Baruffe chiozzotte

Nota della redazione: questa riflessione risale a ottobre. Successivamente la concessione è finalmente giunta.

I miei rapporti col Comune, ossia con gli uffici e con i suoi dipendenti, non sono mai stati idilliaci. Credo che i motivi di fondo siano questi.

  1. Ho la convinzione profonda che tutta la struttura comunale sia al servizio del cittadino e non viceversa. Non accetto di dovermi mai presentare col cappello in mano a mendicare un servizio che mi è dovuto.
  2. Non accetto e non accetterò mai una burocrazia lenta, farraginosa e cartacea. I dipendenti del Comune devono essere lesti, efficienti, rispettosi come qualsiasi altro dipendente di qualsiasi negozio o impresa. Quindi non accetto la “casta” dei dipendenti pubblici.
  3. Non ho mai avuto una grande opinione di quei Consigli periferici di carattere consultivo, perché ho l’impressione che siano composti da personaggi della sottopolitica, verbosi e inconcludenti.

Dato questo mio modo di pensare più di una volta ho avuto modo di entrare in rotta di collisione con rappresentanti del Comune.

Al momento in cui sto buttando giù queste note, sto attendendo da sette mesi la concessione edilizia per il “don Vecchi sei”, la struttura che tende a creare opinione pubblica e cultura verso le emergenze abitative. Mi sono scontrato ancora una volta, tanto che qualcuno mi ha minacciato di chiedere all’avvocatura del Comune di sporgermi querela.

Pure in passato mi è capitato qualcosa del genere con la municipalità, che allora si chiamava “Consiglio di quartiere”. Avendo ottenuto in affitto dal demanio militare quarantamila metri quadri della superficie attorno al forte di Carpenedo perché i ragazzi potessero giocare, ho chiesto ad un imprenditore di spianare il terreno e poi, essendomi accorto che il pallone rischiava di andare in strada con pericolo per gli automobilisti e per gli stessi ragazzi, trovai chi si è offerto di proteggere il campo con una rete alta parecchi metri.

Ma mentre si stava mettendo in atto questa operazione, un membro del Consiglio di quartiere di Rifondazione comunista, passando di là si accorse di quanto il prete stava facendo. Il Consiglio di quartiere mi convocò in veste di imputato.

A verbale si imputava alla “ditta don Armando Trevisiol” di aver manomesso il terreno, mettendo in pericolo le ninfee nane esistenti in quel luogo. Per non aver grane, ma soprattutto per la difficoltà di seguire i ragazzi, restituii al demanio il terreno che, ben presto, si coprì di gramigna e rovi, altro che di ninfee nane! Ognuno può immaginare quale opinione ebbi di questi pubblici amministratori.

Ora ho protestato per il fatto che gli stessi amministratori, mi minacciano di farmi querelare solamente perché ho ritenuto doveroso protestare per l’eterna lentezza del Comune, che finisce per impedire ai cittadini volonterosi di supplire alle sue carenze e a gente che soffre per mancanza di lavoro di poterne avere uno sicuro almeno per un paio d’anni.

Credo che protestare non sia solamente un diritto, ma un sacrosanto dovere!

“Felicissima”

Già ho scritto che quando mi libererò da certi impegni – e a questo proposito mi sono già fatto un cronoprogramma presiso – ho in animo di dedicare mezza giornata alla mia chiesa del cimitero, rimanendovi dal primo mattino fino a mezzogiorno: pregando, studiando, ricevendo chi volesse incontrarmi e svolgendo quelle mansioni religiose proprie di questo luogo particolare.

Mentre il pomeriggio voglio dedicarlo interamente ai quasi cinquecento residenti presso i cinque Centri don Vecchi, cosa che in quest’ultimo tempo non ho fatto perché troppo impegnato in altre faccende.

In queste ultime settimane però mi sono recato almeno due o tre volte la settimana al Centro degli Arzeroni. Dare l’avvio ad una comunità di una settantina di residenti al limite, o appena oltrepassato il limite dell’autosufficienza, credetemi, non è proprio la cosa più facile di questo mondo.

L’intesa tra chi ha progettato la struttura e chi ha un suo progetto molto preciso e sofferto che abbia a funzionare offrendo agli anziani un ambiente caldo ed efficiente, spesso lascia a desiderare alquanto perché in genere per l’architetto l’obiettivo più importante e pressoché assoluto è l’estetica, mentre per chi deve organizzare la vita, specie di persone anziane, che sono poco duttili per le loro condizioni fisiche e mentali, gli obiettivi sono ben altri: la funzionalità, la rispondenza alle abitudini e agli stili di vita degli anziani e, non ultimo, l’economicità, perché i soggetti che abbiamo scelto di accogliere sono i più poveri della nostra città. Una volta che questi due progetti si mettono a confronto e si devono assolutamente coniugare, spesso nascono notevoli difficoltà. Al don Vecchi degli Arzeroni le cose non sono andate molto diversamente. A questa difficoltà s’aggiunge il fatto che la Fondazione non può permettersi se non il personale strettamente essenziale e complica ulteriormente la cosa che la catena di comando sia composta esclusivamente da volontari – perciò ognuno vi porta le sue idee che non può imporre ed uno si deve coordinare con quelle degli altri. Confesso che spesso i miei sonni sono stati turbati da incubi notturni suscitati da queste problematiche.

Questo pomeriggio, dopo aver chiuso la mia “cattedrale”, ho fatto una capatina all’ultima struttura per gratificare i volontari, per oleare i rapporti e portare avanti la soluzione che io credo ottimale. Temevo, perché c’era la prima prova del nove per l’efficienza del pranzo. Devo felicemente confessare che ho trovato l’ambiente migliore di quanto sperassi: volontari motivati e disponibili e soprattutto i primi ospiti felici.

Temevo che avvenisse al “don Vecchi” quello che mi capitava di vedere ogni anno al “Germoglio”, la scuola materna della parrocchia nella quale per le prime due o tre settimane mi pareva di trovarmi in una “valle di lacrime”, motivo per cui l’inserimento dei bambini doveva essere graduale e progressivo.

La prima anziana che ho incontrato mi ha subito detto, forse per farmi contento: «Sono felicissima, mi trovo tanto bene!». Un’altra poi mi ha portato a vedere la sua suite che s’apre sul giardino di villa Angeloni: un appartamentino arredato con estremo buon gusto, ordinato e pulito. I responsabili poi mi han detto che in tre settimane sono stati ormai assegnati ben 50 dei 65 alloggi disponibili.

Se “il buon tempo si vede dal mattino”, ho di che consolarmi.

Cambio al timone della Caritas veneziana

Il solito giornalista ben informato della curia, Alvise Sperandio, ha firmato questa mattina sul Gazzettino un trafiletto con varie notizie sui cambi di incarichi che normalmente avvengono con l’inizio dell’autunno nella Chiesa veneziana.

Ho letto con piacere una notizia che aspettavo da più di vent’anni: il cambio del direttore della Caritas veneziana. Monsignor Pistolato lascia la direzione e gli subentra un diacono permanente che ha appena ricevuto dal Patriarca l’ordinazione diaconale.

Monsignor Pistolato è ormai al vertice della Chiesa veneziana e perciò, molto opportunamente, il Patriarca l’ha sostituito con un uomo nuovo e con più tempo a disposizione. Mi pare ormai un luogo comune la constatazione che la permanenza di una persona, ad esempio un prelato, su un determinato compito, finisca per ingessare l’organismo a cui egli è preposto, mentre si spera che l’alternanza possa vivacizzare un organismo quanto mai importante all’interno della Chiesa, qual è la Caritas.

Io, non solamente perché da una vita mi occupo di questo aspetto vitale della Chiesa, ma soprattutto perché la gestione e la promozione della solidarietà, le ritengo importanti almeno quanto la catechesi e il culto, ho seguito sempre con molta attenzione questo settore della Chiesa; spesso ne sono stato pure un critico che ha tentato di pungolare e proporre, però con ben pochi risultati. Di certo sarà dipeso dal mio fare di inesperto, o forse anche da una divergenza di impostazione e di scelte ideali, fatto sta che attualmente nelle parrocchie l’organizzazione della carità langue quanto mai. Inoltre non mi sono mai accorto dell’esistenza di un progetto globale che metta in rete le varie iniziative rendendole quindi più efficaci nei riguardi dei poveri che hanno diritto di beneficiarne, e più capaci di esprimere il cuore della Chiesa veneziana.

Non conosco assolutamente il nuovo segretario della Caritas, non conosco le sue idee e i suoi programmi, comunque al più presto mi metterò in contatto con lui per fargli conoscere il “Polo solidale” del “don Vecchi”, per ricordargli che esiste una realtà chiamata Mestre, che la carità soprannaturale se non diventa operativa è pura aria fritta e soprattutto per chiedergli un progetto in cui tutte le realtà ed iniziative esistenti siano messe in rete facendo sì che le risposte alle attese dei poveri siano non solamente simboliche, ma reali.

Mi auguro che la conoscenza dell’esistente, delle forze in campo e dei bisogni della nostra gente, facciano sbocciare una sinergia che esalti questa dimensione della nostra Chiesa.

Cercasi leader

Ho vissuto una vita intera facendomi sempre aiutare da volontari. Ho conosciuto quindi delle bellissime persone, uomini e donne di tutte le età che, mossi da principi umanitari o di religione, hanno dedicato il loro tempo e le loro competenze a favore del prossimo, da qualsivoglia difficoltà fossero afflitti.

Una decina di anni fa il mondo del volontariato, sia quello di ispirazione religiosa che quello laico, era il fiore all’occhiello del Nordest del nostro Paese. Non ricordo le cifre, ma so di certo che il numero di volontari dei vari settori nei quali erano impegnati era veramente enorme. Ora pare che ci sia qualche flessione, comunque il numero di cittadini, uomini e donne di tutte le età, è ancora veramente considerevole.

Qualche settimana fa ho riferito in una delle tante pagine di diario, che quando il cardinale Scola desiderò conoscere da vicino la realtà della mia vecchia parrocchia, ebbi modo di presentargli, in una memorabile serata, quasi quattrocento volontari impegnati nei settori più vari della vita parrocchiale. Anche attualmente, pur muovendomi io in uno spazio molto più ristretto, i miei volontari fortunatamente li posso ancora contare a centinaia. In genere sono persone care e generose verso cui nutro grande amore e riconoscenza. Senza di loro “Il polo solidale”, “L’Incontro” e i Centri don Vecchi dovrebbero chiudere o diventare realtà assolutamente inaccessibili ai poveri, mentre sono soprattutto loro che hanno bisogno e che noi vogliamo aiutare.

Per l’amore e la stima che nutro verso il volontariato, devo pur confessare che vi sono pure carenze, talvolta mancanza di motivazioni forti, talvolta mancanza di stile nell’operare, e più spesso ancora, purtroppo, una mentalità che li convince, essendo essi volontari, di poter essere meno fedeli agli orari, agli impegni e soprattutto ad esser cortesi verso un “prossimo” che, in verità, spesso lascia a desiderare e, più spesso ancora, ha comportamenti prepotenti, poco rispettosi e per nulla riconoscenti verso chi, senza alcun dovere specifico, tenta di aiutarlo.

Talvolta mi sono lasciato andare ad un’espressione un po’ colorita: “Conto solamente su un esercito di Brancaleone, disordinato, irrequieto e indisciplinato”. Comunque, nonostante queste truppe ben poco scelte, siamo riusciti e riusciamo ancora a realizzare e mantener vive delle bellissime imprese.

La nota più dolente in questa mia esperienza di vita è che abbiamo una estrema carenza di leader, di capi preparati, motivati e competenti. Mentre riusciamo a reclutare ancora un numero considerevole di volontari a livello di manovalanza o poco più, il mondo imprenditoriale non ci passa questo tipo di piccoli “capitani di industria”, pur in pensione, di cui il mondo del volontariato ha estremo bisogno.

Lancio ancora una volta un accorato appello perché “quadri” e dirigenti in pensione, dopo aver fatto una carriera nei settori più diversi, lo facciano pure con i volontari.

Il magone

Il “mestiere” del prete è difficile, ma quello di un prete che crede doveroso occuparsi dei poveri è quasi impossibile.

Mentre mi accingo a buttar giù queste povere note, la televisione ha appena dato notizia della morte di don Gelmini, una delle più belle figure di prete in Italia, che ha lasciato questo mondo portando con sé un dramma atroce e lasciando anche a chi lo ha stimato un punto di domanda amaro.

Approfitto di queste righe per esprimergli comunque la mia ammirazione, se non altro per la sua scelta di non coinvolgere la Chiesa nel suo dramma e nel voler difendersi di persona e non all’ombra della tonaca e della Chiesa.

Vengo al mio più piccolo dramma, ma sempre dramma. Un paio di giorni fa mi ha telefonato un signore – che poi si è rivelato in realtà poco signore e molto povero – chiedendomi un appuntamento su suggerimento di un medico che mi conosceva molto bene. Insistei che mi dicesse il motivo di questo incontro ma capii subito che voleva chiedermi soldi. L’informai della nostra organizzazione di carità che reputo efficiente, che però non ha scelto e non può distribuire soldi. Gli indicai la Caritas, la San Vincenzo e il Comune.

Egli però ebbe buon gioco a dire che in questi giorni tutto è chiuso per ferie. Però cadde la linea e quindi mi misi il cuore in pace. Questa mattina però mi telefonò il “medico” che l’avrebbe curato, insistendo a non finire perché lo ricevessi per conoscere meglio la situazione del suo paziente. Ebbi qualche dubbio, perché altre volte sono caduto nel trabocchetto del presunto “amico benefattore”, che in realtà trescava col mendicante. Comunque venne puntuale all’appuntamento.

Memore del consiglio di una “piccola sorella di Gesù”, seguace di Charles De Foucault, la quale un giorno mi disse che anche una piccola offerta è un segno di fraternità, mi precipitai con in tasca una busta con dentro 15 euro che volevo dargli appunto come segno di solidarietà. Lo accolsi nella hall del “don Vecchi”. Era male in arnese e da quella esperienza che mi son fatto, quello era una vita che non lavorava. Lui invece, nel proseguo del discorso affermò che era solamente da tre anni. Mi raccontò che il medico, dottor Rossi, dell’ospedale di Venezia, l’aveva curato e che l’aveva pure aiutato, ma che ora doveva tornare ad Imola per sottoporsi a sedute nella camera iperbarica e, a segno del suo bisogno, mi mostrò il dito mignolo di una mano fasciato alla meno peggio. Gli dissi che pure a Marghera c’è una camera iperbarica e poi mi parve di dover essere onesto dicendogli quello che monsignor Vecchi mi ha insegnato: “Fare la carità è buona cosa, ma è meglio costruire una struttura per chi ha bisogno, perché così risolvi un problema per molti e molti anni, mentre l’elemosina è un tappabuchi che non risolve niente”.

Lui non fu molto convinto di questa tesi. Per non tirarla alla lunga tirai fuori dalla tasca la busta e gli dissi che c’erano dentro i 15 euro in segno di solidarietà. Rifiutò con sdegno; probabilmente puntava al colpo grosso di 50 euro.

Altre volte mi era capitata la stessa cosa, ma il richiedente finiva sempre per rassegnarsi ad un’offerta minore dello sperato. Questo no! Mi disse grazie, seccato, e se ne andò senza accettare nulla.

Nonostante abbia seguito l’esperienza pregressa: – il consiglio di monsignore e quello della “piccola sorella di Gesù” – mi è rimasto nell’animo un magone amaro.

11.09.2014

La nostra utopia non è una chimera

Penso che qualche parroco sia un po’ seccato perché questo vecchio “collega” ormai pensionato mette tanto spesso e con tanta decisione il naso non in una delle “cinque piaghe della Chiesa”, come Rosmini prima, e Martini poi, hanno denunciato, ma in qualche altra non meno grave. Mi riferisco al discorso su cui sono tornato innumerevoli volte, ossia la carenza di strutture e di servizi caritativi nelle nostre parrocchie.

Tante volte, con pochissimi risultati, almeno apparenti, ho scritto che la carità, o meglio la solidarietà – come io preferisco dire – è la cenerentola delle preoccupazioni e delle realizzazioni parrocchiali. Talvolta m’è venuto perfino da pensare che certe parrocchie che rifiutano “L’Incontro” lo facciano perché infastidite da queste denunce che il nostro periodico fa spesso a questo proposito e con estrema decisione. La giustificazione più frequente circa la mancanza di servizi sociali nelle parrocchie è addebitata alla carenza di mezzi economici da cui paiono afflitte da sempre certe comunità parrocchiali. A questa obbiezione vorrei ribadire ancora una volta che la carità cristiana non deve ritenersi – a mio umile parere – una passività a livello economico, ma una voce attiva nel bilancio parrocchiale.

Recentemente ho letto su “Gente Veneta” una relazione sulla nuova iniziativa fatta dalla Caritas della diocesi di Venezia con apertura di una mensa e di un dormitorio per i poveri a Marghera. Analizzando quello che c’è scritto sotto le righe dell’articolo, ho concluso che il peso economico che la diocesi deve sobbarcarsi, deve essere consistente e che probabilmente deve provenire dall’otto per mille di cui fruisce.

Scrissi che mi ripromettevo di visitare la nuova struttura, della quale la diocesi pare molto fiera, per accertarmi anche su questo aspetto non irrilevante. La dottrina che supporta tutto il Polo solidale del “don Vecchi”, fa sì che esso sia in attivo sia a livello globale che a livello delle quattro associazioni che lo compongono, più la Fondazione Carpinetum.

Questa dottrina presuppone che nessuno è tanto povero da non avere qualcosa da offrire a chi è più povero di lui. Da ciò nasce che assolutamente nulla viene offerto gratuitamente, ma ad ognuno è richiesto un piccolo contributo “offerta”, che poi viene usata per altri poveri.

Con simile dottrina ognuno deve rendersi conto che nulla piove dal cielo in maniera gratuita; non solamente, ma ognuno deve fare la sua piccola parte, seppur minima, per creare una città solidale il cui benessere diventi frutto dell’impegno di ognuno.

Con questa dottrina non solamente sono nati i cinque Centri “don Vecchi”, che mettono a disposizione degli anziani poveri quasi quattrocentocinquanta alloggi, ma ripeto che ognuna delle quattro associazioni, più la Fondazione, non solamente non pesano su alcuno, ma pure producono un certo reddito.

Alla prova dei fatti la nostra non è una chimera, ma una splendida utopia che, applicata in maniera più vasta, creerebbe una città solidale.

08.09.2014

Grano nonostante la zizzania

Nella pagina di diario di lunedì di questa settimana ho sentito il bisogno e il dovere di fare qualche modesta considerazione sulla mala pianta dell’integrismo, che sarebbe tentato di estirpare comunque quello che è ritenuto male e di instaurare uno stato confessionale per il quale il bene, la virtù, e i valori che noi riteniamo naturali e positivi, siano imposti per legge.

Il discorso è partito dalla lettura della parabola che racconta che “il Padre” ha seminato “il grano buono”, ma mentre i servi dormivano l’uomo nemico ha pure seminato la zizzania e quindi, a motivo del loro zelo intempestivo e comunque tardivo, propongono di estirparla.

Nel mio sermone domenicale sono partito con una puntualizzazione sulla quale non mi sono fermato più di tanto, ma su cui voglio tornare perché è molto importante.

Se è vero, com’è vero, che la redenzione non è un fatto del passato, ma in pieno svolgimento – vedi la tesi di Mario Pomiglio contenuta nella sua opera magistrale “Il quinto Evangelo” – vuol dire che tutto l’impianto della parabola riguarda pure il mondo di oggi, il nostro mondo.

Quindi io posso tranquillamente e legittimamente tirare la conclusione che il buon Dio sta spargendo a piene mani anche oggi la buona semente, anche se è purtroppo anche vero che “l’uomo nemico” sta facendo altrettanto e non di notte, ma spudoratamente di giorno, adoperando, con la lucidità e la perfidia dei figli del secolo, la “gramigna”, i mass media. Però pure oggi procede dall’alto la semina senza sosta, da parte di Dio, dei semi del bene. Bisognerebbe, come suggerisce il giornalista cattolico Luigi Accattoli nel suo volume “Fatti di Vangelo”, che fossimo più attenti a scoprire questa semente positiva per nutrire la nostra speranza, per goderne e, semmai, per favorirne la crescita.

E’ ormai da anni che cerco di scoprire questi “semi positivi”. Quando ero parroco ogni settimana ho tentato di indicare nella rubrica “I fioretti del 2000” uno di questi episodi che si possono inserire nel “Quinto Evangelo”, ossia nel Vangelo in cui si raccolgono i germi del bene che il Signore semina con immutata generosità nella nostra società.

Sento il bisogno di indicarvene almeno uno, che ho scoperto appena questa mattina, Un paio di anni fa, durante un “funerale di povertà” al quale han partecipato in fondo alla chiesa tre quattro barboni svogliati e disattenti, c’era pure un bel ragazzone con tanto di barba e capelli neri che, dopo la messa, mi disse che nelle sue uscite notturne per aiutare gli sbandati, aveva conosciuto ed aiutato “il morto”. Mi raccontò quindi la sua esperienza. Due tre amici studenti – lui faceva architettura – e lavoratori, avevano affittato un appartamento a Marghera ed ospitavano, per carità, facendo vita comune, uno o più sbandati per recuperarli ad una vita civile.

Dopo l’incontro, in cui ero rimasto estremamente edificato da questa scelta, non seppi più niente. Questa mattina mi ha telefonato quel ragazzone, che spero si sia nel frattempo laureato, il quale mi chiedeva di potermi incontrare perché desiderava confrontarsi con me per avere un parere su una struttura di accoglienza che la sua minuscola comunità, senza voti e senza regole, sognava di ampliare.

Volete che questa notizia non debba esser inserita nel “Quinto Evangelo” che sta registrando anche oggi l’opera di Dio?

21.08.2014.

La cenerentola

Ho letto da qualche parte una sentenza quanto mai sapiente che per me rappresenta un motivo di conforto e di liberazione da un certo incubo che mi viene dal fatto di scoprire che racconto delle cose che ho già detto. Spesso mi ripeto questa sentenza: “Gli anziani hanno diritto a dimenticare”. Lo facevo ancor prima, ma ora non ho più scrupoli né ripensamenti, dico certe cose con candore, come fosse la prima volta che le dico.

Vengo anche oggi al motivo di questo ennesimo uso della “sapienza antica”: io leggo con attenzione e curiosità i cosiddetti “bollettini parrocchiali”. Leggo, talvolta con ammirazione e purtroppo, più spesso, con delusione, non solamente quello che è scritto in chiaro, ma anche e soprattutto quello che posso intuire sotto le righe, anche se non scritto. Vi si scopre un po’ di tutto. Ogni “bollettino” finisce per pubblicare sempre la stessa foto della parrocchia e soprattutto quella del suo parroco. Non si tratta invero di quei ritratti di un tempo, dipinti ad olio in cornici ridondanti dove il parroco veniva ritratto con il breviario in mano, seduto su una poltrona con tanto di braccioli e di seduta e schienale di velluto rosso o damascato. Non sono, quelle dei bollettini parrocchiali che si trovano in ogni chiesa, fotografie classiche, ma immagini un po’ crude, quasi fatte col telefonino, che ritraggono il volto della parrocchia e del parroco non in posa, ma nella realtà della vita quotidiana, spesso vestita in mal arnese.

Non molto tempo fa, in un numero pregresso – perché spesso nel banco stampa si trovano anche numeri vecchi di questi bollettini – ebbi modo di imbattermi nella pubblicazione del bilancio parrocchiale di una comunità abbastanza numerosa e non di periferia ed ho letto, con la solita curiosità che mi viene da una deformazione professionale di “spiare la concorrenza” seppure ora, da vecchio pensionato, parrebbe non avessi più motivo di curiosare nelle vicende degli altri.

Ebbene il bilancio era prova che quel parroco sceglieva la linea della trasparenza, come si dice oggi, però una trasparenza che gli nuoceva piuttosto che dargli vanto. Il bilancio, piuttosto pignolo, informava sui conti del personale, delle utenze, degli interessi, delle uscite più varie. Tutto sommato, di primo acchito, mi è sembrato un bilancio rispettabile e coraggioso. Però mi è cascato l’asino quando sono giunto alla voce “carità” nella quale attivo e passivo si bilanciavano, ma dove appariva subito che la voce “carità” era rappresentata da una cifra irrisoria di fronte alle altre cifre quanto mai consistenti.

Una volta ancora mi vien da denunciare che la voce “carità” risulta troppo spesso la cenerentola tra le altre cifre. Mi auguro che la testimonianza di Papa Francesco, del quale tutti si dichiarano entusiasti ammiratori, incida molto di più sulla coscienza dei parroci e delle relative comunità.

19.08.2014

Croce e delizia

Il diario è, o dovrebbe essere, di per se stesso, l’immagine e l’espressione dei sentimenti di chi lo scrive. Credo che il mio diario rispecchi fin troppo bene lo stato d’animo e la reazione agli eventi nei quali sono coinvolto.

Faccio ancora una volta questa premessa per giustificare il mio intervento su un argomento su cui mi sono espresso anche in questi ultimi giorni, cioè il volontariato.

Ho scritto recentemente che nutro una certa preoccupazione per il presente e per il prossimo futuro delle quattro associazioni di volontariato che rappresentano l’osso portante del “Polo solidale” del “don Vecchi”, presso il quale ogni giorno accorrono migliaia di concittadini e di extracomunitari a chiedere aiuto. Le difficoltà in questo settore non mi sono assolutamente nuove. In passato sempre si sono ricomposte, però ogni volta mi preoccupano fino all’angoscia per il timore che possa venir meno questo aiuto ai poveri e che venga a mancare alla nostra Chiesa veneziana la testimonianza più significativa della sua concreta attenzione al dramma dei fratelli più poveri.

Un esercito di volontari, non pagati, non fortemente motivati, non addestrati per quello che devono fare, è difficile da guidare, ma se questo esercito recluta i suoi “soldati” dal mondo veneziano in cui impera sovrano ed incontrastato l’individualismo, la cosa diventa ancora più difficile.

Qualche giorno fa ho ricordato che i volontari della comunità di Sant’Egidio che ho incontrato negli anni scorsi mi sono apparsi profondamente motivati da valori religiosi. La scelta di mettersi a disposizione del prossimo poggia sulla parola di Cristo, mentre la mia gente l’ho reclutata così come veniva e m’è parso per molto tempo di non dover premere più di tanto sui princìpi e i valori cristiani di fondo, pensando che il fatto stesso che si mettessero a disposizione del prossimo li mettesse automaticamente in linea con l’insegnamento evangelico.

Tra i duecento volontari che lavorano al “don Vecchi” vi sono fortunatamente anche dei cristiani seri e coerenti, non sempre però la loro testimonianza incide più di tanto e pare riesca a dare un tono e delle fondamenta più solide di quel senso di pura beneficenza che sembra essere l’elemento più diffuso. A loro merito, per quello che riguarda la costanza, la presenza nei giorni concordati, va detto che, eccetto qualche elemento, quasi tutti pare abbiano accettato di svolgere con serietà il servizio scelto.

In questa situazione avvertendo più che mai la mia fragilità, non mi resta, come Mosè, che stare con le mani alzate in preghiera e dare la mia povera testimonianza di fedeltà e perseveranza nonostante il passare degli anni. Spero tanto che basti e soprattutto arrivi un giovane prete a riordinare questo esercito di Brancaleone irrequieto, poco disponibile e non del tutto motivato.

L’incubo

Il “Polo solidale” del “don Vecchi”, di cui moltissime volte ho parlato in maniera fin troppo entusiasta, sta passando un momento difficile. La “truppa” è quieta e operosa come sempre, mentre alcuni dirigenti, per i motivi più diversi, sono in stato di agitazione. La mia preoccupazione non nasce dal fatto che possa sfasciarsi un’organizzazione per la quale mi sono giocato fino in fondo, facendomi fare quindi una brutta figura in città e soprattutto in diocesi ove c’è qualcuno che non aspetterebbe di meglio, ma il mio incubo è per quelle migliaia di poveri che ogni giorno trovano presso il “don Vecchi” aiuti abbastanza rilevanti. Io poi, avendo sempre avuto una modesta considerazione delle mie capacità, ho sempre temuto che potesse fallire quello che con tanta fatica e sacrificio ho tentato di costruire.

Normalmente dimentico con facilità sgarbi, offese, critiche e quant’altro, però m’è rimasta nel cuore un’affermazione di un mio cappellano di moltissimi anni fa, che probabilmente ha centrato il nervo scoperto. Questo collaboratore stava incontrando una qualche difficoltà nella conduzione dei ragazzi che andavano in vacanza alla Malga dei Faggi a Gosaldo ed è quindi uscito con questa espressione: “don Armando ha fatto questa casa, quindi se la porti avanti lui, tanto il suo è tutto un castello di carta che prima o poi si sfascerà”. Forse era una frase uscita in un momento di stizza, di difficoltà o di delusione; comunque mi fece male perché ho sempre avuto la preoccupazione che le imprese per le quali mi sono speso senza riserva mi crollassero addosso.

Di certo non porto né rancore né risentimento, anche perché fortunatamente sono passati quasi dieci anni da quando sono uscito dalla parrocchia e nulla è crollato. Carpenedo rimane una delle più belle ed intraprendenti parrocchie di Mestre e della diocesi.

Tornando però al “Polo solidale” del “don Vecchi”, questa realtà vede impegnate quattro associazioni con quasi duecento volontari, e certamente rappresenta nel patriarcato la punta di diamante e il fiore all’occhiello circa la carità; se poi le si aggiungono i cinque Centri don Vecchi della Fondazione Carpinetum, diventa qualcosa della quale la Chiesa veneziana dovrebbe andare veramente orgogliosa.

Talvolta, confrontando ad esempio questa nostra realtà con la comunità di Sant’Egidio, ho la sensazione che il tallone di Achille sia L’aver io accolto tutti, credenti e non credenti, praticanti o no: ciò che rende il nostro Polo vulnerabile, mentre chi ha preteso una formazione religiosa più seria, mi pare che subisca meno scossoni e pericoli.

Mi auguro comunque che il nostro sia uno dei tanti temporali estivi e che, prima o poi, torni il sereno.

Deludenti come sempre

I cittadini più attenti alle problematiche della nostra comunità cittadina sanno, anche perché il nostro periodico “L’Incontro” ne ha parlato di frequente, che una volta inaugurato il “don Vecchi 5” per gli anziani poveri della città, la Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi ha già presentato in Comune un progetto teso a dare risposta alle più gravi urgenze abitative.

E’ evidente che la Fondazione non può farsi carico di quello che è dovere specifico della civica amministrazione, ma cerca invece di creare cultura e sensibilità dando vita a soluzioni innovative che sia da un punto di vista sociale, che da quello economico, aprano la strada ad interventi più massicci da parte del Comune.

Finora la Fondazione s’è occupata in maniera specifica della domiciliarità degli anziani poveri, mettendo a disposizione della città quasi cinquecento alloggi a costi che nessun altro ente è finora riuscito a fare e con delle soluzioni a livello abitativo ed esistenziale quanto mai ottimali. Ora la Fondazione ha ritenuto opportuno impegnarsi anche su un altro versante, quello della criticità dell’alloggio per determinate categorie di cittadini, quali persone divorziate ridotte alla miseria per le conseguenze del fallimento della loro famiglia, disabili che sentono il bisogno di una vita indipendente, ragazzi che vorrebbero sposarsi ma non riescono a trovar casa e che hanno bisogno di essere aiutati nella fase iniziale della loro vita coniugale, lavoratori di altre città che dovendo risiedere a Mestre non riescono a pagare una pigione onerosa che impedisce loro di mandare i soldi alle loro famiglie lontane, persone che vengono a Mestre per assistere i loro cari degenti in ospedale, che non sono in grado di pagarsi una stanza in albergo, persone che si trovano provvisoriamente in grave urgenza di ottenere un alloggio ed altro ancora.

Il progetto è passato alla conferenza dei servizi alla quale una ventina di uffici interessati deve esprimere un parere. Un altro passaggio stabilito dai borbonici regolamenti comunali è il parere consultivo della municipalità.

Qualche giorno fa il nostro progetto è stato sottoposto a questo giudizio e la maggioranza ha avuto a che dire, ed in maniera pilatesca, per non dare un parere negativo che avrebbe esposto la municipalità al pubblico ludibrio, ha demandato il problema ad una commissione perché faccia una ulteriore indagine. I consiglieri della municipalità sono l’ultimo gradino dei politici, però pare che pure loro si comportino alla stessa stregua di quelli che sono le persone che nella nostra società riscuotono meno stima di qualsiasi categoria. E’ normale purtroppo che i falliti nella vita tentino di mettere i bastoni fra le ruote a chi ha buona volontà e capacità di fare. Ancora una volta la maggioranza dei consiglieri della municipalità di Mestre e Carpenedo non ha perso l’occasione per dimostrarsi quello che è. Mi auguro quindi che quanto prima venga abolito questo ente non solo inutile, ma dannoso.

Poco noti

Io sono un grande ammiratore dell’AVAPO (Associazione Volontari Assistenza Pazienti Oncologici) perché essa offre alla città un servizio innovativo, in quanto rende possibile a chi è colpito dal cancro di rimanere a casa sua tra i suoi famigliari.

L’AVAPO poi svolge il suo servizio in maniera eccellente, tanto che le famiglie che hanno fruito o fruiscono di questo servizio, rimangono sempre riconoscenti ed ammirate. Inoltre ammiro e stimo tantissimo la presidente che è l’animatrice di questo folto gruppo di volontari, la dottoressa Stefania Bullo, una creatura minuta, una volitiva, intelligente e soprattutto una donna che ha scelto di donare tutto il suo tempo e tutto il suo cuore a questa associazione. Talvolta io l’ho definita la “pulzella d’Orleans”, la “Giovanna d’Arco” di Mestre, per il coraggio e la determinazione con cui porta avanti la sua “crociata”.

A riprova di questa ammirazione ho scritto più di una volta dell’AVAPO, ho accettato di esserne socio e di prestare, purtroppo solo a livello legale, il mio nome come direttore del periodico di questa associazione. Quando esce il periodico lo leggo con attenzione e mi prodigo, per quanto posso, per facilitarne la diffusione.

Mi sono dilungato di proposito a manifestare la mia ammirazione e la mia stima perché sono convinto che il gruppo di volontari dell’AVAPO sia uno dei gruppi di solidarietà tra i più seri, i più efficienti e più meritevoli a Mestre.

Ora non appaia minimamente come una critica, perché di critiche non ne ho minimamente da fare. Leggo sull’ultimo numero del periodico il risultato della campagna del cinque per mille dell’anno 2012 (lo Stato italiano è sempre più lento e ritardatario). E in quest’anno per l’AVAPO: ben 2558 concittadini hanno scelto questa associazione che avrà un contributo di 79.455,50 euro.

Non so ancora come è andata per la Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi, ma sono assolutamente certo che sarà di gran lunga inferiore. E’ pur vero che la città ha finanziato in maniera splendida questa fondazione, tanto che sta realizzando delle opere veramente eccellenti per gli anziani poveri della città. Però ho la sensazione che noi del “don Vecchi” non siamo ancora riusciti a farci conoscere e stimare quanto forse sarebbe necessario.

In questi ultimi anni abbiamo tentato di martellare a tamburo battente le coscienze dei nostri cittadini circa il 5 x 1000, ma nonostante questi appelli ormai settimanali, i risultati sono ancora modesti. Credo che la stragrande maggioranza dei concittadini conosca pressappoco le nostre attività a favore degli anziani poveri, però abbia una conoscenza piuttosto nebulosa. I brillanti risultati dell’AVAPO spero che stimolino il consiglio di amministrazione della Fondazione a verificare il modo con cui possiamo presentarci e farci conoscere meglio dalla città.

Faticosa conversione

Mi pare di aver scritto un paio di settimane fa che il progetto per la nuova struttura per le urgenze abitative, che la stampa preferisce inserire sulla sequenza dei Centri don Vecchi dandole il numero sei – mentre essa non si occuperà di anziani – nell’iter burocratico ha dovuto passare all’esame della municipalità.

Il parlamentino del quartiere può dare un parere soltanto consultivo, però un po’ per darsi una certa importanza e un po’ perché i membri della sinistra hanno ancora nel loro Dna il peccato originale dei discendenti di Marx, Stalin e Togliatti, hanno avuto a che dire sul nuovo progetto. Se poi non fossero questi due motivi, probabilmente inciderà il complesso che nasce dal constatare che mentre loro chiacchierano sul bene dei meno abbienti, c’è invece chi parla meno e si dà da fare concretamente.

Questa discussione con le relative obiezioni e la trovata salomonica di domandare ad una commissione l’approfondimento della questione, mi ha mandato in bestia. Gente che invece di facilitare i cittadini di buona volontà che fanno quello che dovrebbero fare codesti amministratori, seppur di ultimo rango, invece mette loro i bastoni fra le ruote, è cosa che mi risulta assolutamente insopportabile.

Oggi la “Nuova Venezia” annuncia, in un articolo di sei colonne, che domani la municipalità voterà il progetto che poi passerà alla firma del commissario Zappalorto. Sono assolutamente certo che il progetto passerà. Se votassero contro sarebbe un boomerang a tutto loro danno.

Il presidente della commissione urbanistica municipale, Giacomo Millino, ha saggiamente affermato che questo progetto “è una risposta concreta della Fondazione Carpinetum che da decenni è attenta ai nuovi disagi della nostra città e si occupa stavolta di quella popolazione esclusa dagli interventi dei servizi sociali”. Mentre mi ha alquanto irritato la presa di posizione del delegato del PD Vincenzo Conte che ha affermato: «Non discuto minimamente la bontà di questo progetto. Anzi. Però faccio notare la velocità con cui gli uffici lo hanno approvato a scapito di altri interventi edilizi di privati cittadini.».

E’ persino inimmaginabile che un pubblico amministratore, anche se di infimo grado, critichi la “velocità”, che poi è una “velocità da lumaca” perché sono mesi che abbiamo presentato in Comune la richiesta di concessione edilizia. Comunque, invece di tallonare la burocrazia comunale eternamente lenta e invece di auspicare che gli interventi di ordine sociale abbiano un iter privilegiato, è stupefacente che trovi da dire per l’approvazione del progetto.

Mi auguro che il commissario Zappalorto, che non esce da una sede di partito, sia più saggio e determinato di chi è solito impostare ogni cosa con discorsi inconcludenti. Questi politici sono ben tardi “a convertirsi” alla concretezza e all’efficienza.

27.08.2014

I famigli

Monsignor Cè m’è parso sempre sorpreso e ammirato dal numero di volontari che ho sempre avuto accanto durante tutte le mie “imprese” del passato più o meno lontano, ma pure del presente. Io sono perfettamente conscio di questo dono del Cielo, anche se il mio volontariato assomiglia all’esercito di Brancaleone: disordinato, irrequieto e poco disciplinato, che ha creato spesso parecchie noie.

Ho sempre pensato che le difficoltà che questi volontari difficilmente governabili mi han creato, dipendessero dal fatto che nel reclutamento non sono mai andato per il sottile, non ho avuto mai uffici filtro, non ho mai fatto ricerche sulla fede e sulla moralità, sui comportamenti, sperando sempre che la mia testimonianza e quella dei miei diretti collaboratori avesse potuto incidere sulla loro coscienza e farne dei volontari motivati e generosi.

Il vecchio patriarca Cè, che di certo non conosceva i limiti e le magagne di quel gruppo assai consistente ma non troppo qualificato sia come efficienza che, soprattutto, come motivazione interiore, un giorno mi buttò là una proposta, probabilmente sotto una spinta emotiva piuttosto che di una motivazione ben ponderata: «Perché, don Armando, non dà vita ad una congregazione religiosa?». Il discorso non ebbe evidentemente seguito, non solo perché mancavano assolutamente i presupposti, ma anche perché io ero e sono lontano mille miglia da un’avventura del genere. Confesso però che ho sempre sognato di avere, come avviene spesso in certi conventi di frati, un gruppetto seppur minuscolo di persone che condividano l’avventura mettendone a disposizione tutto il proprio tempo e le proprie risorse umane. Non mi riferisco con ciò ai frati conversi, quelli che un tempo erano destinati alla questua o alla cura del brolo e della sagrestia, ma a quei “famigli” non pagati, che tutto sommato condividevano la vita dei frati, dal desco alla casa.

Finora il progetto m’è riuscito in parte: c’è Carlo, non troppo devoto ma sempre disponibile a tutto, almeno fin quando “dio Bacco” non lo tenta; ora c’è pure Giorgio, più lucido, determinato e specialmente con una lunga esperienza di convento alle spalle, che promette assai bene se la sua scelta diventerà definitiva; c’è poi un numeretto di persone, pur questo molto limitato, che mi pare condivida la causa e sia disponibile a far un po’ di tutto quando c’è necessità.

Mi auguro che questi “discepoli” o “frati conversi” aumentino e che il “don Vecchi” non debba essere condizionato dagli “assunti ufficiali” che quasi sempre si rifanno alle regole o ai privilegi sindacali e che non riescono a vedere nella Fondazione un qualcosa di più e di diverso di un’azienda qualunque.

Per ora ringrazio il Signore e lo prego perché cresca il numero e la qualità in maniera tale che ci sia sempre chi crede che valga la pena di spendere la vita per gli anziani.

26.07.2014

Benedetto Sant’Agostino!

L’altra mattina mi ha raggiunto, nella vecchia cappella del cimitero, mentre la stavo riordinando, una vecchia conoscenza. Un “ragazzo cinquantenne” con un particolare tono di voce, che mi ha salutato dicendomi immediatamente: «Don Armando, non si ricorda di me?». In verità ricordavo un po’ confusamente un tipo del suo genere, ma ricordavo soprattutto, dalla tonalità della voce, che forse era uno che avevo tentato di aiutare ma che poi da una quindicina di anni era scomparso nel nulla.

Mi parlò della sua vita che, almeno da quello che mi diceva, era un po’ meno squallida di quella di tante persone in situazioni analoghe. Vive presso un pensionato vedovo che, per centoottanta euro in nero gli dà una stanza, fa qualche lavoretto di pochissimo conto, ma mi raccontava che si mantiene soprattutto con la stagione della vendemmia e della raccolta delle mele in Val di Non, ospite in una delle case di don Benzi ove gli chiedevano un euro per dormire e delle suore gli preparavano due panini per il pranzo. Tutto sommato era piacevole ascoltarlo, perché aveva una parlata calda e scorrevole.

Mentre mi raccontava dell’ospitalità nella struttura di don Benzi, il prete romagnolo dalla tonaca sdrucita ma dal cuore d’oro, una volta ancora ho provato ammirazione ed invidia per chi ha creato queste case con le porte spalancate per gli “ultimi” di questo mondo. Capii al volo che la visita non era del tutto occasionale e perciò gli diedi venti euro che gli servivano per recarsi alla raccolta delle primizie. Mi rimasero in portafoglio 5 euro, ma quasi subito è arrivato un altro abitué che si accontenta anche di cinque euro: lo svuotai. Ed ora sento il dovere di confessare ai miei amici una “colpa” per ottenere una loro “assoluzione”. Sentite la mia perfidia!

Quando mi capita di rifiutare certe richieste, che io ritengo eccessive per le mie tasche, quasi sempre nostro Signore “mi punisce” facendomi arrossire come un peperone, mandandomi qualcuno che mi fa un’offerta consistente, dicendomi così, anche senza aprir bocca: «Non ti fidi di me? E hai allontanato a mani vuote o soltanto con qualche soldarello un altro mio figlio e tuo fratello che ti ho mandato perché tu l’aiutassi?». Rimango ogni volta turbato e mortificato.

Questa mattina, in rapporto a queste esperienze, mi è passato per la mente un pensiero ignobile: “Ed ora, non mi dici niente Signore? Ora che una volta ti ho ascoltato?”. E poi, nel profondo del mio animo, una vocina tenue ed imbarazzante mi pareva continuasse: “Se sei contento, dammene un cenno!”. Tornato a casa col sacchetto contenente le offerte della colletta, che quasi sempre non superano i cinque o sei euro, lo aprii curioso e sfrontato per tanta confidenza che stavo prendendomi con nostro Signore, e vi trovai 100 euro accartocciati. Ho pensato subito a san Pietro che disse: «Signore, allontanati da me perché sono un peccatore!».

24.07.2014