“L’obolo della vedova”

È quanto mai significativa quella delicata pagina del Vangelo che mette in luce quanto la “giustizia di Dio” sia molto più giusta e puntuale, non solo di quella grossolana del nostro sgangherato e spesso fazioso apparato giudiziario, ma anche del comune sentire della gente perbene.

Gesù osserva le persone che fanno l’elemosina nel tempio e dice ai suoi discepoli che gli spiccioli donati da una povera vedova, agli occhi di Dio, valgono molto di più delle grosse somme di denaro che alcuni ricchi deponevano ostentatamente nel tesoro del tempio. Conosco questa sentenza fin dalla mia infanzia e essa non solo mi ha aperto gli occhi sulla sapienza di Dio ma, per la costruzione dei Centri Don Vecchi, mi ha anche aiutato a contare soprattutto sull’obolo della vedova.

Credo di essere io il più stupito di tutti nel rendermi conto di come abbia fatto a raccogliere tutti quei miliardi di lire spesi per la costruzione delle sei strutture per anziani. I “miracoli” che sono capaci di fare gli “spiccioli della vedova” che mi hanno stupito per tanti anni, continuano a stupirmi perché per grazia di Dio avvengono anche oggi. È pur vero che talvolta ci sono state vedove che mi hanno donato somme ben più consistenti degli spiccioli della protagonista della pagina del Vangelo però è altrettanto vero che tutti i miei benefattori hanno sempre donato con lo spirito di questa umile e generosa donna ammirata anche da Gesù. Questo miracolo per me è sempre nuovo e, nonostante siano passati per le mie mani molti miliardi, ogni volta che qualcuno mi porge un’offerta provo sempre questa dolcissima sensazione da Vangelo.

Questa mattina, mentre ero in attesa di uscire per la Messa, una giovane donna con estrema dolcezza, ma nel contempo quasi imbarazzata, mi ha offerto una busta dicendomi: “Venti euro sono in suffragio di mio marito morto pochi mesi fa a cinquant’anni e cento sono per due azioni” e si è allontanata quasi vergognandosi del dono. Quella donna aveva un volto bello e pulito e si capiva che quel denaro le usciva dal cuore. Come vorrei che chi abiterà gli alloggi del Don Vecchi 6, che ha ormai raggiunto il tetto, potesse conoscere queste belle storie; penso che se ciò fosse possibile queste strutture nate dalla carità, che a detta di tutti sono belle, diventerebbero ancora più belle!

Il servizio

Ho già scritto più volte, che fino ad una ventina di anni fa, il volontariato, specie quello motivato dalla fede, era il fiore all’occhiello delle popolazioni del Triveneto. In questi ultimi anni però, anche se c’è stata una indubbia contrazione a livello quantitativo, esso regge ancora e bene.

Noi ad esempio per i molteplici settori nei quali è articolata l’attività a favore del prossimo possiamo contare su quasi trecento volontari: disponiamo di un buon numero di volontari che operano nel settore del Polo solidale, realtà che vive in profonda simbiosi con la Fondazione e comprende i magazzini indumenti, lo spaccio alimentare, il gran bazar, i magazzini dei mobili e dell’arredo casa, il chiosco per la frutta e verdura e il banco alimentare. Un altro buon numero di volontari, operando all’interno del Centro Don Vecchi, gestiscono: il bar e il servizio al senior restaurant, gli appuntamenti ricreativi culturali, la raccolta dei generi alimentari in scadenza, il ritiro quasi quotidiano delle paste da alcune pasticcerie mestrine, il ritiro dei mobili e dei vestiti, il coro che anima ogni settimana la liturgia sia al don Vecchi che nella chiesa del cimitero e il personale che collabora nella cattedrale tra i cipressi, scrivono, impaginano, stampano e distribuiscono il settimanale “L’Incontro” e organizzano le gite-pellegrinaggio.

L’attività del nostro volontariato è articolata, ordinata ed efficiente. Vorrei in questa occasione spendere qualche parole in più per due gruppetti i cui componenti, nella loro infanzia e giovinezza, hanno ricevuto una particolare educazione al servizio. Mi riferisco alla dozzina di vecchi capi scout (in pensione) che ogni lunedì stampano L’Incontro. È un vero spettacolo vedere questi piccoli scout, ormai pensionati e nonni, svolgere affiatati ed allegri la loro mezza giornata di servizio per la comunità. A questi si aggiungono anche i vecchi scout, una decina in tutto, che indossando il loro “glorioso” fazzolettone servono la “clientela” dello “spaccio solidale”. Tutti i volontari del Don Vecchi svolgono bene e serenamente il loro servizio ma i vecchi scout che hanno ricevuto un’educazione specifica lo fanno con un tocco di allegria e di cameratismo quanto mai simpatico.

“Foyer San Benedetto”

So di correre il rischio d’essere etichettato di referenzialità perché parlo sempre delle mie cose. D’altronde, non avendo una cultura tale da poter scrivere dei saggi, se voglio comunicare le mie idee e confrontarmi con i colleghi e con i concittadini sulle problematiche della solidarietà non posso fare altro che rifarmi alle mie esperienze!

Il discorso di oggi nasce dal fatto d’aver incontrato una povera donna bulgara che, venuta in Italia come numerose altre donne dell’Est per fare la badante, è stata investita da un’auto perdendo così lavoro e casa, vagando quindi poi come “un’anima morta” in cerca di aiuto. Nell’incontro più recente mi ha riferito che negli ultimi quindici giorni ha dormito nelle sale d’attesa dell’aeroporto Marco Polo. Questa soluzione, pur estrema, non può durare perché l’organizzazione aereoportuale non può accettare soluzioni del genere.

Messo con le spalle al muro e non sapendo più a che santi rivolgermi ho telefonato ad una delle mie vecchie “creature”: il Foyer San Benedetto di Via G. Miani 1. Il problema dell’alloggio esisteva purtroppo anche trent’anni fa. Con l’aiuto di una mia piccola scout di un tempo, riuscii a comprare un appartamento abbastanza capiente e a ricavarne undici posti letto in sei camerette. Allora si pagavano dieci lire a notte, ora sono arrivati a tredici euro, quindi due volte tanto! Mi ha risposto al telefono la giovane donna che conduce questa bella esperienza: alla mattina fa scuola e al pomeriggio e alla notte fa da madre, sorella ed amica a chi ricorre a questo “rifugio”.

Lei è una splendida ragazza giunta dal Sud, che avendo avuto bisogno di un alloggio lo trovò in questa soluzione di emergenza, allora condotta da Bianca, un’altra splendida donna ora in Paradiso, che le ha lasciato in eredità non solo le chiavi ma anche la sua capacità pressoché infinita di aiutare il prossimo.

Per parlare di queste due donne bisognerebbe richiamare in vita il De Amicis del “Cuore” o Giovannino Guareschi del “Piccolo Mondo”, solo loro saprebbero farne un ritratto con una cornice adeguata! Penso che siano sufficienti due o tre donne come queste perché Dio sia indotto a salvare la città! Sono molto contento di poter dire ai miei concittadini: “Sappiate che a Mestre non ci sono solamente mafiosi o politici ma anche tante magnifiche creature!”.

La soglia minima

Tanto tempo fa mi sono imbattuto per caso in un’espressione un po’ paradossale di San Francesco di Sales, il santo vescovo di Ginevra. Questo santo francese è stato nominato dalla Chiesa patrono dei giornalisti per aver adoperato, in maniera egregia, la penna per contrastare le tesi delle Chiese protestanti assai agguerrite ai suoi tempi e fortemente anticattoliche e per aiutare le anime a vivere un cristianesimo autentico. Ebbene San Francesco di Sales ebbe a dire che “la verità che non è trasmessa con carità non è neppure verità!”.

Io, ispirandomi a questa sentenza, penso di dover dire soprattutto al vasto mondo del volontariato che “la carità che non è fatta con cortesia, garbo, pazienza e tolleranza non è neppure carità anche se sta distribuendo tonnellate di frutta e verdura, altrettante in generi alimentari e in vestiti per i poveri”. Nel mondo laico i titolari di attività, o chi li rappresenta, sono soliti affermare che il cliente va rispettato e trattato con cortesia e normalmente i dipendenti, per non perdere il posto di lavoro o per migliorare la loro posizione, si attengono fedelmente a questo principio. Nel mondo del volontariato invece le cose spesso vanno diversamente. I volontari frequentemente si sentono benefattori dell’umanità e spesso sono portati ad usare un atteggiamento tanto determinato da sconfinare nell’arroganza, caratteristica purtroppo abbastanza diffusa in questo contesto.

Premetto che trattare con una “clientela” proveniente da culture diverse non è la cosa più semplice di questo mondo perché molti ritengono che tutto sia loro dovuto, perché hanno sempre il sospetto che li si tratti guardandoli dall’alto in basso ma soprattutto, poiché da noi tutto si “paga”, anche quando il tributo richiesto è semplicemente simbolico ed irrisorio, c’è sempre il tentativo di tirare sul prezzo. Detto questo però credo che noi cristiani e noi volontari, per coerenza e per essere testimoni credibili, non dobbiamo mai dimenticare che fare la carità è un privilegio che ha un prezzo elevato, prezzo che però è giusto pagare senza protestare!

Carità con la “C” maiuscola

Io sono sempre stato per la trasparenza e, da quando ho cominciato ad avere una qualche responsabilità in parrocchia, ho sempre pubblicato l’elenco delle offerte che ricevevo dai fedeli per i motivi più diversi. Ci fu una quindicina di anni fa un vecchio parrocchiano, uno che seguiva con fin troppa attenzione le vicende della parrocchia che, leggendo sul foglio parrocchiale i dati che andavo comunicando, faceva i conti su quanto “incassavo” ogni mese.

Faccio questa premessa per dire che se ci fosse tra i lettori de “L’incontro” un cittadino altrettanto attento e pignolo come quel mio vecchio parrocchiano interessato ai miei incassi, avrà notato che ogni paio di mesi pubblico sul nostro periodico nella rubrica delle offerte questa annotazione: “Un noto professionista di Mestre, che chiede l’anonimato, ha sottoscritto un’elevata quantità di azioni pari ad una cifra altrettanto significativa”. Ebbene ritengo di dover svelare almeno in parte l’identità di questo “misterioso” benefattore. Si tratta di un noto dentista che, almeno da un decennio e forse anche di più, cura gratuitamente i denti dei residenti al Don Vecchi che la direzione segnala come persone bisognose e agli altri residenti, considerando poi che nessuno di loro è certamente un riccone, pratica prezzi accessibili devolvendo alla Fondazione dei Centri Don Vecchi il ricavato.

Perché faccio questa segnalazione? Primo perché a me fa enormemente bene incontrare persone altruiste e generose. Secondo perché anche gli altri professionisti, che operano nei settori più disparati e che normalmente traggono dalla loro attività guadagni significativi, sentano il bisogno di ringraziare il buon Dio per averli favoriti nell’avere una professione redditizia aiutando i concittadini meno fortunati. Terzo perché in città cresca la cultura della solidarietà. Posso assicurare a tutti che, per quanto mi riguarda, riesco a raccogliere da questa semina frutti consolanti!

Un relitto di donna

Qualche giorno fa si è presentata nella mia sagrestia una “giovane” anziana dal portamento dignitoso ben diverso da quello di una mendicante. Mi ha raccontato il motivo per cui mi chiedeva aiuto però, ricevuti i cinque euro, se n’è andata ringraziando e senza aggiungere parola. È ritornata un paio di altre volte e gli incontri si sono svolti alla stessa maniera.

Normalmente ai miei mendicanti abituali offro uno o due euro che tengo sempre in tasca e che attingo da una scatoletta che conservo per questa “bisogna”. C’è qualcuno che si accontenta e ringrazia, altri hanno spesso in serbo dei motivi particolari per ottenere qualche cosa di più. Raramente, dal momento che ho fatto la scelta di impiegare tutto quanto posseggo per realizzare una struttura solidale che possa rappresentare un aiuto più serio e più duraturo, offro più di uno o due euro arrivando fino a cinque o dieci euro in casi veramente particolari.

L’altro ieri ero un po’ più libero del solito per cui ho potuto aprire un dialogo più profondo con questa povera creatura. Ho appreso quindi che è bulgara e che come moltissime donne dell’Est è venuta in Italia a cercare lavoro come badante, senonché un’automobile l’ha investita rendendola inabile tanto da farla camminare con estrema difficoltà e con l’aiuto di due stampelle. Ha perso quindi il lavoro e anche la stanza perché non può pagare l’affitto. Queste cose le ho apprese solo dopo averle dato i soliti cinque euro.

Enrico, il mio “aiutante di campo”, che ha assistito ai colloqui, le ha dato una somma ben più consistente e poi l’ha accompagnata “a casa” in automobile ma da allora l’immagine di questa donna è diventata per me quasi un incubo; il pensare a questa creatura sola e senza denaro mi ha fatto perdere la pace. Ho cercato la sua parrocchia, ho telefonato poi ad uno dei “miei ragazzi” di mezzo secolo fa che fa parte della “Banca del Tempo Libero” ottenendo che la signora, per almeno quindici giorni, possa stare a “Casa Talierco” del Sacro Cuore. Trascorso questo tempo però poi sarà di nuovo in strada e questo pensiero mi angoscia. Di certo non l’abbandonerò ma so fin da ora che non sarà facile trovarle una collocazione dignitosa. Una volta ancora ho provato sdegno verso la mia Chiesa che in tanti anni non si è ancora decisa a realizzare un progetto veramente serio per soccorrere chi è in difficoltà!

La minestra dei frati

Dagli “Atti degli Apostoli” si apprende che fin dagli albori della comunità cristiana si diede vita alle mense per i poveri. Questa iniziativa continuò ininterrottamente durante i venti secoli di storia cristiana e fu sempre una prerogativa dei “figli” di San Francesco aprire alla carità i loro conventi. Credo che non ci sia comunità francescana che non gestisca una qualche attività caritativa.

A Mestre i padri conventuali, il cui convento è situato in via Aleardi, gestiscono da molti anni la “Casa Taliercio” che ospita da almeno vent’anni le donne dell’Europa dell’Est che approdano disorientate e in cerca di lavoro nella nostra città. Nella stessa comunità si è dato vita ad una associazione di volontari che si occupa dei poveri ed in particolare assiste i senza tetto che passano le notti nella stazione ferroviaria. A Marghera i frati Francescani assistono con pacchi viveri un numero notevole di poveri ed attualmente collaborano con la nuova mensa promossa dalla Caritas nella ex scuola Edison. A Mestre poi i padri Cappuccini, fin dal loro insediamento avvenuto all’inizio del 1600, hanno aperto le porte del loro convento per donare il pane, frutto della cerca, ai poveri.

Attualmente la mensa dei padri Cappuccini di Via Andrea Costa è leader nel settore con i suoi duecento pasti al giorno, con i settanta volontari e con una cucina e una sala da pranzo all’avanguardia! A Mestre c’è anche la mensa di Cà Letizia gestita dalla San Vincenzo cittadina e quella più modesta dei padri Somaschi di Altobello.

In questi giorni è uscito un opuscolo a firma del cappuccino padre Ubaldo Badan con il titolo “La minestra dei frati”, opuscolo pubblicato in occasione dei settant’anni di servizio della mensa per i poveri presso il convento dei Cappuccini di Mestre. Ho letto con estremo piacere le pagine con le quali padre Ubaldo ha narrato la bella storia dei nostri frati Cappuccini. Mentre i politici lanciano programmi e promettono “il sole dell’avvenire” i nostri poveri frati, con umiltà e generosità, continuano imperterriti a servire gli “ultimi”!

Adorazione perpetua

Sento il bisogno e il dovere di ritornare su un argomento del quale ho parlato più volte ma che però mi pare non sia ancora riuscito a penetrare nella coscienza collettiva dei cattolici della nostra diocesi. Lo faccio in occasione dell’inaugurazione dell’adorazione perpetua iniziata solennemente qualche giorno fa nella chiesa di San Silvestro a Venezia con la presenza del Patriarca, di numerosi sacerdoti e di molti fedeli.

Quello dell’adorazione all’Eucarestia, a tutte le ore del giorno e della notte, è stata una iniziativa realizzata per molti anni nella chiesa di San Giuliano che poi però, non so per quali motivi, è venuta meno. Don Narciso Danieli, parroco della comunità di Santa Maria Goretti in vicolo della Pineta, ha rilanciato questa pia pratica con successo tanto che pare che ben quattrocento persone si siano impegnate a coprire le 24 ore di tutti i giorni della settimana.

Io non posso che essere contento di questa pia pratica che si aggiunge alle novene, ai tridui, ai pellegrinaggi e alle tantissime altre iniziative che la pietà cristiana ha “inventato” lungo i secoli per manifestare a Dio Padre il ringraziamento, la richiesta di perdono e la lode. Una monaca delle Serve di Maria del Monastero di Via San Donà disse a chi criticava le monache che invece di servire i poveri e i bisognosi passavano le loro giornate in preghiera: “Noi abbiamo scelto di essere le testimoni dell’Assoluto perché vogliamo ricordare agli uomini l’altra faccia della medaglia della vita!”.

Io sono totalmente d’accordo con queste religiose. Guai se non ci fosse al mondo qualcuno che ci ricordi che dobbiamo tutto al Signore! Mi auguro di tutto cuore che la comunità di Santa Maria Goretti a cui si è aggiunta ora quella di San Silvestro siano per Mestre, per Venezia e per le relative chiese le “testimoni visibili dell’Assoluto”.

Mi auguro poi che nella Chiesa veneziana ci siano discepoli di Gesù che sia di giorno che di notte lo amino, lo servano e lo ascoltino cercandolo anche nelle realtà dei poveri. Se l’Eucarestia è un segno che Cristo Figlio di Dio è rimasto con noi, i poveri testimoniano ancora di più la presenza in mezzo a noi del nostro Redentore e Salvatore.

Gesù, San Giacomo, San Giovanni Crisostomo, i Santi di ieri e di oggi e il nostro Pontefice ci ripetono costantemente questa grande verità, nonostante questo però pare che la nostra Chiesa non abbia ancora organizzato un servizio efficiente, sia di giorno che di notte, per amare e servire il Cristo presente nei poveri.

Ancora un sogno

Sognare non solo non costa niente ma soprattutto ci mantiene “vivi” e alle volte si corre il rischio di vedere che il sogno prende forma. Una ventina di anni fa il vivaista che ha curato l’arredo del parco del Don Vecchi ha piantato, accanto alla rete che delimita il parcheggio, alcune piante che d’estate producono un fiore rosaceo dalla forma che richiama quella di una minuscola tromba.

L’estate scorsa ho tagliato una trentina di rami, li ho messi in un secchio d’acqua al sole finché dopo alcuni mesi, quando ormai non nutrivo più alcuna speranza, hanno messo radici. Ho piantato queste talee vicino alla rete metallica che separa il parco dal lago che si trova a sud della nuova struttura ed ora pazientemente aspetto sperando che questi piccoli rami germoglino. Le probabilità penso siano scarse comunque io, una volta ancora, voglio scommettere sul positivo.

Con questa immagine agreste e con questa filosofia di vita voglio piantare nel cuore dei miei concittadini il seme di un altro progetto. Di primo acchito potrà sembrare a tutti un’impresa impossibile però ritengo, basandomi sulla mia esperienza, che nulla è impossibile per chi crede nel bene e desidera aiutare il prossimo.

Ho scritto recentemente, sulla scorta di notizie lette sulla stampa locale, che tra Mestre e Venezia ci sono cinquecento senzatetto e che i posti disponibili per questi poveri diavoli non superano i duecento. Non sono certo un uomo che pensa di potersi cimentare in grandi imprese perciò mi sforzo di commisurare i miei sogni e i miei progetti alle mie risorse e alla mia età.

Eccovi il sogno: spero, ora che il costo delle case è al minimo storico, di trovare un rustico, in una zona adiacente alla nostra città da poter ristrutturare così da ricavare dalle venti alle trenta “cellette” di tipo monastico, ove alloggiare di notte una parte di questi senzatetto. Per la prima parte del “sogno-progetto” mi rivolgo ai titolari delle agenzie immobiliari chiedendo loro aiuto per trovare questo casale ad un prezzo contenutissimo mentre per la seconda fase chiedo a chi dispone di mezzi economici in esubero, rispetto alle proprie necessità, di finanziare il progetto, progetto che chiederei ad un architetto affermato di donare alla comunità. Se tutti i tasselli andranno al loro posto l’impresa certamente riuscirà.

Un alloggio per i derelitti

È inutile e noioso che confessi ancora una volta i miei dubbi, che purtroppo diventano spesso drammi interiori, circa la carità cristiana, o meglio ancora, l’elemosina. A tal proposito sono costretto a riferire il consiglio di Monsignor Vecchi: “Armando se dai l’elemosina ad un povero che ti chiede la carità fai certamente bene, però se ti impegni a costruire una struttura che aiuta i poveri, farai ancora meglio perché potrai offrire loro una risposta risolutiva ai loro bisogni e aiuterai chi si troverà nella loro stessa situazione per un secolo almeno”. Da questa dottrina sono nati i Centri Don Vecchi che attualmente offrono un alloggio, più che dignitoso, a cinquecento anziani con difficoltà economiche.

Alla prova dei fatti, nonostante il discorso funzioni e sia pienamente razionale, sento di non aver ancora risolto completamente il problema che mi turba da sempre ed ogni volta che incontro un mendicante che mi chiede l’elemosina o ogni volta che cammino oltre o offro solamente un paio di euro, la coscienza continua a rimordermi nonostante i discorsi e la dottrina a cui mi sono affidato.

Qualche giorno fa è venuto a trovarmi uno dei soliti miei “amici” che viveva presso la Casa dell’Ospitalità di Via Spalti ove aveva un letto, il pranzo e la cena. Il mio “amico”, che ha meno di quarant’anni, col solito fare lagnoso ed il volto triste, mi ha detto: “Don Armando mi hanno buttato fuori dall’asilo notturno e sono quindi costretto a dormire per strada. Cosa faccio?”. Io non ho proprio saputo dargli una risposta anche se mi sentivo prudere la lingua per il desiderio di rispondergli: “Arrangiati. Nessuno ti ha costretto a fare baruffa con il tuo vicino tanto da indurre il responsabile a cacciarti giustamente!”. Non gli ho risposto ma ora temo che “dorma” sotto qualche sottoportico! Ho letto che tra Venezia e Mestre vi sono circa cinquecento senza fissa dimora ma purtroppo le strutture ricettive non superano i duecento posti letto. Quel mio “amico”, anche se ogni tanto mi chiede del denaro per andare in un luogo lontano da Mestre dove gli è stato “offerto un posto di lavoro”, credo che non lavorerà mai più. Per quanto colpevole possa essere, la coscienza mi dice che io e la città almeno un letto dovremmo offrirlo a questo relitto d’uomo!

Ristorazione solidale

Ho confidato più volte agli amici il mio sogno di riuscire a far sì che anche la povera gente, vecchi pensionati e operai dal reddito basso possano avere qualche momento di evasione serena. A Mestre vi sono quattro mense per i senzatetto, per i barboni e per i nullatenenti ma non c’è purtroppo un ristorante che possa offrire, al costo di un paio di euro, la cena o il pranzo a disoccupati, a operai o impiegati in trasferta, alla moltitudine di anziani con la pensione sociale o con quella di sette-ottocento euro e non c’è nemmeno un ristorante presso cui un operaio, con una retribuzione di milleduecento euro, possa dire alla moglie in occasione di un anniversario o in occasione del compleanno del proprio bambino: “Questa sera vi porto fuori a cena!” spendendo meno di dieci euro.

Noi del Don Vecchi stiamo già facendo il tentativo di offrire, non solo il pane per sopravvivere, ma anche qualche momento di evasione da quella monotonia amara che non consente mai di andare oltre lo stretto necessario e fortunatamente a qualcosa siamo arrivati riuscendo ad offrire un appartamentino con i fiocchi anche a meno di duecentocinquanta euro al mese, gite in pullman Gran Turismo con merenda casereccia a dieci euro tutto compreso, pranzi al Seniores Restaurant a cinque euro e pizza con tre euro!

Questo ci incoraggia nel fare un ulteriore passo avanti verso l’obiettivo di una cena in un locale signorile, serviti al tavolo ad un costo che non superi i due-tre euro. Disponiamo già sia di un locale che di un centro cottura estremamente organizzato, i volontari non ci mancano e quindi ora non ci resta che sperare che il catering “Serenissima Ristorazione” ci venga incontro sull’esempio di ciò che è già stato fatto a Milano. Stiamo tentando di contattare i “proprietari” di questa impresa che cucina centomila pasti al giorno perché, da ottime persone quali sono, concorrano a realizzare questo miracolo anche a Mestre.

Ancora sulla carità

Siamo alle solite; ho affermato fin troppo spesso che ammiro come mio fratello don Roberto svolge il ruolo di parroco a Chirignago. Ritengo don Roberto molto più intelligente di me, infinitamente più bravo nel parlare e soprattutto nello scrivere. Mio fratello è un autentico trascinatore di ragazzi e di giovani. Non glielo ho mai detto ma gli rimprovero di dedicare poco tempo alla pastorale espressa da uno dei suoi fondamentali strumenti quale è il messaggio scritto. Don Roberto scrive con una spontaneità, un’immediatezza ed una presa estremamente efficace, però si limita a qualche articoletto sul suo foglio parrocchiale (pagina unica). Don Roberto ha confessato pubblicamente che ha disobbedito una sola volta a Papa Luciani, del quale era un grande ed appassionato ammiratore, quando il defunto Patriarca, che era un vero conoscitore di uomini, gli chiese di frequentare un corso di giornalismo a Milano. Probabilmente aveva qualche progetto su di lui, ma egli rispose di no: era troppo attaccato ai suoi ragazzi e ai suoi giovani. Questo, oltre all’affetto e al legame che ho nei suoi confronti, è il motivo per cui leggo sempre e volentieri “Proposta”, il periodico della sua parrocchia. Non sempre però condivido le sue scelte, specie per quanto riguarda la solidarietà e l’aiuto ai poveri. Recentemente don Roberto è intervenuto due o tre volte sull’argomento dell’elemosina in parrocchia che riassumo: prima facevano la carità ogni volta che i poveri suonavano al campanello, poi decise di fissare un solo giorno offrendo due euro, quindi ridusse l’obolo ad un euro ed infine sentite come ha pensato di risolvere il problema:

“Abbiamo trovato la soluzione”

La notte porta consiglio. E così l’altra notte mi è venuta in mente un’idea che abbiamo messo in pratica questo mercoledì con i mendicanti che suonano alla nostra porta: non più un euro a testa, ma un sacchetto con una scatola di tonno e quattro pacchetti di cracker. Il valore economico è uguale: un euro, ma, mi sono chiesto: come andrà? E’ andata, ed è andata così: dei 115 di due settimane fa, se ne sono presentati poco più di 30 (il tam-tam arriva presto ed arriva lontano) e di questi solo 19 hanno accettato il sacchetto, gli altri lo hanno tranquillamente rifiutato. Questa esperienza insegna qualcosa: che non è il cibo che manca a quelli che chiedono l’elemosina. Sbagliamo, sbagliate a dare un euro, o poco più o poco meno, a chi suona alla porta delle nostre case o ci chiede il carrello davanti ai centri commerciali o davanti ai supermercati. Il cibo è l’ultima delle loro preoccupazioni. Il fatto è dimostrato. E d’altra parte con le tante mense tenute dalla Chiesa nel nostro territorio non poteva essere che così. I mendicanti cercano la monetina: nei casi più innocenti per le sigarette o la ricarica telefonica; in altri per la dose giornaliera di sostanze.

Sono contento di come è andata a finire.

don Roberto Trevisiol

Con tutto il rispetto e la stima che ho per mio fratello ho l’impressione che il comandamento del Vangelo: “Ama il prossimo tuo come te stesso” esca piuttosto malconcio dalla sua soluzione. La “toppa” non solo non risolve ma aggrava il problema. Ritorno quindi sull’annosa questione constatando che la Caritas non solo non è riuscita ma pare neppure sia intenzionata a proporre un progetto globale sulla carità. Senza un progetto e senza mettere in rete i vari problemi si arriva purtroppo a soluzioni ben misere.

I “militi ignoti” dei Centri don Vecchi

Fortunato me che molto spesso ricevo complimenti ed elogi ammirati per le strutture che col tempo “sono” riuscito a realizzare per gli anziani di modeste condizioni economiche. Sempre e ripeto sempre, quando mi capita di sentire queste attestazioni di simpatia e di ammirazione le dedico a quel piccolo mondo di persone che hanno abbracciato la mia proposta e che con il loro impegno, la loro generosità e spirito di sacrificio le hanno dato volto e tutt’ora la mantengono in vita. Ogni volta che ho avuto l’occasione di prendere la parola ho ricordato che la vera protagonista è stata la città e in particolare la mia cara comunità parrocchiale e più ancora quella pattuglia di collaboratori con i quali ho condiviso la mia avventura solidale. Moltissimi anni fa lessi una frase di una bella commedia di Bertolt Brecht in cui, commentando un passo del “De bello gallico” in cui si afferma che Cesare conquistò la Gallia, questo autore, un po’ sarcastico, si domanda: “Ma Cesare non aveva con sé neppure uno scudiero, uno stalliere o semplicemente un cuoco?” affermando così che ogni impresa non è mai attribuibile ad un solo uomo ma ad una comunità che condivide il suo ideale e il suo impegno.

Ho scritto che Rolando e Graziella Candiani lasciano dopo vent’anni di dedizione assoluta nei riguardi dei Centri Don Vecchi. Senza i loro cuori, la loro intelligenza e il loro impegno questi Centri non avrebbero di certo il volto che hanno! Il Centro Don Vecchi di Marghera non sarebbe così elegante e funzionale senza l’anima e il cuore di Teresa e Luciano. Il Centro di Campalto poggia poi sulla saggezza e sulla generosità del vecchio Lino e sull’intraprendenza del giovane Stefano mentre agli Arzeroni, si sperava di aver trovato una soluzione valida, ma poi è improvvisamente sfumata, quindi rimane ancora un problema aperto per il nuovo Centro! Infine Rosanna e Gianni stanno iniziando la loro avventura per ringiovanire e mantenere vitali tutte le nostre strutture. Oggi sento il bisogno di additare all’ammirazione e alla riconoscenza della città questi “Militi Ignoti del Bene” e i tanti altri ignoti senza i quali Mestre non avrebbe questo bel fiore all’occhiello rappresentato dai Centri Don Vecchi.

Attesa vana?

Alcuni mesi fa il nostro Patriarca ha cambiato i vertici della Caritas diocesana, l’organismo che guida uno degli aspetti principali della vita e dell’attività della comunità cristiana. Il cambiamento ha riacceso nel mio animo la speranza, cullata da una vita, che finalmente si desse vita ad un progetto globale ed aggiornato nella gestione della carità della diocesi e che si tentasse di mettere in rete i vari organismi ora operanti in maniera quasi totalmente autonoma, senza nessun tipo di collegamento e di coordinamento che stimoli la loro complementarietà e le spinga ad agire, nell’ambito del loro ruolo di servizio alla comunità, avendo come riferimento il progetto globale indicato. Il cardinale Scola, prima di essere trasferito a Milano, aveva promosso un paio di incontri con l’intento di creare forme di sinergia tra le strutture caritative però la cosa non ebbe seguito ed ora sembra abbandonata del tutto. Non appena sono venuto a conoscenza della nuova nomina, pur con qualche difficoltà, mi sono messo in contatto con il nuovo responsabile per offrire la mia disponibilità a collaborare sul fronte della solidarietà cristiana e per conoscere gli obiettivi che il nuovo responsabile si prefiggeva di raggiungere con il nuovo servizio. Il responsabile della Caritas della Chiesa veneziana mi promise che non appena avesse preso coscienza dell’esistente, mi avrebbe contattato. Io sono ben cosciente che avviare un progetto globale, iniziando con il mettere in contatto l’esistente, non è cosa di poco conto e perciò ho lasciato trascorrere giorni, settimane e mesi ma a tutt’oggi mi pare che su questo fronte di primaria importanza non ci sia nulla da segnalare, quindi spero che a questo tempo di attesa prolungato corrisponda qualcosa di veramente consistente e valido!

Un nuovo alito di speranza

Premetto che ritengo di essere nella condizione di potermi avvalere di una saggia sentenza della cultura dell’antica Roma: “I vecchi hanno il diritto di dimenticare e di ripetersi”.

Ho già l’età per potermi rifare a questa sentenza e perciò lo faccio con tranquillità e soddisfazione! Ho scritto, anche recentemente, che quando, con Monsignor Vecchi cinquant’anni fa, aprimmo “Il Ristoro” di Ca’ Letizia non pensavamo, come invece poi è avvenuto ed avviene tutt’ora, ad una “mensa per barboni” ma sognavamo un “ristorante” per gente con pochissime risorse economiche. Non rimpiango di certo la piega che ha preso Ca’ Letizia, perché ha fatto e continua a fare un gran bene, però mi è rimasto nell’animo il vecchio progetto del “ristorante popolare” che possa permettere anche ad un operaio che guadagna mille duecento euro al mese, che ha un affitto di seicento euro e un bambino che frequenta la scuola, di poter dire, in occasione dell’anniversario di matrimonio o dell’onomastico o compleanno della moglie o del piccolo: “Questa sera vi porto fuori a cena!”, cenando con dieci euro al massimo in una sala signorile, servito a tavola da camerieri in divisa, con un menù semplice ma gustoso e vario.

Finora questo sogno è rimasto solamente una chimera. Ora però che ho letto su “Il Messaggero di Sant’Antonio” che a Milano un manager della ristorazione invita ogni sera a cena un centinaio di “poveri veri”, sapendo che i proprietari del catering “Serenissima Ristorazione”, che appronta centomila pasti al giorno, abitano in Veneto e sono dei buoni cristiani, ho messo a punto questo progetto:

a) chiederò alla Fondazione Carpinetum l’uso gratuito della sala da pranzo capace di ospitare centoventi persone.

b) chiederò agli scout se mi assicurano ogni sera una decina di ragazze e ragazzi almeno diciottenni per fare da camerieri.

c) chiederò infine ai proprietari del suddetto catering, che ha attualmente un centro cottura al Don Vecchi, se sono disponibili ad offrire almeno cento-centoventi pasti a sera con un menu fisso ma buono ed abbondante a due euro a persona. A questo scopo inizierò una novena a Padre Pio e a Santa Rita e poi procederò nel tentativo!