisazioni, quando però mi se ne offre la possibilità lo faccio perché lo ritengo non solo opportuno, ma doveroso. Ad esempio pretendo che le imprese di pompe funebri, in occasione dei funerali, diano ai famigliari dell’estinto una busta prestampata nella quale dico a chiare lettere la mia assoluta disponibilità a celebrare il funerale a titolo gratuito, aggiungendo però che chi desiderasse fare un’offerta sappia che essa va totalmente ai poveri.

Finora questa è la mia scelta, disposto a cambiarla se mi giungessero altre motivazioni. So che questo non mi libera da insinuazioni, sospetti o accuse, però mi mette la coscienza in pace, che è la cosa che maggiormente mi preoccupa.

17.02.2014