La nostra utopia non è una chimera

Penso che qualche parroco sia un po’ seccato perché questo vecchio “collega” ormai pensionato mette tanto spesso e con tanta decisione il naso non in una delle “cinque piaghe della Chiesa”, come Rosmini prima, e Martini poi, hanno denunciato, ma in qualche altra non meno grave. Mi riferisco al discorso su cui sono tornato innumerevoli volte, ossia la carenza di strutture e di servizi caritativi nelle nostre parrocchie.

Tante volte, con pochissimi risultati, almeno apparenti, ho scritto che la carità, o meglio la solidarietà – come io preferisco dire – è la cenerentola delle preoccupazioni e delle realizzazioni parrocchiali. Talvolta m’è venuto perfino da pensare che certe parrocchie che rifiutano “L’Incontro” lo facciano perché infastidite da queste denunce che il nostro periodico fa spesso a questo proposito e con estrema decisione. La giustificazione più frequente circa la mancanza di servizi sociali nelle parrocchie è addebitata alla carenza di mezzi economici da cui paiono afflitte da sempre certe comunità parrocchiali. A questa obbiezione vorrei ribadire ancora una volta che la carità cristiana non deve ritenersi – a mio umile parere – una passività a livello economico, ma una voce attiva nel bilancio parrocchiale.

Recentemente ho letto su “Gente Veneta” una relazione sulla nuova iniziativa fatta dalla Caritas della diocesi di Venezia con apertura di una mensa e di un dormitorio per i poveri a Marghera. Analizzando quello che c’è scritto sotto le righe dell’articolo, ho concluso che il peso economico che la diocesi deve sobbarcarsi, deve essere consistente e che probabilmente deve provenire dall’otto per mille di cui fruisce.

Scrissi che mi ripromettevo di visitare la nuova struttura, della quale la diocesi pare molto fiera, per accertarmi anche su questo aspetto non irrilevante. La dottrina che supporta tutto il Polo solidale del “don Vecchi”, fa sì che esso sia in attivo sia a livello globale che a livello delle quattro associazioni che lo compongono, più la Fondazione Carpinetum.

Questa dottrina presuppone che nessuno è tanto povero da non avere qualcosa da offrire a chi è più povero di lui. Da ciò nasce che assolutamente nulla viene offerto gratuitamente, ma ad ognuno è richiesto un piccolo contributo “offerta”, che poi viene usata per altri poveri.

Con simile dottrina ognuno deve rendersi conto che nulla piove dal cielo in maniera gratuita; non solamente, ma ognuno deve fare la sua piccola parte, seppur minima, per creare una città solidale il cui benessere diventi frutto dell’impegno di ognuno.

Con questa dottrina non solamente sono nati i cinque Centri “don Vecchi”, che mettono a disposizione degli anziani poveri quasi quattrocentocinquanta alloggi, ma ripeto che ognuna delle quattro associazioni, più la Fondazione, non solamente non pesano su alcuno, ma pure producono un certo reddito.

Alla prova dei fatti la nostra non è una chimera, ma una splendida utopia che, applicata in maniera più vasta, creerebbe una città solidale.

08.09.2014

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