Il testamento dell’apostolo dei lebbrosi

Penso che Raoul Follereau sia morto dai quindici ai venti anni fa. Questo francese della media borghesia dalla faccia rotonda che portava sempre il fifì, è diventato famoso perché ha dedicato tutta la sua vita al tentativo di guarire i malati di lebbra.

Follereau era un autentico apostolo e benefattore dell’umanità. Girò cento volte in lungo e in largo l’Africa nera e l’India, la Cina, l’Oceania e l’estremo oriente alla ricerca dei lebbrosi e dei lebbrosari, convinto che questa orrenda malattia che deturpa il corpo e che fino a poco tempo fa era assai diffusa nel mondo, si potesse guarire con un po’ di buona volontà e con pochi soldi. Follereau affermava che i veri ed autentici “lebbrosi”, difficilmente guaribili, erano gli Stati e gli uomini talmente egoisti che non pensavano ad altro che al denaro e ai propri interessi.

Follereau era sposato, ma senza figli, cosicché, novello missionario, poté spendersi totalmente senza risparmio di sorta per portare avanti questa crociata. E possiamo dire che ci riuscì perché la lebbra, pur essendo ancora presente in qualche remoto villaggio dell’Africa nera, praticamente è pressoché scomparsa.

Il mondo deve a questo grande apostolo moderno la vittoria su una delle malattie più ributtanti: egli ha dimostrato che se uno ha veramente amore per l’uomo, anche oggi può fare “miracoli”. Follereau vinse questa “guerra” soprattutto influendo sull’opinione pubblica e promuovendo una cultura della solidarietà. Questa impresa riuscì a questo testimone del nostro tempo perché era un giornalista brillante ed un uomo d’azione concreto e determinato.

Ricordo quando scrisse al Presidente degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica chiedendo che gli regalassero l’equivalente del costo di una superfortezza volante, di cui entrambi disponevano a migliaia ed egli con quel denaro avrebbe salvato dalla lebbra milioni di ammalati. Ricordo ancora i suoi appelli appassionati ai giovani perché non si rassegnassero a questo mondo ingiusto ed egoista, perché si ribellassero ad un perbenismo borghese ed indifferente e ad una fede che illude di potersi salvare da una vita insulsa ed inutile e di potersi guadagnare il Paradiso solamente pagando la tassa della “messa festiva”.

Ricordo ancora il testamento sublime con cui l’apostolo dei lebbrosi lasciò in eredità agli uomini di retta coscienza e soprattutto ai giovani, i progetti che egli non era riuscito a concludere.

Talvolta verrebbe anche a me la tentazione di lasciare ai miei confratelli e alla mia città i progetti perseguiti con passione ma che sono rimasti solamente sulla carta. Ho però tanta paura di morire senza trovare eredi disposti ad accogliere questa straordinaria ricchezza, senza il beneficio d’inventario.

15.08.2013

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