Il magone

Il “mestiere” del prete è difficile, ma quello di un prete che crede doveroso occuparsi dei poveri è quasi impossibile.

Mentre mi accingo a buttar giù queste povere note, la televisione ha appena dato notizia della morte di don Gelmini, una delle più belle figure di prete in Italia, che ha lasciato questo mondo portando con sé un dramma atroce e lasciando anche a chi lo ha stimato un punto di domanda amaro.

Approfitto di queste righe per esprimergli comunque la mia ammirazione, se non altro per la sua scelta di non coinvolgere la Chiesa nel suo dramma e nel voler difendersi di persona e non all’ombra della tonaca e della Chiesa.

Vengo al mio più piccolo dramma, ma sempre dramma. Un paio di giorni fa mi ha telefonato un signore – che poi si è rivelato in realtà poco signore e molto povero – chiedendomi un appuntamento su suggerimento di un medico che mi conosceva molto bene. Insistei che mi dicesse il motivo di questo incontro ma capii subito che voleva chiedermi soldi. L’informai della nostra organizzazione di carità che reputo efficiente, che però non ha scelto e non può distribuire soldi. Gli indicai la Caritas, la San Vincenzo e il Comune.

Egli però ebbe buon gioco a dire che in questi giorni tutto è chiuso per ferie. Però cadde la linea e quindi mi misi il cuore in pace. Questa mattina però mi telefonò il “medico” che l’avrebbe curato, insistendo a non finire perché lo ricevessi per conoscere meglio la situazione del suo paziente. Ebbi qualche dubbio, perché altre volte sono caduto nel trabocchetto del presunto “amico benefattore”, che in realtà trescava col mendicante. Comunque venne puntuale all’appuntamento.

Memore del consiglio di una “piccola sorella di Gesù”, seguace di Charles De Foucault, la quale un giorno mi disse che anche una piccola offerta è un segno di fraternità, mi precipitai con in tasca una busta con dentro 15 euro che volevo dargli appunto come segno di solidarietà. Lo accolsi nella hall del “don Vecchi”. Era male in arnese e da quella esperienza che mi son fatto, quello era una vita che non lavorava. Lui invece, nel proseguo del discorso affermò che era solamente da tre anni. Mi raccontò che il medico, dottor Rossi, dell’ospedale di Venezia, l’aveva curato e che l’aveva pure aiutato, ma che ora doveva tornare ad Imola per sottoporsi a sedute nella camera iperbarica e, a segno del suo bisogno, mi mostrò il dito mignolo di una mano fasciato alla meno peggio. Gli dissi che pure a Marghera c’è una camera iperbarica e poi mi parve di dover essere onesto dicendogli quello che monsignor Vecchi mi ha insegnato: “Fare la carità è buona cosa, ma è meglio costruire una struttura per chi ha bisogno, perché così risolvi un problema per molti e molti anni, mentre l’elemosina è un tappabuchi che non risolve niente”.

Lui non fu molto convinto di questa tesi. Per non tirarla alla lunga tirai fuori dalla tasca la busta e gli dissi che c’erano dentro i 15 euro in segno di solidarietà. Rifiutò con sdegno; probabilmente puntava al colpo grosso di 50 euro.

Altre volte mi era capitata la stessa cosa, ma il richiedente finiva sempre per rassegnarsi ad un’offerta minore dello sperato. Questo no! Mi disse grazie, seccato, e se ne andò senza accettare nulla.

Nonostante abbia seguito l’esperienza pregressa: – il consiglio di monsignore e quello della “piccola sorella di Gesù” – mi è rimasto nell’animo un magone amaro.

11.09.2014

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