“Cadoro” e lo “Spaccio solidale”

A me piace giocare sempre a carte scoperte e comunque spero che, così facendo, i concittadini, ma soprattutto i colleghi sacerdoti, possano conoscere come nascono, crescono e si sviluppano certi progetti di solidarietà in grado di tradurre nel concreto il comandamento di Cristo: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Dedico queste poche righe all’informazione sulla genesi, sullo sviluppo e sui risultati del progetto che abbiamo denominato “Spaccio Solidale”.

Circa un anno fa il signor Danilo Bagaggia, direttore del magazzino degli indumenti per i poveri, ha avuto la fortuna di conoscere la segretaria del nostro concittadino Cesare Bovolato, presidente della Cadoro, la catena di supermercati che dispone di una trentina di punti vendita. Questa cara signora ci ha organizzato un incontro con il signor Bovolato dal quale è nato un protocollo d’intesa tra Cadoro e la Fondazione Carpinetum che, nel rispetto della normativa vigente, prevede che la Società Cadoro conceda ogni giorno i prodotti alimentari di prossima scadenza e quindi non più commerciabili, in giacenza nei sette ipermercati di Mestre.

In quattro e quattr’otto abbiamo acquistato un furgone usato del costo di 5000 euro e abbiamo allestito due locali, uno per la distribuzione dei generi alimentari ed uno destinato alla catena del freddo per l’immediata conservazione. In un paio di settimane si è costituita una squadra di una trentina di volontari che, a turno, riordinano e distribuiscono i prodotti. Il furgone parte verso le undici e in un paio d’ore procede alla raccolta, verso le 14.00 una squadra dispone i generi alimentari in bella vista su delle scaffalature e alle 15.30 d’estate e alle 15.00 d’inverno inizia la distribuzione. Ogni “cliente” sceglie cinque prodotti a sua discrezione e normalmente offre un euro per coprire i costi di gestione (carburante, luce, sacchetti contenitori, ecc.).

La scelta del Polo alimentare del Don Vecchi, di chiedere ad ogni beneficiario un contributo, è scaturita anche dall’esigenza di aiutare altre persone con bisogni diversi così da far maturare una cultura della solidarietà. La gestione quindi non è in passivo, anzi riusciamo ad accantonare sempre qualche “cosetta” da destinare ad altre opere benefiche. L’iniziativa è attiva tutti i giorni dal lunedì al venerdì. Normalmente ogni giorno vengono aiutate dalle 180 alle 220 persone ed ogni giorno circa una decina di volontari si guadagnano la riconoscenza di chi è in difficoltà, riconoscenza che si somma al centuplo promesso da Cristo e questo non è poco.

Desidero ricordare che ho scritto questa relazione con la speranza che ognuna delle 28 parrocchie del mestrino, non essendo impegnata in altre imprese solidali, possa fare altrettanto se non di meglio.

L’amara sorpresa

Una delle accuse che le persone abituate a pensare solo ai fatti propri spesso rivolgono a chi si sforza di aiutare il prossimo è quella di soccorrere i mendicanti di professione, i fannulloni e le persone viziose trascurando i veri poveri cioè quelli che hanno dignità, che non chiedono nulla e soffrono in silenzio.

Non riesco proprio né a stimare né tantomeno ad approvare chi non sa fare altro che criticare senza impegnarsi in prima persona, sono però costretto ad ammettere che nella loro critica c’è qualcosa di vero. In quest’ultimo periodo della mia vita, pur non riuscendo a non dare un euro a chi mi tende la mano con fare mieloso ed avvilito, sto impegnandomi più del solito per tentare di aiutare i concittadini che con dignità preferiscono soffrire in silenzio piuttosto che stendere la mano. Credo che molti conoscano già il mio sogno, che spero stia per trasformarsi in un progetto concreto e realizzabile, di aprire un “ristorante” per le famiglie con un reddito molto basso, per le persone disoccupate o in mobilità. Più ci penso più mi appare un progetto difficile da realizzare, sono però sereno perché l’Arcangelo Gabriele ha detto a Maria che “Nulla è impossibile a Dio”.

Mentre sto perseguendo questa meta, inaspettatamente, l’Associazione di Volontariato “Vestire gli Ignudi” mi ha messo a disposizione una certa somma per offrire il pranzo (euro 5 al giorno) ai residenti dei Centri Don Vecchi con minori entrate. Ho chiesto alla segreteria di svolgere un’indagine e il risultato mi ha messo letteralmente in crisi. Al Don Vecchi tutti vestono benino, nessuno, se non i soliti due o tre scioperati, chiede mai nulla ma i numeri che l’indagine ha evidenziato mi hanno fatto accapponare la pelle! Ho letto con estrema tristezza le note sulle condizioni dei cinquanta residenti: tre non hanno alcun reddito, due dispongono di 250 euro, una quarantina dispone di un reddito compreso tra i 250 e i 500 euro mensili (la maggior parte va dai 300 ai 400 euro) per non parlare poi di quelli con un reddito compreso tra i 500 e gli 800 euro. Spero che gli utili di “Vestire gli Ignudi” mi permettano di offrire il pranzo ad almeno cinquanta residenti sia nel 2015 sia nel 2016.

Vi informo di questa situazione sperando che chi ha del superfluo si ricordi di chi non ha il necessario!

La carità estiva

So che la mia denuncia è perfettamente inutile ritengo però giusto fare il mio dovere fino in fondo. Qualche tempo fa, in occasione dell’inaugurazione dell’Adorazione perpetua a San Silvestro a Venezia, auspicai che anche per la carità ci fosse un servizio ininterrotto, ventiquattro ore su ventiquattro perché, come la presenza di Cristo nell’Eucarestia è parte del nostro credo, così lo è la certezza che lo stesso Cristo è presente nei poveri, ossia nei fratelli che soffrono e vivono in disagio qualunque ne sia il motivo.

A questo proposito ci sono, per grazia di Dio, a Mestre e a Venezia dei servizi efficienti e lodevoli. Ricordiamo per tutti: le mense dei Cappuccini, della San Vincenzo, dei Padri Somaschi di Altobello e quella di Papa Francesco a Marghera, oltre ai servizi del “Polo Solidale” del Don Vecchi di cui fanno parte: i Magazzini San Martino per gli indumenti e San Giuseppe per l’arredo della casa, “La Buona Terra” per la frutta e la verdura, lo “Spaccio solidale” per i generi alimentari offerti dai sette ipermercati Cadoro, la “Bottega solidale” di Carpenedo, le docce e il parrucchiere alla San Vincenzo.

Ogni anno però in agosto tutti chiudono contemporaneamente lasciando sul campo un presidio assai fragile: l’offerta del pranzo all’asilo notturno di Santa Maria dei Battuti.

A proposito di queste chiusure estive ho scritto, tuonato, denunciato ma sono rimasto una voce nel deserto. Ho fallito anche quando nel passato ho tentato di precettare le suore affinché si facessero carico di questa supplenza.

Io non conto nulla ma nella diocesi c’è un Patriarca, un Consiglio presbiteriale, un Consiglio pastorale, i Consigli di vicariato, la Caritas, la San Vincenzo, un Vicario generale ed altro ancora. Non so se anche loro siano stati sconfitti oppure finora non abbiano avvertito il problema tanto da farmi pensare che la diocesi, una volta ancora, si sia disinteressata della presenza di Cristo nei poveri. Per ora non posso che fare un plauso alla “Bottega solidale”, alla “Buona Terra” e allo “Spaccio solidale” che sono rimasti aperti anche nel mese di agosto, consapevoli che i poveri hanno bisogno di mangiare anche durante le ferie di ferragosto!

Non posso tacere!

Ieri una mia “giovane” coetanea, che ho conosciuto occasionalmente una dozzina di anni fa, mi ha telefonato per informarmi che “l’operazione” era finalmente giunta in porto.

Sento non solo il dovere ma anche il bisogno di far conoscere ai miei amici lettori de “L’Incontro” questo felice evento perché troppo bello per tenerlo solamente per me. Alcuni anni fa è morta una “signorina” funzionaria del Comune di Venezia, con cui, fin dai tempi in cui ero a San Lorenzo avevo instaurato un rapporto di collaborazione per aiutare i poveri. Questa creatura, che mi ha preceduto in cielo da parecchi anni, aveva fatto testamento a favore della sorella disponendo che ella destinasse tutti gli averi ricevuti in eredità alle missioni e ai poveri. La sorella è la cara “giovane” coetanea che ieri mi ha telefonato per annunciarmi la lieta novella. Ieri ho ricevuto la “parte che aveva destinato ai poveri” perché facessi da suo tramite nell’aiutarli.

“L’operazione”, a cui l’amica fa cenno nella telefonata, non è stata né breve né facile perché si trattava di mettere in regola, con le norme attuali, un “bacaro” vicino a Piazza San Marco e trovare un acquirente che disponesse del denaro necessario per l’acquisto, denaro destinato alla Fondazione per la costruzione di 65 alloggi in quel degli Arzeroni per i divorziati in miseria, per i disabili, per i vecchi preti, per i parenti dei degenti dei nostri ospedali. Ieri la mia “giovane” coetanea mi ha dato il lieto annuncio con voce squillante, fresca, sorridente ed affettuosa come fosse una giovane ventenne felice ed innamorata. In altre occasioni, nel passato, avevo ricevuto questo genere di notizie e ricordo che, anche in quelle occasioni, la voce era la stessa: squillante, fresca ed affettuosa ma sentire a quasi novant’anni che una creatura ti mette a disposizione 675.982 euro è qualcosa che profuma di miracolo! Le ho mandato un bacio per telefono e questa mattina sono andato agli Arzeroni per accertarmi che i muri degli ulteriori 65 appartamenti per i concittadini in difficoltà profumassero di questa carità meravigliosa.

Vedendo la squadra di operai che lavorava di gran lena, ancora una volta ho preso a prestito una frase del Manzoni piena d’incanto: “Là c’è la Provvidenza!”.

Il polo solidale del don Vecchi

Monsignor Valentino Vecchi pensava di avere fiuto per l’economia, fiuto che sosteneva di aver ereditato dalla madre, rimasta vedova con due bambini piccoli, uno dei quali era appunto lui. Lei si era inventata materassaia prima e poi padrona di una bottega di carbone. Quando Monsignore cedette il terreno di via Carducci sul quale fu costruito uno dei primi ipermercati di Mestre, noi giovani preti eravamo decisamente contrari: in primis perché ci veniva a mancare il campo da gioco del patronato che si trovava accanto al cinema Concordia e in seconda battuta perché pensavamo che l’ipermercato avrebbe messo in crisi le piccole botteghe di Mestre. In realtà le cose andarono proprio così ma Monsignore tentava di indorarci la pillola affermando che secondo le leggi di mercato dove c’è una concentrazione di negozi significativi prosperano anche quelli minori se si specializzano. Devo dire che non aveva proprio tutti i torti, ma neanche tutte le ragioni.

In forza di questo principio, io ho sempre lavorato perché le varie agenzie caritative che ruotano attorno al Don Vecchi non si lasciassero incantare dalla delocalizzazione, ma rimanessero unite, da un lato perché “l’unione fa la forza” e dall’altro perché la concentrazione di questi servizi aiuta tutti ad avere una clientela più numerosa e garantita. Finora, nonostante tutte le “tentazioni” e tutti i tentativi la cosa è andata avanti così e mi auguro che continui. Ho però una certa preoccupazione perché non tutti i responsabili si sono formati alla scuola del Don Vecchi e non sono neppure discepoli di don Mazzolari, di don Milani, dell’Abbé Pierre, di Madre Teresa di Calcutta o di San Vincenzo de’ Paoli! In questi giorni di agosto nel capofila del Polo Solidale “Vestire gli Ignudi” che conta su circa cinquantamila clienti all’anno c’è più silenzio e meno folla del solito, tanto che sono un po’ preoccupato anche per gli “affari” di “La Buona Terra” che si occupa della distribuzione di frutta e verdura e dello “Spaccio Solidale” che distribuisce generi alimentari donati dagli ipermercati Cadoro.

Ancora su don Ciotti

Don Ciotti, il prete di cui ho parlato ieri, non lo ritenevo molto gradevole, un po’ per quella sua voce rauca, un po’ per la capigliatura trasandata ed un po’ perché mi pareva che bazzicasse troppo la gente di sinistra. Ora però ho capito che è un gran prete, uno dei sacerdoti più significativi del nostro tempo e del nostro Paese.

A farmi cambiare idea è stato un suo discorso riportato su una rivista cattolica in cui affermava che il Cardinal Pellegrino, il grande arcivescovo di Torino che l’Ordine dei Benedettini ha offerto alla Chiesa Italiana, il giorno in cui lo ha consacrato prete, forse intuendo, da uomo di Dio quale fu quel vescovo, la particolare personalità di quel giovane prete montanaro delle Dolomiti, gli assegnò come parrocchia la strada. In realtà don Ciotti è sempre stato un prete di strada, un prete che ha sempre voluto incontrare non gli uomini e i cittadini da manuale ma gli uomini autentici del nostro tempo, con i loro pregi ma anche con le loro enormi deformazioni assunte da un mondo assolutamente secolarizzato. Ebbene oggi ho avuto modo di “incontrarmi” con don Ciotti. Vi dico come.

Un mio amico pompiere in pensione, attualmente in montagna, mi ha telefonato dicendomi di mettermi in contratto con un droghiere di Piazza Ferretto che mi avrebbe fornito l’indirizzo per ottenere un carico di pesche. Luigi, il factotum del don Vecchi, l’uomo per ogni evenienza, anche la più imprevedibile, ha preso il suo furgone ed ha portato a casa una quindicina di quintali di pesche di prima qualità provenienti dall’Italia del Sud. Queste pesche sono state raccolte da una cooperativa di “Libera”, l’organizzazione di don Ciotti a cui sono state assegnate le campagne sequestrate alla mafia e che, non so per quale strada, sono giunte alle organizzazioni di beneficenza del nostro Nord. Pochi giorni fa ho letto una frase in cui si afferma che “l’impatto di un sasso lanciato nel fiume provoca dei cerchi concentrici che arrivano fino a sponde quanto mai lontane e sconosciute”. Il sasso di don Ciotti, ossia le sue pesche, ha raggiunto anche me e i poveri di Mestre!

Gli arti delle parrocchie

La parrocchia è la comunità di base dell’organizzazione della Chiesa Cattolica, essa ha compiti specifici e per perseguire i suoi obiettivi necessita di strumenti. Mi pare sia di dominio pubblico che la parrocchia debba provvedere al culto organizzando la preghiera pubblica e privata, debba provvedere alla catechesi sia per i bambini che degli adulti per far loro conoscere il messaggio di Gesù ed infine debba organizzare la carità al suo interno. Una parrocchia che non sia impegnata per il culto, la catechesi e la carità è una comunità monca, incompleta e carente di quegli elementi che sono essenziali per la sua stessa vita.

Per quanto riguarda il culto e la catechesi non c`è parrocchia che in qualche modo non provveda, vi sono parrocchie seriamente impegnate che mettono in atto le soluzioni più avanzate e rispondenti alle attese e alla sensibilità degli uomini d’oggi, mentre altre tirano a campare rifacendosi ad una tradizione ultra secolare con risultati evidentemente deludenti, comunque tutte le parrocchie in qualche modo sopravvivono anche se talora vegetano.

La carità invece pare che in molte di esse non desti alcuna preoccupazione, tanto da farle apparire prive di un arto e quindi squilibrate e terribilmente zoppicanti. Questa è una carenza mai sufficientemente denunciata! Una parrocchia, che non abbia un’organizzazione della carità almeno decente, dovrebbe chiudere perché priva di un arto essenziale per esercitare il suo ruolo.

Come risolvere il problema? Ci dovrebbe essere una sensibilizzazione da parte del Vescovo e della Caritas che è l’organismo istituzionale a cui è stato affidato l’incarico di promuovere la solidarietà. Purtroppo pare che anche questi organismi siano poco sensibili a questa esigenza che rimane ancora tanto marginale nella preoccupazione di Vescovi e parroci. Temo che anche le parrocchie più sensibili a questo dovere e più attrezzate per realizzarlo sbaglino quando tentano di fare supplenza. Ritengo sia doveroso stimolare le singole parrocchie ad attrezzarsi per la carità perché le supplenze favoriscono la pigrizia e l’incoerenza.

Il ristorante

Il Patriarca Roncalli mi ha insegnato che quando mi sta a cuore qualcosa, che ritengo utile o necessaria, se ne parlo un po’ con tutti, prima o poi troverò qualcuno disposto a darmi una mano. Ho fatto tesoro del consiglio di questo santo vecchio e confesso che mi sono trovato bene e, anche se non sempre le cose sono andate secondo i miei calcoli, le mie attese e i miei convincimenti, ho comunque “ho portato a casa” sempre qualche risultato. Io sono un uomo che si “innamora a prima vista”, ed è soggetto ai “colpi di fulmine”, quindi quando intravvedo la possibilità di realizzare un nuovo progetto mi butto a capofitto e finché non riesco a realizzarlo non trovo pace e non demordo.

L’ultimo “colpo di fulmine” è quello di riuscire ad aprire un “ristorante” per i poveri che soffrono in silenzio, che non sono soliti batter cassa né in parrocchia né in Comune, ma vivono con dignità il loro disagio, magari tirando la cinghia. Tanti anni fa, durante la benedizione delle case, conobbi una famiglia che viveva in una casa pulita e ordinata e manteneva un regime di vita che fino ad allora mi era parso nella norma, successivamente però venni a sapere che erano soliti comperare quasi esclusivamente alette di pollo perché non potevano permettersi molto altro. Ora vorrei dare una mano a questa gente povera, ma dignitosa offrendo loro la cena almeno per un mese o se possibile anche più a lungo con l’auspicio che riescano a superare le difficoltà in cui si dibattono. Finora ho ottenuto la disponibilità del catering “Serenessina Ristorazione” ad offrirci fino a centodieci pasti per sera. Spero che la Fondazione metta a disposizione la sala da pranzo e quanto altro può servire e che qualche concittadino di buona volontà si renda disponibile per il servizio e per l’organizzazione che credo sarà un po’ complessa.

Il guaio e l’ostacolo più grave è la mia età, ormai ho quasi novant’anni e mentre il cuore e il cervello sono ancora in buone condizioni il resto è logoro. Ma volete che a Mestre non ci sia qualcuno più giovane e più bravo di me disposto a dar vita a questa meravigliosa e insperata opportunità?

L’esercito di Brancaleone

Quando qualcuno è costretto ad avvalersi di collaboratori impreparati, rissosi, indisciplinati, poco obbedienti e soprattutto con idee ed obiettivi poco chiari e poco definiti, è normale pensare che con simili soggetti non si possa andare troppo lontano e non ci si possa illudere di vincere la guerra.

Fuori dalla metafora, quello che io con tono pomposo e trionfalistico chiamo: “Il Polo Solidale del Don Vecchi” è composto da cinque brigate: “La Fondazione Carpinetum” e le associazioni di volontariato “Vestire gli Ignudi” (vestiti), “Carpenedo Solidale” (arredo per la casa e generi alimentari), “La Buona Terra” (frutta e verdura) e “Lo Spaccio della Solidarietà” (ritiro e distribuzione di generi alimentari in scadenza dai sette supermercati Cadoro). Queste cinque brigate, possono contare all’incirca su trecento elementi. I comandanti sono tutti “capitani di ventura” provenienti da impegni precedenti svolti nelle attività più disparate. La truppa poi è reclutata in maniera sommaria senza andare troppo per il sottile e tra le sue fila annovera sia persone che hanno fatto scelte precise e meditate e svolgono le loro mansioni in maniera estremamente coscienziosa e responsabile sia soggetti inviati dal Comune per un loro inserimento sociale, tra questi due estremi poi c’è un po’ di tutto: disoccupati, persone che non sanno come passare il tempo, altre che hanno bisogno di compagnia e c’è perfino qualcuno che spera di trarre dal volontariato qualche vantaggio economico, magari in generi alimentari o altro.

Le battaglie a favore dei più bisognosi le dobbiamo fare con questo esercito di Brancaleone, certamente difficile da governare, e quando qualcuno ogni tanto ci suggerisce nuove regole, maggior disciplina e una miglior selezione io non me la sento di accogliere questi buoni consigli perché temo che tutto si sfasci e venga a mancare l’aiuto ai poveri. Alla fin fine però mi consolo perché con questa formazione tanto eterogenea in vent’anni abbiamo distribuito, bene o male, decine di migliaia di tonnellate di aiuti di ogni genere: spero perciò che tutto questo continui almeno finché campo.

Sono andato a mendicare!

Oggi ho dedicato la mattinata a fare il mendicante e per farlo ho dovuto perfino annullare la Messa che celebro ogni giorno in cimitero. È vero che in passato ci sono stati preti come don Marella di Pellestrina, che quotidianamente si metteva in un angolo di una delle strade più trafficate di Bologna per chiedere la carità necessaria a mantenere i poveri della “Città dei Ragazzi” che egli aveva fondato ai margini della città attorno agli anni ’30-’40, confesso però che a me è costato quanto mai mendicare presso un funzionario della Regione il permesso di poter continuare a distribuire i vestiti alla folla di concittadini e di extracomunitari che per potersi vestire decentemente accedono “all’ipermercato degli indumenti” del Polo Solidale del Don Vecchi. Mi è costato tanto perché l’ente pubblico, che in questo caso è la Regione, invece di favorire ed aiutare queste associazioni di volontariato del privato sociale, che rappresentano in assoluto il meglio della nostra società, mettono loro i bastoni fra le ruote, con imposizioni banali, assurde ed inconcepibili usando le leggi come un capestro piuttosto che come uno strumento per aiutare i più poveri.

Sono stato in Regione dove come sempre ho incontrato una marea di impiegati e di dirigenti che la comunità purtroppo paga per creare grane piuttosto che per risolvere i problemi. Io sono certamente un povero “Nàne” ma da sessant’anni bazzico tra i poveri e i volontari e potrei aprire una scuola, non solamente per gli impiegati ma anche per i dirigenti, per insegnare a questi funzionari tutto sui poveri e sulle persone che si occupano di loro. In più di un’occasione mi sono trovato davanti a persone assolutamente incompetenti, amanti delle carte con le quali si trastullano da mane a sera, e purtroppo, per amore della povera gente, ho dovuto “mangiare il rospo” e sono stato costretto ad assecondarli perché hanno loro il coltello dalla parte del manico.

Meglio tardi che mai!

Salvini, volgare, sfrontato e a caccia di voti a qualunque costo come sempre, all’invito di Papa Francesco di “non voltarci dall’altra parte” nei riguardi dei profughi ha detto che se al Pontefice stanno tanto a cuore questi poveri grami può portarseli in Vaticano. Penso che anche Salvini legga i giornali e guardi la televisione e quindi sappia come il nostro Papa non viva da sovrano ma si sforzi in ogni occasione di comportarsi come un servo. Ritengo opportuno evitare di ritornare sui suoi modi di essere sia perché ne ho già parlato molte volte sia perché sono convinto che tutti conoscano ed apprezzino i comportamenti del nostro amatissimo e caro Pontefice. Credo che anche Salvini abbia saputo che il Papa ha invitato i preti, le suore e le diocesi che hanno conventi, monasteri e seminari vuoti ad aprirli ai profughi. Purtroppo però non tutti i preti, i frati, le suore e i vescovi sono come il Papa.

Io, da impertinente quale sono sempre stato, ho “mandato a dire” al Papa, attraverso “L’incontro”, di non limitarsi a rivolgere inviti ma di impartire l’ordine, ad ogni parroco d’Italia, di mettere a disposizione uno o più appartamenti, in funzione della grandezza della parrocchia, per una o più famiglie di profughi. Tutti gli enti religiosi, sia grandi che piccoli, potrebbero fare un gesto come questo. La stampa finora non ha diffuso la notizia che il Papa abbia impartito questo ordine e per questo sono convinto che o il segretario di Papa Francesco si è dimenticato di passare al Pontefice quel numero de “L’incontro” oppure che i preposti degli enti religiosi, dopo aver ricevuto l’ordine, abbiano fatto orecchie da mercante ed abbiano preferito limitarsi a parlare della santa virtù della carità invece di praticarla.

Desidero però che si sappia che io non mi tiro mai indietro e in questi frangenti mi domando: “Ed io cosa posso fare?”. Pur non essendo il responsabile dei Centri Don Vecchi ho insistito affinché la Fondazione destinasse a questo scopo un piccolo appartamento che abbiamo ereditato ma, poiché è molto malmesso, la direzione ha pensato che quella sarebbe stata una carità pelosa. Il consiglio di amministrazione della Fondazione ha preferito mettere a disposizione della Protezione Civile due alloggi, in uno dei cinque centri Don Vecchi, da destinare ad anziani che abbiano avuto la casa disastrata dal tornado che ha colpito la Riviera del Brenta. L’offerta è stata un po’ tardiva ma comunque fortunatamente c’è stata e una volta ancora è valido il motto: “Meglio tardi che mai!”. Ora sto aspettando di apprendere cosa faranno Salvini e la sua Lega.

Creare opinione pubblica

L’affermazione di Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, che sosteneva che le notizie anche puramente inventate, quando vengono ripetute più volte, diventano “verità”, temo purtroppo sia vera.

La presa che hanno sull’opinione pubblica le campagne pubblicitarie di vari beni e servizi condotte attraverso i media, soprattutto quando, utilizzando messaggi ingannevoli, millantano vantaggi o effetti mirabolanti, ne è la prova più eclatante.

Mio fratello, don Roberto, in questi giorni ha scritto un trafiletto sul settimanale della sua parrocchia, scritto che ho deciso di pubblicare su uno dei prossimi numeri de L’Incontro perché quanto mai interessante, in cui afferma che i mass-media per motivi di lavoro e di cassa sono talmente asfissianti nel ribadire certe notizie che finiscono, non solo per farcele percepire come vere e interessanti ma riescono anche a far sì che spesso le persone si carichino sulle spalle dei fardelli amari e pesanti di cui avrebbero fatto volentieri a meno. In questi giorni di afa i mass-media hanno così tanto insistito nel parlare di questo sole rovente da farci credere che il caldo sia ancora più micidiale. Io però tento di far tesoro in positivo di questa “legge di mercato”, tanto da parlare frequentemente di solidarietà nella speranza che piano piano possa passare la convinzione che sia non solo giusto ma anche necessario aiutarci vicendevolmente.

Credo che ci sia del vero in questa “legge di mercato” e la miglior conferma è la generosità che ha consentito di realizzare i Centri Don Vecchi. Sono convinto che fortunatamente questa “semina” stia producendo ancora frutti infatti non passa giorno che, nelle occasioni e per i motivi più disparati, qualcuno non mi offra qualcosa “per le sue opere” perché sicuro che l’offerta andrà a buon fine. Spesso ringrazio frettolosamente e con estremo imbarazzo.

Oggi, riflettendo su questa realtà, sento il bisogno di esprimere a tutti questi benefattori, grandi e piccoli, il mio grazie più sentito e di ripetere loro che hanno fatto e stanno facendo la scelta più giusta. Oggi Mestre dispone di quattrocento appartamentini per gli anziani meno abbienti. Lo scorso maggio abbiano inaugurato sessantacinque alloggi per anziani in perdita di autonomia e a pochi mesi di distanza siamo al tetto di altri sessantacinque alloggi per le criticità abitative. Spero che la scoperta delle leggi di mercato per una volta dia frutti positivi.

Una bellissima notizia

Papa Roncalli, quando era Patriarca di Venezia, ci suggeriva, usando una sentenza latina, come era solito fare, “Nulla dies sine linea” con cui pressappoco voleva intendere: “Prendete appunti ogni giorno su qualcosa di buono che ha caratterizzato la vostra giornata”. Il Patriarca Roncalli infatti ottimista e santo, era quindi portato ad interpretare qualche particolare evento della giornata in maniera positiva e come un segno della benevolenza del Signore. Chi ha letto “Il giornale dell’anima”, quello splendido volume che raccoglie riflessioni, appunti e propositi di questo santo vescovo, ha avuto modo di constatare come egli ogni giorno trovasse il modo di scrivere qualche riga per mettere in luce la benevolenza di Dio e la Sua Provvidenza. Talora le riflessioni vertevano su qualcosa di positivo e talaltra su qualcosa di amaro ma, in ogni situazione egli, alla luce della fede, coglieva aspetti che lo aiutavano a credere e a sperare nonostante tutto. Io ho imitato in qualche modo il mio Patriarca con i miei “diari” però essi purtroppo non sono contrassegnati da quella speranza e da quella santità caratteristiche di questo uomo di Dio.

Vengo al perché di questa lunga premessa che contiene comunque un messaggio, confidando ai miei amici che, seguendo l’insegnamento di colui che poi sarebbe diventato Papa Giovanni XXIII, dovrei contrassegnare la data di oggi con un “albo lapillo”, cioè con un sassolino bianco, perché è stata una giornata quanto mai positiva. Chi legge le mie riflessioni conosce il mio sogno di aprire un ristorante popolare per le persone che vivono in ristrettezze economiche. Riassumo gli eventi per arrivare poi al motivo di questo mio discorso. Avevo letto che l’imprenditore milanese Ernesto Pellegrini offre ogni giorno mille pasti al costo di un euro ai milanesi in difficoltà e così mi sono chiesto perché il “Catering Serenissima”, che prepara ogni giorno i pasti per i residenti dei Centri Don Vecchi e per altre duecentomila persone in Italia e nel mondo, non potrebbe fare altrettanto offrendo almeno cento coperti per famiglie che vivono in condizioni disagiate? Ho deciso quindi di scrivere una lettera a Mario Putin, il Presidente di questa holding della Ristorazione di Vicenza e questa mattina ho incontrato suo figlio che mi ha confermato la loro adesione all’iniziativa. Memore dell’insegnamento di Papa Roncalli che suggeriva “nulla dies sine linea” ho riportato, a caratteri d’oro, sul mio diario: “Oggi 21 luglio 2015 è un bellissimo giorno anche se la temperatura supera i quaranta gradi all’ombra!”

La mia fortuna

Quando ero cappellano a San Lorenzo mi fu affidata la cura della San Vincenzo e questa associazione in pochi anni è diventata come un pesco o un melo tutto in fiore. Oltre alle avventure della mensa dei poveri, del mensile “Il Prossimo”, delle vacanze degli anziani e dei ragazzi, dei concorsi per ragazzi sulle tematiche della solidarietà, della San Vincenzo in ospedale e dei servizi: magazzino dei vestiti, docce, barbiere ed altro ancora riuscimmo a dar vita ad un gruppo, che nello stile vincenziano chiamavamo “conferenza”, che si occupava esclusivamente dei poveri di Ca’ Emiliani. A quel tempo con questo gruppo abbiamo creato perfino un dopo scuola estivo per i ragazzi e aiutavamo anche gli abitanti delle baracche, il piccolo borgo della miseria che ora fortunatamente non esiste più. Con quel gruppo ho imparato che l’educazione e le esperienze della fanciullezza e dell’adolescenza sono determinanti per la maturazione di una persona. Compresi allora che da quella situazione di degrado morale, abitativo e sociologico era pressoché impossibile che nascessero personalità pulite, oneste, dedite al lavoro e rispettose delle leggi della buona convivenza.

Qualche giorno fa, ricordando queste vicende ormai lontane, mi sono chiesto: “A chi devo la mia personalità, il mio modo di pensare e di concepire la vita?”. Mi sono ritornate alla mente le istituzioni e soprattutto le persone alle quali devo tutto. Il papà sognatore e ricco di ideali; la mamma concreta e generosa così da dare tutto di sé; don Giuseppe Callegaro, il prete della mia fanciullezza, cordiale, sorridente ed affettuoso; don Nardino Mazzardis, il sacerdote nato in un paese disperso nella campagna, lucido, intelligente, fu lui il prete che costruì la mia coscienza ed innescò la scelta di farmi sacerdote; monsignor Umberto Mezzaroba, parroco della mia adolescenza e successivamente parroco delle mie prime esperienze pastorali, un prete di una fede assoluta e di una passione autentica per le anime; don Giuliano Bertoli che mi inserì nel mondo giovanile mediante gli scout; monsignor Aldo Da Villa, mio parroco a San Lorenzo che mi offrì una testimonianza maschia e forte del pastore di anime; monsignor Valentino Vecchi, prete dalle infinite iniziative che aprì il mio animo alla città e alla Chiesa che cammina. A queste figure vicine devo aggiungere anche quelle ideali come Papa Pio XII, Paolo VI, Papa Giovanni Paolo II e i miei Patriarchi: Agostini, Urbani, Roncalli, Luciani, Scola e i preti che mi fecero sognare una Chiesa bella, libera, povera, da Vangelo come Don Milani, don Mazzolari e Padre Turoldo. A questi preti e vescovi devo molto per tutto il bene che mi hanno fatto e per questo li ringrazio e prego per loro.

Meglio sbagliare per eccesso

Ci sono persone che “vanno a nozze” quando, secondo loro, riescono a pescarmi in fallo, però penso anche, non so se a torto o a ragione e sarei molto felice se fosse quest’ultimo il motivo, che in città mi si consideri il difensore dei poveri, dei vecchi e degli emarginati per antonomasia. È vero, il problema degli “ultimi” mi sta veramente a cuore ed è altrettanto vero che reputo, lo ribadisco ancora una volta, che un cristianesimo che si esaurisce nei riti e nelle preghiere e non diventa impegno concreto a favore dei fratelli più fragili è “aria fritta”! Per mia fortuna ora anche Papa Francesco afferma la stessa cosa.

A causa di queste mie convinzioni, quando qualcuno constata che secondo lui un povero non è meritevole di aiuto perché ha dei comportamenti disdicevoli, mi rinfaccia l’episodio, quasi a volermi dire: “Vedi quanto sbagli?” e in queste ultime settimane questa “accusa” mi è stata rivolta con compiacimento e sarcasmo.

Veniamo ai fatti. Una signora di Viale Don Sturzo ha suonato il campanello della mia porta con in mano una scatola di tortellini dicendomi che una persona, tra le mille che ogni settimana vengono a ritirare generi alimentari, si era seduta sulla panchina del parco ed aveva lasciato per terra quattro o cinque scatole di tortellini. Ho tentato di spiegarle che forse si era trattato di un mussulmano timoroso che contenessero carne di maiale, anche se però erano tortellini ai funghi. “Veda di provvedere!” mi ha detto quasi li avesse pagati lei quei tortellini.

Due o tre settimane fa ho scritto di una signora bulgara che aveva perso casa e lavoro dopo essere stata investita da un’auto. Mi sono impegnato per il primo soccorso ma poi, constatando che era impossibile assicurarle alloggio e mantenimento, le ho consigliato di tornare in Bulgaria dai suoi. Lei, dopo qualche resistenza perché pensava di ottenere un risarcimento per il danno che le era stato arrecato, mi ha chiesto i soldi per il viaggio, soldi che io le ho dato volentieri. Sennonché una lettrice de “L’incontro” mi ha telefonato informandomi che quella signora era stata la badante di sua madre ed aveva usato sia il suo Bancomat che quello di sua madre per rubarle del denaro e inoltre che una sua amica l’aveva vista a Mestre nonostante, secondo me, dovesse essere già in Bulgaria. Ho pensato che molto probabilmente era stata lusingata dai soldi che si aspettava di ricevere dall’assicurazione.

Potrei proseguire con altri racconti simili però penso che bastino questi per tirare una conclusione e dare una risposta. Dal Vangelo arrivano moniti molto chiari: “Ebbe compassione della folla perché gli appariva un gregge disperso e disorientato perché senza pastore” ed inoltre “Chi non ha mai peccato scagli la prima pietra”. Una mia cara amica della San Vincenzo un giorno in cui le facevano notare quanto fosse credulona ed eccessivamente generosa con i poveri rispose: “Quando mi presenterò al giudizio di Dio se fossi accusata di questo errore potrei ribattere che suo figlio Gesù è stato il primo a sbagliare per eccesso, però se avessi sbagliato per difetto non saprei come difendermi!”.