Vent’anni sono stati sufficienti per vedere qualche risultato

Torno ancora una volta sulla convinzione che noi, uomini di chiesa, dobbiamo utilizzare con maggior convinzione, con maggior competenza e con maggior frequenza i mezzi di comunicazione sociale che la società moderna ci mette a disposizione e ripeto che purtroppo preti, parrocchie e diocesi lo fanno ancora poco e male continuando ad affidarsi a sermoni spesso noiosi e soporiferi. Vengo all’intima conferma. I Centri Don Vecchi in definitiva sono un modo attuale per fare carità, però questa modalità, come purtroppo tante altre, è ancora circoscritta ad una città poco significativa quale è Mestre. Ho più volte scritto che “T.V. 2000” di Radio Vaticana ha trasmesso in diretta un bel servizio sul Centro Don Vecchi di Campalto. Il servizio è andato in onda di prima mattina e nonostante credessi che quell’emittente non fosse tra quelle più seguite, da quella trasmissione abbiamo ottenuto questi risultati:

a) Un manager milanese, di estrazione cattolica, ci ha chiesto un incontro per visitare le nostre strutture e documentarsi direttamente sulla nostra esperienza con lo scopo di trapiantarla nella realtà della Chiesa Ambrosiana.

b) Due docenti dell’Università di Padova hanno già preso contatti per programmare, nel mese di maggio, la visita di un pullman di universitari italiani e stranieri che intendono verificare la nostra esperienza, non solo alternativa alle attuali Case di Riposo ma innovativa nell’affrontare, con soluzioni più idonee e aggiornate, le problematiche della terza e quarta età.

c) Il Lions Club di Marghera Venezia ha chiesto, non solamente di visitare almeno un paio dei nostri centri ma, di pranzare assieme ad un gruppo di anziani presso il nostro “Seniores-Restaurant”.

Questi interventi sono giunti quanto mai graditi perché ripagano la nostra fatica, riconoscono valide le esperienze che stiamo portando avanti ma soprattutto testimoniano che è tempo di superare il modo di esercitare la carità cristiana basata sull’offerta di un pacco natalizio ai poveri o di qualche euro a chi bussa alla porta della canonica!

Un capitolo per il mio testamento

Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi, scrisse nel suo testamento: “Lascio in eredità ai miei discendenti i progetti che non sono riuscito a realizzare”. Ho pensato in questi giorni, avendo compiuto ottantasei anni e constatando che “il tempo si fa breve”, che debbo aggiungere un paragrafo al mio testamento: quello di costruire per Mestre un progetto che metta almeno in rete tutte le “agenzie” cittadine della carità o meglio della solidarietà. Ho tentato con la “Cittadella della Solidarietà” ma, con l’uscita dalla diocesi del Patriarca Scola, tutto è finito nel dimenticatoio. Ho pure tentato di avviare un progetto, pur parziale ma moderno, ossia quello di creare un sito “Mestre Solidale” in cui sono fornite tutte le informazioni relative agli enti caritativi esistenti in città. Ho però concluso che i poveri non hanno dimestichezza con internet e che colleghi preti, San Vincenzo e soprattutto Caritas pare che, a tal proposito, siano riottosi. A Mestre non esiste tutto quello che sarebbe necessario per aiutare i poveri, però qualcosa c’è e se ci fosse un minimo di coordinamento qualcosa di più e di meglio penso che si riuscirebbe a fare. La mia speranza si è rinfrancata con la nomina del nuovo direttore della Caritas, però passano i mesi senza che alcuno si muova; sto perdendo le speranze. Questi pensieri e soprattutto queste preoccupazioni si sono rinnovate leggendo su “Proposta”, il settimanale della Parrocchia di Chirignago, il trafiletto che trascrivo.

L’anno scorso abbiamo tentato una strada nuova nell’approccio ai “mendicanti” e cioè ai poveri che suonano alla porta delle case e quindi anche della canonica. Avevamo dovuto cambiare perché quelli che chiedevano l’elemosina non erano per nulla degli stupidi e vedendo che ogni giorno cambiava il segretario, ogni giorno si presentavano a prendersi l’uno o i due euro.
E si facevano la “paga mensile”.
Per evitare questo inconveniente abbiamo deciso di dare due euro solo il mercoledì. Ma in un lampo la voce si diffuse tra i mendicanti e ben presto dovemmo scendere ad un euro a testa.
Ma adesso la situazione si è fatta ugualmente insostenibile: 115 la scorsa settimana, 95 questa, … di questo passo dove andremo a finire?
Il fatto è che quelli che hanno bisogno anche di un euro sono sempre di più. Sono una marea.
Avevo sperato che questa scelta fosse sostenibile.
Ma mi accorgo che non lo è: così, tra il lusco e il brusco, distribuiamo (o sarebbe meglio dire: buttiamo dalla finestra) qualcosa come cinque o seimila euro all’anno.
Troppo, se teniamo conto che questa è solo una delle voci che fanno capo alla Carità.

La soluzione prospettata da don Roberto, parroco di Chirignago, mi pare sia meno del minimo per una comunità cristiana, però se messa in rete, se i cinque o seimila euro che ogni anno dice di buttare dalla finestra fossero messi in “rete” e questa “rete” si rifacesse ad un progetto globale, studiato con intelligenza e con cuore, di certo non risolverebbe il problema dei poveri ma perlomeno le offerte non sarebbero “buttate”! Alla mia veneranda età non credo di poter fare altro che inserire nel testamento questo mio sogno rimasto finora tra le nuvole del cielo.

Investimenti

Fare i manichei nelle cose di Chiesa credo sia altrettanto sbagliato che impostare la pastorale sull’efficienza sostenuta da una finanza consistente. La vita di una parrocchia, lo si voglia o no, ha però anche delle componenti economiche che devono essere gestite con intelligenza e coerenza. Ricordo un detto latino che afferma: “Homo sine pecunia est imago mortis”, l’uomo senza soldi è l’immagine della morte. L’importante è che le risorse permettano di vivere e nel contempo diventino uno strumento pastorale.

Nella precedente riflessione ho tentato di suggerire ai colleghi e ai fedeli che la carità, nel bilancio della parrocchia, è una voce attiva e questo per incoraggiare ad un sempre maggior impegno caritativo. Ora vorrei dimostrare che lo spendere per annunciare il messaggio di Cristo mediante i mass-media, che oggi abbiamo a disposizione, non è solamente un investimento che produce a livello apostolico ma è anche un investimento che mette a disposizione ulteriori mezzi economici con cui è possibile seminare la “Buona Novella”. Monsignor Vecchi mi diceva che le spese sostenute per la stampa di apostolato sono spese sempre utili e sono sempre un investimento produttivo.

Mi sia concesso fare un esempio concreto: ogni settimana per “L’incontro” noi stampiamo trentamila fogli A4, tante sono le pagine del nostro periodico, con i costi relativi alla carta, alle matrici, all’inchiostro e alla macchina da stampa, costi quanto mai rilevanti poiché il periodico è distribuito gratuitamente. Nonostante questo, o meglio, proprio per questo, posso garantire, con prove alla mano, che questo investimento, con quello della carità, è una delle fonti di introito più redditizia per la Fondazione. Una volta ancora mi pare quanto mai valida l’esortazione di San Paolo che invita a seminare sempre e comunque con estrema generosità.

Bilanci

Non sono moltissimi i parroci che, spinti da un desiderio di trasparenza, pubblicano sui loro bollettini parrocchiali il bilancio delle attività della loro comunità. Ho osservato poi che quei pochi che trovano il coraggio di rendere conto, ai componenti della loro parrocchia, dell’andamento finanziario, mettono sempre la voce “Carità” nella colonna delle passività. Sento il desiderio, anzi il bisogno di dire ai miei colleghi che, da almeno mezzo secolo, io ho avuto la fortuna di fare una bellissima scoperta di cui desidero rendere partecipi anche loro. Nella mia esperienza pastorale, più che sessantennale, ho sempre constatato che la voce “Carità” costituiva un’entrata e non un’uscita o, per dirla con altre parole, un’uscita che ha prodotto un guadagno maggiore della spesa. Potrei citare, dati alla mano, che questo è sempre avvenuto fin da quando ero cappellano a Mestre con Don Vecchi ed è puntualmente continuato nei trentacinque anni in cui sono stato parroco a Carpenedo. Spero che nel raccontare queste mie esperienze qualcuno non mi accusi di essere autoreferenziale ma, non posso però fare a meno di citare la situazione della Fondazione dei Centri Don Vecchi e dei quattro Enti caritativi che ruotano attorno ad essa, dei quali io non ho più alcuna responsabilità diretta. Ebbene non ce n’è uno che chiuda il bilancio annuale in rosso, anzi sia la Fondazione che le Associazioni “Vestire gli Ignudi”, “Carpenedo Solidale”, “La buona Terra” e “Lo Spaccio”, pur offrendo almeno centomila contributi all’anno ai poveri, sono tutte in attivo. A livello personale ho felicemente scoperto che ricevo sempre più di quanto offro. Non dovrei però stupirmene perché Gesù da duemila anni ha parlato del “Centuplo”.

A futura memoria

Di certo non mi attribuisco il merito di essere “il padre fondatore” dei Centri Don Vecchi, però mi pare onesto ed innegabile riconoscermi una certa “paternità”, non solamente sulla costruzione ma soprattutto, sulla “dottrina” cardine di questa iniziativa di carattere sociale.

Come ho scritto più volte l’input mi è venuto da molto lontano. Un parroco di Carpenedo, don Lorenzo Piavento, ai tempi della scoperta dell’America, fece un lascito di un appezzamento di terreno e di una casupola di quattro stanze a favore di “quattro donzelle povere e di buoni costumi”. La struttura, nonostante la vendita del terreno circostante e varie ristrutturazioni effettuate nei secoli passati, è giunta fino ai giorni nostri.

La spinta a sviluppare questo germe mi venne al tempo dell’abolizione dell’equo canone quando gli anziani, che vivevano con pensioni misere, vennero a trovarsi in condizioni di estremo disagio. L’antica “Società dei Trecento Campi” donò un terreno alla parrocchia e, dopo infinite vicissitudini, vent’anni fa fu costruito il primo Centro di cinquantasette alloggi che dedicai al mio maestro Monsignor Valentino Vecchi, il quale, primo tra i preti di Mestre, prese a cuore le sorti della Chiesa mestrina elaborando una visione ed un progetto di pastorale globale.

L’idea era di offrire agli anziani più poveri, ancora autosufficienti, un piccolo alloggio funzionale e dignitoso ma soprattutto alla portata delle loro modeste risorse economiche in alternativa e in contrapposizione alle case di riposo. In questa logica mi preoccupai di offrire un alloggio, il più rispondente possibile ai bisogni degli anziani, con spazi interni ed esterni atti alla socializzazione. In questo progetto ho escluso ogni forma di assistenza particolare tendendo a far sì che i residenti si avvalessero dei servizi del Comune e della ULSS previsti per ogni cittadino e incentivando i familiari a farsi carico dei loro anziani.

I Centri Don Vecchi prevedono solo un assistente con il compito di fare da collegamento con le famiglie o di fare intervenire chi di dovere nelle urgenze. Mi auguro che questa impostazione leggera e quasi esclusivamente autogestita faccia di ogni centro un piccolo borgo piuttosto che un ricovero per vecchi. Queste sono le mie intenzioni anche se prevedo che prima o poi l’apparato burocratico ed assistenziale, sempre in agguato, si approprierà di questo progetto innovativo e lo stravolgerà.

Campagna elettorale

All’ultimo momento don Gianni mi ha chiesto, a causa di un banale incidente che lo ha costretto all’immobilità, di sostituirlo ad una tavola rotonda organizzata dallo staff elettorale dell’aspirante sindaco Casson. Pur non amando questo tipo di incontri perché sono conscio di non possedere la dialettica necessaria in queste situazioni, ho ritenuto doveroso acconsentire anche perché l’incontro avrebbe potuto tornare utile alla causa dei Centri Don Vecchi. La tavola rotonda si è svolta al Laurentianum di fronte ad un pubblico formato prevalentemente da anziani ed aveva per tema: “Le nuove povertà”. Penso che gli organizzatori abbiano puntato ad interessare il mondo cattolico che non può non essere coinvolto su questi aspetti della vita della nostra città. Partecipavano all’incontro, oltre all’onorevole Casson, don Albino Bizzotto, sacerdote molto noto per le sue posizioni radicali nei riguardi dell’impegno politico e dei cattolici, un esperto in problemi agricoli ed io che, tutto sommato, rappresento la memoria storica dell’impegno della Chiesa mestrina nei riguardi del mondo dei poveri. Nel mio intervento ho precisato con chiarezza il mio pensiero ribadendo che sono poco interessato a discorsi fumosi e di circostanza sulla solidarietà e che nella mia vita ho sempre privilegiato i fatti concreti.

Monsignor Vecchi, il mio maestro di vita, diceva che: “Un fatto vale più di mille parole!”. Ho cominciato con l’affermare che alle “vecchie povertà”, ancora presenti, si sono aggiunte le nuove povertà anche se le mie maggiori preoccupazioni sono rivolte alle nuovissime povertà: mancanza di speranza, di entusiasmo, di fiducia nelle istituzioni, di coraggio, di ottimismo e di valori. Ho proseguito con il ricordare la mensa di Ca’ Letizia, le vacanze degli anziani, la rivista Il Prossimo, i trenta gruppi caritativi della San Vincenzo e per finire ho ricordato i cinque Centri Don Vecchi con i loro quattrocento alloggi protetti per gli anziani poveri, l’apertura del cantiere della nuova struttura che risponderà alle urgenze abitative e il polo solidale formato dalle quattro associazioni di volontariato. Ho concluso il mio intervento auspicando che la nuova amministrazione tenga in maggior conto il “privato sociale”, poiché attualmente il Comune “elargisce” solamente un euro e novanta centesimi al giorno per ogni residente dei Centri Don Vecchi, e si limiti a fare il coordinatore delle varie organizzazioni solidali piuttosto che impegnarsi direttamente come nel passato.

“Mi accontento di una goccia!”

Ho sempre ritenuto provvidenziale che, a questo mondo e nella Chiesa in particolare, sorgano delle voci profetiche che propongono grandi utopie capaci di spingere i cittadini a sognare e a tendere ad un mondo nuovo ed assolutamente migliore. Sono anche convinto che vi siano nella società uomini e donne che, spinti da un sano realismo, muovono, con scelte piccole e concrete, verso queste grandi mete ideali mentre chi continua a sognare in grande riesce solo a trasformare questi slanci in deludenti chimere che non consentiranno mai di fare passi in avanti ma anzi produrranno solamente sfiducia.

Qualche giorno fa ho letto un’intervista rilasciata da Madre Teresa di Calcutta quando ricevette il Premio Nobel. Questa religiosa alla domanda: “Lei è convinta di poter cambiare il mondo?” rispose con umiltà e concretezza da donna che teneva i piedi per terra: “No, a me basta essere una goccia di luce e di amore nell’immenso oceano del nostro mondo!”. Questa risposta così concreta e ricca di saggezza mi ha dato un grande conforto perché talvolta, quando sento voci, assolutamente condivisibili nella loro sostanza, che chiedono in modo perentorio una società più ricca di umanità e più giusta non posso fare a meno di constatare che io invece ho speso l’intera vita in opere che si sono limitate ad offrire un piatto di minestra agli ultimi di questo mondo o un alloggio a vecchi stanchi, frustrati ed abbandonati al loro destino. I miei risultati sono stati tanto modesti da scoraggiarmi e da indurmi a chiedere a me stesso se non ho sbagliato tutto nell’essermi impegnato per obiettivi così limitati ma, il discorso della grande anima di Madre Teresa che si accontentava di essere solamente una piccola goccia nel grande oceano, mi conforta assicurandomi che il mio impegno, spesso tanto faticoso, è stato comunque proficuo.

Un sogno rimasto solo un sogno

Quasi cinquant’anni fa Monsignor Vecchi, la San Vincenzo ed io aprimmo il “Ristoro” di Cà Letizia, quella struttura che attualmente tutti chiamano: “La Mensa dei Poveri”.

Noi a quel tempo non intendevamo avesse i connotati che essa pian piano ha assunto, cioè una mensa in cui senza tetto e sbandati potessero trovare un piatto di minestra calda e qualcosa per placare i morsi della fame ma, a quel tempo, lo progettammo affinché fosse come un ristorante, pur modesto, in cui le persone, con poche risorse economiche, potessero pranzare in un luogo dignitoso e ad un prezzo pressoché simbolico.

Inizialmente fu così, tanto che perfino una coppia di giovani sposi organizzò il pranzo di nozze nella sala da pranzo di Cà Letizia! Forse era fatale che diventasse la “Mensa dei Poveri” però nel mio animo è rimasto ancora l’antico sogno del “ristorante” per la povera gente, sogno che probabilmente dovrò lasciare in eredità a chi verrà dopo di me.

Qualche settimana fa, leggendo un servizio de “Il Messaggero di Sant’Antonio”, ho appreso dell’iniziativa di un ristoratore milanese che ha aperto un locale in cui, chi è di modeste condizioni economiche, può pranzare con un euro. A motivo di questa notizia ho cercato di raccogliere informazioni presso gli addetti ai lavori per capire se la sala da pranzo del don Vecchi potesse essere adibita a “Ristorante Popolare”, però mi sono reso conto che la cena verrebbe a costare non meno di quattro euro, garantendo però ogni sera almeno una cinquantina di commensali. A questo punto mi vedo costretto a rimettere nel cassetto dei sogni questo progetto in attesa di momenti migliori!

“Dolci e delizie”

L’anno scorso una giovane signora mi telefonò informandomi che due pasticcerie, gestite da suoi amici, erano disposte a regalarci ogni sera “le paste e i dolci” che non erano stati venduti perché avevano scelto di vendere solamente la produzione di giornata. Con un po’ di impegno sono riuscito a organizzare una piccola squadra che ogni giorno, dopo il consueto avviso telefonico, parte con il Doblò e porta a casa una o più grandi scatole delle migliori leccornie reperibili nelle pasticcerie di Mestre.

Ritengo giusto segnalare i nomi di queste pasticcerie per indicarle all’ammirazione dei concittadini e per informare che in questi negozi si vendono solamente dolci freschi, appena prodotti, mi riferisco a: “Dolci e Delizie” di Via S. Pio X e della Bissuola a cui si è aggiunta, anche se con minore frequenza, la Pasticceria Ceccon di Carpenedo. Questa elargizione, pressoché quotidiana, fa sì che gli anziani dei cinque Centri Don Vecchi spessissimo abbiano a tavola anche il dolce. Queste offerte sono così frequenti ed abbondanti che, anche per timore del diabete, talvolta dirottiamo questo “ben di Dio” alla mensa dei poveri di Ca’ Letizia, a quella dei Frati Cappuccini e perfino a quella di Altobello.

Se in città si sviluppasse maggiormente la cultura della solidarietà ci sarebbe più benessere per tutti. Questi casi sono purtroppo ancora isolati, ci auguriamo però che facciano scuola. Noi pertanto invitiamo i concittadini a scegliere per i loro acquisti questi negozi.

“Il Mughetto” e “Il San Camillo”

La settimana scorsa, facendo riferimento alla giornata per l’ammalato che si celebra in tutta Italia l’undici febbraio, festa della Madonna di Lourdes, ho ribadito con estrema franchezza che le parrocchie possono e debbono fare di più e di meglio per i propri ammalati. Pur sapendo di espormi al pericolo di essere accusato di autoreferenzialità. A supporto delle mie affermazioni, ho citato sommariamente le esperienze a cui, con l’aiuto dei miei numerosi collaboratori, ho tentato di dar vita.

Voglio ritornare brevemente su due di questi tentativi che, nonostante siano passati più di dieci anni da quando ho lasciato la parrocchia fortunatamente sono ancora attivi. Mi riferisco al “Gruppo del Mughetto” e al “Gruppo San Camillo”. Il primo è formato da alcune signore che, con la collaborazione degli scout della parrocchia, intrattengono, due pomeriggi alla settimana, alcuni disabili, più o meno gravi, dando così la possibilità alle loro famiglie di godere di un po’ di tempo libero per sbrigare i loro affari mentre il secondo è formato anch’esso da un gruppo di signore che sono impegnate, facendo frequenti visite agli infermi e agli ammalati della comunità.

Perché scrivo queste cose? Non certamente per farmi bello, ma per suggerire ai colleghi e ai cristiani impegnati che con queste iniziative si raggiungono almeno tre obiettivi: si aiuta la comunità a vivere secondo il Vangelo, si matura una cultura di solidarietà ed inoltre la parrocchia si crea una credibilità che favorisce “l’aggancio” con i non praticanti e con coloro che sono lontani. Questo non è poco ed è un’opportunità offerta a tutti!

La pastorale più attuale è quella più antica

Da qualche tempo abbiamo dovuto far ricoverare a Villa Salus suor Michela, l’anziana superiora di suor Teresa. Qualche giorno fa, quando sono andato a far visita a questa cara suora che da una trentina di anni è stata impegnata prima nella parrocchia di Carpenedo e poi al Don Vecchi, ho conosciuto l’anziana signora che è ricoverata nella stessa camera. Con sorpresa appena sono entrato nella stanza mi ha salutato con un “don Armando” tanto affettuoso che pareva fossimo amici d’infanzia, poi ha cominciato a sciorinare tutti i motivi per i quali mi conosceva bene. Fra l’altro mi disse di essere una fedelissima lettrice de “L’Incontro” informandomi inoltre che ogni settimana aspetta con impazienza che la figlia le porti il periodico del quale legge dalla prima all’ultima parola.

Quello che però mi sorprese più di tutto fu il suo desiderio di sapere se l’Enrico Carnio, che scrive ogni settimana su “L’incontro”, sia il padre di Giovanni, quel giovanotto che andava a trovare gli anziani in casa di riposo e che lei aveva conosciuto perché suo marito, a quel tempo, vi era ricoverato. Una volta saputo che quel giovane, già avvocato, che un paio di anni fa ha deciso di entrare in seminario per farsi prete, era proprio il figlio di quell’Enrico che scrive su “L’incontro”, non cessava più di tessere le lodi di quel giovane che trattava con infinita amabilità gli anziani. Una volta in più si è rafforzata in me la convinzione che il metodo più aggiornato e più efficace per gli operatori pastorali non è quello che si rifà agli aggiornamenti fatti dagli specialisti, ma quello che persegue l’attenzione e la cura di chi è vecchio, indifeso o ammalato! Questa è una bella scoperta in questo tempo in cui non si sa cosa fare per evitare che le pecorelle continuino a fuggire dall’ovile!

Per Venezia non c’è salvezza

Mi rattrista il dover parlar male ancora una volta di Venezia perché, nonostante tutto, l’amo e sono orgoglioso di abitarvici, però ogni giorno di più mi convinco che per questa città non c’è più salvezza.

Voglio evitare di ripetermi sulla cattiva amministrazione, sulle occasioni perdute, sul mal governo e sull’acqua alta, ma vorrei richiamare la vostra attenzione sullo sconfinato esercito di burocrati impietosi, stupidi ed irresponsabili che la stanno soffocando.

I motivi di sconforto, di amarezza e di sdegno sono stati tanti, questo è solo l’ultimo.

Una cara signora, che ha avuto l’incarico dalla sorella deceduta alcuni anni fa di distribuire ad opere benefiche il patrimonio che ha lasciato, ha deciso di donare alla Fondazione i proventi della vendita di un “bacaro” che si trova vicino a San Marco.

Si tratta di una cifra ingente con la quale potremo finanziare la struttura per le emergenze abitative destinata a: divorziati, disabili, vecchi preti, operai ed impiegati di altre città che lavorano a Mestre, parenti di degenti in ospedale, giovani che tardano a sposarsi per la mancanza di un alloggio. Un complesso di 65 appartamenti che offriranno un servizio quanto mai necessario e soprattutto creeranno quella cultura e quella mentalità solidale di cui Mestre ha bisogno come il pane quotidiano.

Ebbene i burocrati del Comune, che sono poi gli stessi che hanno fatto perdere a Venezia il grattacielo di Cardin, le carceri, lo stadio e quant’altro, stanno facendo l’inimmaginabile per impedire o ritardare un’operazione benefica di notevole portata culturale e sociale.
Perché? Proprio non lo so!

Adorazione perpetua

Ormai da alcuni anni, per iniziativa di don Narciso Danieli, a Santa Maria Goretti, almeno una persona ad ogni ora del giorno e della notte veglia e prega di fronte all’Eucarestia.

Da quanto ho appreso ben quattrocento fedeli si sono offerti per compiere questo servizio affinché almeno un rappresentante della nostra città incontri e parli al Cristo nell’Eucarestia dei nostri problemi e delle nostre attese.

A Venezia un tempo si faceva qualcosa di simile nella chiesa di San Giuliano poi, non so per quale motivo, l’iniziativa si spense.

Ho appreso però qualche settimana fa che qualcuno si sta dando da fare per riprendere l’adorazione perpetua in un’altra chiesa di Venezia.

Mi rende felice il sapere che qualcuno a nome di tutti possa ascoltare e parlare a Gesù di Nazareth rappresentato dall’Eucarestia e si faccia portavoce dell’intera città. Però pensando a San Giacomo e a San Giovanni Crisostomo mi farebbe ancor più piacere se ci fossero almeno altri quattrocento cristiani che, inquadrati da qualcuno, fossero in costante disponibilità a colloquiare e servire il Signore presente a Mestre e Venezia sotto il segno del povero.

Qualcosa esiste ma sarebbe opportuno che questo servizio fosse organizzato in maniera più seria ed efficiente.

“Là c’è la provvidenza!”

Ho avuto l’opportunità di toccare con mano quanto sia vera l’affermazione che il Manzoni mette in bocca allo sfortunato Lorenzo Tramaglino, il protagonista dei “Promessi Sposi”.

Sento il bisogno di raccontare ad amici e colleghi due episodi tra i più significativi che mi siano capitati mentre ero attanagliato dalla preoccupazione per come saldare i conti delle strutture mediante le quali speravo di tradurre concretamente il comandamento di Gesù: “Ama il prossimo tuo”.

Una mattina, mentre mi dibattevo tra le difficoltà economiche ed i conti da saldare relativi al Don Vecchi Due, un’anziana signora, dopo aver atteso tre quarti d’ora perché mi liberassi dagli impegni, entrò in ufficio e senza tanti preamboli mi disse: “Don Armando ho deciso di donarle un miliardo di lire per la sua opera”.

La somma mi arrivò per un cammino un po’ tortuoso perché lei morì improvvisamente e qualcuno dei parenti tentò di approfittarne, comunque poi la somma mi arrivò fino all’ultimo centesimo ed ora 142 anziani beneficiano di un alloggio presso la struttura pagata in notevole parte da questa benefattrice. Pensavo che nella mia vita un “miracolo” del genere non mi sarebbe più capitato, invece mi sbagliavo. Un’altra donna, che sta elargendo l’eredità di una sorella defunta, qualche giorno fa mi ha promesso settecentomila euro (l’equivalente di un miliardo e mezzo di vecchie lire) che supera di un bel po’ l’offerta precedente!

Se gli obiettivi sono validi e disinteressati al Buon Dio non mancano proprio “gli amici” per farci pervenire ciò che ci occorre.

Provare per credere!

I baci di suor Angela

Vive al Don Vecchi un’anziana suora anomala. Suor Angela, si chiama così, ha pressappoco la mia età, non veste un uniforme monacale ma vestiti che sono in assoluto i più convenienti per una donna che ha fatto voto di povertà, castità ed obbedienza. E’ una donna laureata in matematica e fisica, è stata in convento per trenta o quarant’anni, e mi sono domandato come abbia fatto a rimanerci per così tanto tempo dal momento che è uno degli esseri più liberi che io abbia conosciuto nella mia lunga vita. Ora è abbastanza malandata sulle gambe e quindi deve girare con il deambulatore. Passa tutto il suo tempo nella preghiera ma soprattutto nell’elemosina. Credo che né Ozanam, né San Vincenzo, né il presidente della Caritas siano più impegnati di lei ad aiutare il prossimo. Io più volte le ho detto che non condivido il suo modo di operare, ma affermo pure che nutro un’infinita ammirazione per quello che fa per i poveri. Lei sa come la penso però non riesce a comportarsi diversamente e io sono certo che andrà nel più alto dei cieli. Di suor Angela ammiro soprattutto i suoi baci appassionati con i quali esprime nella maniera più profonda e convinta il suo amore per il prossimo.