Grazie a quanti lasciano i propri beni in eredità alla Fondazione Carpinetum!

Le risorse della Fondazione sono pressoché nulle, dato che il suo obiettivo primario è quello di permettere che anche l’anziano che percepisce la pensione sociale, cioè 586 euro mensili, possa vivere al “don Vecchi” senza pesare sulla sua famiglia, sulla civica amministrazione e senza andare a mendicare per strada. Finora ci siamo riusciti.

Ho scoperto, fortunatamente, che la stagione dei miracoli non è ancora terminata. Chi ha dubbi venga al “don Vecchi” per credere! Ma vivere vuol dire non accontentarsi di aiutare qualcuno, il nostro assillo è che a Mestre  non solamente i trecento anziani attuali abbiano la fortuna di abitare al “don Vecchi”! Noi vorremmo che non ci fosse più alcun vecchio sopportato in casa da una nuora bisbetica o recluso, solitario e dimenticato, in uno dei tanti palazzoni anonimi della nostra città.

Da questo assillo sono nati il “don Vecchi” uno, poi il due, quindi il tre, ora il quattro a Campalto, ma c’è già il progetto per il cinque.

Per realizzare tutto è certamente servita la generosità dei concittadini, ma la pioggerella costante delle offerte dei benefattori non è sufficiente, perché per realizzare una struttura che offra confort e sicurezza servono ingenti somme. Mi pare di aver capito che la strada più sicura e quella risolutiva sia quella dei testamenti e delle eredità. I quattro “don Vecchi” sono “sbocciati dalla terra” soprattutto per merito di gente generosa ed intelligente che, non avendo doveri particolari verso i famigliari, ha deciso di lasciare in eredità i suoi beni, prima alla parrocchia, ed ora alla Fondazione.

Ricordo con immensa ammirazione la signora Luigina Corrà che ci ha lasciato un miliardo di vecchie lire, la signorina Giammanco, settecentocinquanta milioni, la signora Scaldaferro, trecentocinquanta milioni ed altri ancora, i cui nomi sono ben incisi nella mia memoria.

Salderemo pure il conto dei nuovi 64 appartamenti di Campalto se riusciremo ad avere le eredità lasciateci da un’anziana di Marghera e da un vecchio di Mirano. Se la burocrazia dello Stato ci permetterà di ricevere presto la generosità di queste persone sagge e generose, avremo vinto ancora una volta!

La vecchia chiesetta del cimitero, la buona volontà dei cittadini e l’amministrazione

Nota della redazione: i lavori alla chiesetta sono comunque potuti e sono in corso nel momento in cui inseriamo questo scritto.

Speravo proprio che per Pasqua fosse rimessa a nuovo la vecchia chiesa del nostro cimitero, cuore dei due porticati che abbracciano il piccolo spazio del camposanto voluto da Napoleone quando portò anche in Italia il respiro della rivoluzione francese.

Il camposanto del piccolo borgo di Mestre si riduceva al campo tagliato a croce, circondato da mura, nel quale si entrava dalla bella cancellata in ferro battuto ancora esistente. Mestre contava, allora, si e no dieci-quindicimila anime e perciò il piccolo cimitero, che aveva come cuore e punto di riferimento la povera e piccola chiesetta, era sufficiente. Era però un cimitero raccolto, sobrio ma familiare, non come ora, così ridotto ad un agglomerato di campi, strutture cimiteriali anonime e senza alcuna armonia.

Con l’apertura, un anno fa, della chiesa provvisoria sulle carte, ma forse eterna nella realtà, è stata mia premura che la vecchia cappella non si riducesse ad un rudere abbandonato alla sua sorte. Però neppure speravo che Comune e Veritas l’avrebbero restaurata perché rimanesse memoria della fede dei nostri padri e luogo di preghiera e di raccoglimento per i concittadini del nostro tempo. Sennonché il signor De Faveri, che frequenta il nostro cimitero, perché in esso riposano i suoi congiunti, s’è offerto di pagare personalmente il restauro totale, all’interno e all’esterno della chiesa.

Pensavo che la Veritas e il Comune sarebbero venuti in processione per ringraziare questo cittadino benemerito, invece no! Sono più di quattro mesi perchè, prima la Veritas e poi la Sovrintendenza, gli fanno produrre carte su carte. Penso che appena per costruire una centrale nucleare servano tante garanzie! Mi sono accorto, ancora una volta, che l’apparato della pubblica amministrazione è talmente farraginoso che anche i problemi più semplici diventano complessi ed impossibili, perché l’esercito dei quasi diecimila dipendenti tra la Veritas e il Comune – e non so quanti della Sovrintendenza – deve pur passare il tempo per giustificare i suoi stipendi.

Ogni giorno di più mi sorprendo che la nostra Italietta stia ancora in piedi con una tale organizzazione statale e parastatale affollata, inefficiente, anzi organizzata perché tutto proceda lentamente.

Ai bordi di Mestre ho trovato una bella chiesa e un’ancor più bella Comunità

In questi ultimi quindici giorni (l’articolo come sempre risale a qualche settimana fa, NdR) sono morti due congiunti di due carissimi amici e collaboratori da una vita. La prima era la figlia quarantenne di Orfeo, un volontario che dopo la pensione dedica da una decina d’anni tutta la sua vita a trasportare generi alimentari per la Bottega Solidale a favore dei poveri. Il secondo era il fratello di Lino, il quale ha scelto, dopo la morte della moglie, di dedicare tutto il suo tempo agli anziani assumendosi il compito, non facile, di fungere da responsabile, sempre a titolo di volontariato, del Centro don Vecchi di Marghera.

Ho sentito, prima che il dovere, il bisogno di concelebrare ai relativi funerali per dimostrare cordoglio, riconoscenza ed affetto a queste care persone. Tutti e due i riti di commiato si sono svolti nella chiesa della Santissima Trinità del villaggio Sartori, ove da alcuni anni funge da parroco don Angelo Favero, l’ex preside del liceo classico Franchetti.

Ho avuto modo di ammirare la chiesa, che avevo conosciuto un tempo malandata e povera, ora restaurata con gusto e con amore, pur mantenendo le linee miserelle con cui è stata costruita. Ma soprattutto sono stato felicemente impressionato dalla folla dei fedeli che hanno partecipato al rito mesto, ma sorretto dalla speranza cristiana.

Fatalmente ho confrontato i “miei funerali”, solitari, spesso freddi e formali, col calore di una vera comunità partecipe al dolore dei propri compaesani. M’ha fatto sognare l’assemblea che rispondeva ed esprimeva col canto la fraternità e la speranza cristiana. Sono stato felice che ai bordi di una città anonima e senza calore esista ancora un popolo di Dio affiatato e coinvolto nel dramma di famiglie della comunità. Sono pure stato edificato nel sentire il parroco, che aveva dedicato l’intera vita allo studio e alla scuola, così “innamorato” della sua gente e così pastore del suo popolo.

Abbiamo ancora valori da trasmettere al “confratelli” d’Europa!

L’Italia ha vinto la guerra del crocifisso!

Sono contento perché l’Europa dei forti non manca occasione per umiliarci, in forza della tenuta dell’economia della Germania, dell’Inghilterra e della Francia. Pare che nel contesto dell’Europa, sia per il poco spessore del nostro governo e sia per la fragilità della nostra economia, agli italiani sia riservato solo il compito di fornire i suoi soldati per favorire strategie militari ed economiche promosse da altri e per i loro esclusivi interessi.

La vicenda della Libia e dei profughi, che sbarcano a migliaia sulle nostre sponde, ha messo in luce questo atteggiamento di arrogante superiorità dell’Europa sulla cui solidarietà l’Italia pensava giustamente di poter contare, mentre invece i “confratelli” hanno risposto, uno dopo l’altro “picche”.

Qualche domenica fa ho seguito la trasmissione “L’arena”, condotta dal brillante giornalista Massimo Giletti, e finalmente ho avvertito un coro unanime di orgoglio per la nostra cultura e la nostra sensibilità, che nonostante tutto si rifà ai valori cristiani.

Perfino Sgarbi ha avuto un guizzo da cui è emerso il fondo cristiano che fortunatamente, magari flebile, è ancora universalmente presente nella coscienza degli italiani, pur militante sotto bandiere diverse. Ha detto Sgarbi, arrabbiato come sempre: «Noi siamo figli di quella cultura in cui vale il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso!”» L’Italia è povera, ha un governo in confusione, ma per fortuna è ancora ricca di cultura, d’arte, di civiltà e di umanità.

Questi ultimi avvenimenti mi hanno reso certo che anche l’Italia ha delle cose preziose da donare ai “colleghi” europei più ricchi e più forti. C’è voluta la “guerra” per il crocifisso e il dramma dei profughi per farmi prendere coscienza che posso e devo avere ancora l’orgoglio di essere italiano!

Parlerò ancora di Fede e Carità!

Mi ha molto colpito una frase del nostro concittadino Nerio Comisso, direttore, fino a poco tempo fa, dell'”Asilo notturno” di via Spalti, in rapporto al suo impegno decennale a favore dei senzatetto di Mestre: “Io non credo, però mi sono sempre comportato come se io credessi”.

Tutto il contesto dell’intervista m’ha rassicurato che la sua affermazione non era una delle tante smargiassate di quella gente senza spessore umano e culturale, adoperato per accreditarsi presso l’opinione pubblica come uomo “a la page”.

Il rapporto tra fede e carità mi ha sempre appassionato e ritengo che sia anche oggi un grosso problema che molti “cristiani” – tali solamente per aver ricevuto il battesimo da piccoli o perché praticanti pedissequamente senza tanti problemi interiori – non si pongano seriamente. Il problema non è certamente nuovo, perciò sono ben conscio di non scoprire l’America ponendomelo e proponendolo all’attenzione dei miei concittadini. Già san Giacomo, venti secoli fa, l’ha affrontato in maniera forte e polemica, quasi una sfida: “Voi che dite di credere, mostratemi la vostra fede ed io ve la mostrerò invece mediante la mia carità!”

L’affermare di essere credente nel messaggio di Cristo, non traducendo la fede in carità, penso sia una pia illusione o una comoda affermazione, mentre chi pratica la solidarietà, pur ritenendo di non essere credente, quasi certamente è in realtà un discepolo di quel Cristo che ha fatto dell’amore reciproco il cuore e la sostanza del suo messaggio.

Io sono tanto perplesso e dubbioso sulla consistenza della fede di quei “cristiani” che non “si sporcano le mani con i poveri”, che non si spendono per la giustizia e la solidarietà, non si fanno prossimi con l’uomo ferito a morte ed abbandonato sulla strada della vita. Sono pure altrettanto perplesso sull’autenticità cristiana di comunità parrocchiali senza servizi efficienti nei riguardi degli svariati bisogni dell’uomo contemporaneo.

Una volta ancora sono convinto che non basta mettere un’etichetta con la croce su una comunità cristiana perché essa sia tale, mentre sono invece i contenuti che qualificano la vita religiosa. Tutto questo mi pare di doverlo affermare a scanso di deludenti e dannosi equivoci.

Quelli che trattiamo come “rifiuti d’uomo” sono ancora e sempre figli di Dio!

Ritorno su un argomento che a molti è poco gradito, ma che a me mette veramente paura constatando con amarezza che la nostra società sta vorticosamente producendo “rifiuti d’uomo”, confinandoli nelle case di riposo o in casa propria sotto la tutela di una badante straniera. Il fenomeno è complesso e le motivazioni sono molte, però rimane il fatto che il risultato è comunque terribilmente triste.

Credo che a molti di noi sia capitato, dato che abbiamo il mare Adriatico a due passi da casa, di vedere, specie d’inverno quando non funzionano gli apparati del turismo, di passeggiare sul bagnasciuga e di scorgere ad ogni pié sospinto pezzi di tavola, barattoli, bottiglie di plastica, radici di albero che la risacca spinge sull’ultima propaggine della spiaggia. Il mare butta alla deriva i relitti abbandonati tra le onde.

Nel mio ministero, che svolgo nella chiesa del cimitero, ove celebro spesso il funerale appunto di questi “relitti umani” che giungono dalle case di riposo, dalla solitudine di una vita condotta con una donna dell’Europa dell’est, la quale “accudisce il vecchio” a pagamento, ho l’impressione dell’abbandono, della solitudine e della disperazione umana che si consuma in luoghi anonimi e privi di vita sociale, lontano dai bambini, dalle donne e dalla natura.

Povera società! Povero uomo d’oggi!

La scienza, il progresso, l’economia, l’efficienza stanno abbandonando la persona come uno straccio sporco e inutile, dimenticandosi che anche l’uomo più povero e più desolato rimane sempre e comunque un figlio di Dio.

L’uomo deve tornare al centro di ogni attenzione e scelta sociale

Uno degli elementi originali e specifici del pensiero cristiano circa l’uomo, è quello di ritenere la persona al centro di ogni attenzione e pensarla come la protagonista assoluta della vita sociale.

Il fondamento di questa visione dell’uomo affonda nella Rivelazione e ne trova una conferma specifica quando la Bibbia afferma che “Dio chiama per nome ogni uomo”.

In tutta la cultura che si rifà alla Rivelazione, quando si parla dei doveri verso la società, espressi mediante la solidarietà, la responsabilità prima ed assoluta si riferisce sempre all’individuo, mai alla società in genere.

Il pensiero marxista, e tutti i suoi derivati, invece privilegia sempre “il popolo”, le “masse lavoratrici”, concezione in cui le colpe o i meriti si spostano dalla persona alla collettività, motivo per cui il singolo è deresponsabilizzato e diventa quindi oggetto piuttosto che soggetto della vita politica del Paese.

La poderosa influenza che il comunismo ha esercitato per molti anni sulla mentalità comune e le pressioni che le lobbies internazionali per mezzo dei mass-media, portano avanti, ha fatto sì che tanti cittadini siano quasi rassegnati e subiscano questa violenza e questo depauperamento perdendo autonomia, dignità e libertà personale, lasciandosi trascinare dalle correnti e rinunciando a rimanere al timone della loro “barca”. Tutto questo mortifica la persona e la rende in balia dei furbi di turno.

Mounier, il grande pensatore cattolico d’oltralpe, ha difeso in maniera estrema ed appassionata, mediante il suo “personalismo”, l’uomo del nostro tempo, insistendo perché il cittadino non rinunci ai suoi diritti e non si rassegni a diventare una pedina dei poteri forti.

Sono sempre più convinto che questa battaglia meriti d’essere combattuta, quasi come una guerra di liberazione, per recuperare la dignità di persona offertaci dal buon Dio.

Chiacchierare con Dio

Per tanti anni della mia vita io sono andato avanti tranquillo nel mio impegno sacerdotale, senza sussulti, senza traumi e con poche problematiche nei riguardi della vita religiosa. I superiori del seminario mi hanno messo sulle rotaie di un binario ben definito ed io ho cominciato a correre certo che, pur dopo tante fermate, sarei giunto alla meta definitiva: la casa del Padre. Invecchiando però, il mio modo di pensare non si è per nulla semplificato anzi, di anno in anno è diventato sempre più problematico.

Il Concilio Vaticano secondo non ha per nulla risolto i miei problemi, anzi li ha resi più tormentosi. Mentre prima alla guida del Concilio si diceva che c’era, un “macchinista” esperto che ci pensava lui ed io potevo stare tranquillo e perfino sonnecchiare, poi ho compreso che dovevo essere io a scegliere la strada, frenare, accelerare o fermarmi per far scendere compagni di viaggio o per imbarcarne altri.

Da allora ho cominciato a chiedermi sempre più frequentemente se certe soluzioni, che per tanto tempo avevo dato per scontate, erano veramente valide. Ad esempio, da sempre avevo sentito parlare della preghiera, avevo letto di persone che vi dedicavano tanto tempo, che stabilivano una comunione profonda con Dio. A me capitava invece di dire le preghiere mattino e sera, dir messa, recitare il rosario, ma in realtà non ho mai avuto estasi, visioni mistiche o tante altre cose misteriose che dicono che i santi provano, anzi spesso mi distraggo, penso ad altre cose o, recitando il breviario, mi viene da pormi in posizione critica di fronte a certi sermoni poco convincenti dei santi padri della Chiesa o di certi salmi del popolo ebreo.

Attualmente mi sono ridotto a rifarmi ad una affermazione di un giovane scout che affermava che per lui pregare significava “chiacchierare con Dio”.

Potrà forse scandalizzare qualche anima pia, ma confesso che le preghiere che mi appagano di più sono quelle che assomigliano ad una bella chiacchierata confidenziale con il Signore. Io gli racconto i miei guai e i miei progetti, i miei sogni e i miei dispiaceri. Lui mi ascolta e talvolta, con voce leggera, mi dà dei suggerimenti.

Non so se tutto questo sia normale per un ottantenne, però a me capita così!

Le profonde ingiustizie del nostro Stato!

Mi rendo perfettamente conto che deve essere terribilmente difficile governare bene, con giustizia ed equità un Paese grande come l’Italia. Tanto più è grande una comunità, tanto più difficile è stabilire delle leggi sagge e farle applicare a tutti i livelli. Però ci sono talvolta degli “sgorbi” amministrativi tanto grandi che “gridano vendetta al cospetto di Dio” e ai quali non riesco proprio ad abituarmi.

Qualche giorno fa ho appreso che ognuna delle decine di migliaia di creature umane, che dall’Africa settentrionale approdano nel nostro Paese, viene a costare al nostro Stato italiano ben centottanta euro al giorno e qualche tempo fa ho pure letto che ogni carcerato ci costa ben duecentocinquanta euro al giorno! Capisco bene che gli uni e gli altri debbono essere aiutati, sfamati ed alloggiati, però se poi penso che una moltitudine di uomini e donne italiane percepiscono cinquecentottanta euro al mese – quindi 19 euro al giorno e che per gli anziani che risiedono al “don Vecchi” lo Stato, attraverso la filiera del Comune e della Regione, contribuisce con un euro e venticinque centesimi al giorno, io questo Stato non lo posso e non lo voglio proprio accettare!

Di Pietro, estremo difensore della legalità, può dire quello che vuole, ma ritengo che pur con ogni buona volontà uno Stato del genere non possa pretendere in alcun modo di essere credibile e neppure sognarsi di pretendere che i suoi poveri sudditi possano lavorare ogni anno, dal primo gennaio al 23 giugno per pagare questo modo ignominioso di amministrare i suoi cittadini!

E’ vero che i cittadini che ricevono le briciole del bilancio pubblico non sono fisiologicamente in grado di evadere le tasse ma, se lo facessero, meriterebbero “l’indulgenza plenaria” più una medaglia sul petto!

L’abbraccio del Signore in un fiore

Non so come avvengano i miracoli, né sono uno che li va a cercare a Lourdes o a Medjugorje, perché mi pare di non dovermi scomodare più di tanto; infatti mi capita di scoprirne qualcuno di splendido ogni giorno e in ogni dove.

Un famoso entomologo, il Faber, ha fatto un’affermazione veramente saggia e strabiliante quando ha scritto: “Io non ho bisogno di credere in Dio, perché lo vedo più volte al giorno ogniqualvolta butto il mio sguardo a destra o a sinistra, guardo in alto o in basso la natura e il creato!”. Io appartengo a questa categoria.

Al liceo, quando studiavo filosofia, ho imparato, condividendole, le cinque prove dell’esistenza di Dio formulate da san Tommaso d’Aquino; in aggiunta m’ha pure convinto la prova dotta di sant’Anselmo o la “Scommessa” di Biagio Pascal, però considero la natura e il mondo animale e, meglio ancora, l’uomo, come la prova più immediata e convincente dell’esistenza di Dio.

In questi giorni, parlando ai miei vecchi, nell’incontro infrasettimanale di riflessione e di preghiera, ho tentato di far loro da guida nella scoperta del miracolo della primavera. Io non sono una guida naturalista col patentino, perché non ho un linguaggio da poeta o da artista però, seppur in maniera maldestra, ho indicato loro i rossi intensi, i gialli dei millequattrocento tulipani che abbiamo piantato soltanto qualche settimana fa e che, come ad un ordine impartito con uno squillo di tromba, hanno aperto contemporaneamente le loro corolle, diventando la più ricca e varia di tutte le tavolozze dei pittori più insigni.

Li ho invitati a guardare con interesse i piccoli fiori multicolori del prato, la trapunta verde costellata da migliaia di margherite, ogni arbusto con un fiore di foggia e di colore diverso, concludendo: «Non avvertite l’abbraccio caldo e dolcissimo con cui il buon Dio si fa presente, ci manifesta il suo amore e il suo incanto?

M’è parso che anche i più vecchi, quelli che sono più sordi e rintronati, avvertissero la dolcezza dell’abbraccio del Signore e fremessero di una gioia struggente vedendo il miracolo più sublime che una creatura possa vedere.

Voglio vivere fino all’ultimo la vita come una bella avventura!

Ai miei scout ho detto mille volte che la vita va vissuta come una bella avventura e talvolta ho proposto la variante, ancora più ricca di fascino, “scegliere di vivere la vita come un bel gioco”.

Se qualcuno poi mi chiede se io pratico questa visione del vivere, debbo confessare, con una certa amarezza, che non sempre ci riesco, talvolta mi dimentico la scelta fatta mille volte e talaltra scivolo nel pessimismo, però posso sinceramente affermare che, ripensandoci, ci riprovo sempre.

Non vale la pena che enumeri le avventure pregresse, potrebbe sembrare che voglia autoincensarmi, però devo ammettere che più di una volta, trasportato dall’entusiasmo, ho fatto centro. Così è stato per la casa di montagna per i ragazzi, “La malga dei faggi”; così è stato per le vacanze estive ed invernali dei miei anziani con “Villa Flangini”, la magnifica struttura settecentesca sui colli asolani; così è stato per la Galleria “La cella”; così per i vari periodici della parrocchia, per il “Ritrovo”, il club per i vecchi; così per mille iniziative meno eclatanti ma altrettanto belle, quali il gruppo dei cento chierichetti, quello dei duecento scout, di “Radiocarpini”, ecc.

Ora le avventure che mi fanno sognare e, pur procurandomi più di una difficoltà, mi appassionano, sono per prima cosa il “don Vecchi” di Campalto – e qui la sfida è quasi vinta perché a ottobre taglieremo il nastro. Poi la “Galleria san Valentino”, tra le vecchie fabbriche in disuso di Marghera e il relativo quartiere dormitorio; per ora siamo arrivati ad un primo concorso triveneto ma ci sono altrettante prospettive e, se va tutto per il meglio, in un paio d’anni sono certo che saremo tra i primi in classifica. La terza prospettiva è la struttura per gli anziani in perdita di autonomia.

Per un ottantaduenne può sembrar certamente un azzardo pensare ad un progetto pilota per mantenere gli anziani della quarta età ancora “padroni di casa”. Forse non andrò più in là della prima pietra o delle fondamenta, comunque credo che valga sempre la pena tentare e magari morire sognando!

Un buco nell’acqua!

Il lunedì e il venerdì mi sento un po’ dipendente dalle Messaggerie venete, perché sono i due giorni in cui mi sono assunto il compito di rifornire di giornali “i chioschi” dell’Ospedale dell’Angelo. In assoluta autonomia dalla filiera della pastorale ospedaliera, e da essa inosservato ospite, porto centinaia di copie de “L’incontro”, de “Il sole sul nuovo giorno”, delle “Principali preghiere e verità della nostra fede” e del volume “L’albero della vita” che riguarda l’esperienza del lutto, letta dall’angolatura della fede.

Comincio col grande espositore posto sulla parete esterna della cappella, caricandolo per ben due volte la settimana delle variopinte copertine dei periodici dell’editrice de “L’incontro”. A me piace l’ordine e la simmetria, per cui l’espositore lo concepisco come una tela dipinta “alla De Chirico”. Passo poi al primo piano, ove scarico “la buona stampa” nei banconi vicini alle sedie in cui sostano i pazienti in attesa che il loro numero compaia negli schermi appositi per la visita.

Ormai ho acquistato il monopolio degli spazi, perché tutta la concorrenza laica e soprattutto quella religiosa è assolutamente scomparsa dalla scena; in verità quest’ultima non è mai stata purtroppo presente.

Infine scendo al tormentato ed affollato Pronto soccorso, ove carico un piccolo espositore. Quindi prendo la mia “Punto”, pago il biglietto, perché mi è stato concesso questo “favore”, ed imbocco la strada che passa davanti alla sempre deserta stazione ferroviaria. Alla prima svolta a sinistra non manco mai di dare un’occhiata al campo arato di fresco, ove doveva sorgere la struttura di accoglienza per i famigliari degli ammalati, a somiglianza di quanto avviene ad Aviano, Padova, Belluno e tanti altri ospedali d’Italia.

Povero “Samaritano”!, così l’avevo chiamato il progetto relativo.

Presto sul campo arato spunterà il granturco, ove Cacciari, Padovan, Vecchiato e tutta la “compagnia cantante” mi avevano promesso il terreno prima, e poi perfino la struttura costruita. Un’altra delusione della politica e dell’amministrazione civica veneziana! Tanto fu grande la Serenissima, altrettanto è piccola la Venezia dei nostri giorni. L’offerta furba e vuota di Causin è ora vuota ed incolta, quella di Cacciari è invece arata.

Guardando questi due appezzamenti dei miei sogni mi viene perfino da pensare che la delusione sia stata provvidenziale, perché pare che siano ormai così pochi gli ammalati che vengono da lontano, ma anche da vicino, che il “Samaritano” sarebbe un buco nell’acqua.

L’alternativa al nucleare è anche un tenore di vita più sobrio per l’umanità

Nota della redazione: come tutti i post di questo blog, anche queste note di don Armando risalgono a svariate settimane fa.

Chi non guarda con sempre maggior preoccupazione gli sviluppi tragici della centrale nipponica? Inizialmente pareva che fosse sotto controllo, ma ogni giorno che passa aumenta l’incubo di un disastro nucleare.

Ad un quarto di secolo di distanza i bambini di Cernobil ritornano ancora ogni anno nelle nostre terre per disintossicarsi respirando “l’aria buona” della nostra città.

Il nucleare presenta ancora oggi dei grandi pericoli e pare che la scienza non sia ancora in grado di controllarlo con sicurezza. Non è detto però che le altre fonti energetiche, quali il carbone, il petrolio siano tanto meno innocue; forse i danni che recano sono meno appariscenti, ma altrettanto letali.

Ricordo il primario di pneumologia del vecchio “Umberto I”, che in una conferenza al Laurentianum forniva i dati delle polveri sottili o meno, prodotte dalle industrie di Marghera, dalle automobili e dalle caldaie di riscaldamento, che si contavano a Mestre a decine di tonnellate ed erano capaci di corrodere perfino le lamiere delle carrozzerie delle automobili; figurarsi quindi quali danni arrecano ai polmoni, ben più fragili di quelle lamiere!

In questa situazione davvero drammatica, tutti cercano le alternative, ma quasi nessuno, se non la Bibbia, ha il coraggio di dire che bisogna vivere più sobriamente se vogliamo tutelare la nostra salute. Chi forza il disegno di Dio e l’ordine della natura, fatalmente va verso l’autodistruzione.

Ricordo sempre una sentenza quanto mai saggia: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, ma la natura mai”. Il rimedio unico ed efficace per vivere una vita più sicura è quello di rispettare il progetto sapiente di Dio nel creato.

Radio Londra

La rubrichetta “Radio Londra” del dopocena, mi riporta ai tanti ricordi dei tempi lontani e drammatici dell’ultima guerra mondiale. Ben raramente a casa mia si trovava il coraggio di sintonizzarci sulla frequenza dei “nemici”.

Anche ora mi capita di rado di ascoltare “Radio Londra”, tenuta dal grosso e barbuto Giuliano Ferrara, il comunista “folgorato sulla via di Damasco”, perché l’orario della sua rubrica coincide per me con quello in cui recito il rosario con le mie anziane coinquiline residenti al “don Vecchi”.

Per certi versi ho anche piacere di non lasciarmi condizionare dalla dialettica tagliente del direttore de “Il foglio”.

Ferrara appartiene di certo a quella schiera di oratori dalla parola facile e feconda che incanta e convince. In Italia, nella casta dei politici, sono molti i personaggi che parlano con una dialettica degna della miglior causa: da Bocchino a D’Alema, da Alfano a Fini, da Franceschini a Bertinotti, gente forbita nel linguaggio, ma talvolta priva di coerenza umana e sociale.

C’è poi la casta dei parlatori rozzi, ma non meno efficaci, come Di Pietro o Bossi, personaggi che paiono appena usciti infangati dai campi o unti dall’officina, ma sempre caustici ed incidenti.

Temo Ferrara perché ho paura che mi influenzi troppo, mettendo in luce in maniera brillante una sola facciata del problema, mentre qualsiasi tipo di evento è sempre poliedrico e con mille sfaccettature, motivo per cui, quando ascolto “Radio Londra”, mi impongo di ascoltare anche “Ballarò”, che suona l’altra campana.

Confesso che, nonostante questi reciproci antidoti, rimango sempre un po’ stordito e confuso e perciò mi rifugio nel Vangelo per sentire aria pulita e disinteressata. Da questo frastuono e da questa cacofonia di voci tento che emerga la mia piccola verità, incerta, traballante, timida e paurosa per poterla offrire agli amici, ma sempre preoccupato che non sia preconcetta e faziosa.

Le caste sociali ci sono anche da noi!

Qualche anno fa è venuto, ospite in parrocchia, un sacerdote indiano. A Carpenedo, tra le tante altre belle realtà, operava uno splendido e numeroso gruppo di persone che si interessava ai problemi dei poveri del mondo.

Ai miei tempi, cioè fino a sei anni fa, questo gruppo per il terzo mondo, mediante le adozioni a distanza, faceva studiare centinaia di ragazzi ed inoltre ha fatto costruire una grande struttura di supporto alla scuola la quale. come i colleges inglesi, vecchi dominatori dell’India, ospitava centinaia di alunni.

La permanenza in canonica di questo sacerdote, che fungeva da direttore della scuola, il quale era venuto in Italia per conoscere il mondo dei suoi benefattori, e semmai per sensibilizzare maggiormente circa i bisogni della sua gente, mi diede modo di porgli domande sul suo mondo lontano, che io conoscevo soltanto attraverso la lettura dei romanzi. Chiesi se era vigente ancora l’uso che le vedove si facessero bruciare sulla pira assieme al marito e cose del genere, ricevendo la risposta che erano ormai tristi tradizioni del passato, però che in qualche modo c’erano ancora degli strascichi del passato nella mentalità corrente a proposito delle caste, in cui avevo letto che si suddivideva la popolazione di quel Paese, caste che andavano dalla più alta, quella dei bramini, a quella più bassa, dei paria.

Mi disse quel prete che suo padre apparteneva ai paria e quando andava in città doveva portarsi dietro un barattolo perché se gli veniva da sputare doveva servirsi di quello. La cosa, come è immaginabile, mi sorprese e mi inorridì, ma poi mi venne da pensare che pure da noi, nell’Italia dei 150 anni dall’Unità, persistono le caste e sono ancora ben definite e presenti: la casta dei politici, dei magistrati, dei liberi professionisti, degli intellettuali, dei calciatori e degli attori, e via dicendo. E ci sono pure i paria: operai, badanti, addetti al commercio, ecc.

Ciò che poi sorprende è come noi, italiani del terzo millennio, accettiamo supinamente queste divisioni e i privilegi vistosi ed assodati delle caste alte! Ho l’impressione che la democrazia sia più che altro un sogno, o peggio ancora una illusione, perché i soliti privilegiati esistono ancora e, bontà loro, se permettono a noi, “povera gente” di sopravvivere.