I testimoni dell’assoluto

Recentemente mi è stato chiesto da una coppia di anziani coniugi di celebrare le loro nozze d’oro nella chiesetta delle suore di clausura di via San Donà.

Normalmente aderisco tanto volentieri a questa richiesta, da un lato perché mi fa bene questa testimonianza di un amore rimasto vivo e luminoso nonostante il passare di mezzo secolo di vita, e dall’altro perché mi riporta a rivedere queste care creature che sono le monache di clausura e che, quando ero parroco, solo una strada divideva dalla mia casa.

Io sono certo che queste suore hanno pregato per me, perché troppe cose, che sembravano veramente gravi e rovinose, si sono risolte quasi per miracolo e soprattutto perché sono riuscito a lasciare in piedi una bella ed operosa comunità cristiana nonostante i tempi difficili in cui viviamo.

Con le suore del monastero siamo sempre andati d’accordo e c’è sempre stata una bella e fraterna collaborazione per quanto è possibile tra due realtà così diverse: una parrocchia ed un convento di clausura di un ordine quanto mai antico. C’è stato un piccolo neo, però marginale ed insignificante nei nostri rapporti: da una parte il mio senso estetico che mi faceva detestare quel muraglione cupo che nasconde la bella villa dei Michieli, i patrizi veneziani che l’avevano costruita alla fine del seicento e dall’altra le suore, che ritenevano, seguendo la tradizione e i vecchi canoni, che la clausura ha ancora bisogno di mura di difesa, la ruota e le grate. Questo problema di carattere estetico è stato però estremamente marginale sia per loro che per me, tanto che abbiamo potuto vivere vicini e felici per quasi mezzo secolo uno accanto all’altro.

Quando sono entrato in convento qualche giorno fa per la celebrazione delle nozze d’oro, ho incontrato la badessa e le tre sorelle non giovanissime che ancora sono attive e vivono quasi sperdute nel grande convento che un tempo ospitava la comunità ben più numerosa che da Venezia, prima dell’ultima guerra, è emigrata in quel di Carpenedo.

Già ho scritto che un giorno in cui feci presente alla badessa che la gente del nostro tempo fa fatica a comprendere la vita claustrale, mi rispose che lei e le sue suore volevano rappresentare nella nostra città la parte della vita che rimane di solito in penombra, cioè la facciata che illustra il bisogno di silenzio, di meditazione e di contemplazione, perché la gente del nostro tempo non dimentichi una componente essenziale della vita.

Le nostre monache, anche se poche, se vecchie, se dietro le grate, nascoste dal muraglione, rimangono per la nostra società le testimoni dell’Assoluto. Se un giorno dovessero chiudere per mancanza di donne che abbiano il coraggio di accettare questa preziosa eredità, sarà veramente un brutto giorno per la nostra città, perché vorrebbe dire che l’effimero, il fatuo e il contingente rimarrebbero senza contrappeso; la facciata in penombra della medaglia della vita rimarrebbe purtroppo sconosciuta per la gente del nostro tempo e questa sarebbe una gran perdita, una vera calamità.

15.08.2013

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